perìgeion

un atto di poesia

La Porta è aperta, Come non essere schiavi della tecnologia e rifiutare l’artificio

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 A cura di Christian Tito

Desidero ringraziare profondamente Rosemary Liedl che, con un atto di grande fiducia di cui siamo molto onorati, ha affidato a Perìgeion una grande quantità di preziosi contributi del suo amato marito Leo Paolazzi che non fu solo l’Antonio Porta poeta che conosciamo, ma fu anche, se non soprattutto, un uomo straordinariamente curioso e generoso che ha speso l’ intera sua vita per l’arte e la bellezza in tutte le sue sfaccettature; che ha sempre dialogato con i grandi artisti, ma, anche, come testimoniato dalla stessa Rose, con giovani autori meno conosciuti. Oggi, tramite lei, Antonio, idealmente, continua a consegnarsi con fiducia a chi prima che sul nome fa affidamento sulla onestà e la passione.

A cadenza variabile cercheremo di dare spazio soprattutto a contributi ingiustamente dimenticati o addirittura inediti.

Comincio proponendo questa intervista, incontro, scambio, col fotografo Fabrizio Ferri apparsa nel 1986 in “La Gola” che dimostra, a mio avviso, due cose: le intuizioni anticipatorie dei grandi artisti; e che, quando questi si incontrano, finiscono col congedarsi gli uni dagli altri con qualcosa in più tra le loro risorse che non sarebbe apparsa , o di cui non avrebbero neanche avuto percezione, se quell’incontro non fosse avvenuto.

 

Come non essere schiavi della tecnologia e rifiutare l’artificio
Antonio Porta in La Gola n°39, gennaio 1986, pag.7

L’occhio di un fotografo

Quando ho visto Fabrizio Ferri al lavoro la mia istantanea impressione fu che la macchina fotografica fosse per lui uno strumento accessorio, quasi una fastidiosa escrescenza dell’occhio di cui avrebbe voluto, se possibile, liberarsi. La fotografia avveniva in qualche altro punto o luogo, autonomo rispetto alla macchina. Così gli ho chiesto a bruciapelo, provocando: «Scommetto che il tuo ideale sarebbe fotografare senza macchina». «È così, rispose felice, come hai fatto a capirlo?».

Da questa «provocazione» è nato il desiderio di parlare di come Fabrizio fa una fotografia. Ha le idee molto chiare e un programma preciso, assoluto, che parte da un assioma: «La foto deve esistere anche se non la si fa». Dunque la foto ha luogo nella mente di chi ha intenzione di farla, dunque il rapporto tra chi fotografa e il soggetto deve essere molto stretto, intimo ed è determinato dal rapporto di distanza e avvicinamento che il fotografo crea, ma anche dalla luce.

«Il primo problema che ho cercato di risolvere è stato quello della luce, dice Fabrizio, così ho costruito questo studio, un immenso padiglione a vetri, in grado di restituirmi la luce naturale del momento in cui opero. Insomma io lavoro sempre con la luce del giorno. Anche oggi ho lavorato così, che non c’era luce, a sentire gli altri. lo l’ho fatto. Io devo misurare, cogliere la luce che viene da dentro il soggetto non quella che gli s!a fuori. Quindi mai luci artificiali. E il primo passo per eliminare la meccanicità della fotografia».

Fabrizio Ferri è un fotografo della moda e lavora con le cosiddette mannequin. «Ecco, dice, mannequin, come manichino. Subito dopo il problema della luce ho affrontato quello della modella. Un giorno mi sono accorto che una modella è prima di tutto e direi soltanto una donna, spesso una donna straordinaria, che tutto l’apparato artificiale delle foto di moda trasforma in un manichino senza vita. Dunque se io voglio catturare la luce che viene da dentro il soggetto devo prima cercare di svelare il soggetto, liberarlo dalla maschera professionale. Così comincio a fare dei ritratti, con il negativo polaroid. Ne ho già una serie e un giorno ne farò un libro. lo non fotografo un vestito, fotografo una persona vestita in un certo modo, che dà vita al vestito. Una donna che si apre alla luce del giorno».

Torniamo un momento allo strumento, la macchina. Gli chiedo quale usa. «Lo strumento più neutro possibile, poco utilizzato, tra l’altro, una Pentax 6 x 7, 105 mm, con una pellicola da 10 scatti soltanto. Hai visto che uso due macchine identiche. Niente scatti a ripetizione, casuali. La foto la faccio io, quindi devo pensarla, e ho bisogno di pause. Una foto non va mai cercata attraverso l’obbiettivo, ma con l’occhio».

Gli chiedo che margine di imponderabilità c’è nella sua opera, quanto sfugge al calcolo, ben sapendo che questo suo metodo, o «poetica», deve lasciare un margine all’azzardo, all’avventura, che è propria di ogni opera d’arte in qualsiasi campo. Si sa come si parte ma non si può sapere dove si va a finire. «La fotografia, risponde, è frutto anche del caso, o meglio di ciò che percepisco e colgo nel gioco dei mutamenti istantanei. Per esempio la luce che varia o quello che mi suggerisce il mio rapporto con il soggetto nell’istante in cui vedo la foto e che non potevo avere premeditato fino in fondo». Il suo è un metodo che ha molto affinità con la ricerca letteraria: che affronta il linguaggio per scoprire che cosa succede nell’istante in cui si fissa. «Quello che succede in quel preciso momento solo io posso saperlo».

Ma Fabrizio Ferri non lavora soltanto nel grande studio a luce naturale, lavora anche nel «limbo». Il «limbo» è come un palcoscenico con la scenografia incorporata, che consiste in uno spazio candido e curvo, profondo otto metri, largo circa venti, alto circa dieci. Questo spazio è la negazione del ritratto, l’opposto di quella misura naturale che Fabrizio usa nello studio. Il «limbo» serve per annullare il peso, liberare il corpo dai suoi impacci e costringerlo a mutarsi in «stato onirico». Il «limbo» è uno «spazio psicoanalitico».

«A che cosa ti serve il limbo?», «Il limbo è uno spazio magico dove si può fotografare l’abito da sola, come sospeso nell’aria. Non sempre gli abiti devono essere fotografati sulla persona. A volte vanno isolati. Allora uso il limbo. Però il limbo può servirmi a scoprire certi stati d’animo che solo in quello spazio assoluto possono liberarsi».

Domando: «Il tuo metodo di lavoro che va contro l’artificio, contro la convenzione della donna-oggetto della moda, la luce prefabbricata dei riflettori, che va contro quello che sembra essere oggi la tendenza all’annullamento della persona, del soggetto, dentro il sistema, appunto della moda, non ti ha precluso la via di un grande successo. Che cosa pensi del successo?». «Penso che il successo fa bene», risponde, «e poi il successo lo devo anche a chi ha dato fiducia al mio metodo e mi ha permesso di svilupparlo fino in fondo»: «Credo», aggiungo io, «che ciò che non vale può anche avere successo, ma non è detto che ciò che vale non debba avere successo. È stupido credere che ciò che ha successo non vale». Voglio dire, con questo, che uno può anche permettersi di essere quello che vuole e perseguire un suo obbiettivo al di fuori dei valori precostituiti dal mercato eppure non essere espulso dall’esistente, che ha molti più spazi e strade di quante non ne immaginino i censori di turno. Se è vero che la moda è artificio è anche vero che può essere invenzione, frutto di intuizioni, come l’arte. Ora, quello che mi preme sottolineare, è che anche nel caso di Fabrizio Ferri, come per ogni artista, la «poetica», ovvero il progetto, ha un’importanza fondamentale.

Fotografare con la mente, questo è il programma. Torniamo a parlare dell’idea di fotografare senza macchina e guardiamo insieme un libro americano, Photograph without camera, art the photogram di Norman S. Wemberger. Si tratta di fotografie soltanto mentali oppure entra in gioco la forza predominante delle reazioni chimiche? Siamo più vicini all’informale o alla determinante dalla percezione? Parliamo di August Strindberg che faceva esperimenti di fotografia senza macchina verso la fine del secolo scorso. Esponeva le lastre alla notte e aspettava che la luce del corso delle stelle le impressionasse.

Le chiamava «celestografie». In esse la fusione tra intenzionalità e materia era eccezionale, ma forse prevaleva l’idea della naturalità assoluta, come corrispondenza tra tutte le parti del cosmo.

Fabrizio Ferri è felice di questi discorsi. Sente in essi qualcosa di affine al suo concetto di «naturalità». Uno spazio dove la vita si rivela e la mente riesce a tracciarne il profilo, a sondarne lo spessore. «Quando vengono da me dei ragazzi che vogliono fare i fotografi io gli chiedo qual è la molla che li spinge. Alcuni mi rispondono con un gran sorriso: ‘L’amore per la fotografia’. No, non ci siamo. Non ci si può innamorare della fotografia. Di una donna sì. Infatti preferisco quelli che mi dicono che vogliono fare i fotografi perché amano le donne e ci vogliono andare a letto…». Così ci salutiamo.

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6 commenti su “La Porta è aperta, Come non essere schiavi della tecnologia e rifiutare l’artificio

  1. giadep
    14/02/2015

    Mi accomodo, e leggo. Ringraziante voi e Rosemary. E Porta, “poeta innamorato”. Saluti, Giampaolo

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  2. leopoldo attolico
    14/02/2015

    L'”umano” che legittima l’autentica creatività . La testimonianza è preziosa e ci fa riflettere .
    Grazie

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  3. francescotomada
    14/02/2015

    Grazie di questo primo contributo, e di tutto il tuo lavoro.

    Francesco

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  4. Rosemary
    14/02/2015

    Sì è vero, è l’amore nella passione del fare, attraverso un mezzo, per esprimersi, nella parola e nel guardarsi guardare l’altro da sé. Ed è questo il messaggio da dare a chi chiede: “come si fa?”. Si agisce, ci si immerge nel fare, come io amo immergermi in voi che sapere prendere il testimone che vi porgo a voi giovani che guardate al nuovo futuro, al divenire. Lo scoppio della luce, diceva Antonio. E anche: faceva meglio di me…

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  5. ninoiacovella
    15/02/2015

    Ancora una volta mi colpisce la poetica di un fotografo artistico.
    Dopo Giacomelli, grazie ad Antonio Porta, qui trovo Fabrizio Ferri. Questa “porta aperta” è un tesoro. Grazie a Rosemary e a Christian.
    Nino

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  6. marco ercolani
    15/02/2015

    Grazie veramente. Ritrovare la parola di Antonio, la sua luce sempre ardente, è una gioia.

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Questa voce è stata pubblicata il 14/02/2015 da in incontri alla fine del mondo con tag , , , , , .
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