perìgeion

un atto di poesia

Marco Antonio Campos, A fior di splendida cicatrice

Marco Antonio Campos

presentato e tradotto da Emilio Coco

Spoglie di ogni inutile retorica, le poesie di Marco Antonio Campos, arrivano direttamente al lettore perché, come annota giustamente Evodio Escalante, “sembrano sorgere da una conversazione all’orecchio di un amico fidato. Sdegnoso delle sperimentazioni avanguardistiche, il poeta opta per una poesia dove pensiero e sentimento, lucidità e nostalgia si percepiscono a fior di pelle, o meglio ancora, a fior di splendida cicatrice”.

Personalità complessa, con attitudini molteplici e un’ampia curiosità che lo porta a scandagliare con uguale successo i vari campi della letteratura, dalla critica alla saggistica, dall’aforisma alla traduzione, dalla narrativa alla poesia in versi e in prosa, Marco Antonio Campos occupa nelle lettere messicane di oggi un posto di tutto rispetto e chiaramente identificabile.

Un’immaginazione calda e perfino accesa, libera e talora felicemente anarchica nei propri movimenti inventivi quella del Nostro che ci consegna nei suoi testi perfettamente conclusi tutto il carico vario e scavato della sua esperienza di uomo, di letterato e di instancabile viaggiatore, tutta la trama dei moti dello spirito, dai nostalgici ripiegamenti nel geloso cerchio delle giovanili memorie amorose e familiari alla denuncia indignata di un mondo privo di valori che raggiunge la sua acme nelle poesie dedicate al suo paese nelle quali Marco Antonio si fa spettatore amaro dell’avvilimento morale del suo amato Messico.

Insomma, attraverso la lettura di queste pagine allo stesso tempo prosastiche e intrise di lirismo, il lettore può cogliere tutti gli accadimenti e le intime commozioni di uno scrittore guidato e illuminato da una severa istanza etica, espressi con una virilità della pronuncia che non ignora gradevoli ammorbidimenti, solitarie soste contemplative e liete, anche se rapide, anche se incalzate dalla più dilatata e triste contemplazione del presente.

*

La poesía

Días claroscuros del invierno del ’68, la poesía
era gorrión que picoteaba   picoteaba la hoja y llegaba
con el invierno frío en el rostro de una joven enlutada,
la ceniza en la frente era fuga y aventura,
y yo sentía o presentía, que salvo relámpagos esporádicos,
mi vida no estaría a la altura de las olas, pero que
amaría el lúcido mar, el sol salvaje, la golondrina azul,
la poesía y el ángel, y, claro, digamos, así fue,
y la poesía surgió en mi ventana con el habla
del gorrión y me habló caligrafiándome desde
el rostro moreno y el cuerpo ondulado
de la joven enlutada, y allá, más allá, más allá
de la ribera y de casas exiguas,
que parecen a un metro de precipitarse al mar,
entreveo hoy las montañas en la niebla azul,
y escribo un poema, igual o parecido al que escribí
en aquel invierno monótono, gris, tristísimo del ‘68,
cuando el gorrión entró por la ventana a escribir
– a picotear – en mi cuaderno de papel pautado
una leve melodía que no dejo de escuchar
cuando vuelven días como los de aquel invierno
lesivo, hosco, hostil, pero que al menos dio con su gran luz
la figura melodiosa de la joven enlutada.

La poesia

Giorni chiaroscuri dell’inverno del ‘68, la poesia
era un passero che beccava la foglia e giungeva
con l’inverno freddo sul volto di una giovane in lutto,
la cenere sulla fronte era fuga e avventura,
e io sentivo o presentivo che, salvo sporadici lampi,
la mia vita non sarebbe stata all’altezza delle onde, ma che
avrei amato lo splendido mare, il sole selvaggio, la rondine azzurra,
la poesia e l’angelo, e, certo, diciamo che fu così,
e la poesia spuntò alla mia finestra col linguaggio
del passero e mi parlò calligrafandomi dal
volto bruno e dal corpo ondulato
della giovane in lutto, e là, al di là, al di là
della riva e delle case esigue,
che sembrano a un metro dal precipitare nel mare,
intravedo oggi le montagne nella nebbia azzurra,
e scrivo una poesia, uguale o simile a quella che scrissi
in quell’inverno monotono, grigio, tristissimo del ’68,
quando il passero entrò dalla finestra a scrivere
– a beccare – sul mio quaderno a righe
una lieve melodia che ascolto ancora
quando tornano giorni come in quell’inverno
lesivo, fosco, ostile, ma che almeno diede con la sua grande luce
la figura melodiosa della giovane in lutto.

*

Aquellas cartas

El ayer llega en el hoy que saluda ya el mañana.
Era fines del ‘72. Yo atravesaba en tren
Europa occidental, o caminaba por saber adónde,
un sinnúmero de calles, y en cuerpos ondulados
de jóvenes tenues, o en la delgadez del aire en la rama
de los castaños, o en reflejos, que creaban imágenes
en aguas del Tajo, del Arno o del Danubio, la creía ver,
y ella lejos, en mí, en Ciudad de México, con sus
clarísimos 19 años, regresaba en verde o azul, para luego irse
y regresar e irse en el ayer que hoy llega para hablar mañana.
Era fines del ‘72, y yo no sabía que el mirlo cantaría para mí
a la hora del degüello. Ella hablaba de amor en mí, por mí, de mí,
pidiéndome que le enviara más cartas, que guardaba
– eso decía – en el color de los geranios sobre los muros
de su casa en el barrio de San Ángel, sabiéndola diciembre
que era de otro, pero yo le escribía cartas y cartas
en el compartimiento del tren de una estación a otra
bebiéndome milímetro a milímetro la morenía de  su cuerpo
como si fuera antes, sin saber que la tinta se borraba como
el color de los geranios en el muro de su casa.
Pero al evocar ese ayer convertido en un hoy que es ya mañana,
sin escribir ya cartas entre una estación y otra, me parece
que aún oigo la canción del mirlo a la hora del degüello.

Quelle lettere

Lo ieri arriva nell’oggi che saluta già il domani.
Era la fine del ‘72. Io attraversavo in treno
l’Europa occidentale, o camminavo per sapere dove,
un’infinità di strade, e nei corpi ondulati
di giovani esili, o nella tenuità dell’aria sul ramo
dei castagni, o nei riflessi, che creavano immagini
nelle acque del Tago, dell’Arno o del Danubio, credevo di vederla,
e lei lontana, in me, a Città del Messico, con i suoi
luminosissimi 19 anni, ritornava in verde o azzurro, per poi andarsene
e ritornare e andarsene nell’ieri che oggi arriva per parlare domani.
Era la fine del 72, e io non sapevo che il merlo avrebbe cantato per me
nell’ora della decapitazione. Lei parlava d’amore in me, per me, di me,
chiedendomi di mandarle altre lettere, che conservava
– così diceva – nel colore dei gerani sopra i muri
di casa sua nel quartiere di San Ángel, sapendola dicembre
che era di un altro, ma io le scrivevo lettere e lettere
nello scompartimento del treno da una stazione all’altra
bevendomi millimetro a millimetro la brunezza del suo corpo
come se fosse prima, senza sapere che l’inchiostro si cancellava come
il colore dei gerani sul muro di casa sua.
Ma nell’evocare quell’ieri convertito in un oggi che è già domani,
senza più scrivere lettere tra una stazione e l’altra, mi sembra
di udire ancora la canzone del merlo nell’ora della decapitazione.

*

En el café Pizarra

Sentado en el ala de la terraza, del lado izquierdo
de las golondrinas, bebiéndome el menos de un café,
me pregunto, pregunto sin aspavientos:
de qué ventana del Palacio de Justicia cayó la justicia,
por qué, a quienes juraron la República,
aún se les fusila en el patio del cuartel,
quién en cuándo y cómo dirá de España
la historia de América sin el naufragio de las navegaciones.

A mi edad ya no quedan por decir demasiadas cosas;
lo mínimo y precario que queda es saludarnos, amar de sesgo
y de perfil mujeres que se olvidan ya de verte,
la mañana delictiva que te cruza la noche sin alcohol.
Pero señores, a quienes enmohece el dinero y mueren y
se matan por tener poder: aún desciendo
al Mediterráneo a la búsqueda del sol
y dondequiera digo y hago lo que quiero (si lo quiero),
soy libre en el adiós de las jóvenes de piernas torneadísimas,
la poesía toca fondo – allá lejos – en el índigo del horizonte,
donde el vuelo del gorrión desciende en naranja
o en amarillo para deslumbrar el punto en que nos vemos.
Lo digo, claro, lo digo claro, lo aclaro aquí, al lado
de la catedral de Oviedo, contemplándome la cara
en las heces del café que me leo en la taza,
en la taza que dibuja el plato, en el cuerpo
que cayó de bruces, no por hecho de viajar, no,
de ningún modo, sino por exigirle lo que no podía.

Nel caffè Pizarra

Seduto nell’ala dello spazio esterno, dalla parte sinistra
delle rondini, bevendomi un quasi caffè,
mi chiedo, chiedo senza enfatizzare:
da quale finestra del Palazzo di Giustizia sia caduta la giustizia,
perché quanti hanno giurato la Repubblica
vengono ancora fucilati nel cortile della caserma,
chi quando e come dirà dalla Spagna
la storia dell’America senza il naufragio delle navigazioni.

Alla mia età più non restano da dire molte cose;
il minimo e precario che rimane è salutarci, amare di sbieco
e di profilo donne che già si dimenticano di vederti,
la mattina delittuosa che t’incrocia la notte senza alcol.
Ma signori, che il denaro fa arrugginire e muoiono e
si ammazzano per avere potere: ancora scendo
nel Mediterraneo in cerca di sole
e ovunque dico e faccio quel che voglio (se lo voglio),
sono libero nell’addio alle giovani dalle gambe tornitissime,
la poesia tocca il fondo  – in lontananza – nell’indaco dell’orizzonte,
dove il volo del passero scende in arancio
o in giallo per abbagliare il punto in cui ci vediamo.
Lo dico, chiaro, lo dico chiaro, lo chiarisco qui, al lato
della cattedrale di Oviedo, contemplandomi il volto
nei fondi del caffè che mi leggo nella tazza,
nella tazza che disegna il piatto, nel corpo
che è caduto bocconi, non per il fatto di viaggiare, no,
in nessun modo, ma per avergli  preteso quanto non poteva.

*

¿Dije esto?

    a Carmen Ruiz Barrionuevo

El reloj de Plaza Mayor suena a la hora en que no vine.
¿Quién me hizo? ¿El azar o Dios?
¿Me hice yo mismo?
¿Demasiados años de dolor y angustia compensan
los jardines repentinos en el año que no vi?
¿Quién recogió de mi cerebro el vidrio
en el canal de la calle para hacerme una ventana?
Odié el odio, quise el bien, traté de hacerlo, pulí la amistad,
asumí el hacerme de enemigos, y la culpa
me siguió tras de los árboles sin alejarme.
Abril fue azul y nadie me esperó este mayo.
Perros conducen a los dueños fuera de las puertas.
Gorriones son puntos verdes en el aire quieto.
“No hace mucho comprendí – le digo a Carmen –
que la vejez es la muerte a media muerte.
Me atristo ante lo mucho o
lo poco que viví, sin saber cómo fue
ese mucho o poco. Metafísica o realmente
he quedado a un paso de la meta.”

¿Dije esto? ¿Yo lo dije? ¿En verdad lo dije?

Ho detto questo?

    a Carmen Ruiz Barrionuevo

L’orologio di Piazza Maggiore suona nell’ora in cui non venni.
Chi mi fece? Il caso o Dio?
Mi feci io stesso?
Troppi anni di dolore e di angoscia compensano
i giardini repentini nell’anno che non vidi?
Chi raccolse del mio cervello il vetro
nel canale della strada per farmi una finestra?
Odiai l’odio, volli il bene, cercai di farlo, levigai l’amicizia,
accettai di avere nemici, e la colpa
mi seguì oltre gli alberi senza allontanarmi.
Aprile fu azzurro e nessuno mi aspettò questo maggio.
Cani conducono i padroni fuori delle porte.
Passeri sono punti verdi nell’aria immobile.
“Da non molto ho capito – dico a Carmen –
che la vecchiaia è la morte a metà morte.
Mi rattristo davanti al molto o
al poco che ho vissuto, senza sapere come è stato
quel molto o poco. Metafisica o veramente
sono rimasto a un passo dalla meta.”

Ho detto questo? L’ho detto io? L’ho detto sul serio?

*

Camino a Otavalo

    A Xavier Oquendo y
Gabriel Chávez Casazola

Casas en quebradas,
casas mordidas por la roña, casas de tejas sin color

¿Por qué en América Latina los árboles
parecen cuellos cortados en el piso?
¿Pero acaso seremos siempre un país sin país?
Dios migró de aquí hace mucho y se fue por
el camino de la niebla donde nadie vuelve
¿Para qué esperar al que estuvo lejos
y no quería volver a contemplar lo que hizo?

De Carapungo a Calderón
se alza una parroquia
para que el nómada y el solitario
recojan la hierba seca

Un momento, les digo:
la caída azul de una golondrina pequeñísima
es una herida en el paralelo cero

Tremolan y espejean
las hojas de los árboles
con el aire y sol de junio

Cactus elevados, manchas de hierba,
piedra calcárea en las montañas,
arbustos ásperos que espinan
Se huele la quemadura del rastrojo

A veces la vida es tranquila como un punto y aparte
No sigas a Ibarra. ¿Para qué?
Desde lo alto Otavalo te parece
un cuadro en miniatura

Es tal la claridad del lago que
se reflejan intactas las casas en las aguas
La niebla, con pies blancos,
sube despacio
al cráter del volcán

Uno ignora, o apenas si percibe, que
la mayor parte de la vía la anduvo a ciegas

¿Pero cómo vine aquí?

Sulla strada per Otavalo

    A Xavier Oquendo e
Gabriel Chávez Casazola

Case su crepacci,
case morse dalla ruggine, case con tegole senza colore

Perché nell’America Latina gli alberi
sembrano colli tagliati per terra?
Saremo forse sempre un paese senza paese?
Dio migrò da qui da tempo e se ne andò per
il cammino della nebbia dove nessuno ritorna
Perché aspettare chi è rimasto lontano
e non è voluto tornare a contemplare quanto ha fatto?

Da Carapungo a Calderón
si erge una contrada
perché il nomade e il solitario
raccolgano l’erba secca

Un momento, gli dico:
la caduta azzurra di una rondine piccolissima
è una ferita al parallelo zero

Tremolano e rilucono
le foglie degli alberi
al vento e al sole di giugno

Alti cactus, macchie d’erba,
pietra calcarea sulle montagne,
arbusti aspri che pungono
Si odora la bruciatura della stoppia

A volte la vita è tranquilla come un punto e a capo
Non proseguire per Ibarra. Perché?
Dall’alto Otavalo ti sembra
un quadro in miniatura

È tanta la chiarezza del lago che
si riflettono intatte le case nelle acque
La nebbia, dai piedi bianchi,
sale lentamente
sul cratere del vulcano

Ignori, o appena percepisci, che
la maggior parte della via l’hai percorsa al buio

Ma come sono venuto qui?

*

En la Gran Ruta

    C’est la vraie marche. En avant, route.
Iluminaciones,  Rimbaud

Y cómo no lo iba a hacer, cómo no iba a ser
si el camino era, cómo no iba a andar a pie
si mi paso era de viento, si el vivir no sabía del
fiel de la balanza, andar a pie – decía Thoreau –
es la manera de llegar más lejos, y yo, y yo
de los veinte a los treinta quería conocer todo,
conocía todo – figuras italianas ritmadas
a la más alta pintura, catedrales sin Dios,
calles medidas según la sombra o luz, plazas
del tamaño de una aguja, conventos coloniales
donde el diablo hacía planes con la muerte,
riberas melancólicas del Arno, el Sena y el Danubio,
largos muelles del Jónico en la punta de los dedos –,
conocía el paso leve de los años, el peso de los daños,
escandía el endecasílabo y mi propia manera de avistar:
allá, a ojo de pájaro, vislumbro Barcelona gris
en Año Nuevo, Andalucía con mujeres tan bellas
que Dios se sorprendió de su creación, Cáceres
perfectamente puesta en la piedra medieval,
Salamanca de tarde en el mañana
en el múltiple ayer que ya os decía,
Ávila con el hábito de Teresa
a ras de pasto, Segovia en el recuerdo fresco
de Martha delgada en fuente grande, Madrid mustio
con aire de provincia y con la bota del déspota
en el rostro que a muchos alegraba,
y yo era veloz y fuerte, melancólico y violento,
y me iba, ya lo dije, caray, me iba
cambiándome la máscara según el teatro,
me iba repitiéndome la línea de Eliot:
“No hasta luego, sino adelante, viajeros”.
Pero en los treinta y cuarenta, con el
paso de los años, con el peso de los daños,
en efecto, sí, aún así lo veía todo,
oía todo, todo lo quería hacer mío:
escúchese el Mediterráneo al pie de Cabo Sounion,
el gorrión bajo el ciprés al mirar el mar en Sami,
el olor del jazmín o del geranio en la mínima Karlóvassi
aquel verano cuando Ritsos veía cerca el fin,
cuando Elytis, en su casa de Atenas veía cerca el fin,
castillos y ríos de la Provenza, colinas dulcísimas
de Italia, ay, aquella verde Austria
– biblioteca, bosque, ermita, escaparate – con
personas amigas  que me dieron la mano en un país
tan pequeñamente grande, tan áspero y
oscuramente bello, en fin, me iba, ya dije, me iba
con la máscara gastada por la distorsión de hechos,
por la fatuidad caída en tierra del Miserere al
De Profundis, me iba, me iba diciéndome
la línea de Eliot:
“No hasta luego, sino adelante, viajeros”.
Pero otra vez el paso de los años, el peso de
los daños: los cincuenta y sesenta, la furia
de la hoguera en el furioso pecho,
creyendo ser de nuevo totalmente
el de los pies de aire, el velocísimo caballo
llevándose en montura la América Latina,
pero el paso callaba, el paso se paraba,
y yo en el despaso, ay, despacio me veía:
la ceniza en la frente, el navío del corazón
hundido a pique, el diapasón llorado en la,
el maquillaje sucio en la cara del payaso,
que dolido, con las armas melladas,
se presenta en el círculo del circo y arroja
las máscaras con ira pues ya no sirven
para esconder nada ni engañar a nadie.
¿Seguir adelante?, sí. ¿Decir palabras como otrora,
antaño o hace ya tiempo?, sí, ¿Valió la pena
la vida?, sí, ¿Me enorgullece haber visto y
viajado como lo hice?, sí. Pero al menos,
al menos contéstenme dos cosas:
¿Dónde quedó lo que yo anduve? ¿Cómo saber
si lo vivido fue?

Sulla Grande Strada

    C’est la vraie marche. En avant, route.
Iluminations,  Rimbaud

E come non farlo, come non essere
se la strada era, come non andare a piedi
se il mio passo era di vento, se il vivere non sapeva
dell’ago della bilancia, andare a piedi – diceva Thoreau –
è il modo per arrivare più lontano, e io, e io
dai venti ai trent’anni volevo conoscere tutto,
conoscevo tutto – figure italiane ritmate
alla più alta pittura, cattedrali senza Dio,
strade misurate secondo l’ombra o la luce, piazze
della grandezza di un ago, conventi coloniali
dove il diavolo fa piani con la morte,
rive malinconiche dell’Arno, della Senna e del Danubio,
lunghi moli dello Jonico sulla punta delle dita –,
conoscevo il passo lieve degli anni, il peso dei danni,
scandivo l’endecasillabo e il mio stesso modo di avvistare:
là, a occhio d’uccello, scorgo Barcellona grigia
nell’Anno Nuovo, l’Andalusia con donne così belle
che Dio si sorprese della sua creazione, Cáceres
perfettamente posta nella pietra medievale,
Salamanca di pomeriggio nel domani
nel molteplice ieri che già vi diceva,
Avila con l’abito di Teresa
rasente il prato, Segovia con il ricordo fresco
di Martha esile nella grande fontana, Madrid avvizzita
con aria provinciale e con lo stivale del despota
sul volto che faceva la gioia di molti,
e io ero veloce e forte, malinconico e violento,
e mi cambiavo, l’ho detto già, mi cambiavo
la maschera secondo il teatro,
mi ripetevo la frase di Eliot:
“Non a dopo, ma avanti, viaggiatori”.
Ma nei trenta e nei quaranta, col
passare degli anni, col peso dei danni,
in effetti, sì, anche così vedevo tutto,
udivo tutto, volevo fare tutto mio:
si ascolti il Mediterraneo ai piedi del Capo Sounion,
il passero sotto il cipresso guardando il mare a Sami,
l’odore del gelsomino o del geranio nella piccola Karlovassi
quell’estate quando Ritsos vedeva vicina la fine,
quando Elytis, nella sua casa di Atene vedeva vicina la fine,
castelli e fiumi della Provenza, colline dolcissime
dell’Italia, oh, quella verde Austria
– biblioteca, bosco, eremo, vetrina – con
persone amiche che mi diedero la mano in un paese
così piccolamente grande, così aspro e
oscuramente bello, insomma, me ne andavo, l’ho detto, me ne andavo
con la maschera logorata dalla distorsione dei fatti,
dalla fatuità caduta a terra dal Miserere al
De Profundis, me ne andavo, me ne andavo dicendomi
la frase di Eliot:
Non a dopo, ma avanti, viaggiatori”.
Ma ancora una volta il passare degli anni, il peso dei
danni: i cinquanta e i sessanta, la furia
del rogo nel furioso petto,
credendo di essere di nuovo totalmente
quello dai piedi d’aria, il velocissimo cavallo
che si portava in sella l’America Latina,
ma il passo taceva, il passo si fermava,
e io perduto il passo, ahi, lento mi vedevo:
la cenere sulla fronte, la nave del cuore
colata a picco, il diapason pianto in la,
il trucco sporco sulla faccia del pagliaccio,
che, dolente, con le armi scheggiate,
si presenta nel circolo del circo e butta
le maschere con rabbia perché più non servono
a nascondere niente né a ingannare nessuno.
Andare avanti?, sì. Dire parole come allora,
una volta o tempo fa?, sì. Valse la pena
la vita?, sì. Mi sento orgoglioso d’aver visto e
viaggiato come ho fatto?, sì. Ma almeno,
almeno, rispondetemi a due cose:
Dove rimase quello che percorsi? Come sapere
se il vissuto fu?

*

En el tren de Rabat a Fez

    a Jorge Valdés Díaz Vélez y
a Amalia Bautista

Desde la ventana del tren veo el río
y el río me aleja, se reduce, es humo

Sauces de agua, eucaliptos con sed de sed,
hileras de pinos para sombrear la altura

Pueblo tras pueblo miro casas
con formas que no tienen forma

Vacas y asnos pastan en la llanura
como si fuera la antepenúltima hierba

¿Por qué en el postremo año
vuelven los amores idos
como
hojas
caídas
y marchitan almamente
el corazón que duele?

¿Por qué, si en la cuaresma
no hice caso, llevo la ceniza
en la frente y el miércoles me sangra?

¿Por qué los trenes van por la vía férrea,
– firme, directamente –, y nosotros
sólo en el dédalo del adiós y nunca y no?

¿De qué sirvió actuar en el teatro del inmundo,
si falseamos las máscaras una y otra vez,
y sólo llegamos a los sitios
porque debíamos llegar?

Si no fuera esa vez, si no fuera aquel febrero
del ’82, en aquel domingo del
febrero doloroso, si entre Marta y María
Jesús me hubiera destinado a Marta

(En el patio de las columnas y en jardines,
en torno de los mausoleos de los reyes,
familias y parejas y grupos de amigos
hacen el paseo dominical)

Cactus y árboles y arbustos
parecen arañar y rasguñar el aire

Colinas nómadas, colinas roídas,
los cactus se han puesto sus coronas de púas

En estaciones pequeñas, donde para el tren,
los naranjos resplandecen

(El mar azul, desde la Medina de Rabat,
me hacía creer que los navíos a la distancia
vivían inmóviles)

Y sí. Y si repaso la vida son sólo imágenes y
fragmentos que no puedo unir
Claro: hubo tiempos felices, claro,
fui por décadas rabioso y fuerte, y claro,
hubo partidas y regresos sin fin
a la vera múltiple que el Mediterráneo dio

Pero yo quería contarles otra historia
Yo quería contarles de aquella joven
del límite del ’81 y del principio del ’82, con
la que esperé vivir una vida y las siguientes,
y no fue, no fue así

Con el vuelo de las abejas la veía venir,
y la sangre trístida en el cuerpo repetía
lo que perdí, lo que terriblemente perdí,
porque el ayer, enemigo de sí mismo,
porque el ayer sin mí mismo me hizo
que su olvido fuera lo que no fui
y mi recuerdo lo que no fue

Y sin embargo

Y sin embargo de Meknés a Fez el tren
es puro vértigo
Las hojas de los olivos bailan
una leve danza que platea el aire

Llega el tren a la estación
Avispea de gente

“Con los años, lo verás
-decía mi padre-,
uno acaba por sentirse
como una valija en consigna
que alguien olvidó recoger”

Nel treno da Rabat a Fez

    a Jorge Valdés Díaz Vélez e
a Amalia Bautista

Dalla finestra del treno vedo il fiume
e il fiume mi allontana, si riduce, è fumo

Salici d’acqua, eucalipti assetati di sete,
file di pini per ombreggiare l’altura

Paese dopo paese guardo case
dalle forme che non hanno forma

Mucche e asini pascolano nella pianura
come se fosse la terzultima erba

Perché all’ultimo anno
tornano gli amori andati
come
foglie
cadute
e fanno appassire animamente
il cuore che duole?

Perché, se alla quaresima
non ho fatto caso, porto la cenere
sulla fronte e il mercoledì mi sanguina?

Perché i treni vanno sulla strada ferrata
– stabilmente, direttamente –, e noi
solo nel dedalo dell’addio e del mai e del no?

A che è servito recitare nel teatro dell’immondo,
se falsificammo le maschere più volte,
e solo arriviamo ai posti
perché dovevamo arrivare?

Se non fosse stato quella volta, se non fosse stato quel febbraio
dell’82, in quella domenica del
febbraio doloroso, se tra Marta e Maria
Gesù mi avesse destinato a Marta

(Nel cortile delle colonne e nei giardini,
intorno ai mausolei dei re,
famiglie e coppie e gruppi di amici
fanno la passeggiata domenicale)

Cactus e alberi e arbusti
sembrano scalfire e graffiare l’aria

Colline nomadi, colline rose,
i cactus si sono messi le loro corone di spine

In piccole stazioni, dove ferma il treno,
risplendono gli aranci

(Il mare azzurro, dalla Medina di Rabat,
mi faceva credere che le navi a distanza
vivessero immobili)

E sì. E se ripasso la vita sono solo immagini e
frammenti che non posso unire
Certo: ci furono tempi felici, certo,
fui per decenni rabbioso e forte, e certo,
ci furono partenze e ritorni senza fine
alla riva molteplice che il Mediterraneo diede

Ma io vorrei raccontarvi un’altra storia
Io vorrei raccontarvi di quella giovane
della fine dell’81 e del principio dell’82, con
la quale sperai di vivere una vita e le seguenti,
e non fu, non fu così

Con il volo delle api la vedevo venire,
e il sangue triste nel corpo ripeteva
ciò che persi, ciò che terribilmente persi,
perché l’ieri, nemico di se stesso,
perché l’ieri senza me stesso fece sì
che la sua dimenticanza fosse quello che non fui
e il mio ricordo quello che non fu

E tuttavia

E tuttavia da Meknes a Fez il treno
è pura vertigine
Le foglie degli ulivi ballano
una lieve danza che inargenta l’aria

Giunge il treno alla stazione
Uno sciame di gente

“Con gli anni, vedrai,
– diceva mio padre –
finisci per sentirti
come una valigia in deposito
che qualcuno ha dimenticato di ritirare”

*

Marco Antonio Campos (Città del Messico, 1949) è poeta, narratore, saggista e traduttore. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia : Muertos y disfraces (1974), Una seña en la sepultura (1978), La ceniza en la frente (1979), Monólogos (1985), Los adioses del forastero (1996), Viernes en Jerusalén (2005) e Dime dónde, en qué país (2010). La casa editrice El Tucán de Virginia ha pubblicato nel 2007 la sua poesia completa con il titolo: El forastero en la tierra (1970-2004). È autore dei romanzi Que la carne es hierba (1982) e Hemos perdido el reino (1987), dei libri di racconti La desaparición de Fabricio Montesco (1977) e No pasará el invierno (1985), dei saggi Señales en el camino (1984), Siga las señales (1989), Los resplandores del relámpago (2000), El café literario en ciudad de México en los siglos XIX y XX (2001), Las ciudades de los desdichados (2002) e delle raccolte di interviste De viva voz (1986), Literatura en voz alta (1996) e El poeta en un poema (1998). Ha pubblicato anche un libro di cronache De paso por la tierra (1998) e un quaderno di aforismi Árboles. Ha ottenuto in Messico i premi Xavier Villaurrutia (1992) e Nezahualcóyotl (2005), il premio iberoamericano Ramón López Velarde (2010), e in Spagna il Premio Casa de América (2005) per il  libro Viernes en Jerusalén, il Premio del Tren Antonio Machado (2008) per la poesia “Aquellas cartas” e il Premio Ciudad de Melilla (2009) per Dime dónde, en qué país. Nel 2004 gli è stata conferita la Medaglia Presidenziale Centenario di Pablo Neruda, concessa dal governo cileno. Ha tradotto libri di poesia di Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, André Gide, Antonin Artaud, Roger Munier, Emile Nelligan, Gaston Miron, Gatien Lapointe, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Georg Trakl, Reiner Kunze, Carlos Drummond de Andrade, e in collaborazione con Stefaan van den Bremt, i poeti belgi Miriam Van hee, Roland Jooris, Luuk Gruwez, André Doms e Marc Dugardin. Suoi libri di poesia sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, italiano e olandese.

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Emilio Coco (S. Marco in Lamis, 1940) è ispanista, traduttore ed editore. Tra i suoi numerosi lavori, ricordiamo i più recenti: Antologia della poesia basca contemporanea (Crocetti, Milano, 1994), tre volumi di Teatro spagnolo contemporaneo (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1998-2004), Poeti spagnoli contemporanei (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2008), Antologia della poesia messicana contemporanea (Sentieri Meridiani, Foggia, 2009), La parola antica (Poeti indigeni messicani contemporanei) (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2010), Dalla parola antica alla parola nuova. Ventidue poeti messicani d’oggi (Raffaelli Editore, Rimini, 2012). In Spagna ha pubblicato diverse antologie di poesia italiana, tra le quali El fuego y las brasas (Poesía italiana contemporánea) (Sial, Madrid, 2001), Los poetas vengan a los niños (Sial, Madrid, 2002) e Jardines secretos (Poesía  joven  italiana) (Sial, Madrid, 2008). Nel 2010 è uscita in Messico un’ampia Antología de la Poesía Italiana Contemporánea (Ediciones La Cabra. Ciudad de México). Come poeta, ha pubblicato, tra gli altri: La memoria del vuelo (Sial, Madrid, 2002), Fingere la vita (Caramanica editore, Marina di Minturno, 2004), Contra desilusiones y tormentas. Antología personal (1990-2006) (Ediciones Fósforo, Città del Messico, 2006), Il tardo amore (LietoColle, Faloppio, 2008, Premio Caput Gauri, 2008, tradotto in spagnolo, gallego e portoghese), Il dono della notte (Passigli, Firenze, 2009, Premio Alessandro Ricci-Città di Garessio, 2009; Premio Adelfia 2009; Premio Metauro, 2009, Premio Alda Merini della Giuria, 2011), El don de la noche y otros poemas («Temblor del cielo», La Otra, Universidad Autónoma de Nuevo León, Messico, 2011), Ascoltami, Signore (Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2012, tradotta in spagnolo col titolo Escúchame, Señor, El Tuán de Virginia, Città del Messico, 2012 e Mantis Editores, Guadalajara, 2012), Las sílabas sonoras (Servilibro, Asunción, 2013)  e alcune plaquette in italiano e in spagnolo. Ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra i quali il premio per la traduzione e la saggistica «Annibal Caro» nel 1999 e il «Premio Proa a la trayectoria poética» nel 2008, in Argentina. Nel 2003 è stato insignito dal re Juan Carlos I del titolo di commendatore dell’ordine «Alfonso X el Sabio», uno dei più alti riconoscimenti che si concedono in Spagna per meriti culturali. Nel 2010 gli è stata conferita dall’Università di Carabobo in Venezuela l’onorificenza «Alejo Zuloaga Egusquiza». Nel 2011 El Colegio de México gli ha assegnato la medaglia d’argento per «su gran labor de traductor de la poesía mexicana». Nel 2014 è stato «Poeta homenajeado» nel Festival «Letras en la Mar» di Puerto Vallarta in Messico.  È stato tradotto in una diecina di lingue e ha partecipato a numerosi festival di poesia in Spagna, Francia, Messico, Venezuela, Argentina, Nicaragua, Colombia, Perù, Paraguay, Ecuador e Turchia.


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2 commenti su “Marco Antonio Campos, A fior di splendida cicatrice

  1. fiammetta giugni
    16/02/2015

    Gioco forza, vista la mia età, condividere appieno la tremenda nostalgia presente in questi testi. Ne esco un po’ provata, ma ugualmente grata all’autore e a chi l’ha proposto.

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  2. angela palmitesta
    17/02/2015

    “e io sentivo o presentivo che, salvo sporadici lampi,
    la mia vita non sarebbe stata all’altezza delle onde, ma che
    avrei amato lo splendido mare, il sole selvaggio, la rondine azzurra,” (…)

    C’è densità, concentrazione, irraggiamento accumulati in ogni parola, anche la più “spenta”.
    I poeti questo lo sanno e ci fulminano.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/02/2015 da in poesia, poesia messicana, traduzioni con tag , , , .
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