perìgeion

un atto di poesia

Paulo Leminski, L’inutensìle, I marginali brasiliani 1

Paulo Leminski

[leggi anche I marginali brasiliani, Intro]
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Nel 2013 l’editrice Companhia das letras ha pubblicato il libro Toda poesia (Tutte le poesie) di Paulo Leminski. Ha venduto 75.000 copie. Ha dato alle stampe anche l’opera completa di Ana Cristina César – che ha venduto “solo” 5.000 copie.

Leminski, come César, non è per niente semplice – anzi direi che dietro la sua apparente semplicità si nasconde un’eccezionale complessità – ma ha evidentemente seguito un percorso che l’ha portato all’attenzione della massa. È stato intellettuale e pop, professore e pubblicitario, ha saputo, cioè, coniugarsi nel proprio tempo – ma in quella maniera che solo a certi riesce: astraendosi dal contingente pur utilizzandolo.

Probabilmente è vero che il libro ha avuto un tale successo di vendite perché la poesia di Leminski è percepita da molti come un’allegria verbale – una poesia che del gingle quotidiano fa un largo uso – e che, almeno in apparenza, si adatta alla nostra società. Non ricordo quale scrittore sostenesse che oggi i romanzi dovrebbero essere brevissimi, di qualche riga o poco più, visto che la nostra epoca (e formazione intellettuale) non prevede tempi morti nella suddivisione fra lavoro e tempo libero organizzato.

Ciò che però sta nel fondo, proprio nel fondo, della poesia di Leminski –  è la sua “politicità”, la sua provocazione linguistica. Al contrario della pop art, cui da alcuni viene accostato, che reitera la banalizzazione seriale della subcultura di massa, Leminski attraverso una semplicità mascherata e il gusto del gioco verbale veicola la propria rivoluzione linguistica penetrando nel cuore di una parola stanca e scardinandone il senso – in ossessive variazioni (un’eredità, questa, del concretismo). Quando ripetiamo ad alta voce e per lungo tempo una parola, dopo un po’ questa ci sembra perdere di senso e diventare un semplice insieme di suoni – come ascoltassimo una lingua straniera sconosciuta. In questo scassinare la parola, Leminski tenta di restituirle il proprio nome – e dietro il nome, un’esistenza reale e non mediata dai gingle quotidiani. E lo fa ridendo. Anche questo ne ha decretato il successo di vendite.

Leminski, oltre che pubblicitario è stato anche insegnante ai corsi di preparazione per l’esame vestibular (il processo di selezione di nuovi impiegati dalle università). Mi sono molto divertito quando ho trovato in rete una videolezione – anzi un bigino per l’esame – del professor Biti, un “collega” di Leminski, che riesce a dare in pochissimi minuti un’idea generale ma precisa dell’autore.

La cosa più interessante che Biti fa risaltare nella sua lezione lampo, è la questione della parola inutensílio – inutensìle:

(Inutensílio) Inutensìle
di Paulo Leminski, 1986

La dittatura dell’utilità

La borghesia ha creato un universo dove ogni gesto deve essere utile. Tutto deve avere un perché, dacché i mercanti, con la Rivoluzione Commerciale, francese e industriale, andarono a prendere il posto di quella nobiltà coltivatrice di inutili araldiche, sfarzi non redditizi e pompose cerimonie intransitive. Sembrava roba da aborigeni. O da negri. Il pragmatismo di imprenditori, venditori e compratori, mette il prezzo a tutto. Perché tutto deve rendere. Da trecento anni, almeno, la dittatura dell’utilità è pappa e ciccia con il lucrocentrismo di tutta questa nostra civiltà. E il principio dell’utilità corrompe tutti i settori della vita, facendoci credere che la stessa vita debba produrre lucro. La vita è un dono degli dei da gustare intensamente fino a che la bomba al neutrone o lo svuotamento della fabbrica nucleare ci separi da questo pezzo di carne pulsante, unico bene di cui abbiamo certezza.

Aldilà dell’utilità

L’amore. L’amicizia. Il convivio. L’esultanza del gol. La festa. L’ubriachezza. La poesia. La ribellione. Gli stati di grazia. La possessione diabolica. La pienezza della carne. L’orgasmo. Queste cose non hanno bisogno di giustificazione né di giustificativi.

Tutti sappiamo che sono la finalità stessa della vita. Le uniche cose grandi e buone che ci può dare questo passaggio sulla crosta del terzo pianeta dopo il sole. Facciamo cose utili per aver accesso a questi doni assoluti e finali. La lotta del lavoratore per migliori condizioni di vita è, in fondo, lotta per l’accesso a questi beni, che splendono oltre gli stretti orizzonti dell’utile, del pratico e del lucro.
Le cose inutili (o “in-utili”) sono la finalità stessa della vita.

Viviamo in un mondo contro la vita. La vera vita. Che è fatta di esultanza, libertà e fulgore animale.
Centomila anni luce oltre l’utilità, che la mistica immigrante del lavoro coltiva in noi, fiori perversi del giardino del diavolo, nome che diamo a tutte le forze che ci allontanano dalla nostra felicità, come io o come tribù.

La poesia è il principio del piacere nell’utilizzo del linguaggio. E i poteri di questo mondo non sopportano il piacere. La società industriale, incentrata sul lavoro servo-meccanico, dagli USA all’URSS, compra, per salario, il potenziale erotico delle persone in cambio di performance produttive, numericamente calcolabili.

La funzione della poesia è la funzione del piacere nella vita umana.

Chi vuole che la poesia serva a qualcosa non ama la poesia. Ama un’altra cosa. In sostanza l’arte ha una portata pratica solo nelle sue manifestazioni inferiori, nella diluizione dell’informazione originale. Chi esige contenuti vuole che la poesia produca un lucro ideologico.

Il lucro della poesia, quando vera, è il sorgere di nuovi oggetti nel mondo. Oggetti che significhino la capacità della gente di produrre mondi nuovi. Una capacità in-utile. Aldilà del’utilità.

Esiste una politica nella poesia che non si mescola con la politica che gira nella testa dei politici. Una politica più complessa, più rarefatta, una luce politica ultravioletta o infrarossa. Una politica profonda, che è critica della stessa politica – in quanto sistema limitato di vedere la vita.

L’indispensabile in-utile

Le persone senza immaginazione desiderano sempre che l’arte serva a qualcosa. Servire. Prestare.* Il servizio militare. Dare lucro. Non vedono che l’arte (la poesia è arte) è l’unica chance che l’uomo ha di mettere in pratica l’esperienza di un mondo in libertà, oltre la necessità. Le utopie, in fin dei conti, sono, soprattutto, opere d’arte. E le opere d’arte sono ribellioni. La ribellione è un bene assoluto. La sua manifestazione nel linguaggio la chiamiamo poesia, inestimabile inutensìle.
La diverse prose del quotidiano e del/i sistema/i tentanto di domare la strega. Ma lei poi torna sempre a dare noia. Con il radicale incomodo di una cosa in-utile in un mondo dove tutto deve dare un guadagno e avere un perché.

Per che perché?

(* Prestar in portoghese significa sia “prestare un servizio” (il militare, in questo caso), sia essere utile, servire – a qualcosa).

(Penso che la poesia sia un inutensìle. L’unica ragione d’essere della poesia è che fa parte di quelle cose inutili della vita che non hanno bisogno di giustificazioni perché sono la ragione stessa d’essere della vita. Volere che la poesia abbia un perché, volere che la poesia sia al servizio di qualcosa è come volere che un gol di Zico abbia una ragione d’essere aldilà dell’allegria della folla. È come volere, ad esempio, che un orgasmo abbia un perché. È come volere che l’allegria dell’amicizia e dell’affetto abbia un perché. Penso che la poesia faccia parte di quelle cose che non necessitano di un perché. Per che perché?)

*

Bem no fundo

No fundo, no fundo,
bem lá no fundo,
a gente gostaria
de ver nossos problemas
resolvidos por decreto

a partir desta data,
aquela mágoa sem remédio
é considerada nula
e sobre ela — silêncio perpétuo

extinto por lei todo o remorso,
maldito seja quem olhar pra trás,
lá pra trás não há nada,
e nada mais

mas problemas não se resolvem,
problemas têm família grande,
e aos domingos
saem todos a passear
o problema, sua senhora
e outros pequenos probleminhas.

Proprio in fondo

In fondo, in fondo,
proprio là in fondo,
a tutti piacerebbe
di vedersi i problemi
risolti per decreto

a partire da ‘sta data
quel dolore irrimediabile
è considerato nullo
e su di lui – silenzio perpetuo

estinto per legge il rimorso,
maledetto chi guarda indietro,
indietro non c’è niente,
e niente ancora

ma i problemi non si risolvono,
i problemi han famiglie grandi,
e la domenica
vanno tutti a passeggiare
il problema, la signora
e altri piccoli problemini

*

Invernáculo

Esta língua não é minha,
qualquer um percebe.
Quem sabe maldigo mentiras,
vai ver que só minto verdades.
Assim me falo, eu, mínima,
quem sabe, eu sinto, mal sabe.
Esta não é minha língua.
A língua que eu falo trava
uma canção longínqua,
a voz, além, nem palavra.
O dialeto que se usa
à margem esquerda da frase,
eis a fala que me lusa,
eu, meio, eu dentro, eu, quase.

Invernàcolo

Questa lingua non è mia,
ognuno lo capisce.
Forse male-dico menzogne,
sta a vedere che solo mento verità.
Così mi parlo, io, minima,
chi lo sa, spiacente, sa poco.
Questa non è la mia lingua.
La lingua che parlo intreccia
una canzone remota,
la voce, oltre, non parola.
Il dialetto che si usa
al margine sinistro d’una frase,
ecco il discorso che mi lusa,
io, mezzo, io dentro, io, quasi.

*

Aviso aos náufragos

Esta página, por exemplo,
não nasceu para ser lida.
Nasceu para ser pálida,
um mero plágio da Ilíada,
alguma coisa que cala,
folha que volta pro galho,
muito depois de caída.

Nasceu para ser praia,
quem sabe Andrômeda, Antártida
Himalaia, sílaba sentida,
nasceu para ser última
a que não nasceu ainda.

Palavras trazidas de longe
pelas águas do Nilo,
um dia, esta pagina, papiro,
vai ter que ser traduzida,
para o símbolo, para o sânscrito,
para todos os dialetos da Índia,
vai ter que dizer bom-dia
ao que só se diz ao pé do ouvido,
vai ter que ser a brusca pedra
onde alguém deixou cair o vidro.
Não é assim que é a vida?

Avviso ai naufraghi

Questa pagina, ad esempio,
non è nata per esser letta.
È nata per esser pallida,
un mero plagio dell’Iliade,
qualche cosa che tace,
foglia che torna al ramo,
molto dopo la caduta.

È nata per essere spiaggia,
forse Andromeda, Antartide
Himalaia, sillaba risentita,
è nata per essere l’ultima
quella ancora non nata.

Parole portate da lontano
dalle acque del Nilo,
un giorno, questa pagina, papiro,
dovrà essere tradotta,
in simbolo, in sanscrito,
in tutti i dialetti dell’India,
dovrà dire buongiorno
solo a ciò sussurrato all’orecchio,
dovrà essere la pietra rude
dove han fatto cadere il vetro.
Non è così che è la vita?

*

Razão de ser

Escrevo. E pronto.
Escrevo porque preciso
preciso porque estou tonto.
Ninguém tem nada com isso.
Escrevo porque amanhece.
E as estrelas lá no céu
Lembram letras no papel,
Quando o poema me anoitece.
A aranha tece teias.
O peixe beija e morde o que vê.
Eu escrevo apenas.
Tem que ter por quê?

Ragion d’essere

Scrivo. E spedito.
Scrivo perché ho bisogno
ho bisogno perché intontito.
Ma non riguarda altri.
Scrivo perché fa giorno.
E le stelle là nel cielo
ricordano lettere sulla carta,
quando la poesia mi fa sera.
Il ragno tesse tele.
Il pesce bacia e morde ciò che vede.
Io scrivo soltanto.
Ci dev’essere un perché?

*

Contranarciso

em mim
eu vejo o outro
e outro
e outro
enfim dezenas
trens passando
vagões cheios de gente
centenas

o outro
que há em mim
é você
você
e você

assim como
eu estou em você
eu estou nele
em nós
e só quando
estamos em nós
estamos em paz
mesmo que estejamos a sós

Contronarciso

in me
io vedo l’altro
e altro
e altro
infine decine
passano treni
vagoni pieni di gente
centinaia

l’altro
che è in me
sei tu
tu
e tu

così come
io sono in te
io sono in lui
in noi
e solo quando
siamo in noi
siamo in pace
anche fossimo da soli

*

Dor elegante

Um homem com uma dor
É muito mais elegante
Caminha assim de lado
Como se chegando atrasado
Chegasse mais adiante

Carrega o peso da dor
Como se portasse medalhas
Uma coroa, um milhão de dólares
Ou coisa que os valha

Ópios, édens, analgésicos
Não me toquem nesse dor
Ela é tudo o que me sobra
Sofrer vai ser a minha última obra

Dolore elegante

Un uomo con un dolore
è molto più elegante
cammina così appartato
come se avendo tardato
fosse arrivato più avanti

Trasporta il peso del dolore
come portasse medaglie
una corona, un milione di dollari
o una cosa che li valga

Oppio, eden, algesici
non mi toccate questo dolore
è tutto quello che mi resta
soffrire sarà la mia ultima opera

*

Cesta feira

oxalá estejam limpas
as roupas brancas de sexta
as roupas brancas da cesta

oxalá teu dia de festa
cesta cheia
feito uma lua
toda feita de lua cheia

no branco
lindo
teu amor
teu ódio
tremeluzindo
se manifesta

tua pompa
tanta festa
tanta roupa
na cesta
cheia
de sexta

oxalá estejam limpas
as roupas brancas de sexta
oxalá teu dia de festa

mesmo
na idade
de virar
eu mesmo

ainda
confundo
felicidade
com este
nervosismo

eu
quando olho nos olhos
sei quando uma pessoa
está por dentro
ou está por fora

quem está por fora
não segura
um olhar que demora

de dentro do meu centro
este poema me olha

Cesto giorno

vogliaddio siano puliti
i vestiti bianchi del sesto
giorno, abiti bianchi del cesto

vogliaddio il tuo giorno di festa
cesta piena
come una luna
fatta tutta di luna piena

nel bianco
pulito
il tuo amore
il tuo odio
tremelucendo
si manifesta

la tua pompa
tanta festa
tante vesti
nella cesta
piena
del sesto

vogliaddio siano puliti
gli abiti bianchi del sesto
giorno, giorno di festa

lo stesso
all’età
d’essere
io stesso

ancora
confondo
felicità
e questo
nervosismo

io
quando guardo negli occhi
so quando una persona
sta dentro là
o sta fuori là

chi sta fuori là
non sostiene
uno sguardo che si trattiene

dal dentro del mio dentro
questa poesia mi guarda

*

Poesia:

“words set to music” (Dante
via Pound), “uma viagem ao
desconhecido” (Maiakóvski), “cernes
e medulas” (Ezra Pound), “a fala do
infalável” (Goethe), “linguagem
voltada para a sua própria
materialidade” (Jakobson),
“permanente hesitação entre som e
sentido” (Paul Valery), “fundação do
ser mediante a palavra” (Heidegger),
“a religião original da humanidade”
(Novalis), “as melhores palavras na
melhor ordem” (Coleridge), “emoção
relembrada na tranquilidade”
(Wordsworth), “ciência e paixão”
(Alfred de Vigny), “se faz com
palavras, não com ideias” (Mallarmé),
“música que se faz com ideias”
(Ricardo Reis/Fernando Pessoa), “um
fingimento deveras” (Fernando
Pessoa), “criticism of life” (Mathew
Arnold), “palavra-coisa” (Sartre),
“linguagem em estado de pureza
selvagem” (Octavio Paz), “poetry is to
inspire” (Bob Dylan), “design de
linguagem” (Décio Pignatari), “lo
imposible hecho posible” (Garcia
Lorca), “aquilo que se perde na
tradução” (Robert Frost), “a liberdade
da minha linguagem” (Paulo Leminski)…

Poesia:

“words set to music” (Dante
via Pound), “un viaggio verso
lo sconosciuto” (Majakovskij), “nucleo
e midollo” (Ezra Pound), “dire
l’indicibile” (Goethe), “linguaggio
rivolta alla sua propria
materialità” (Jakobson),
“permanente esitazione fra suono e
senso” (Pauk Valery), “fondazione
dell’essere mediante la parola” (Heidegger),
“la religione originaria dell’umanità”
(Novalis), “le parole migliori
nell’ordine migliore” (Coleridge), “emozione
ricordata in tranquillità”
(Wordsworth), “scienza e passione”
(Alfred de Vigny), “si fa con le
parole, non con le idee” (Mallarmé),
“musica fatta con le idee”
(Ricardo Reis/Fernando Pessoa), “una
vera finzione” (Fernando
Pessoa), “criticism of live” (Mathew
Arnold), “parola-cosa” (Sartre),
“linguaggio allo stato di purezza
selvaggia” (Octavio Paz), “poetry is to
inspire (Bob Dylan), “design di
linguaggio” (Décio Pignatari), “lo
imposible hecho posible” (Garcia
Lorca), “quello che si perde nella
traduzione” (Robert Frost), “la libertà
del mio linguaggio” (Paulo Leminski)…

*

O náufrago náugrafo

a letra A a
funda no A
tlântico
e pacífico com
templo a luta
entre a rápida letra
e o oceano
lento

assim
fundo e me afundo
de todos os náufragos
náugrafo
o náufrago
mais
profundo

Il naufrago naugrafo

la lettera A a
fondo nell’ A
tlantico
e pacifico con
templi la lotta
fra la rapida lettera
e l’oceano
lento

così
fondo e mi affondo
di tutti i naufraghi
naugrafo
il naufrago
più
profondo

*

Adminimistério

Quando o mistério chegar,
já vai me encontrar dormindo,
metade dando pro sábado,
outra metade, domingo.
Não haja som nem silêncio,
quando o mistério aumentar.
Silêncio é coisa sem senso,
não cesso de observar.
Mistério, algo que, penso,
mais tempo, menos lugar.
Quando o mistério voltar,
meu sono esteja tão solto,
nem haja susto no mundo
que possa me sustentar.

Meia-noite, livro aberto.
Mariposas e mosquitos
pousam no texto incerto.
Seria o branco da folha,
luz que parece objeto?
Quem sabe o cheiro do preto,
que cai ali como um resto?
Ou seria que os insetos
descobriram parentesco
com as letras do alfabeto?

Adminimistero

Quando il mistero verrà,
mi troverà che sto dormendo,
per metà affacciato sul sabato,
sulla domenica, l’altra metà.
Non sia né suono né silenzio
quando il mistero aumenterà.
Il silenzio è cosa senza senso,
non cesso di esaminare.
Mistero, un che, penso,
più tempo, meno luogo.
Quando il mistero tornerà
che sia libero il mio sonno,
e nel mondo non spavento
che mi possa sostenere.

Mezzanotte, libro aperto.
Le farfalle e i moscerini
poggiati sul testo incerto.
Sarà il bianco del foglio,
luce che sembra oggetto?
Forse l’odore del nero,
che lì cade come un resto?
O magari che gli insetti
hanno trovato parentela
con le lettere dell’alfabeto?

*

Até mais

Até tu, matéria bruta,
até tu, madeira, massa e músculo,
vodka, fígado e soluço,
luz de vela, papel, carvão e nuvem,
pedra, carne de abacate, água de chuva,
unha, montanha, ferro em brasa,
até vocês sentem saudade,
queimadura de primeiro grau,
vontade de voltar pra casa?

Argila, esponja, mármore, borracha,
cimento, aço, vidro, vapor, pano e cartilagem,
tinta, cinza, casca de ovo, grão de areia,
primeiro dia de outono, a palavra primavera,
número cinco, o tapa na cara, a rima rica,
a vida nova, a idade média, a força velha,
até tu, minha cara matéria,
lembra quando a gente era apenas uma idéia?

Arrivederci

Perfino tu, materia bruta,
perfino tu, legno, massa e muscolo,
vodka, fegato e singhiozzo,
luce di candela, carta, carbone e nube,
pietra, carne di avocado, acqua di pioggia,
unghia, montagna, ferro nella brace,
perfino voi sentite nostalgia,
bruciatura di primo grado,
volete tornare a casa?

Argilla, spugna, marmo, gomma,
cemento, acciaio, vetro, vapore, panno e cartilagine,
colore, cenere, guscio d’uovo, granello di sabbia,
primo giorno d’autunno, la parola primavera,
numero cinque, il ceffone, la rima ricca,
la vita nuova, l’età media, la forza vecchia,
perfino tu, mia cara materia,
ricordi quando si era appena un’idea?

*

    Parem
eu confesso
sou poeta
cada manhã que nasce
me nasce
uma rosa na face
parem
eu confesso
sou poeta
só meu amor é meu deus
eu sou o seu profeta.

    Fermi
lo confesso
sono poeta
ogni mattino che nasce
mi nasce
una rosa in faccia
fermi
lo confesso
sono poeta
solo il mio amore è il mio dio
io sono il suo profeta.

*

Verdura

de repente
me lembro do verde
da cor verde
a mais verde que existe
a cor mais alegre
a cor mais triste
o verde que vestes
o verde que vestiste
o dia em que eu te vi
o dia em que me viste

de repente
vendi meus filhos
a uma família americana
eles têm carro
eles têm grana
eles têm casa
a grama é bacana
só assim eles podem voltar
e pegar um sol em Copacabana

Verdura

d’improvviso
ricordo quel verde
molto verde
il più verde che esiste
il colore più allegro
il colore più triste
il verde che vesti
il verde che vestisti
il giorno che t’ho visto
il giorno che m’hai visto

d’improvviso
ho venduto i miei figli
a una famiglia americana
che hanno l’auto
che hanno la grana
che hanno la casa
un’erba fica e una fontana
solo così potranno tornare
e prendere il sole a Copacabana

*

Iceberg

Uma poesia ártica,
claro, é isso que desejo.
Uma prática pálida,
três versos de gelo.
Uma frase-superfície
onde vida-frase alguma
não seja mais possível.
Frase, não. Nenhuma,
Uma lira nula,
reduzida ao puro mínimo,
um piscar do espírito,
a única coisa única.
Mas falo. E, ao falar, provoco
nuvens de equívocos
(ou enxame de monólogos?).
Sim, inverno, estamos vivos.

Iceberg

Una poesia artica,
chiaro, è quel che voglio.
Una pratica pallida,
tre versi di gelo.
Una frase-superficie
dove vita-frase alcuna
non sia più possibile.
Frase, no. Nessuna,
Una lira nulla,
ridotta al puro minimo,
un lampeggiare di spirito,
l’unica cosa unica.
Ma parlo. E, parlando, provoco
nuvole di equivoci
(o sciame di monologhi?).
Sì, inverno, siamo vivi.

*

ver
é dor
ouvir
é dor
ter
é dor
perder
é dor

só doer
não é dor
delícia
de experimentador

vedere
è dolore
sentire
è dolore
avere
è dolore
perdere
è dolore

solo dolere
non è dolore
delizia
dello sperimentatore

*

Sem budismo

Poema que é bom
acaba zero a zero.
Acaba com.
Não como eu quero.
Começa sem.
Com, digamos, certo verso,
veneno de letra,
bolero. Ou menos.
Tira daqui, bota dali,
um lugar, não caminho.
Prossegue de si.
Seguro morreu de velho,
e sozinho.

Senza buddismo

Una buona poesia
finisce zero a zero.
Finisce con.
Non come voglio io.
Comincia senza.
Con, diciamo, certi versi,
veleno di lettera,
bolero. O meno.
Togli qui, metti lì,
un luogo, non sentiero.
Prosegue da sé.
Di certo è morta vecchia,
e sola.

*

quando eu tiver setenta anos então
vai acabar esta adolescência

vou largar da vida louca
e terminar minha livre docência

vou fazer o que meu pai quer
começar a vida com passo perfeito

vou fazer o que minha mãe deseja
aproveitar as oportunidades
de virar um pilar da sociedade
e terminar meu curso de direito

então ver tudo em sã consciência
quando acabar esta adolescência

quando avrò settant’anni allora
finirà questa adolescenza

abbandonerò la vita matta
e terminerò la mia libera docenza

farò quello che vuole mio padre
comincerò la vita a passo perfetto

farà quel che vuole mia madre
approfittare delle opportunità
diventare un pilastro della società
e terminare i miei studi di diritto

allora vedrò tutto in sana coscienza
quando finirà quest’adolescenza

*

Amor

Amor, então,
também, acaba?
Não, que eu saiba.
O que eu sei
é que se transforma
numa matéria-prima
que a vida se encarrega
de transformar em raiva.
Ou em rima.

Amore

Allora, l’amore,
anche, finisce?
No, ch’io sappia.
Quello che so
è che si trasforma
in materia prima
che la vita s’incarica
di trasformare in rabbia.
O in rima.

*

Paulo Leminski nasce a Curitiba, Paraná, il 26 agosto 1944. Professore, scrittore, poeta, traduttore (parlava sei lingue straniere), cintura nera di judo, autore di testi per canzoni (Verdura, musicata da Caetano Veloso). Nel 1964 pubblica i primi testi sulla rivista Invenção, organo dei concretisti di São Paulo. Si sposa nel 1968 con la poetessa Alice Ruiz, dalla quale avrà due figli: Miguel Ângelo, morto di linfoma a 10 anni, Áurea Alice ed Estrela. Dal 1970 al 1989 lavora come pubblicitario. Nel 1975 pubblica il romanzo sperimentale Catatau. In questo periodo, traduce opere di James Joyce, John Lennon, Samuel Beckett, Alfred Jarry, fra gli altri, e collabora con il supplemento O folhetim del quotidiano Folha de São Paulo e con la rivista Veja. Leminski è stato uno studioso di lingua e letteratura giapponese ed ha pubblicato, nel 1983, una Biografia de Bashô. Muore il 7 giugno 1989 di cirrosi epatica.

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14 commenti su “Paulo Leminski, L’inutensìle, I marginali brasiliani 1

  1. non conoscevo questo poeta. folgorante, geniale. quanto da imparare da questo spirito indio sorgivo, di giungla e natura, una lingua nuova che non a caso emerge da un continente ancora incontaminato dalla nostra cultura occidentale alla deriva. la poesia come senso della vita, assoluta ribellione contro ogni lucro, pura libertà e piacere. un’etica sottile e sapiente è pure dichiarata, che impone di permettere a tutti gli umani questa libertà, per godere dei doni vitali, semplici ed essenziali.
    non finirò di ringraziarti, Massimiliano, per questo bellissimo squarcio.
    puoi dirci se Toda poesia sarà tradotto(magari da te) in italiano? la prenoto già da ora, nel caso.
    annamaria ferramosca

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  2. pardon, leggo ora nell’altro post che sarai tu, Massimiliano, a tradurre. confermo la prenotazione, un saluto caro,
    annamaria

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  3. tu traduci! sono sicura che saremo in molti a prenotare e diffondere(l’ho appena fatto su fb).l’editore si farà avanti di sicuro.

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  4. Carla
    02/02/2015

    una iniezione di endorfine allo stato puro
    un bel respiro, questa lettura *brasiliana*
    più si traduce, più ci si affina…

    grazie!

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  5. ninoiacovella
    02/02/2015

    Anche per gli altri componenti della redazione il contributo di Damaggio è illuminante.
    Ci apre il campo negli altri “mondi” e modi del fare poesia.
    Ci aiuta ad uscire dal nostro guscio provinciale.
    N.I.

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  6. guidoq
    02/02/2015

    È un peccato, davvero, che non sia stato già tradotto. Per fortuna almeno qualcosa si più leggere qui. Grazie.

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  7. amara
    03/02/2015

    certo che è una lingua con suoni così speciali che a tradurla si perdono.. ed è questo il bello.. leggere la traduzione e tornare a rileggere l’originale, sapendo

    parole che sono sempre musica, ma non una musica generica.. ‘quella’ musica..

    c’è un senso della vita e delle cose che avevo scoperto nei ‘re’ della bossanova e che mi ha sempre affascinato per la naturalezza di portare il dolore, di saperne fare bellezza e per il saper congiungere ogni aspetto della vita umana con ciò che è natura e mistero.. il tutto con una leggerezza amara, che tanto sento affne..

    una bellissimo incontro di cui sono grata..

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  8. guidoq
    04/02/2015

    Grazie. Questo poeta è davvero un gigante.

    Liked by 1 persona

  9. almerighi
    09/02/2015

    Ah! una miniera di poesia questa.

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  10. Raffaele Guida
    10/02/2015

    Non conoscevo questo poeta. Per una serie di elementi mi ricorda qualcosa di Prevert. Complimenti.

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  11. ninoiacovella
    01/05/2015

    Una bella sinergia.
    Grazie
    Nino

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  12. Pingback: I marginali brasiliani, Intro | perìgeion

  13. Pingback: Contronarciso - Roma Sapiens

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