perìgeion

un atto di poesia

Sopravvivenza imprevista

Maurice Blanchot

di Giuseppe Zuccarino

L’instant de ma mort si può considerare come l’ultimo testo narrativo di Maurice Blanchot, giunto inatteso anche perché, da qualche decennio, l’autore sembrava aver abbandonato la scrittura di romanzi e racconti1. Tuttavia questa brevissima opera si presta anche a una diversa lettura, in quanto è lecito assumerla quale testimonianza autobiografica. Anzi, a ben vedere, i due tipi di fruizione vanno mantenuti congiunti, sia perché rimangono per noi inverificabili, sul piano storico, i dettagli dell’evento narrato, sia perché l’autore stesso gioca sulla duplicità e indistinguibilità dei piani: resoconto da un lato, finzione dall’altro. Per questo aspetto, come per molti altri, occorre riferirsi a un basilare studio del filosofo Jacques Derrida, che ha avuto anche il merito di fornire un commento acuto e puntuale, passo per passo, del racconto blanchotiano2. Ad esso, dunque, ci si limiterà ad aggiungere qui alcune glosse, che possano fungere da integrazione o riflessione supplementare.

Il fatto storico, o micro-storico, a cui il racconto L’instant de ma mort fa riferimento è ormai noto. Nel giugno 1944 Blanchot, che si trovava nel suo villaggio natale di Quain, in Borgogna, è stato messo al muro ed ha rischiato di essere fucilato dalle truppe di occupazione germaniche, anzi più precisamente da soldati russi appartenenti all’armata Vlasov, passata dalla parte del nemico. Quest’ultimo particolare è decisivo, in quanto, approfittando di un momentaneo assentarsi del luogotenente tedesco al comando, i militari russi hanno consentito a Blanchot di scappare, salvandogli così la vita3. Pur avendo accennato qualche volta all’episodio in lettere dirette ad amici, lo scrittore francese si è deciso a ricostruirlo in forma narrativa, e a renderlo pubblico, solo a distanza di mezzo secolo, nel 1994.

Una delle lettere a cui alludiamo, indirizzata a Jean Paulhan, è stata scritta a pochi giorni dall’evento: reca infatti la data del 5 luglio 1944. Blanchot scrive: «Qui ci sono stati degli incidenti. Il 29 giugno, essendo stati zona di combattimento (per 9 ore, ci si è battuti nel giardino, nel boschetto e nei prati circostanti), siamo divenuti campo di rappresaglie – denaro e gioielli sono spariti e, cosa particolarmente comica, mi hanno portato via la penna e la maggior parte dei manoscritti, di modo che sono rimasto privo, al tempo stesso, dei miei testi e dello strumento per redigerli, e infine ho appreso, da un’osservazione furiosa di un ufficiale, che occuparsi di scrivere era un crimine fra i più gravi. A 50 metri, una fattoria è stata incendiata con tutto il bestiame, e la medesima cosa è accaduta a diverse altre nei dintorni. La preoccupazione del saccheggio ha dovuto preservare la casa, e io me la sono cavata sfilando a mani alzate in mezzo alle mitragliette»4. Vari elementi di questa missiva torneranno nel racconto, ma non si può dire che in essa figuri in maniera chiara l’episodio della fucilazione sospesa. Ciò dipende probabilmente da una necessità di cautela nella comunicazione epistolare, considerando che Paulhan viveva in clandestinità e aveva fondato organi di stampa legati alla Resistenza. La descrizione degli eventi doveva essere stata più esplicita in altri casi, visto che Pierre Prévost dichiara di aver appreso, da una lettera scrittagli nel 1944 da Blanchot, che quest’ultimo «aveva rischiato di essere fucilato dai tedeschi»5. Sembra tuttavia improbabile che, come sostiene Christophe Bident, l’ufficiale germanico abbia accusato lo scrittore di collaborare a giornali filo-resistenziali6. Anzi, ciò che rende piuttosto paradossale la situazione è proprio il fatto che, fino a pochi anni prima, Blanchot era stato (per professione, ma anche per convinzione) giornalista su quotidiani e periodici di estrema destra. Solo più tardi, parecchio dopo la fine del conflitto, egli tornerà a manifestare le proprie idee politiche, mostrando di essersi spostato nel campo ideologico opposto.

Passiamo ora a considerare due lettere assai più tardive, entrambe datate 1982. Nella prima, indirizzata al poeta russo Vadim Kozovoj, si legge: «Non le ho detto che, durante la mia vita clandestina nell’epoca terribile dell’occupazione, mi era toccata questa peripezia: mentre mi trovavo al muro per essere fucilato, i partigiani sferrarono un assalto e il luogotenente nazista dovette sospendere l’esecuzione. E, dato che non tornava, i soldati “tedeschi” mi fecero segno di approfittarne per sparire – ora, chi erano? Dei russi, un distaccamento dell’armata Vlasov. Così, è l’umanità russa che mi ha salvato»7. La seconda missiva è rivolta a Roger Laporte: «Mi vedo ancora circondato da una banda di soldati piuttosto mal equipaggiati, con al centro un ufficiale che gridava, urlava, vociferava alla maniera nazista, e in un francese piuttosto buono. Di questa frenesia, ricordo le parole finali: “Dimenticate il fatto che appartenete a un popolo vinto, vinto, ed ecco cosa fate”, gettandomi allora in faccia alcune delle cartucce di cui era cosparso il suolo. Al che io risposi: “Facciamo ciò che si deve. Facciamo il nostro dovere”, e aggiunsi in maniera provocatoria: “Voi fate il vostro”. È allora che mi spinse contro il muro, facendo schierare i suoi uomini a semicerchio. Nello stesso momento, per una coincidenza che non era del tutto fortuita, e tuttavia inattesa, ebbe luogo un tiro molto violento da parte dei compagni partigiani (a loro volta assai male armati), cosa che obbligò l’ufficiale a prelevare alcuni uomini per rispondere all’attacco, e ad allontanarsi. Ci fu allora un tempo di attesa. Nessuno si muoveva. Poi di colpo uno dei miei guardiani mormorò: “Vlasov, Vlasov”, e mi fece segno di sparire, cioè di scappare dietro la casa. Così fui salvato dai russi»8. Queste due versioni della storia, scritte a pochi mesi l’una dall’altra, sono già molto simili a L’instant de ma mort, specie perché lo scrittore suggerisce con chiarezza la propria vicinanza rispetto ai «compagnons du maquis». Ma nel testo narrativo non troveremo la risposta, solenne e coraggiosa, da lui data all’ufficiale tedesco.

Comunque, al di là delle piccole differenze tra le lettere citate e il racconto del 1994, ciò che più importa è forse il fatto che anche un autore come Blanchot, proverbialmente restio a parlare della propria vita privata, non abbia potuto fare a meno di render conto di un episodio così significativo per lui. In tal senso, aveva ragione lo scrittore Henri Thomas quando, in un suo romanzo, asseriva: «Penso ai murati vivi salvati all’ultimo istante, ai prigionieri sottratti al plotone di esecuzione – tutte queste storie sono note […] e l’uomo, una volta uscito dalla bruttissima situazione, racconta la prova subita, esattamente o no poco importa, ma racconta, sempre»9. Un esempio famoso è quello di Dostoevskij. Arrestato nel 1849 con l’imputazione di aver fatto parte di un gruppo sovversivo, è stato rinchiuso nella fortezza pietroburghese di Pietro e Paolo, poi condannato a morte e messo al muro assieme ai suoi compagni. Solo all’ultimissimo istante, quando erano già di fronte ai fucili puntati, è stata comunicata loro la commutazione di pena decisa dallo zar: non più condanna a morte, bensì deportazione in Siberia. Il giorno stesso, il grande scrittore russo ha narrato in una lettera il fatto accadutogli: non appena appreso lo scampato pericolo, a prevalere in lui erano state la sensazione che l’esistenza sia un dono prezioso e la speranza di poter iniziare a condurre, da quel momento, una vita diversa, moralmente migliore e più consapevole10. Vent’anni dopo, però, Dostoevskij è tornato a riferirsi in maniera indiretta alla propria esperienza nel romanzo L’idiota. In quest’opera, egli ci presenta un’analisi più complessa della situazione-limite in cui si trova il condannato a morte (salvato in extremis oppure giustiziato di fatto), chiarendo fra l’altro perché quel tipo di pena sia da considerare atroce e inumana: «Conducete un soldato, durante un combattimento, proprio davanti a un cannone, collocatelo lì è tirategli addosso: continuerà a sperare; ma leggete a questo stesso soldato la sentenza che lo condanna con certezza, ed impazzirà o si metterà a piangere. Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire? Perché un affronto simile, mostruoso, inutile, vano? Forse esiste un uomo al quale hanno letto la sentenza, hanno lasciato il tempo di torturarsi, e poi hanno detto: “Va’, sei graziato”. Ecco, un uomo simile forse potrebbe raccontarlo. […] No, non è lecito agire così con un uomo!»11. Teniamo a mente le amare parole di Dostoevskij, perché ci aiuteranno a cogliere meglio, per contrasto, la singolarità del modo in cui Blanchot si rapporta, in L’instant de ma mort, a circostanze analoghe.

Quanto allo scrittore francese, occorre far presente che un primo accenno all’esperienza del 1944 compariva già in un suo racconto edito in rivista cinque anni dopo, La folie du jour. Lì un narratore interno (in linea di massima non autobiografico) dichiarava: «Poco dopo, la follia del mondo si scatenò. Io fui messo al muro come molti altri. Perché? Per nulla. I fucili non spararono. Mi dissi: Dio, che fai? Smisi allora di essere insensato. Il mondo esitò, poi riprese il proprio equilibrio»12. In queste poche frasi si nota quasi solo l’ammissione del carattere sconcertante, o sconvolgente, dell’evento, a livello dell’interiorità di chi lo ha subito.

Assai più articolata appare la messa in scena che incontriamo in L’instant de ma mort, un testo paradossale fin dal titolo. Infatti, a rigore, è impossibile narrare, come se avesse già avuto luogo, l’istante della propria morte. Osserva il filosofo Alexandre Kojève: «La mia morte è proprio mia; non è la morte di un altro. Ma è mia solo nell’avvenire, perché si può dire: “io morirò”, ma non: “io sono morto”»13. Nel racconto blanchotiano, invece, nulla è così lineare, come si capisce fin dall’incipit, nel quale si assiste a un bizzarro sdoppiamento, sia del narratore (l’anziano che scrive rievoca l’immagine di sé a mezzo secolo di distanza), sia del decesso: «Ricordo un giovane uomo – un uomo ancora giovane – impedito a morire dalla morte stessa»14. Un trapasso, quindi, c’è stato, ma non ha avuto l’effetto di provocare la conclusione della vita, bensì, all’opposto, quello di dare il via alla sopravvivenza, all’attesa della seconda morte, attesa che, a ben vedere, è un’«agonia interminabile»15. Scrive Blanchot in un suo frammento: «Morire significa: morto, lo sei già, in un passato immemoriale, di una morte che non fu la tua, che dunque non hai né conosciuto né vissuto, ma sotto la cui minaccia credi di essere chiamato a vivere»16.

Il narratore, pur senza indicare alcuna data, colloca i fatti che si accinge a descrivere dopo lo sbarco degli Alleati, quando ormai «i tedeschi, già vinti, lottavano invano con un’inutile ferocia»17. Qualcuno bussa alla porta di una casa, che non è un’abitazione qualunque ma un grande dimora, non casualmente chiamata «il Castello» (dagli abitanti della zona, si presume). Il giovane uomo va ad aprire, assecondando quello che il narratore, sempre un po’ tendenzioso, presenta come un impulso di solidarietà: «Aprire a degli ospiti che, senza dubbio, chiedevano soccorso»18. Ma di fatto la situazione è ben diversa: alla porta c’è «un luogotenente nazista», che urlando ordina di uscire. Benché il giovane non dia segni di ribellione, l’ufficiale lo scuote fisicamente e, facendogli vedere dei bossoli e una granata, gli grida: «Ecco a che punto sei arrivato»19. In tal modo, mostra di ritenerlo corresponsabile dei proiettili sparati, in precedenza, dai partigiani contro i tedeschi. Come avevamo anticipato, non viene qui riportata alcuna risposta fiera e provocatoria del giovane, anche perché gli eventi incalzano: «Il nazista mise in fila i suoi uomini affinché colpissero, secondo le regole, il bersaglio umano»20.

Solo adesso il narratore chiarisce che il giovane non era l’unico occupante del Castello, ma con lui si trovavano varie parenti: la zia, la madre, la sorella e la cognata. Tutta l’attenzione resta comunque incentrata sulla figura del giovane, che, con un gesto altruista, chiede ed ottiene di subire da solo la fucilazione, salvando così la vita alle donne della famiglia. Il narratore pensa di poter ricostruire con una certa fedeltà lo stato d’animo del «se stesso» di mezzo secolo prima: «Io so – lo so? – che colui che veniva già preso di mira dai tedeschi, aspettando soltanto l’ordine finale, provò allora una sensazione di leggerezza straordinaria, una specie di beatitudine (e tuttavia per nulla felice), – allegria suprema? L’incontro tra la morte e la morte? […] Era forse di colpo invincibile. Morto – immortale. Forse l’estasi. O piuttosto il senso di compassione per l’umanità sofferente, la gioia di non essere immortale né eterno»21. Descrizione complessa, come si vede, e almeno in parte contraddittoria. Il giovane non è angosciato, non recrimina riguardo al fatto di dover morire anzitempo, avverte persino una specie di sollievo, una bizzarra allegria non felice. Si considera già defunto, dunque è come se la morte presente in lui andasse incontro alla morte che sta per giungergli dall’esterno. In quanto trapassato, può sentirsi invulnerabile. È ciò che il Blanchot saggista spiegava molti anni prima: «Finché vivo, sono un uomo mortale, ma quando muoio, cessando di essere un uomo, cesso anche di essere mortale, non sono più capace di morire»22. Tuttavia al giovane del racconto accade di sperimentare, nel contempo, «la gioia di non essere immortale né eterno».

In ogni caso, la fucilazione viene interrotta, a causa di una serie di spari che si odono nelle vicinanze. Il narratore esclude possa trattarsi di una coincidenza. La spiegazione gli sembra univoca: «I compagni partigiani volevano venire in soccorso di chi sapevano essere in pericolo»23. Essi considerano dunque il giovane come uno di loro e sono pronti ad intervenire per aiutarlo. Ha ragione Derrida quando evidenzia la finalità più che probabile di L’instant de ma mort, racconto che va inteso come una risposta agli attacchi rivolti sempre più di frequente a Blanchot, per via degli articoli giornalistici di estrema destra da lui pubblicati negli anni Trenta: «Si potrebbe insinuare che egli sfrutti una certa irresponsabilità della finzione letteraria per far passare, come di contrabbando, una testimonianza che si suppone reale […], in grado di giustificare o discolpare nella realtà storica il comportamento politico di un autore che è facile identificare col narratore e col personaggio principale. In questo spazio, si può formulare l’ipotesi che Blanchot ci tenga a sottolineare, attraverso una finzione dall’andamento così evidentemente testimoniale e autobiografico […], che egli è qualcuno che i tedeschi hanno voluto fucilare in una situazione in cui si sarebbe collocato visibilmente dal lato dei partigiani»24. Ma senz’altro – e l’intero libro derridiano lo dimostra – l’interesse di L’instant de ma mort non si esaurisce in quest’aspetto circostanziale, connesso alle intenzioni personali dell’autore.

Torniamo dunque al racconto. La manovra diversiva dei «camarades du maquis» si rivela efficace, sia pure in un modo che non era prevedibile. Il luogotenente nazista si allontana per verificare l’entità del pericolo. I soldati restano al loro posto per qualche tempo, poi si verifica un cambiamento: «Ma ecco che uno di loro si avvicinò e disse con voce ferma: “Noi non tedeschi, russi”, e, con una specie di risolino, “armata Vlasov”, e gli fece segno di sparire»25. Ricordiamo, per inciso, che la storia di Andrej Vlasov è fra le più bizzarre: generale dell’Armata Rossa rispettato e pluridecorato, dopo il fallimento della missione affidatagli di rompere l’assedio tedesco a Leningrado (fallimento che causa un numero spaventoso di vittime nell’esercito sovietico), decide di cambiare bandiera. Costituisce un’armata che dovrebbe lottare contro l’U.R.S.S. per ricostituire la Russia nazionale e, a tale scopo, si allea con i tedeschi, i quali però gli concedono ben poche occasioni di combattere. Al termine della guerra, Vlasov viene catturato dagli Alleati, che lo rimandano a Mosca: là viene processato e impiccato. Dunque, paradossalmente, la sopravvivenza di Blanchot (e anche la stesura di quasi tutte le sue opere) è da ascrivere a merito di un generale che ha tradito il proprio paese.

Il giovane uomo si mette in salvo in un bosco, mentre in tutta la zona diverse fattorie sono date alle fiamme; tre contadini, del tutto estranei ai combattimenti, vengono fucilati. Il narratore si chiede come mai l’ufficiale tedesco, dopo essere tornato e aver scoperto la sparizione del giovane, non abbia ordinato di incendiare il Castello. La risposta è semplice: proprio perché era in causa una dimora di aspetto nobiliare. «Sulla facciata era iscritta, come un ricordo indistruttibile, la data del 1807. Era forse [il luogotenente] abbastanza colto da sapere che si trattava dell’anno famoso di Jena, quando Napoleone, sul suo piccolo cavallo grigio, passava sotto le finestre di Hegel, che riconobbe in lui “l’anima del mondo”, come scrisse a un amico? Menzogna e verità, perché, come Hegel scrisse a un altro amico, i francesi devastarono e saccheggiarono la sua casa»26. Menzogna e verità, appunto. Blanchot incorre in varie imprecisioni, rilevate dal suo biografo: «È nel 1806 che l’imperatore entra a Jena […]. Ed è 1809 la data che ognuno può leggere sulla facciata della casa di Quain»27. Ma le restanti informazioni fornite nel brano sono esatte: «Nella lettera scritta all’amico Niethammer […], Hegel esordiva solennemente: “Jena. Lunedì 13 ottobre 1806: il giorno in cui Jena è stata occupata dai Francesi e in cui l’imperatore Napoleone entra nelle sue mura”, e poco più avanti esprimeva il suo famoso giudizio: “Ho visto l’imperatore – questa anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione. È veramente una sensazione meravigliosa vedere un simile individuo che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si estende sul mondo e lo domina”. Ammirazione per Napoleone a parte, tuttavia, il saccheggio della sua abitazione durante il tumulto della battaglia del 14 ottobre – vinta poi dai Francesi – costrinse Hegel a trasferirsi provvisoriamente dall’amico G. A. Gabler»28.

Ad accomunare Blanchot al grande filosofo tedesco non è solo l’incontro diretto con gli eventi storico-mondiali, ma anche un accidente assai spiacevole, ossia il saccheggio della casa: «Si frugò dappertutto. Si prese un po’ di denaro; in una stanza separata, “la camera alta”, il luogotenente trovò delle carte e una sorta di grosso manoscritto – che forse conteneva dei piani di guerra»29. Il narratore fa capire che i testi vengono portati via dall’ufficiale, ma nel contempo deve ammettere che il giovane ha ricevuto un trattamento fin troppo favorevole: «Tutto bruciava, tranne il Castello. I Signori erano stati risparmiati. Fu sicuramente allora che cominciò per il giovane uomo il tormento dell’ingiustizia. Non più l’estasi, ma la sensazione che fosse vivo soltanto perché, persino agli occhi dei russi, apparteneva a una classe nobile»30.

Certo, è ormai svanita l’estasi, la «gioia davanti alla morte», come avrebbe detto un amico di Blanchot, Georges Bataille31. E tuttavia, secondo la ricostruzione fornita dal narratore, lo stato d’animo del giovane resta molto particolare: «La sensazione di leggerezza che non saprei tradurre: liberato dalla vita? l’infinito che si apre? Né felicità, né infelicità. Neanche l’assenza di paura, e forse già il passo al di là. So, immagino, che questa sensazione non analizzabile abbia cambiato quanto gli restava di esistenza. Come se la morte fuori di lui potesse ormai solo urtare con la morte in lui. “Io sono vivo. No, tu sei morto”»32. Lo si vede bene dal micro-dialogo interiore citato alla fine: un decesso ha avuto luogo, il giovane (che è poi anche il narratore interno e l’autore esterno del racconto) sa di essere, in certo modo, morto, benché i fucili dei soldati non abbiano sparato alcun colpo contro di lui. E questo muta il corso della sua vita successiva, trasformatasi nell’attesa, quasi interminabile, di un decesso ulteriore. Infatti, secondo quanto asseriva Nietzsche, «chi è già morto una volta, dovrà aspettare a lungo prima di morire una seconda volta»33.

Da qui (si potrebbe dire scherzando) la strana longevità di cui Blanchot ha dato prova, pur essendo malato fin dall’adolescenza. Da qui, anche, la sensazione da lui avvertita che non si trattasse tanto di attendere il trapasso definitivo, quanto piuttosto di recuperare l’occasione perduta. Non a caso, in una delle sue principali raccolte saggistiche, egli cita la seguente frase di Rilke: «Se qualcosa lo ostacolava nel morire era forse soltanto la circostanza che già una volta, in un qualche luogo, questa morte gli era sfuggita, sicché non doveva avvicinarla avanzando, come gli altri, ma tornando indietro»34. O meglio, i due differenti percorsi (in avanti e a ritroso) verso il decesso, pur essendo incompatibili sul piano logico e cronologico, a dispetto di tutto coesistono: «Morire è, assolutamente parlando, l’imminenza incessante attraverso cui tuttavia la vita continua desiderando. Imminenza di ciò che è sempre già accaduto»35.

A questo punto il racconto parrebbe concluso, ma dopo una pagina bianca riprende, per un brevissimo epilogo, quasi extratestuale. L’atmosfera cambia, dato che ci troviamo nella Parigi del dopoguerra. Blanchot (stavolta lo scrittore, non più il giovane) incontra un altro letterato che conosce, André Malraux. Anche quest’ultimo è reduce da esperienze gravose: infatti è stato preso prigioniero dai militari tedeschi, però è riuscito a scappare. Blanchot non aggiunge che, più tardi, Malraux è divenuto partigiano, nel 1944 è stato nuovamente catturato (stavolta dalla Gestapo) ed ha subito persino un’esecuzione simulata, interrotta un attimo prima degli spari36. Gli sembra più urgente segnalare un’altra coincidenza: pure Malraux lamenta la perdita di un ampio testo già redatto. Però si tratta di un danno, in proporzione, meno grave: «Non erano che riflessioni sull’arte, facili da ricostruire, diversamente da un manoscritto»37. In questo modo indiretto, ci viene suggerito che il fascicolo prelevato a Quain dal luogotenente nazista non era un lavoro di natura saggistica, bensì un’opera narrativa38. Comunque i tentativi di ritrovarlo, condotti con l’aiuto di Jean Paulhan (proprio la persona con cui, nella citata lettera, Blanchot si lamentava per la sottrazione delle proprie carte), non hanno avuto esito.

Il laconico commento finale del narratore è il seguente: «Cosa importa. Solo rimane il senso di leggerezza che è la morte stessa o, per dirlo in modo più preciso, l’istante della mia morte ormai sempre in istanza»39. Il ricorso alla prima persona rende esplicita, se ancora ce ne fosse bisogno, la coincidenza tra il giovane uomo, il narratore e l’autore di L’instant de ma mort. Conviene sottolineare un dettaglio: la frase conclusiva inizia con due parole che in francese suonano: «Seul demeure…». Questa formula è stata forse scelta da Blanchot per alludere al titolo di un’opera di René Char, Seuls demeurent, che raccoglie poesie aforistiche degli anni 1938-194440. Se così fosse, si tratterebbe di un richiamo significativo sia per le date (quelle del secondo conflitto mondiale), sia perché Char, amico di Blanchot, non era soltanto un grande poeta, ma anche un capo del maquis. Nella frase finale, dunque, si potrebbe intravedere un’ulteriore dichiarazione di vicinanza rispetto alla Resistenza francese, a conferma dell’intento che anima l’autore di L’instant de ma mort.

Ma al di là di questo, Blanchot sembra essere riuscito a condensare nelle poche pagine del racconto parecchi aspetti tipici, a livello tematico e stilistico, di tutta la propria opera. Essa, infatti, da sempre obbliga il lettore a rapportarsi con una logica inusuale, in cui sono frequenti i paradossi, le incertezze sui tempi e gli enunciatori del discorso, la natura sfuggente (ma proprio perciò anche suggestiva) delle situazioni narrate o, nei testi saggistici, prese in esame. Anche in questo senso L’instant de ma mort, il cui «finito di stampare» reca la data esatta dell’ottantasettesimo compleanno dell’autore41, assume davvero un valore testamentario. Ribadisce infatti ancora una volta che – come asseriva Hölderlin – «la vita è morte, e anche morte è una vita»42.

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1 M. Blanchot, L’instant de ma mort, Montpellier, Fata Morgana, 1994 (tr. it. L’istante della mia morte, in La follia del giorno, Brescia, L’Obliquo, 2005, pp. 23-28). Il precedente récit, del resto anomalo per via della sua forma frammentaria, era L’attente l’oubli, Paris, Gallimard, 1962 (tr. it. L’attesa, l’oblio, Milano, Guanda, 1978).

2 J. Derrida, Demeure, Maurice Blanchot, Paris, Galilée, 1998 (tr. it. Dimora. Maurice Blanchot, Bari, Palomar, 2001).

3 Cfr. Christophe Bident, Maurice Blanchot, partenaire invisible. Essai biographique, Seyssel, Champ Vallon, 1998, pp. 228-232.

4 M. Blanchot, lettera a J. Paulhan del 5 luglio 1944, in «L’Herne», 107, 2014, p. 157.

5 P. Prévost, Pierre Prévost rencontre Georges Bataille, Paris, Jean-Michel Place, 1987, p. 116.

6 Cfr. C. Bident, op. cit., p. 229.

7 M. Blanchot, lettera del 28 maggio 1982, in Lettres à Vadim Kozovoï suivi de La parole ascendante, Houilles, Manucius, 2009, p. 73.

8 M. Blanchot, lettera a R. Laporte del 18 novembre 1982, in «L’Herne», 107, 2014, p. 104.

9 H. Thomas, Le parjure, Paris, Gallimard, 1964; 1995, p. 233.

10 Cfr. la missiva al fratello Michail del 22 dicembre 1849, in Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1991; 2011, pp. 27-34.

11 Cfr. il secondo e quinto capitolo della prima parte di F. Dostoevskij, L’idiota (1869), tr. it. Torino, Einaudi, 1981, pp. 16-25 e 52-69 (la citazione è da p. 24).

12 M. Blanchot, Un récit, in «Empédocle», 2, 1949; poi in volumetto autonomo, col titolo La folie du jour, Montpellier, Fata Morgana, 1973, p. 11 (tr. it. in La follia del giorno, cit., p. 10; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citati con modifiche).

13 A. Kojève, Introduction à la lecture de Hegel, Paris, Gallimard, 1947; 1979, p. 388 (tr. it. Introduzione alla lettura di Hegel, Milano, Adelphi, 1996, p. 482).

14 L’instant de ma mort, cit., p. 7 (tr. it. p. 25).

15 Cfr. Philippe Lacoue-Labarthe, Agonie terminée, agonie interminable. Sur Maurice Blanchot, suivi de L’émoi, Paris, Galilée, 2011.

16 M. Blanchot, L’écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1980, p. 108 (tr. it. La scrittura del disastro, Milano, SE, 1990, p. 84).

17 L’instant de ma mort, cit., p. 7 (tr. it. p. 25).

18 Ibid., p. 8 (tr. it. p. 25).

19 Ibid., p. 9 (tr. it. p. 26).

20 Ibidem.

21 Ibid., pp. 10-11 (tr. it. p. 26).

22 M. Blanchot, La littérature et le droit à la mort (1947-1948), in La part du feu, Paris, Gallimard, 1949; 1984, p. 325 (tr. it. in M. Blanchot, La follia del giorno – La letteratura e il diritto alla morte, Reggio Emilia, Elitropia, 1982, p. 113).

23 L’instant de ma mort, cit., p. 11 (tr. it. p. 26).

24 J. Derrida, op. cit., p. 69 (tr. it. pp. 132-133). Per qualche elemento a favore della possibilità che Blanchot abbia avuto «dei legami discreti con la Resistenza», cfr. C. Bident, op. cit., p. 156.

25 L’instant de ma mort, cit., p. 12 (tr. it. p. 26).

26 Ibid., p. 14-15 (tr. it. p. 27).

27 C. Bident, op. cit., pp. 582-583.

28 Vincenzo Cicero, Introduzione a Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tr. it. Milano, Bompiani, 2000; 2011, pp. 12-13.

29 L’instant de ma mort, cit., p. 15 (tr. it. p. 27).

30 Ibid., p. 15-16 (tr. it. p. 27).

31 Cfr. G. Bataille, La pratique de la joie devant la mort (1939), in Œuvres complètes, I, Paris, Gallimard, 1970; 1979, pp. 552-558 (tr. it. La pratica delle gioia dinanzi alla morte, in La congiura sacra, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, pp. 117-125).

32 L’instant de ma mort, cit., pp. 16-17 (tr. it. p. 28).

33 Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi 1882-1884, in Opere, vol. VII, t. I, parte I, tr. it. Milano, Adelphi, 1982, p. 4.

34 R. M. Rilke, annotazione del 1913, riportata in Lou Andreas-Salomé, Rainer Maria Rilke. Un incontro, tr. it. Milano, SE, 2012, pp. 47-48 (cfr. la missiva dell’Epifania 1913, in R. M. Rilke – L. Andreas-Salomé, Da qualche parte nel profondo. Lettere 1897-1926, tr. it. Firenze, Passigli, 2009, p. 85). Il passo viene citato da M. Blanchot in L’espace littéraire, Paris, Gallimard, 1955, p. 152 (tr. it. Lo spazio letterario, Torino, Einaudi, 1967, p. 125).

35 L’écriture du désastre, cit., p. 70 (tr. it. p. 56).

36 Cfr. Jean-Louis Jeannelle, André Malraux et Maurice Blanchot à l’instant de la mort, in «Europe», 940-941, 2007, pp. 127-142.

37 L’instant de ma mort, cit., p. 19 (tr. it. p. 28).

38 C. Bident (op. cit., p. 229) ipotizza che si trattasse di una prima versione di L’arrêt de mort, libro edito qualche anno dopo (Paris, Gallimard, 1948; tr. it. La sentenza di morte, Milano, SE, 1989).

39 L’instant de ma mort, cit., p. 20 (tr. it. p. 28).

40 R. Char, Seuls demeurent, Paris, Gallimard, 1945; poi in Fureur et mystère, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1983; 1995, pp. 127-169.

41 Cioè il 22 settembre 1994 (lo ha notato Bident in op. cit., p. 581).

42 F. Hölderlin, In amabile azzurro…, in Tutte le liriche, tr. it. Milano, Mondadori, 2001, p. 351.

 

Con enorme piacere segnaliamo che l’importante sito francese dedicato a Blanchot e di cui Giuseppe Zuccarino è uno dei redattori ha creato un link all’articolo che lo studioso italiano ha pubblicato su Perìgeion: www.blanchot.fr

 

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Informazioni su Antonio Devicienti

Antonio Devicienti, di origine salentina, sposato con Elma e papà di Giulia, gestisce il blog personale VIA LEPSIUS (www.vialepsius.wordpress.com) ed è redattore sia del "webmagazine" CARTEGGI LETTERARI che del blog PERìGEION. Un inestinguibile debito di riconoscenza lo lega a Francesco Marotta che sulla DIMORA DEL TEMPO SOSPESO gli ha pubblicato diversi articoli; grazie all'amicizia di Enrico De Vivo pubblica alcuni interventi nella bellissima rivista online www.zibaldoni.it Gestisce la pagina facebook ANTONIO DEVICIENTI VIA LEPSIUS. Con squisita generosità Nanni Cagnone ha accolto alcuni testi sul proprio sito personale www.nannicagnone.eu e altrettanto ha fatto Yves Bergeret sul suo blog CARNET DE LA LANGUE-ESPACE.

2 commenti su “Sopravvivenza imprevista

  1. marco ercolani
    18/02/2015

    Un esempio, questa scrittura di Zuccarino, di un testo critico a costellazione, che costantemente evoca nessi e rimandi, biografici e letterari, dell’episodio blanchotiano, che rendono la lettura un’avventura anche ermeneutica, come a cercare una risposta enigmatica a un testo misterioso.

    Mi piace

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