perìgeion

un atto di poesia

I Morti di Alos, un cortometraggio di Daniele Atzeni

locandina per web

                                                                                                                                                                                                                                            di Christian Tito

Trailer a questo link ( o clicca sulla foto )

https://www.youtube.com/user/ArajTV

Sono molto felice di inaugurare i miei articoli per Perìgeion dando spazio a un cineasta di grandissimo valore.

Ho conosciuto Daniele Atzeni in occasione della XV edizione di Cinemambiente dove, per mia fortuna, vennero presentati insieme un mio lavoro sull’Ilva, il suo “ I morti di Alos” e l’intimo e toccante “Breathtaking” della canadese Kathleen Mullen. Tutti corti e medio metraggi incentrati sugli effetti nefasti delle fabbriche sugli uomini. Ma “I morti di Alos” di Atzeni mi colpì profondamente. Confesso che non avevo mai sentito parlare di “mockumentary” o falso documentario, ossia di un genere di cinema nel quale degli eventi fittizi vengono presentati come reali. I morti di Alos appartiene proprio a questo genere e, mi pare di poter dire, che sia stato costruito ad arte dal regista (come poi scoprirò anche da alcuni suoi precedenti lavori) per mettere in risalto le contraddizioni esistenti in quei luoghi dove l’illusione della modernità ha dapprima esaltato le speranze e le aspettative delle persone e, poi, deturpato i territori in cui esse erano inserite; dove la vita era certo più povera e faticosa, ma, indubbiamente, più umana, poetica e in armonia con natura e ambiente. La storia narrata ne “I morti di Alos” è infatti incentrata sulle memorie di Antonio Gairo, unico sopravvissuto a una terribile sciagura che nel 1964 colpì Alos, paesino in collina nel centro della Sardegna, ridotto ormai a tetro luogo abitato solo da fantasmi. Il film si dipana dunque su due piani nei quali la voce di Gairo, il “matto” del paese, unico sopravvissuto, ci accompagna magistralmente tra gli spettri del presente e la vita della comunità prima della misteriosa tragedia che, in una sola notte, causò la morte di tutti gli abitanti. Il regista, che è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, affida dunque alla straordinaria voce in lingua sarda (Giovanni Carroni) il compito di restituire testimonianza di quanto è accaduto .

Come spesso è capitato nell’arte, non credo sia un caso che Atzeni (appassionato di letteratura e atmosfere gotiche in parte trasferite nel film) scelga le memorie di colui che dagli altri viene percepito come folle finendo i suoi giorni, dopo la disgrazia, internato in manicomio tra elettroshock e disperazione. Devo dire che quando ho assistito al finale di questo piccolo capolavoro ho ritenuto che sia uno dei più potenti che io ricordi in tutto il cinema da me visto e l’idea che a realizzarlo sia stato un regista nativo di Iglesias, ossia della zona più povera e tra le più maltrattate d’Europa, quasi mi commuove. Bello pensare che esistano artisti che usano il loro talento per dare voce agli ultimi. Bello pensare che forse non sia un caso che nascano in certi luoghi particolarmente “offesi”, anzi: che, probabilmente, il fatto di essere nati in zone come quelle strutturi la loro sensibilità per organizzarne in qualche modo una difesa o almeno per restituirne dignità e memoria in una società sempre più disumana. Eppure… Eppure Atzeni, anche se tra mille difficoltà e scarsità di risorse stanziate a supporto di progetti così audaci, non ha nulla a che vedere con il cinema spesso provinciale e mediocre della nostra penisola. Sono certo che egli può ambire a inserirsi in un panorama di alto livello internazionale dove la sua può farsi voce e riflessione universale. La conferma di questo mi arriva quando, nella sera di premiazione (che, mi dispiace dirlo, sembrò davvero altra cosa rispetto alla bellissima programmazione dei giorni precedenti di un festival fino ad allora di altissima qualità), il suo lavoro non riceve nessun premio ufficiale né alcuna segnalazione. Ricordo che, seduto a fianco a Daniele, prima di andare via gli dissi che avrei sperato vincesse lui perché, per me, il suo film breve era il più riuscito sotto ogni aspetto.

Poco male: il suo paese fantasma di lì a poco avrebbe girato il mondo facendo incetta di premi prestigiosi e, qualche mese prima rispetto a Cinemambiente 2012, aveva rappresentato l’Italia in quello che è considerato il più importante festival del cortometraggio internazionale essendo l’unico film nostrano in concorso a Clermont-Ferrand.

Auguro a Daniele Atzeni una cosa semplice: riuscire a portare avanti il suo prezioso lavoro e, soprattutto, gli auguro tanta fortuna perché è ora che chi la merita la riceva. Se questo nostro Paese (che fantasma dice di non essere) non è in grado di garantirlo, che lo facciano allora quelli evidentemente più sani e giusti.

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La biofilmografia di Daniele Atzeni e molte altre notizie riguardanti “I morti di Alos” potete trovarle sul link di Cinemaitaliano. 

Chi fosse interessato a vedere online i suoi primi due lavori può farlo a questi link:
Racconti dal sottosuolo
La leggenda dei santi pescatori

Per contatti con Daniele e la sua casa di produzione scrivere a: info@arajfilm.it

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14 commenti su “I Morti di Alos, un cortometraggio di Daniele Atzeni

  1. tramedipensieri
    08/02/2015

    Grazie per questo post. Non conoscevo Atzeni….guarderò senz’altro i link consigliati.

    .marta

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  2. almerighi
    09/02/2015

    Ho un amico, Francesco Minarini, che da decenni produce corti, in alcune occasioni gli ho dato una mano per le sceneggiature, in un’altra vi ho preso parte recitando una particina da cattivo. La caratteristica di un cortometraggio è la terribile difficoltà di riuscire a “mettere” tutto quanto si vuol dire o raccontare nello spazio temporale limitato e massimo di meno di mezz’ora, generalmente con mezzi limitatissimi sotto ogni punto di vista. Guarderò col massimo interesse i lavori di Atzeni che, a giudicare dal tenore dell’articolo promettono benissimo. Grazie!

    Liked by 3 people

  3. christiantito
    09/02/2015

    Grazie a lei. E’ vero: lo spazio stretto del corto impone delle difficoltà , ma anche la possibilità di condensare al massimo livello contenuti e senso, dunque intensità. Atzeni questo lo fa magistralmente, secondo me , sempre, ma soprattutto in questo suo ultimo lavoro proposto . Qui è possibile vedere solo il trailer, poichè la versione integrale non è presente in rete, ma è possibile arrivarci mettendosi in contatto con la casa di produzione del regista.
    Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che il corto sta al lungometraggio come la poesia alla prosa. Tendenzialmente lo credo anch’io, anche se, non raramente, mi trovo felicemente sorpreso a constatare l’esatto contrario sia nel cinema che nella letteratura. Saluti e cordialità.

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  4. amara
    09/02/2015

    ho potuto, fino ad ora, guardare solo il trailer.. è molto accattivante, ma mi pare di capire che non sia reperibile l’intero corto..
    appena possibile guarderò gli altri due.. è un genere che mi piace molto
    richiede una grande abilità..

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  5. marco ercolani
    09/02/2015

    Christian, grazie.
    La tua descrizione de ” I morti di Alos” è intrigante. Pur amando il cinema, non conoscevo Daniele Atzeni (il cui nome evoca quello di uno scrittore per me fondamentale come Sergio Atzeni). Il mockumentary è una forma ardita e, per me, speciale. Ricordo “Forgotten Silver” di Peter Jackson, magnifico, sulla vita di un regista fittizio della Hollywood degli anni del muto.
    Andrò a vedere nel web.
    Ciao. Marco

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    • christiantito
      10/02/2015

      Marco , grazie a te,
      non ho dubbi che questo lavoro possa interessarti. Mi fa piacere mettere in relazione persone di talento e spessore come voi. Ciao carissimo

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  6. ninoiacovella
    09/02/2015

    “l’illusione della modernità ha dapprima esaltato le speranze e le aspettative delle persone e, poi, deturpato i territori in cui esse erano inserite; dove la vita era certo più povera e faticosa, ma, indubbiamente, più umana, poetica e in armonia con natura e ambiente.” Dalle tue parole, caro Christian, vi è la sintesi della condizione sarda. La conosco abbastanza bene visto che ho una moglie dell’isola. Ho visto il trailer e un altro stralcio del film. Nel decoupage di immagini vi è la presenza di filmati d’annata sul mondo agropastorale contrapposta alla freddezza degli impianti industriali delle politiche di sviluppo industriale degli anni ’70.
    Tutto il film è costruito su una sola voce (sarda) narrante, un borgo abbandonato e ritagli di vecchi filmati. Senza attori. Basato su una idea. Questa è la forza dell’immaginazione dell’autore. La sua poesia viscerale.

    P.s. A me fa pensare molto alla raffineria di Sarroch…

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    • christiantito
      10/02/2015

      Lo vedremo insieme a casa mia Nino, insieme alla sarda moglie isolana. Salutamela 😉

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      • ninoiacovella
        13/02/2015

        Grande Titu’

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  7. Vito Paradiso
    10/02/2015

    Christian, ho letto il tuo appassionato articolo e spero di vedere I morti di Alos al più presto. Ti ringrazio per l’impegno civile.

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  8. anna
    16/02/2015

    Ho cercato di riflettere su questo genere cinematografico che non conoscevo e che, in questo notevole esempio, mi è sembrato portatore di un’idea suggestiva. Le notizie in tempo reale e globale, 24 ore su 24, la confusività tra un video di spettacolo e un video di realtà , tutti inseriti nella medesima playlist, non producono informazione, né consentono sintesi; questo documentare un tempo ed uno spazio, forzando il reale e inserendo in esso una finzione paradossalmente più vera e sintetica, consente forse di sviluppare più informazione e produrre maggiore comprensione. Così come l’accostamento della poesia di Luigi di Ruscio al dramma dell’Ilva di Taranto non solo arricchisce il film di Christian Tito, ma aiuta a produrre sintesi e significato.
    Cercherò il modo per guardare l’intero corto di Atzeni.
    Grazie

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  9. christiantito
    21/02/2015

    Grazie a te Anna per il passaggio e le interessantissime riflessioni che condivido. E grazie anche per avere citato il mio lavoro. Un caro saluto. Christian

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  10. Pingback: MADRE ACQUA. Frammenti di vita di Sergio Atzeni. | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 08/02/2015 da in cinema, recensioni con tag , , , .
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