perìgeion

un atto di poesia

Gianni Montieri, Avremo cura

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di Francesco Tomada

 

Prima ancora di affrontare che cosa c’è in Avremo cura, la nuova raccolta di Gianni Montieri (Zona Editrice, 2014), è bene sottolineare che c’è bisogno di libri così: sinceri, diretti, nudi nelle emozioni siano esse positive o negative, libri che danno un senso pieno al leggere poesia. E Avremo Cura lo fa, perché vive prima di tutto di un senso di necessità che traspare dalle parole e delle parole stesse fa veicolo e strumento per raccontare una umanità profonda, tanto quando lo sguardo è rivolto verso se stessi, quanto quando invece si dirige verso un mondo esterno quotidiano oppure molto lontano nello spazio e nel tempo. C’è bisogno di libri come questo perché se ne può e se ne deve parlare, discutere, dire cosa funziona e cosa eventualmente no, ma prima di tutto si tratta di una poesia che reclama e giustifica il proprio spazio: così la poesia di Gianni Montieri comincia con l’impossibilità di restarle indifferenti, è innanzitutto una poesia che si fa amare per la sua vicinanza.

Il libro si divide in due parti complementari: nella prima, quella che dà il titolo all’intera raccolta, lo sguardo dell’autore si volge alla contemporaneità e la declina nelle sue svariate forme. “Con le parole do i nomi alle cose / e dopo le so le cose” recita il primo testo ed è una sorta di manifesto programmatico che parte da Milano e incrocia le strade – o più spesso i voli e le rotaie – che portano a Venezia e anche molto più lontano. E Montieri davvero usa le parole che danno i nomi alle cose: il suo è un dettato piano, semplice verrebbe da dire se non fosse che questa semplicità è la conquista di chi non ha nulla da nascondere e nessun artificio da offrire. Accade l’opposto, invece, perché la linearità della poesia permette alle improvvise aperture di brillare di luce propria e niente altro, come “il sole, quando piomba in fondo al viale”.

Gianni Montieri non si sottrae al dovere umano, prima che sociale, di dedicare la propria scrittura a chi soffre, a chi sta peggio, e dunque racconta Marghera “diresti un posto dove non si muore” e i “ragazzini crackati” di una periferia, il dolore di Gaza e dei suoi morti innocenti ed il contrasto fra il dolore e la nostra indifferenza, “un silenzio bianco” che “non attacca”. Ma, con lo stesso fervore, non si sottrae nemmeno alla gioia, e racconta dell’amore con intensità adolescenziale ma con profondità adulta, e nell’indecisione fra “nascondermi o mostrarti / la felicità che mi attraversa” sceglie la seconda opzione, perché “a volte si è felici lo stesso, dimenticando / per un poco il resto, senza vergogna”.
La seconda sezione, (Sud) In caso di morte, si compone di una trentina di testi, quasi tutti asciutti e brevi, che portano indietro nel tempo fino all’hinterland napoletano (l’autore è nativo di Giugliano) e a quell’intreccio di solidarietà e malcostume che, visto dal Nord, compone la società meridionale. Montieri però è cresciuto in quella realtà, ne ha fatto parte e per molti aspetti ne fa ancora parte, e dunque da un lato ha il diritto di parlarne, dall’altro lo fa con un misto di affetto e distacco, di partecipazione e accusa. La partecipazione è nel “noi” implicito o esplicito che ricorre così spesso (“la morte a noi ci è sempre stata intorno / sepolta a tradimento sotto casa”; “io morivo, naturalmente / fingendo fosse sacrificio / ma se si muore è per pigrizia / per omessa volontà”); il distacco invece è nel distacco che porta ad accusare un sistema di valori sbagliato (“Eppure sarebbe stata meraviglia / con cura prendere la mira / sputare loro in mezzo agli occhi”) rispetto al quale la scelta dell’emigrare a Milano non ha portato ad una salvezza definitiva, ma soltanto a “uno scampo temporaneo alla morte / una pausa, una presa in giro.” Anche in questa sezione spiccano poi alcune gemme assolute di bellezza quasi raggelante (“Le vecchie sedute fuori dai cortili /…/ tessevano ricami delicati, uncinetti / uccidevano una donna in tre parole”) e la tenerezza dolceamara delle parole dedicate ai genitori, dove si confondono l’affetto e il pudore di un uomo di quarant’anni che sceglie la poesia per dimostrare un affetto che – verrebbe da dire – in altri momenti sa di non esprimere come dovrebbe.

C’è bisogno dunque di libri come questo, dicevo all’inizio, perché riappacificano con la poesia, perché hanno prima di tutto la dote preziosa e insostituibile della sincerità e della verità. E perché nel raccontare di un’umanità spesso fragile, lo fanno senza paura e in questo modo rinforzano quella stessa umanità, la attualizzano e le danno solidità, radicandola qui, oggi, adesso, in questo momento in cui “le gocce d’acqua che sbattono contro / la morte, mai stata così lontana”.

Gianni Montieri, Avremo cura, Zona Editrice, 2014

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5 commenti su “Gianni Montieri, Avremo cura

  1. guidoq
    04/02/2015

    Non ho ancora letto il libro. Ora so che lo farò. Al più presto.

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  2. almerighi
    04/02/2015

    Non ho letto il libro, in realtà non ero al corrente nemmeno della sua esistenza. Ricordo Gianni Montieri, alias lemieparole, in un paio di siti di scrittura che comunemente frequentavamo, poi l’ho perso un po’ di vista. Almeno all’epoca era una buona penna, Cercherò di documentarmi.

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  3. gianni montieri
    09/02/2015

    Volevo ringraziare, e mi scuso per il ritardo, anche qui Francesco Tomada per aver saputo trovare il cuore di questo libro.
    Ringrazio anche chi ha letto e commentato e la redazione alla quale rinnovo il mio in bocca al lupo.

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  4. iole
    10/02/2015

    *C’è bisogno dunque di libri come questo, dicevo all’inizio, perché riappacificano con la poesia—*

    da solo questo passaggio è sufficiente a desiderare di aprire quel libro.

    grazie.

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  5. francescotomada
    13/02/2015

    Iole, sono convinto di quello che ho scritto.
    Grazie a tutti, e a Gianni in particolare per questo suo bellissimo lavoro.

    Francesco

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Questa voce è stata pubblicata il 04/02/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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