perìgeion

un atto di poesia

I marginali brasiliani, Intro

26 poetas hoje

 

Oggi la parola “ciclostilato” ha un sapore quasi antico, e di certo non dice niente a molti. “Il ciclostile, o duplicatore stencil (o anche mimeografo, raro in lingua italiana) è un sistema di stampa meccanico oramai obsoleto, utilizzato per circa un secolo in passato, per produrre stampe di bassa qualità in piccola tiratura a costi estremamente contenuti, se paragonati con quelli della stampa industriale”, (Wikipedia).

I poeti “marginali” brasiliani degli anni ’70 fecero un grande uso del ciclostile – più per necessità che non per libera scelta. Anche molti nostri poeti della stessa epoca lo fecero, ma per libera scelta. Roberto Roversi a un certo punto, e coerentemente con la sua visione politica delle cose, decise di non affidarsi più alle grandi sigle editoriali e di autoprodursi tramite, appunto, il ciclostile.

In Brasile, dal 1964 al 1985 ci fu un duro regime militare, sanguinario nel periodo ’68-’74 sotto Garrastazu Médici – che coincide con l’esordio di alcuni poeti, che qui presento. Fu una necessità, ricorrere al ciclostilato, e quindi diventare “marginali” della cultura ufficiale? La parola in poesia – questo comunicarsi pagano – è sempre in un modo o nell’altro politica perché, se usata e non giocata, tenta uno scardinamento del linguaggio comune standardizzato, assuefatto – ed è rivoluzionaria. Non mi stancherò mai di portare ad esempio la “neolingua” di “1984” di Orwell – che secondo me è la cosa più interessante di tutto il libro: una progressiva diminuzione ed eliminazione dei lemmi, e la loro seguente scomparsa dal vocabolario, implica una banalizzazione del pensiero, un suo indebolimento, ma soprattutto la morte a tutto tondo di ciò che la parola significa: se non conosco la parola “resistenza”, la resistenza semplicemente non esiste. E non conosco la modalità per comunicare agli altri questa mia esigenza. E tutto rimane così com’è.

Qualcosa di rivoluzionario in questi poeti c’è – il linguaggio. Come avrebbe potuto una dittatura, ad esempio, sopportare lo scardinamento di ciò che va bene così com’è? Ne è stato esempio il Tropicalismo di Gil, Veloso, Neto ed altri che, lontani dall’essere un movimento politico, furono aspramente osteggiati anche dagli studenti di sinistra. Una visione libera delle cose, e la sua comunicazione con la parola, è rivoluzionaria.

Così, il linguaggio è rivoluzionario o, per usare una parola cara a Leminski, ribelle, come lo sono stati a modo loro i poeti marginali: “resuscitando” Oswald de Andrade (bisognerebbe aprire un lungo capitolo per capirne l’importanza per tutta la cultura brasiliana del ‘900); essendo “post-concreti” (Augusto e Haroldo de Campos, Décio Pignatari); facendo dello slang un atto letterario; mescolandosi con la musica popolare (Torquato Neto su tutti). In questi poeti è confluito di tutto e il loro (unico?) profondo legame con la storia letteraria brasiliana mi sembra essere, come sempre per questo Paese, la più “assoluta libertà nella maggiore creatività” modernista – il proseguimento della distruzione dei dogmi, la rottura degli schemi. Ma con l’allegria propria del vivere.

Parlare di questi poeti a chi non ha una seppur parziale conoscenza della storia della poesia in Brasile non è facile. Non lo è perché i rimandi ad altro e altri sono continui, poiché la letteratura moderna nel paese più vasto dell’America latina è un’evoluzione continua, dal ’22 (lo scandalo modernista) in modo fluido e consequenziale ma, qui sta la sorpresa, con l’inevitabile rottura di qualsiasi schema (anche) appena passato. Tutto parte dal Modernismo – uno dei capitoli culturali in assoluto più affascinanti della cultura mondiale del ‘900 – e prosegue fra nomi, momenti, movimenti come la poesia concreta – che riguarda da vicino (anche per motivi temporali) i poeti marginali, gli stessi tropicalisti, il Cinema novo, le arti figurative.

 

Oiticica

 

Ho citato subito Oswald de Andrade perché l’epigramma ironico, il gusto per il prosastico “lampo”, la blague sono tipici oswaldiani. Tuttavia più che la particolarità di scrittura, è oswaldiana, ma forse brasiliana?, quella capacità di far confluire in poesia il mondo intero nelle sue minime sfaccettature, di modo che dramma e commedia vadano a braccetto, e che la poesia “alta” si coniughi anche in una bottiglia di birra. E ancora – forse più che “brasiliano”, questo modo di fare arte è poesia è a tutti gli effetti “antropofagico” e quindi – si chiude il cerchio – oswaldiano, e brasiliano.

Oswald definiva la cultura brasiliana come la “più arretrata del mondo” e così, come reazione, nel suo “Manifesto antropofago” sviluppa ed esplicita la metafora del divoratore, invertendo l’ordine di importazione (culturale) per “assimilare in termini brasiliani l’esperienza straniera e ricrearla con qualità locali imprescindibili, che darebbero al prodotto finale un carattere autonomo e la possibilità di funzionare, a sua volta, in un confronto internazionale come prodotto d’esportazione” (Haroldo de Campos). La scena degli indios caetés che mangiano Pero Fernandes Sardinha – primo vescovo del Brasile nel 1551 – passa a simboleggiare, nel manifesto oswaldiano, la nascita della cultura brasiliana.

Antropofagia non come semplice cibo ma come assimilazione – e rielaborazione – di qualità e caratteristiche positive del divorato. Lo stesso fanno i concretisti e, soprattutto, coevi dei “marginali”, i tropicalisti. Forse il Tropicalismo, fatte le debite differenze, sarà in tutto e per tutto il nipotino terribili del modernismo, nella questione di fondere sincreticamente la mpb (musica popolare brasiliana) con le novità musicali internazionali – un percorso che, però, si può ammirare nel genio di Milton Nascimento, che non fu mai in alcun modo un tropicalista ma al quale questa operazione è riuscita in modo naturale, elegante e completo, senza bisogno di alcun manifesto.

I marginali sono stati, a modo loro, “antropofagi” dei nonni modernisti, degli zii concretisti, della controcultura degli anni ’70 – ma non bisogna farsene un’idea di movimento organizzato perché si trattò di una reazione alla dittatura e, in casi sporadici, di un rifiuto della dittatura e del capitalismo. “Emarginarsi” fu necessario per alcuni, meno per altri – ma si sentiva che la libera circolazione delle idee poteva avvenire soprattutto in questo modo, e molte furono le iniziative di carattere culturale – riviste, gruppi eccetera – che ora lo fanno quasi somigliare a un ismo. Fu un movimento obbligatoriamente libero di esprimersi nel sottobosco – in tutto e per tutto simile al “samizdat” sovietico. Una cosa spontanea, senza nomi. La sua stessa definizione è opera di Heloisa Buarque de Hollanda – scrittrice, saggista, critico letterario e ricercatrice – che nel 1975 dà alle stampe l’antologia “26 poeti oggi”, dove parla di poesia marginale. Tra i 26 figurano (cliccate sul nome):

Francisco Alvim
Cacaso (Antônio Carlos de Brito)
Ana Cristina César
Chacal (Ricardo de Carvalho Duarte)
Charles Peixoto (Carlos Ronald de Carvalho)
Torquato Neto
Leila Miccolis
Zuca Sardan (Carlos Saldanha)
Roberto Schwarz.

L’antologia non includeva altri autori di importanza fondamentale per questo non movimento senza manifesto e programmi:

Nicolas Behr
I marginali di Brasilia
Paulo Leminski.

Sono questi autori che cercherò di tradurre. Dico cercherò perché alcuni di loro sono di fatto intraducibili per l’utilizzo della lingua che ne fanno dei creatori di linguaggio. In alcuni casi mi sarà necessario ricorrere ad una traduzione creativa – per provare ad adattare il testo alla nostra cultura e al nostro linguaggio, fermo restando l’intento di riprodurre in italiano il concetto originale. “Traduzione creativa” non significa solo “tradimento” dell’originale per una pretesa posa poetica del traduttore (cosa che avviene spesso, purtroppo), ma, soprattutto, il “ricreare” ciò che non è traducibile. Ma per farlo a volte bisogna essere a tal punto traditori fino a che, come diceva Borges, l’originale non sia più fedele alla traduzione.

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7 commenti su “I marginali brasiliani, Intro

  1. Antonio Devicienti
    02/02/2015

    A quale bel viaggio ci inviti, Massimiliano! Grazie.

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  2. Pingback: I marginali brasiliani 1, Paulo Leminski | perìgeion

  3. amara
    02/02/2015

    (funziona soltanto il link a Leminski)

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  4. Pingback: Ana Cristina Cesar, Una lettera d’amore, I marginali brasiliani 2 | perìgeion

  5. Pingback: Francisco Alvim, Il chiaro e lo scuro, I marginali brasiliani 3 | perìgeion

  6. Pingback: Chacal, Nella parola del corpo della parola, I marginali brasiliani 4 | perìgeion

  7. Pingback: Nicolas Behr, Acerola pazza, I marginali brasiliani 5 | perìgeion

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