perìgeion

un atto di poesia

Luca Elli, I rinoceronti della notte

I rinoceronti della notte

  di Luca Elli

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Nei sussulti del cuore che rimbomba, pallido del terribile pallore
che prende i cani i quali erroneamente si
pensa che pallidi
non possano diventare mai, egli guarda laggiù, in direzione
della foresta vergine, donde avanzano contro di lui, funerei,
i rinoceronti della notte.
Dino Buzzati, Il tiranno malato

La macchina si era fermata in piena notte. Il motore acceso al minimo. Non c’era nessun rumore là fuori, c’erano solo campi e alberi sul bordo della strada. Dario rimase piegato sul volante con la testa tra le mani. Sudava. Il vetro umido si appannava al suo fiato caldo. Non sapeva per quanto tempo aveva guidato. Ora era solo stanco, stanco e affamato. Alzò rapidamente lo sguardo con un aria risoluta e disperata, spalancò la portiera e si buttò fuori. Sentì subito sul viso l’aria umida e fredda. I fari della macchina erano puntati sulla banchina, dove sotto alcuni arbusti erano cresciuti dei funghi grigiastri. Fu la prima cosa che vide. Si diresse verso di loro con passo deciso, si buttò con le ginocchia sulla terra umida. Strappandoli a piene mani cominciò ad ingurgitarli come se non mangiasse da una vita, come se quel cibo potesse finalmente togliergli la fame. Masticava, con la bocca così piena che la poltiglia grigia gli cadeva dalle labbra, ma nonostante ciò ne cercava altri, avidamente, trascinandosi sotto i tronchi degli alberi. Non c’era più nessun pensiero nella sua testa. C’erano solo i funghi, la notte, il terriccio con le sue lumache e i suoi vermi e c’era lui, o almeno quello che ancora ne rimaneva, quello che era sopravvissuto e disperatamente mangiava, mangiava, mangiava, senza sapere se quella fosse fame di vivere o di morire. Non poteva fare altro, era la sua natura, qualunque cosa fosse, doveva nutrirla a dismisura, fino a sentirsi sazio, anzi di più, fino a sentire la nausea salirgli dallo stomaco fino a provocargli quella indisposizione che solo il vomito poteva risolvere. Ma non avrebbe vomitato, si sarebbe tenuto tutto giù nella pancia. No, non avrebbe vomitato. Aveva già vomitato abbastanza in vita sua. Si fermò, guardando il paesaggio spettrale illuminato dai fari della sua auto ancora accesa. Era tutto così artificiale. Faceva fatica ad ingoiare, si diede dei colpi sul petto e subito dopo sentì la bocca riempirsi di saliva. Cercò un fazzoletto nella tasca della giacca, ma non lo trovò. Si pulì allora con la manica, lasciandoci una striscia di bava. Poi, alzando gli occhi al cielo e alla sua aria nera, prese fiato. Si sentiva sporco, si vedeva le mani sporche, la camicia, il viso sudato e appiccicaticcio. Si sentiva sporco dentro e doveva farsi una doccia, tirarsi via quel lordume come si cancellano i cattivi pensieri. Chissà cosa avrebbe detto Lucia vedendolo così? Chissà cosa avrebbe pensato la sua piccola Chiara vedendo il suo papà conciato in uno stato così pietoso? D’altronde si era arrabbiato. E no, non era proprio un bel periodo quello. Come diavolo si era conciato, e i funghi, sì, quegli schifosi funghi che sapevano solo di terra che s’era mangiato saranno stati buoni, saranno stati velenosi? Si sentiva profondamente a disagio e faticava a definire un pensiero e a prendere una qualsivoglia decisione in quel momento. Era confuso, ecco. Lo avrebbero perdonato se era andato via così, se aveva sbattuto la porta se aveva gridato. La sua bambina era sempre la sua bambina, amava il suo papà, rideva con lui e di certo avrebbe dimenticato tutto o quasi, bastava che mamma e papà fossero tornati insieme e avessero continuato a volerle bene come prima. Come le avevano sempre voluto. Chiara era un tesoro, la ragione della sua vita, se non fosse stato per lei si sarebbe lasciato morire lì in quel momento. Guardava i campi che lo circondavano, il silenzio immenso di quella notte e sentiva il terriccio sotto le unghie con grande fastidio. Pulirsi, lavarsi, rendersi presentabile, presentare delle scuse. Avrebbero capito. Non era facile. Anche per via di quello che era successo con Franco. Era sempre lì da Lucia. Non lo poteva più vedere. Parlavano, parlavano sempre, chissà cosa si dicevano? Per lui non era normale che un suo amico passasse così tanto tempo con sua moglie, quando lui non c’era poi. E che razza di amicizia era quella? Che scuse continuava a trovare Lucia? Non poteva essere solo amicizia, se lui si fosse confidato allo stesso modo con una donna non sarebbe stato uguale. Quando le sbatteva in faccia le sue sacrosante verità, i suoi rancori, che  si portava dietro per giorni e giorni, lei riusciva sempre a farlo sembrare in torto marcio. Era sempre lui quello sbagliato. Forse se c’era un giudice. Qualcuno che dall’alto avesse assistito a tutta la loro storia e potesse mettere su un piatto della bilancia tutti i pro e i contro, allora sì, era sicuro, l’avrebbe avuta vinta lui. Ma con lei da sola lì davanti, non riusciva, ogni suo tentativo era smontato. Come se fosse stata programmata per distruggerlo. E si amavano. I funghi non facevano nessun effetto evidente. Aveva solo la bocca amara e voleva bere, ma sapeva che in macchina non aveva niente. Lì intorno non si sentivano neanche gli insetti, per gli uccelli era troppo presto. Quanto odiava suo padre. Così, pensare  a se stesso conciato in quel modo gli faceva solo sentire la sua voce che diceva, ho messo al mondo un deficiente. Perché anche lui aveva ragione, alla fine avevano ragione tutti, tutti quelli che adesso dormivano tra due guanciali, senza errori e senza rimpianti, quelli che riempivano le notti di sonno e i giorni di indifferenza e passavano sopra a tutto come un carro armato. Perché adesso se la prendeva? Quante volte aveva fatto così pure lui, per sopravvivere, per tirare sera, per non parcheggiare la macchina vicino al ponte e poi buttarsi giù, sparire nelle acque verdastre per essere trovato dopo una settimana o un mese, mangiato dai pesci e dilaniato dalle rocce. O che non lo trovassero manco più, che porcheria era il corpo morto, non era più niente che un rifiuto ormai, una cosa. Solo la dignità del ricordo poteva trovare un qualche significato in quell’ammasso di carne putrefatta. Aveva già visto diversi morti in vita sua, alcuni a cui era anche affezionato, ma non gli dicevano proprio un bel niente. La persona non c’era più. Era come un paio di scarpe, un vestito usato. Era come una cosa. E suo padre in quel momento si sarebbe messo le mani tra i capelli, ma neanche, forse solo con un diniego della testa avrebbe detto semplicemente, l’avevo detto io, lo sapevo. Sapevano sempre tutto, lui, Lucia, come  facevano a sfoggiare sempre la loro maledetta sicurezza? Come avevano imparato? Cazzo, se la sarebbe dovuta sposare lui. Ma lui l’avrebbe mandata a cagare in tre secondi, se non faceva come diceva. Invece no, Dario no, si sarebbe tolto l’aria pur di darle ancora qualcosa, pur di non sentirsi riprendere. Quanto si era dovuto umiliare, a quanto di sé aveva rinunciato, quanto era fondamentale il suo rendersi sempre disponibile perché lei lo amasse, lo considerasse la persona più importante, quanto? Dario aveva bisogno di quell’amore. Ne aveva bisogno come il cibo e l’acqua, erano solo i suoi pensieri ad essere cattivi, erano i suoi pensieri che non andavano bene e distruggevano tutto. Chiara, la sua piccola Chiara, sotto le coperte com’era bella e innocente. Era bellissima sua figlia. Anche quando era nata mezzo reparto era venuto a vederla. Era figlia sua. Il  fiato, ora, doveva uscirle caldo e dolce dalla bocca addormentata. E tutto doveva essere pace e serenità. Forse non avrebbe ricordato più niente. Ma adesso lui voleva lavarsi. Pulirsi almeno le mani. Ci voleva dell’acqua. Magari lì da qualche parte c’era qualche canale di irrigazione. Il rumore del motore diesel si sentiva come una cosa viva in quella notte. Oltre Dario e la sua inquietudine. Lo spense. Guardò lungo la carreggiata, non arrivava nessuno e si sentì quasi più tranquillo. Come se potesse tenersi nascosto. Come se qualcuno, vedendolo, si sarebbe poi fermato a chiedergli se c’era qualche problema, se andava tutto bene. Ma no. Probabilmente avrebbero gettato un’occhiata furtiva e accelerato, perché le cose oggi andavano così. Staccò le chiavi dal cruscotto e se le mise nella tasca della giacca. Aveva freddo, ma non volle prendere il giaccone sul sedile posteriore. Lo lasciò lì, e chiuse a chiave. Sentendo solo il rumore dei suoi passi muoversi nell’erba alta, si diresse verso i bordi del campo. Che strana quella sera. Chissà se se la sarebbe mai ricordata? Chissà che giudizio avrebbe dato di sé, ripensandola dopo alcuni anni? Se non che l’avrebbe completamente rimossa, e continuato come se niente fosse. Ora c’era qualcosa di quando era ragazzo in lui, c’era quel sentirsi senza una meta, c’erano i gesti strani e inconcludenti, le situazione paradossali che a volte si era trovato ad affrontare. Perché non sapeva, perché non aveva coscienza di sé né di quello che voleva. Poi con il lavoro aveva imparato. Quando aveva imparato a vendere aveva capito che tutto si muove per obiettivi e le cose erano decisamente migliorate. Aveva imparato a fregare la gente, facendole credere di farle un favore. Aveva definito il suo ruolo e il suo successo nella società, altrimenti Lucia ci avrebbe pensato due volte prima di sposarlo. L’acqua non c’era. Cera solo la terra dura e gelata. Dario si appoggiò con le mani sulle ginocchia e finse a se stesso di pensare qualcosa. Ma era solo stanco e la testa troppo confusa. Lo stomaco brontolava e in bocca gli saliva un’acquetta acida. Qui funghi non  l’avrebbero sicuramente ucciso. Tornò verso l’auto. Lungo la strada in lontananza si sentiva una macchina arrivare ma i fari che stavano bucando il buio all’improvviso svoltarono ed imboccarono uno stradetta laterale e appartata. Si spensero. Era forse una coppia che si imboscava, forse qualcuno che aveva rimorchiato in qualche discoteca e adesso si stava già infilando il preservativo, mentre la ragazza con disinvoltura, dopo tanti rodaggi, si sfilava le mutande e le buttava sul cruscotto. Arrivò alla macchina. Entrò nell’abitacolo illuminato e andò a cercare sul sedile del passeggero se era rimasta qualche traccia di sperma dalla sua ultima scopata in macchina. Lo smacchiatore aveva funzionato bene, non si vedeva praticamente nulla. Solo chi lo sapeva poteva notare un alone leggero sul tessuto di alcantara. Ma lo sapeva solo lui, e quella ragazzetta che si era fatto. Era andato in ansia per quella macchia, e per il fatto di non aver usato il preservativo. Pensava al casino che sarebbe venuto fuori se avesse preso qualche porcheria e l’avesse poi attaccata a Lucia. Aveva troppo le palle piene in quel periodo, e non era colpa sua se lei s’era stancata di dargliela. Si sentiva in colpa, ma orgoglioso della prestazione. In quella zona buia della coscienza era ancora un maschio e non c’era nessuna stronzata, nessuna morale che poteva impedirgli di godere. Non lo sapeva Lucia, non doveva saperlo, almeno questa, delle idiozie che aveva combinato. Aveva già troppi argomenti da rinfacciargli, in cui tutto era logico e scontato. Lui non aveva più scuse. Aveva solo i suoi sensi di colpa da gestire, e le sue scarse ragioni ancora da far valere. La luce si spense. Si lasciò sprofondare nel sedile appoggiando la testa all’indietro. Quanto diavolo era ingrassato, cambiò di buco alla cintura e pensò che ormai aveva superato i novanta e del fisico atletico che aveva a vent’anni doveva solo rimanere un idea sotto i vari arrotondamenti. Forse era quella mezza bottiglia di vino a pasto che l’aveva mandato fuori parametro. Forse perché mangiava come un porco con la bocca aperta, la sera, quando di giorno si era dovuto accontentare di un panino. O forse perché ormai aveva smesso di nuotare, anche se si teneva dietro in macchina la borse della piscina piena di buoni propositi. Li avrebbe messi in atto, sì, adesso era il momento di cambiare, forse avrebbe fatto ancora in tempo. Prendere in mano le redini della sua vita e cominciare a rivalutare tutto. Tutto da capo. Sarebbe stato più metodico e preciso nel lavoro, negli appuntamenti. Sarebbe stato più attento agli obiettivi mensili. Non si sarebbe fatto scappare più neanche un contratto. Tutti li avrebbe chiusi. Sapeva che c’era il modo di farlo. Immaginava che qualcuno non avrebbe voluto, si immaginava una vendita che naufragava, il cliente che chiudeva tutte le porte. L’impasse, da cui non ci sarebbe stata uscita, ma sapeva Dario che nella vendita c’è sempre un’uscita, è come un teatrino dove fai il primo attore, la comparsa, il regista e lo sceneggiatore, una telenovela piena di colpi di scena. Bastava scegliere il più efficace. Il cliente magari non avrebbe chiuso subito, ma lui se ne andava, e poco dopo, appena messo il culo in auto per andare da un altro questo lo avrebbe chiamato dicendogli è fatta. Era bello pensare di essere un uomo così, di successo. Ce l’avrebbe fatta, era solo una questione d’impegno. Bastava cominciare e metterci disciplina. Poi sarebbe andato in piscina, avrebbe tolto la suoneria al cellulare e si sarebbe dedicato solo al suo corpo, per scolpirlo e renderlo atletico come una volta, e uscendo dall’acqua qualche ragazza avrebbe sicuramente buttato un occhio ai suoi pettorali gonfi, e lui le avrebbe sorriso, e si sarebbe sentito un uomo arrivato e pieno di sé. Lucia l’avrebbe desiderato come quando si erano conosciuti, e Chiara sarebbe corsa da lui a fargli vedere il disegno della loro famiglia, e le prime lettere dell’alfabeto scritte sul quaderno con il voto della maestra. Voleva prendere sonno. E le immagini che evocava lo facevano sentire sereno, tanto sereno che gli sarebbe dispiaciuto addormentarsi proprio adesso. Voleva godersele ancora un po’. Non gli passava neanche per il cervello che erano tutte stronzate. Erano vere e potevano essere il futuro. Si sarebbe aggiustato la cravatta con una mano salendo la scala mobile della vita, e con l’altra avrebbe tenuto in mano la sua ventiquattrore. Non c’era niente di sbagliato, bastava volerlo, bastava crederci. Era questo il segreto. Per quanto ci avrebbe ancora creduto. Era troppo volubile, era troppo stanco. Voleva dormire. Una giornata difficile, intensa. Per quanto tempo aveva guidato? Dove era finito? Cosa era successo? Sembrava che in quella giornata fossero passate più giornate, più vite, più momenti. Si era svegliato e aveva fatto colazione al bar anche oggi, ma sembrava una settimana fa. Non sarebbe cambiato niente, ma la giornata si era allungata in maniera innaturale e lo aveva sfinito, erano successe troppe cose e non voleva ricordarsele tutte. Si era arrabbiato. Sì, è vero, si era arrabbiato e continuava a ripeterselo come se l’arrabbiatura fosse solo una giustificazione, ma non aveva voglia di indagare sul perché. Era pigro. La sua mente era pigra. Voleva che non fosse successo niente, eppure mezz’ora fa si era fermato in piena notte su una strada sconosciuta lontano da casa, da sua moglie e sua figlia, e non voleva sapere nulla. Cacciava via dalla mente i fantasmi di quel giorno e anche la brioche che aveva mangiato quel mattino gli era ancora indigesta al solo pensiero che c’era stata. Dormire. Dormire, cazzo, era chiedere troppo? Che ore erano? Aveva quasi paura di guardare il display luminoso dell’auto. Le ore erano una condanna. Cosa ci faceva in giro a quell’ora? Sua madre avrebbe avuto pena di lui, e lui si sarebbe sentito fragile e indifeso, e avrebbe voluto ancora la sua dolcezza e la sua protezione. Ma era stato tutto inutile. Per la sua vita tutto inutile. Era solo un ricordo anche sua madre, era solo la magra consolazione di uno che pensa agli episodi del passato quasi come se fossero suoi, e si sorprende a scoprire che quello a cui veniva apparecchiata la tavola, aspettato con apprensione e coccolato quando aveva la febbre, fosse stato proprio lui. C’era quasi da piangere a prenderne atto, quasi morire di tenerezza e pena per quello che si era stati e non si era più. Per quello che non c’era più ma viveva nella memoria come una condanna. Sua madre non l’avrebbe giustificato. L’avrebbe guardato con tenerezza e compassione e lui si sarebbe sentito ancora peggio. Perché sua madre non l’aveva semplicemente odiato? L’amore è un sentimento troppo complicato con cui fare i conti. Era chiedere troppo chiedere di dormire? Reclinò un poco il sedile dell’auto e si sforzò di prendere sonno, cercando nel buio là fuori qualche piccolo rumore che avrebbe potuto cullarlo, ipnotico e soporifero come il frusciare di un ramo, o il semplice suono del vento. Qualcosa di essenziale e semplice che gli ridesse la pace. Ma anche il suo sonno fu una finzione. Dario rimase con gli occhi chiusi solo pochi minuti, neanche il tempo di sognare, neanche il tempo di dimenticare che voleva dormire. La sua coscienza era più forte e tormentata anche dell’esigenza più naturale. Sbuffò e diede un pugno al volante. Forse avrebbe dovuto spostarsi, o accendere la radio, forse avrebbe dovuto. No, tornare no. Gli salì improvvisamente un nodo in gola e si sentì spaventato, quasi preso dal panico. Si era svegliato quel mattino e aveva fatto colazione, poi era andato a lavorare, ecco tutto, niente più. Franco lo stava irritando, ma l’amico non sembrava turbato dal suo malessere. Sembrava avesse la coscienza a posto Franco. Si ricordò di com’era brillante, una delle prime sere che con altri amici era venuto da loro. Di come aveva reso allegra la serata. Aveva suonato la chitarra, cantato, fatto delle parodie. Ridevano tutti, era divertente. Era sua la serata. Dario ci aveva messo la casa e la cena. Lucia l’aveva baciato ridendo quando se ne era andato, e a letto si era sdraiata serena e contenta, come se nulla fosse successo. Solo lui sentiva che qualcosa non andava. Avrebbe voluto scoparla solo per sentire che era ancora sua, ma lei si sarebbe negata, e un rifiuto l’avrebbe mandato in bestia facendolo sentire più assurdo e ridicolo di come già si sentiva. No, non l’avrebbe nemmeno sfiorata. Si era sdraiato e le aveva dato le spalle girandosi con uno sbuffo. Lucia aveva già capito che qualcosa lo turbava. Dario si faceva sempre capire, anche quando non doveva, anche quando non voleva. La sua corazza, la sua mole che avrebbe dovuto proteggerlo era in realtà una leggera scorzetta e tutto traspariva rendendolo vulnerabile e questo lo mandava in bestia. Ma quella sera a Lucia rispose solo che aveva bevuto troppo, che non riusciva a prendere sonno. Lei gli aveva chiesto se gli era piaciuta la serata, se era contento che Franco fosse venuto. Perché no? Le aveva risposto. Lucia che forse si aspettava un po’ più di entusiasmo, disse un lasciamo stare, buonanotte, e si girò di lato. Dario no. Aveva la luce accesa e adesso appoggiato al cuscino guardava dritto davanti a sé. La sua mente si stava arrampicando lungo il tronco, su su per i rami e più saliva, più indulgeva in quelli grigi e secchi che sparivano dietro al fogliame e non lo avrebbero portato a niente, solo a sentire dolore, più dolore possibile. Erano tutte possibilità, forse invenzioni, forse congetture possibili, e quello che diventava possibile nella sua immaginazione diventava concretamente plausibile. Il pensiero era reale, creava un’altra realtà parallela in cui vigevano le leggi di Dario. Le persone assumevano ruoli e caratteri nuovi. Nuove esigenze, che erano poi le loro esigenze inconsce, che mai gli avrebbero rivelato ma a cui in realtà ambivano, o avrebbero  potuto ambire,  cambiando così le regole del momento. Franco andava a casa, magari pensava a come fottersi sua moglie quando lui non c’era, magari ci si sparava pure una sega. E magari a Lucia non sarebbe dispiaciuto, era un tipo simpatico, intrigante, spiritoso, alle donne in genere piaceva. C’era del torbido, e no non era solo nella sua visione. Nella rabbia che si sentiva in corpo, c’era qualcosa di oggettivo, lo sentiva, non poteva tollerarlo, non poteva pensare alla bocca di sua moglie che faceva un pompino al suo migliore amico slacciandogli i pantaloni e massaggiandogli le palle scure con la mano bianca e affusolata. La bella mano che aveva. Dario respirava nervosamente dalle narici. Era un toro davanti al panno rosso, era una persona inerme davanti al proprio io smisurato che soccombeva e diventava bestia. Si era alzato di scatto, strappandosi le coperte di dosso. Che c’è ora? Le aveva detto innocente Lucia. Andava di là a vedere se Chiara dormiva se era tutto a posto. Guardò solo di sfuggita lo spiraglio aperto della stanza della bambina e la lama di luce che le cadeva sul volto sereno. Dormiva. Bella. Cos’era stato di lui. Cos’era che l’aveva condotto lì in mutande, seduto sulla sedia di plastica fredda della cucina in piena notte con un bicchiere d’acqua in mano e lo sguardo sul pavimento. Non pensava. Bravo, smettila di pensare, si diceva, e intanto qualcosa lo portava via. C’era sempre un’immagine, come un frammento inebriante per il suo cervello. Avrebbe voluto staccarsi la testa e buttarla nel lavandino. Lucia, ancora Lucia che rideva e rideva con Franco, addirittura gli aveva appoggiato le mani sulla spalla e gli aveva premuto il seno sul petto. Che cazzo rideva tanto a fare? Perché la teneva ancora con lui? Non avrebbe potuto andarsene da un momento all’altro? Era ancora innamorata di lui, di Dario, di quello che era e di quello che gli aveva dato? Della loro figlia, della loro casa? Di quella condizione che si accetta e che a un certo punto è impossibile rinnegare? Vedeva le persone come mine vaganti, come se in ognuna si nascondesse un proposito negativo, distruttivo, era solo sceglierlo era solo pensarlo. Il ramo secco era lì, bastava salirci sopra e contemplare nuovamente il mondo, da quella prospettiva dove si annidano solo i mostri e gli animali notturni. Perché le persone non lo facevano? Dario non ci credeva, dovevano farlo, dovevano farlo tutti, almeno col pensiero, altrimenti com’era la loro testa, vuota? O piena di pensieri concreti, del mutuo, della scuola dei figli, del supermercato, delle rate della macchina, delle cazzate di tutti i giorni? Non poteva essere semplicemente quella la mente delle persone, non poteva essere solo semplicemente apparenza, contingenza e soluzione. No non poteva, se la sua correva come un cavallo con un peperoncino nel culo, perché altre non avrebbero potuto farlo? Perché si fermavano? Lucia era apparsa sulla soglia della cucina. Si sentiva nervoso e osservato. Si può sapere che diavolo hai stanotte? Com’era gentile, grazie per la gentilezza. Fai la simpaticona solo con chi ti fa fare quattro risate? Lucia l’aveva già capito. Inutile parlare con te, lasciami stare e per favore stai zitto. Cos’altro c’era da dire. Era solo lui, nient’altro che Dario. Quello che era sempre stato, rabbioso e testardo, pieno di sangue fino a farsi scoppiare le vene del collo. E acido, pieno di veleno come un cobra. Voleva solo ferirla, trattarla come un puttana, altro che madre, altro che ricordarsi di quando allattava la bambina, della fotografia sul mobile in sala. Quella era solo il sogno l’illusione più grande quella da vendere all’ingrosso al mercato della vita sociale. In realtà, lei Franco se lo sarebbe scopato. Questa era la sua verità. Questa. Ma lui non era Lucia. No, non riusciva a capirla. Stava per tornare a letto e smetterla con quella buffonata, si sentiva ridicolo. Sentiva di dare ancora più forza a Franco se mai fosse stato un rivale. Non voleva più sentire. Voleva dormire, dormire e pensare a domani al lavoro, alla macchina in autostrada, al suo cd favorito, alla musica da ascoltare mentre dal finestrino sfilavano i campi, e la sua immaginazione era poetica e sentimentale, e lo portava lontano, molto lontano da quella deprimente immagine di sé che stava dando. Si sarebbe sentito leggero domani, con la luce, con i rimandi delle parole delle canzoni a situazioni, e ambienti più puliti e più perfetti, a momenti ideali, in un mondo di nuvole soffici. Ma ora c’era solo il bagno e il lavandino dove si stava lavando la faccia, e il letto in cui ritornare da perdente. Aveva perso, perché aveva pensato. Aveva perso perché lui era capace di fare quello che aveva pensato, aveva perso perché adesso pensava di essere un perdente. Tirò un pugno al volante dell’auto. Come bruciava, ancora. Era solo un momento. Uno dei tanti che aveva passato. Non poteva buttarselo alle spalle, doveva riproporselo sempre, continuamente, ossessivamente senza nessun freno che lo salvaguardasse da tutta questa fogna che gli cadeva sempre sulla testa? Decisamente aveva ragione Lucia. Sì, adesso mentre ansimava nella sua auto ferma e gli usciva il fumo bianco dalla bocca pensava questo, che aveva ragione lei, aveva sempre avuto ragione, non poteva darle della puttana. Aveva ragione lei, che lui pensava sempre al peggio, sempre le cose negative. Ma questo no, non era vero, non del tutto almeno. Sì, lui vedeva sempre i rami secchi e neri e doveva seguirli, solo perché erano seguibili, forse perché nessuno si azzardava a farlo. Forse perché il marcio e il nascosto erano un attrazione troppo forte e fatale per lui.  Aveva cercato di controllarsi con Franco, non aveva più fatto scenate come quella, ma era come un vigile, un vigile per la sua mente. La controllava e non viveva. Non si lasciava andare. E poi non era vero che vedeva solo nero. Non era vero proprio per niente, e si imbestialiva quando Lucia gli diceva così. Non era forse lui quello che cercava sempre di tenere su il morale in casa? Quello che parlava fino a non poterne più, quello che mangiava di gusto e raccontava storielle mentre lei non faceva che zittirlo per sentire lo sceneggiato in TV?  Allora che cosa voleva? Non era lui che portava Chiara a giocare, che rideva come un matto che rotolava come un bambino nel prato? Lucia aveva da ridire. Se lo avesse fatto un altro sarebbe stato un’altra cosa. Se fosse stato un amico o un conoscente, avrebbe reagito diversamente. Ma era lui, Dario, e già questo sembrava sufficiente a darle fastidio. Dario picchiettava nervosamente sul cruscotto con le dita, sì sembrava che le desse fastidio. Perché doveva darle fastidio? Non aveva fatto il massimo per lei? Aveva sete. Acqua, dell’acqua da bere e da lavarsi le mani e la faccia. Oppure dormire. Domani, sì, domani, forse ancora stanotte, sarebbe ritornato. Non poteva sparire così. Non era giusto, non era rispettoso. La piccola cosa avrebbe pensato? Lucia era apprensiva. Questo i bambini lo sentono, e capiscono. Mamma e papà litigano, ma poi tutto torna come prima, e l’incubo finisce e si amano ancora, e la casa e la famiglia ci sono ancora perché sono nate per essere eterne. E i bambini sono nati per essere eterni e mamma e papà non invecchiano, non si ammalano e non muoiono mai. Perché così doveva essere per Chiara. Piccola, la sua bambina. No non avrebbe voluto un maschietto, ma una bambina, una bimba piccola da coccolare, e capire forse, forse cominciare a capire quel mondo femminile così strano, che quando si affacciava a guardarlo si sentiva come un frutto acerbo. Si sentiva inadeguato e distante, e questo lo rendeva imbarazzato e cattivo allo stesso tempo. Forse per quello che per tanto tempo le donne le allontanava. Forse per quello che si sentivano respingere da lui quasi come se ci fosse uno schermo invisibile che li dividesse, come due atmosfere di diversi pianeti. Per questo forse era più facile odiarle. Ma come odiarle con quella cosina umida tra le cosce, come? Si stava già eccitando. Lucia avrebbe voluto farsi stuprare da lui, glielo aveva detto una volta, non sarebbe stato un vero stupro, ma un giochino un po’ spinto. Non lo avevano mai fatto poi, e adesso forse lo rimpiangeva. Avrebbe voluto prendere la rivista pornografica che teneva nel portaoggetti del cruscotto, avrebbe voluto darle una sfogliatina. Ritrovare la pagina delle diciottenni vogliose, quelle belle bambine dalla figa rasata e la faccia da monelle. Ma non ebbe la forza di aprirlo. Si sentì bloccato. Come se dovesse resistere alla tentazione, come il gioco perverso che gli avevano insegnato i preti e le catechiste. Il gioco di trattenersi e farsi del male, piuttosto che commettere il male. Era ora di finirla. Era ora di crescere. Tutto, tutto era nato per controllarlo e soffocarlo, e adesso non ce la faceva più. Ma non aprì il cassetto. Si passò le mani tra i capelli, e si rimise a pensare di tornare a casa. Di risistemare le cose. Di parlare e di capirsi. Di sedersi finalmente a un tavolo con serenità. Aveva una famiglia un mutuo sulle spalle, un lavoro che un giorno tira e l’altro ti tira un calcio nel culo. No, non era facile. C’erano cose importanti che gli erano scappate di mano. Valeva la pena riprovarci, se non altro per tutto il tempo che ci aveva provato. Le cose dovevano funzionare trovare i loro incastri. Lucia era troppo apprensiva. Chiara si sarebbe agitata, forse neanche dormiva a quell’ora della notte. Accese la macchina in maniera decisa e risoluta. Mise la prima, e cominciò lentamente a girarsi verso la strada in quel piazzale sconnesso. La macchina dondolava, il portaoggetti si aprì e Dario con violenza lo richiuse subito. La strada non era illuminata e la nebbia cominciava ad infittirsi. Forse erano già passate le tre. Forse bastava guardare il display luminoso, con l’ora digitale. Ma il suo sguardo era proiettato in avanti, ed altri pensieri vagavano come un ronzio nella sua testa e gli davano un espressione terrea e inebetita. Si era mangiato dei funghi, dei funghi crudi che aveva trovato per terra. E intanto procedeva, procedeva. Continuava ad andare avanti, anche se andava sempre più lontano da casa, anche se era sulla strada opposta. Se ne era accorto. Ma non voleva fare inversione lì, la carreggiata era troppo stretta, avrebbe proseguito fino al prossimo svincolo. E avrebbe girato. Quanto aveva guidato quella notte? Non sapeva neanche dove si trovava. Perché così? Aveva bisogno di stare lontano, ecco sì, di prendere fiato. Di allontanare tutti i pensieri che negli ultimi mesi l’avevano tormentato. Poi sarebbe tornato. C’era il lavoro, non poteva mancare. Doveva ritornare. Anche se adesso non si ricordava più neanche l’ultimo cliente da cui era stato. Non si ricordava la faccia, né la trattativa. Non si ricordava se gli aveva promesso qualcosa di particolare. Che fornitura, che percentuale di sconto. Non ricordava più nulla. Ma qualcuno aveva comprato. Ricordava che aveva stretto delle mani, aveva fatto il brillante e aveva sorriso. Ma adesso, chi si ricordava cosa gli aveva promesso? C’era qualcosa che gli impediva di vedere con precisione la chiusura di quell’affare, e la cosa cominciò a tormentarlo. Ricordava sempre tutto, perché non quello? Non ci sarebbero stati problemi, in ufficio avrebbe guardato i suoi appunti, domani, sì, domani. Perché la frenesia e l’angoscia lo prendevano e doveva farlo subito, adesso? Domani, al lavoro, avrebbe risolto. Non doveva essere niente di irreparabile. E poi lui la fiducia se l’era guadagnata, lentamente, poco alla volta, con tanti risultati positivi e tanta tenacia. Come un somaro, un somaro sì, e pensare alle volte che avrebbe voluto mandarli tutti a quel paese. Il direttore amministrativo, così lontano dalle vendite, così lontano dai clienti con tutti i suoi numerini davanti. Solo a pensare alla ditta come una proiezione mentale nelle sue masturbazioni imprenditoriali. Solo seguendo il suo progettino annuale, come se non ci fossero delle persone in mezzo. Come se non ci fossero venditori che sapevano il loro mestiere e clienti che sapevano comprare. Come se il mondo fosse solo uno schema, in cui c’è sempre un coglione da mettere in mezzo e da comandare, lì, dove indica il dito ottuso, solo perché si era pensato che era meglio così. Così, ecco, senza un minimo di credibilità per chi faceva quel mestiere da anni e ci credeva, quando metteva giù la testa e si impegnava per l’obiettivo. Domani sì, non avrebbe potuto dirgli niente, se come al solito aveva qualche appunto alla sua condotta nel condurre le contrattazioni. Sempre poco ortodosso. Sempre lasciato all’improvvisazione, alla memoria, anziché gestire e ordinare le vendite e i clienti sui quei tabulati al computer, per avere un’idea generale, per le statistiche. Che diavolo di statistiche, non bastava chiedere a lui? Erano numeri, solo numeri. Grafici che salivano, grafici che scendevano. Non potevano chiedere a lui, che lui parlava, spiegava? I numeri, i numeri li aveva tutti in testa. Ma sentire il mercato era un’altra cosa, come giocare a carte non è solo un calcolo di probabilità. Perché avevano bisogno solo di questo? Perché gli sembrava di non contare più? Avrebbe voluto scopare ancora la segretaria sulla scrivania. Ma non sarebbe più successo, no, non sarebbe più successo. La segretaria se ne era andata e Lucia aveva scoperto tutto. Che casino. Anche quella era passata, anche quella storia, maledetta e tremenda. Si sentiva ancora in colpa come un cane bastonato, che sa di aver rubato la bistecca della domenica. Una merda d’uomo. Una merda, solo parole e nient’altro. Adesso ho la mia carta da giocare, gli aveva detto dopo mesi tremendi passati a cercare di rimettere insieme il rapporto. Per la figlia, per loro, forse ancora valeva. Ma il rancore era rimasto lì, incollato alle loro frasi come una muffa. Non c’era più niente di leggero. E il sesso per lei non aveva più orgasmi. E Dario, si ritrovava a rincorrere come gli era già successo, come gli succedeva sempre. Si era sentito un dio, onnipotente. Le cose gli giravano bene. I fatturati salivano, a casa era tutto tranquillo e lui era sereno e pieno di sé come non mai. Pieno di energia, di voglia e di passione. Capace di poter conquistare tutto quello che voleva. Quello che aveva sempre voluto. Condurre lui finalmente il gioco. Poter prendersi il suo piacere, quello che tutta la sua adolescenza frustrata gli aveva rifiutato. Così si sentiva, gonfio come un pene. Pronto ad esplodere con tutta la sua passione. Quella, la segretaria, aveva un non so che di esotico, degli occhi lunghi e intriganti. E gliela buttava sempre lì. Lo chiamava tra un cliente e l’altro, passavano ore al telefono a stuzzicarsi. E una sera se l’era fatta. Aveva pure goduto subito. Era troppo nervoso. E la cosa era finita lì, imbarazzata e frustrante, per lui. Ma lei non si era comunque rassegnata, aveva continuato con i messaggi sul telefono, con gli squilli maliziosi alle ore inopportune. E tutto era venuto fuori. In tutta la sua imbecillità. Aveva pure pensato che Lucia ci sarebbe passata su senza troppi problemi, ma erano state grida e pianti a dirotto. Minacce di suicidio, voglia di vendetta. Era come un adolescente confuso. Non erano cresciuti i suoi sentimenti, ma era cresciuto a dismisura il suo egocentrismo, e la voglia smisurata di affermarsi come uomo e di riconoscersi una certa virilità. Ed era così, era sempre stato così. Quando questo senso di sé lo prendeva, doveva solo aspettarsi la caduta. Più terribile, più rivelatrice e violenta dei suoi stessi pensieri. Cos’era, se non una figura patetica che cercava solo un aggancio con il mondo come non lo aveva mai avuto, come non era in grado di sostenere? Tutto a puttane, tutto a rotoli, cercando sempre il collante necessario per sopravvivere, per tirare avanti tra mille difficoltà. Che aveva Lucia poi tanto da gridare, da alzare la cresta, di sentirsi nel giusto? Quante stronzate aveva poi combinato lei. Non gli aveva bruciato il conto in banca, e lasciate scoperte le rate del mutuo? Non aveva forse smesso di pagare la mensa scolastica della figlia, per non rinunciare alle terme, alla parrucchiera, al solarium, alla cena con le amiche? Non aveva forse anche lei tradito le priorità? Ma lei no, era immacolata. Davanti a tutti lo aveva ridicolizzato con questa storia del tradimento. Non perdeva occasione per la battuta sarcastica, per l’ironia sottile. Tutto doveva far trasparire, per trarne qualche vantaggio davanti agli amici. Quello che Dario riteneva nel bene e nel male, per il bene della coppia, doveva rimanere nella coppia. Invece no, quel metterlo alla mercé del giudizio degli altri non faceva che sminuirlo, mentre lei saliva, e si sentiva gratificata. Così gratificata come il tradimento sessuale, che sempre minacciava di attuare, non la avrebbe mai gratificata. Intanto lui era andato in banca, a scusarsi con il direttore, ma prima si era umiliato davanti a suo padre, aveva chiesto dei soldi. Aveva annesso delle scuse farraginose e banali. Il dentista, si era inventato il dentista per Chiara, un padre che non riesce a pagare le spese del dentista. Sì, sicuramente non era il primo, ma lui nascondeva, nascondeva la verità che, come tanti, avevano cercato di vivere al di sopra delle loro possibilità, perché non sopportavano di vivere al di sotto le loro esigenze. E si erano indebitati a dismisura. E delle rate impossibili, di cose totalmente inutili, cominciavano ad arrivare, a strozzare il loro conto in banca e la loro serenità. Li aveva chiesti a suo padre i soldi. E lei lo aveva guardato quasi come se fosse una cosa normale. Senza minimamente scomodare il proprio ego, davanti a quello che lui aveva fatto. Si sentiva sempre superiore. Che cosa voleva ancora da lui. Aveva ancora il coraggio di rinfacciargli qualcosa? C’era? C’era qualcosa, qualcosa che voleva assolutamente ricordare. C’era, che non ricordava come era finito così lontano da casa, dalla sua bambina. C’era, che era nervoso e la macchina andava nella direzione opposta e non c’era neanche una rotonda per girare. Ricordava di aver infilato le chiavi nella macchina con frenesia, e di essere partito velocemente facendo fischiare le gomme. Non ricordava neanche più cosa aveva fatto scattare quell’ennesima lite. Cosa lo aveva portato ad esasperarsi. Quale pensiero nero, aveva ancora preso la strada maestra nel suo cervello e gli aveva offuscato tutte le idee. I debiti, sì, ancora quelli. E non poteva dire di no alla pizza e una coca per Chiara il sabato sera. O il cinema, anche se a lui non diceva più niente. Era tutto ripetizione. Tutto un collage di scene già viste, di situazioni ripetute, di sentimenti masticati e rimasticati. Era già scontato, non aveva più magia. Era caduto, era caduto come un dio del suo immaginario. Non poteva che incollarsi come un imbecille alla televisione. No, guardava e criticava, o sorbiva, sorbiva i programmi per non fare sempre il rompicoglioni, per il quieto vivere, e intanto scompariva e pensava ai debiti. Alle scadenze, alle bollette da pagare sul comodino, con la data di due mesi prima. Era tutto lì, e al mattino sorridere ai clienti, aprire il suo gioco e mettersi in gioco, facendo buon viso a cattivo gioco. Ridendo come un coglione, cercando di guidare, di dirigere almeno la vendita e di non perdersi, come si era perso ora. Notte, era notte, aveva mangiato dei funghi e aveva sete. Faceva freddo e il giaccone era sul sedile posteriore. Ma aveva preferito alzare al massimo il riscaldamento. Si era perso, sì, ma c’era ancora benzina. Ce n’era abbastanza per andare avanti e per capire cosa era meglio fare. Chiara dormiva. Chiara lo amava, doveva tornare. Forse facendo finta di niente. Domani era un altro giorno. Aveva già degli appuntamenti fissati. Forse era meglio chiamare, sì, chiamare casa, dire di non preoccuparsi. Sarebbe tornato. Lucia era apprensiva. Sicuramente ora l’agitazione per il suo comportamento era superiore alla sua arrabbiatura. Domani poi glielo avrebbe rinfacciato, domani sì, domani che era un altro giorno. Domani ci sarebbe stato il momento in cui sarebbe ritornato e l’avrebbe trovata con il muso, incomunicabile. E avrebbe cercato di ridere e chiacchierare almeno con la figlia. Trovare almeno lì un appiglio con il mondo sentimentale che continuava a denigrarlo. Almeno lì. Almeno sua figlia, se non era per lei, s’era già messo una pistola in bocca. Lo aveva pensato, più volte. Aveva guidato per mesi, da un cliente all’altro, pensando a quello come unica soluzione. Avrebbe lasciato una lettera sul sedile. O proprio niente. Tanto perché? Spararsi in bocca o fermarsi, anche ora come ora, lì tra quella boscaglia e attaccarsi a un albero. Lo avrebbero trovato al mattino, un mattino pallido come il suo volto. E avrebbero ricollegato tutto. Avrebbero visto l’auto parcheggiata in modo sospetto. O forse lo stavano già cercando, perché non rispondeva al cellulare, che aveva sempre acceso e sempre con sé come una seconda anima. Si sarebbero insospettiti. Lo avrebbero cercato. Doveva chiamare casa. Prese tra le mani il telefono, ma era stanco tremava e non riusciva a schiacciare i tasti mentre guidava come faceva di solito. Decise di accostare. Strinse il telefono e sul suono dei tasti fece scorrere la rubrica. Sullo schermo blu, che gli illuminava la faccia bianca, comparivano i nomi e le persone che sembravano di un’altra vita. Erano tutti estranei e in qualche modo legati a lui. Come quando aveva visto sua figlia appena nata. Era sua figlia, ma era un estranea. E non riusciva a spiegarsi come quell’esserino rugoso e molliccio avrebbe creato dei sentimenti, lo avrebbe riconosciuto e cominciato a interagire con lui. Con lui, che non sapeva chi fosse. Non era così naturale essere padre, se alla nascita non si attribuiva un qualche valore simbolico. Erano in quel momento due persone che non sapevano niente l’una dell’altra, ma che per forza di cose avrebbero dovuto continuare a frequentarsi. E così era stato, e questo era davvero eccezionale. Nomi, e ancora nomi che scorrevano, semplici conoscenti, amici che non si facevano mai sentire, parenti, clienti, perché non chiamava subito? Perché trovava un qualche interesse a vederli, come se fosse un riepilogo della sua vita, della sua vita reale, non di adesso? Non di questa parentesi. Di quello che aveva effettivamente fatto. Della sua storia. In un telefonino c’era tutta la sua storia. Le sue chiamate più frequenti. I suoi appunti.  La sua sveglia, addirittura la sua stazione radio favorita. C’erano tutti i messaggi che aveva inviato, e tutte le risposte che aveva ricevuto. Entrò nel menù dei messaggi. Forse era meglio che chiamare. Le avrebbe scritto, avrebbe scritto a Lucia, dicendole che tornava, che si sarebbero visti li a casa, senza dilungarsi, senza spiegare niente. Non c’era niente da spiegare. Cosa doveva spiegare? Cosa doveva farle capire ancora, chi era lui? Cosa voleva dal loro rapporto? Era come prendersi in giro da soli, come raccontare una barzelletta che nessuno capiva. Che andasse al diavolo. Le avrebbe detto solo l’essenziale. Ma l’occhio cadde su alcuni messaggi del giorno prima. Lei gli aveva scritto ti amo. Lucia, solo il giorno prima lo amava, e perché adesso era così? Come, due persone che si amano il giorno prima, si ritrovano in una situazione così assurda? L’amore era così fragile tra loro, le persone così volubili, le contingenze così soffocanti da perdere di vista l’unica cosa che davvero contava? Lui, poi, l’aveva perdonata per i soldi che aveva buttato via. Si era umiliato e non aveva raccontato niente. L’aveva protetta dall’opinione degli altri che continuavano a vederla come una donna equilibrata. Ricordava ancora suo padre, tieni, gli aveva detto, e aveva allungato l’assegno. Firmato, con la sua grafia incerta. Dario aveva guardato la cifra, che avrebbe coperto il rosso almeno momentaneamente, e si era sentito sfinito e umiliato fin nel midollo. Grazie pa’, era  riuscito a dire, strappandoselo dal profondo della sua vergogna. Vedi di non fare altre cazzate, gli aveva detto prima di andarsene. Altre cazzate, sembrava non riuscisse a combinare altro. Era un deficiente in fondo, cosa avrebbe dovuto fare, l’aveva cresciuto e destinato a quello, cosa pretendeva ora? Un uomo con la testa sulle spalle, uno che sa il fatto suo? Ma questo lo avrebbe sovrastato, anche se diceva di desiderarlo. No, non lo avrebbe mai accettato. Aveva voluto i figli che aveva messo al mondo, e li aveva tirati su per sentirsi sempre e comunque l’uomo, il pilastro della famiglia, quello su cui contare e di cui tutto prima o poi avrebbero avuto senz’altro bisogno. Questo aveva voluto, e questo aveva. Dario si morse un labbro, pensando che sua madre non era lì a vederlo. Gli avrebbe riempito il cuore di pena sentirla vicina, preoccupata e in pensiero per lui. Sentiva di essere stato amato più di suo fratello, di essere stato più coccolato e viziato. E sentiva ancora il braccio di lei, attaccato al suo, mentre scendeva le scale silenziose. Senza più l’odore della sua presenza. Non era neanche passato un anno, da quel giorno in cui l’aveva riaccompagnata a casa. Era andato con suo padre a riprenderla. Aveva i capelli radi e il viso smunto. Chiedeva se avevano dato da mangiare ai gatti. Perché non era mai riuscito ad amare come sua madre? Perché? In una maniera così incondizionata e semplice, in una maniera così totale e completa, senza ripensamenti. Perché lui era rimasto sempre spezzato? Perché c’era sempre un pensiero che lo portava via, e gli distruggeva i sentimenti in migliaia di stupide congetture? Era la persona che ammirava di più, e adesso di lei non gli rimaneva che la sensazione delle sue costole magre, sentite sotto il golfino mentre l’aiutava a salire le scale. Le scale fatte migliaia di volte, come se dovesse andare avanti all’infinito, tra la cantina, il cortile, i gatti. L’aveva accompagnata fino al pianerottolo quel giorno. Poi aveva cominciato ad andare avanti da sola, verso la porta, dicendo eccoti qui, al primo micio che le veniva incontro. Dario, alle sue spalle, era rimasto imbarazzato e sgomento. Sentiva che il dolore che stava per arrivare non sarebbe mai guarito. Sentiva il lutto eterno che lo avrebbe accolto e che si portava dietro da quando era bambino. Sentiva che il momento impossibile stava arrivando e non ci sarebbe stato rimedio, né giorno dopo, come quando veniva lei a consolarlo dagli incubi. Sarebbe stato tutto vero e irrimediabile, sarebbe stato per sempre solo. Certo, aveva una famiglia, aveva Chiara, aveva Lucia. Ma non aveva più il bambino in ginocchio su una sedia, che aiutava la mamma a fare la tavola, non aveva più il cesto pieno di frutta sulla cucina smaltata, non aveva più la sua voce sonora che lo chiamava, tra i palazzi, nelle sere di luglio, quando alle dieci non era ancora rincasato. Si distruggeva. La vita era precaria, si smontava e non si sapeva più rimontare. E quella provvisorietà era dilaniante, in quel momento, mentre sua madre entrava in cucina, sapeva che niente sarebbe stato più di quello che era stato, sapeva che non avrebbe metabolizzato la sua mancanza, sapeva che non poteva invecchiare serenamente come aveva fatto lei. Sapeva di essere diventato impossibile, impossibile e basta. Cercava di parlare, di essere disinvolto. Ma le parole incespicavano nel suo fiato corto, nel nodo in gola che lo soffocava. Suo padre aveva appoggiato la valigia dell’ospedale sul letto. E già se lo vedeva ad aprirsi le scatolette di carne in gelatina. La vita era questa, non c’era davvero un’altra soluzione, un’altra scelta. Non erano sufficienti l’immaginazione e il ricordo, dovevano cominciare ad arrivare i calcoli che lo indignavano. Dopo che sarebbe morto suo padre, forse, vendendo quella vecchia casa dove era cresciuto, sarebbe riuscito ad estinguere il mutuo. Cominciare a tirare il fiato. Forse poteva  pensare a comprare un’auto nuova. Forse, per le ferie, non ci sarebbero stati problemi. No, proprio non riusciva ad amare come sua madre. Era più forte di lui. Guardava paralizzato il telefonino illuminato davanti al volto cercando di non farsi troppo schifo. Se almeno non avesse capito. Se almeno non avesse avuto quel briciolo di intelligenza, o di sensibilità, per vedere sempre il rovescio della medaglia. Per vedere sempre il rovescio di quello che lui voleva apparire, forse sarebbe stato più facile. Scorrevano i messaggi, e cominciò automaticamente a cancellarli. Non leggeva più neanche quello che c’era scritto. C’erano quelli che gli ricordavano di comprare il pane, come quelli con scritto mi manchi. Tutti con la stessa inespressività. Sua madre sul letto, non era più sua madre morta. Era un corpo senza vita, e non gli suscitava nessun ricordo. Si sentiva quasi freddo davanti al cadavere, vestito nella sua giacca nera. Sua madre non era lì, non era più contenuta in quella carne grigia. Sua madre rideva ancora nella foto estiva fatta sul balcone, abbronzata, appoggiata alla ringhiera come una principessa sul bordo di un panfilo. Come quello che era sempre stata, piena di vita e dolcezza, di disponibilità e di una delicatezza senza pari. Suo padre era distrutto, sapeva di aver perso una gran donna. Sapeva di aver perso la donna della sua vita, e se ne stava seduto, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa abbassata. L’aveva visto così per un attimo, poi era in piedi, davanti alla gente, sempre con le braccia conserte. Le scioglieva solo per stringere le mani con forza ed esprimere la sua gratitudine formalmente, da uomo che sa stare al mondo. Suo padre era così, e forse era così che si sarebbe dovuto fare. Dario lo guardava, costernato e impacciato allo stesso tempo. Non sapeva se imitarlo o denigrarlo per come l’aveva sempre fatto sentire. Non sapeva se passare una spugna di perdono su tutte le afflizioni che aveva subito. Non era forse uscito con il pene eretto, dalla stanza dove faceva l’amore con sua madre, solo perché lui aveva bussato? Era un pomeriggio caldo e noioso della sua infanzia, che non finiva mai, e mai sarebbe finito nella sua memoria, nella sua umiliazione, davanti a quel membro ancora bagnato. Perché le altre famiglie sembravano migliori, più equilibrate? Perché in loro l’astio doveva finire in una linfa bestiale e rabbiosa che si portavano nel corpo tutti? Certo, a parte sua madre, l’angelo impassibile e bianco di ogni lite. Pensava a Chiara, alla sua bambina, e a come lui aveva sempre desiderato di avere al suo fianco un’altra presenza femminile, una sorella. Forse questo sarebbe riuscito a stemperare un po’ le cose, a renderle più gradevoli e meno complicate. Ma adesso, forse, non ci credeva neanche più. Perché crederci poi? Ce l’avrebbe fatta ad arrivare come suo padre, con la sua stessa consapevolezza, davanti alla donna che aveva amato tutta una vita e che adesso salutava per sempre? Ce l’avrebbe mai fatta adesso che i mutui duravano più dei matrimoni? Si fermò su un messaggio per avvertire Lucia, doveva pur avvisarla, anche se ancora non sapeva perché, anche se ancora nessuna parola gli veniva, ma solo un sudore freddo ed una rabbia sorda gli riempivano il corpo. All’improvviso, sentì bussare sul vetro, e il volto mascolino di una donna con la parrucca bionda lo guardò. Ammiccando, con le sue lunghe ciglia finte e le sue labbra  rosso lucido. Dario sobbalzò sul sedile, confuso da quella apparizione inaspettata. Quindi, resosi conto, fissò il suo sguardo su quella maschera oscena. E vide il sorriso invitante di quel volto incipriato trasformarsi rapidamente in una smorfia dolorosa. Gli occhi del travestito scrutarono Dario rapidamente e subito si scostarono dall’auto. Da dove era arrivato? Gli sembrava non ci fosse proprio niente lì intorno. Ma vide la prostituta dirigersi verso l’altro lato della strada, dove l’aspettava una collega. Dario le guardò allontanarsi. Doveva avere proprio una brutta cera se quella non ci aveva nemmeno provato. Accese la macchina e uscì dallo sterrato lasciando il telefonino sul sedile del passeggero, deciso a prendere la tangenziale, magari fino al mattino, magari fino a quando Lucia non l’avesse chiamato e lui si fosse scusato, e giustificato come al solito. Cercando di sdrammatizzare il suo malessere, la sua ansia logorante che non lo mollava più. Voleva delle gocce per dimenticare, e un bagno caldo, e le lenzuola di bucato, e dormire tre notti di fila. Questo voleva, non riusciva a desiderare altro. La strada riprese a scivolare sotto di lui come un lungo tappeto grigio, e i fari rischiaravano la solitudine e il silenzio che lo circondava. Quell’incontro l’aveva agitato parecchio. Si sentiva a disagio, fuori posto, si sentiva un diverso e un disadattato, si sentiva uno che non sa stare al mondo. Anche quello lo aveva guardato con una faccia strana. Anche uno come quello, che probabilmente aveva visto di tutto. Cosa aveva lui che non andava? Aveva sempre portato con se l’idea che ci fosse un qualcosa in lui che lo rendesse particolarmente sgradevole. Qualcosa nella suo modo d’essere, che trasudava come un odore acido e pungente in ogni suo gesto. In ogni sua risata, come in ogni sua frase. Era come sentirsi da fuori. Come ammirare se stessi e trovarci sempre qualcosa di sbagliato. Qualcosa da correggere, qualcosa che non coincideva con il senso comune. Quindi da sopprimere, e fingere. Fingere sempre. Essere accondiscendente e sottomesso. Cercare un appiglio qualsiasi con la realtà circostante che lo rendesse partecipe. Così sentiva, ma c’era sempre qualcosa di bestiale, di violentemente passionale che lo rendeva incontrollabile. E tutta la logica che poteva metterci, tutta la strategia per vivere una vita normale, andava matematicamente in fumo. Perché quello che era trasbordava, fuori dal controllo assurdo a cui si sottometteva, e traspariva, e lo buttava lì, alla mercé degli altri. Delle loro opinioni, dei loro commenti. Anche a quelli di quel  travestito, uno che fingeva per essere quello che era. Che aveva fatto della finzione la maniera per assomigliare il più possibile a ciò che aveva sempre desiderato. Anche lui, sicuramente, aveva un opinione di se stesso superiore alla sua. Uno che si vestiva da donna, per andare con  uomini, che fingevano di andare con una donna per farsi penetrare. La finzione era un prezioso strumento sociale. E la finzione lo logorava. Era uno sforzo immenso. Ma serviva a vendere, e serviva a farsi comprare, e a partecipare in maniera attiva alle convenzioni sociali. Serviva a dimenticare la solitudine, serviva a credersi meglio di quello che si era. Ma ora c’era solo quel volto grottesco nella sua mente, e l’umiliazione che aveva sentito nello sguardo che gli aveva gettato addosso, come di disgusto. Che diavolo voleva insomma? Mica si era fermato lì per lui, era già fermo. Si faceva gli affari suoi. Quello si era avvicinato, gli aveva bussato sul vetro, avrebbe dovuto prenderlo a sberle. Avrebbe dovuto. Cominciò a picchiare violentemente sul volante con il pugno. Che cazzo voleva quello, che cazzo si era avvicinato a fare, che cazzo doveva sempre succedere qualcosa che lo consegnava a se stesso, alla sua condizione. Sapeva di non essere presentabile, che era stata una brutta giornata per lui. Si era alzato, sì, quel mattino, forse un po’ più tardi del solito, certo. C’era silenzio in casa. Un silenzio pesante. Lucia aveva già portato Chiara a scuola. E lui, col suo sonno di piombo non aveva sentito. Aveva un gran senso di amaro in bocca. Ricordava i suoi piedi. Ricordava le sue scarpe, e le sue mani che facevano il laccio. Ricordava questi gesti semplici come se fosse l’ultima volta che avrebbe dovuto farli. Gesti che aveva ripetuto per anni come se fossero da ripetere in eterno, e invece ora gli sembravano gesti patetici, che nella loro banalità mostravano tutta la precarietà della vita e delle certezze. Ora, in quel momento. Perché una giornata che doveva essere tranquilla, con gli appuntamenti un po’ più tardi del solito, l’aveva invece scaraventato lì, nel mezzo della notte, sulla sua auto, con un travestito che lo umiliava? Era anche passato al bar a fare colazione, aveva parlato con il barista che conosceva da anni, e aveva letto le pagine di un giornale sportivo. E il suo telefono non squillava, come se in quel momento il mondo intero si fosse dimenticato di lui, e lui poteva godersi l’aroma di caffè, le chiacchiere della gente, il cielo limpido e le nuvole che volavano leggere, come non faceva da tempo. E sentirsi finalmente un uomo solo. Forse era andata così, forse, si era davvero sentito così. Un attimo di felicità, di cui non sentirsi minimamente in colpa. Un attimo di serenità con se stesso, come la curva di un uccello nel cielo. E poi più niente. Qualcosa o qualcuno, lo aveva trascinato via. Il suo esasperato senso del dovere. O forse l’esigenza di mandare un messaggio alla moglie per dirle cosa stava facendo, o per chiederle come andava, e darle il buongiorno che non le aveva dato quel mattino. Era un attimo, solo un minuscolo frammento, una scheggia sottile sotto un’ unghia, e il rumore del giorno e delle sue esigenze era ricominciato, come nulla fosse. Ora il telefono era rimasto sul sedile. Dario lo guardò e lo lasciò lì. Si lasciò trasportare sulla strada dritta e deserta, guidando come un automa. Spingendosi verso zone sempre più deserte. Non voleva vedere nessuno, non voleva essere visto. La gente gli dava fastidio. Adesso quello che voleva era vedere il lago. Voleva risentire quel senso di abbandono e di tristezza di cui non avrebbe dovuto rendere conto a nessuno, come quand’era ragazzo, quando nessuno gli chiedeva cosa c’è che non va. Aveva smesso poi, soprattutto in quei periodi freddi. Il lago gli dava troppa malinconia. Ma adesso sentiva quell’esigenza. Aveva voglia di sentire i sassi sotto le scarpe, e vedere la massa nera di acqua immobile, e sentire le piccole onde infrangersi sulla riva. Aveva voglia di sentirsi a disagio, di soffrire più di quanto stesse già soffrendo, di sentire ancora la sua testa più gonfia e più calda di quello che già era, di sentirsi esiliato, estraneo, senza appartenenza. Era come non avere più passato, e dimenticare di avere visto sua figlia camminare sui quei sassi, con i suoi piedini grassottelli. Di averla vista piangere cadendo nell’acqua gelata di fine primavera, quando il lago si riempiva dell’acqua dei tanti torrenti che scendevano dalle pareti rocciose della montagna. Lucia si era arrabbiata, lui cercava di sdrammatizzare. In quel momento avrebbe voluto profondamente essere da solo con sua figlia. Senza sentire tutte quelle parole inutili e acide. Avrebbe voluto essere solo con lei. L’avrebbe scaldata e le avrebbe detto parole dolci per tranquillizzarla. E, tornando in macchina, avrebbero ricordato tutto ridendoci su. Ma invece erano tornati silenziosi. Lucia guardava fuori dal finestrino, dopo avergli dato del coglione. Chiara si era addormentata. E lui non riusciva a capire perché le cose non potevano essere prese diversamente. Imboccò la tangenziale, e il suo respiro si fece affannoso. Rivivendo quei momenti un senso di disperazione si fece largo, pensando all’occasione perduta, e alla voglia intensa che aveva di amore e di serenità. Non aveva acceso la radio. Era la prima cosa che faceva salendo in macchina e quella sera non l’aveva toccata. Neanche un cd aveva fatto suonare. Era rimasto tutto quel tempo nel silenzio più assoluto e non se ne era accorto. Ma la sua mano non si mosse, solo il suo sguardo si posò sul bottone con scritto on, e lo contemplò interdetto per alcuni secondi, come a cercare una spiegazione. No, la radio era rimasta spenta, come non rimaneva mai, e lui non aveva avuto nessuna esigenza di sentirla parlare, e non aveva percepito il silenzio perché un frastuono assordante di idee e di pensieri gli affollava la testa. Lo tormentava come uno stridere di unghie sulla lavagna. Non riusciva a scappare alla sua tortura, al suo male che produceva e che lo consumava. Doveva immancabilmente farsi soffrire, tornare a rivivere il suo passato, perché poi dire passato? Semplicemente riviveva, riviveva tutto, forse alterandolo, forse ricreando nella sua mente situazioni ipotetiche che si spacciava per reali. Questo, Dario, ormai non lo sapeva. Era una barchetta. Una barchetta fatta di carta di giornale, e si lasciava trasportare fino a che non si sciogliesse del tutto e affondasse, confondendosi con la melma densa dei fondali, dove nessuno poteva più venire a riscattarlo, dove si sarebbe confuso definitivamente e sarebbe scomparso, lui, la sua identità, i suoi problemi, le sue esigenze, tutte le sue paure, il suo senso di impotenza e tutta la volontà che ci aveva messo per affrontare con dignità la sua vita quotidiana. Tutto si sarebbe amalgamato con il fango dei secoli, di altri uomini, di altre vite trascorse fino a diventare anonimo, fino a diventare un substrato indecifrabile. Ebbe la netta sensazione della sua pazzia. Sì, probabilmente non era più capace di aiutarsi da solo, forse aveva bisogno di qualcuno che lo prendesse per il copino come i gatti e lo aiutasse a tirarsi su. Ma cosa mai avrebbe dovuto raccontare agli altri, i fatti suoi? Stava male, ce l’avrebbe fatta da solo. Cosa sarebbe dovuto andare a dire? Quello che sentiva, quello che lo tormentava, dover buttare fuori quello che era suo, quello che era lui? Ma di questo era troppo geloso. Troppo se stesso, per poter ammettere di essere imperfetto, di avere qualcosa in meno degli altri. Perché doveva toccare proprio a lui rivalutarsi? Perché doveva sempre conformarsi e correre dietro alla verità degli altri come un cagnolino dietro il bastone? Perché? Lucia si era innamorata di lui. Ricordava quei giorni. Aveva proprio perso la testa. Lo trovava straordinario. Facevano l’amore in macchina tre volte al giorno. E qualche volta andavano pure nei motel. E lui parlava, la faceva ridere, passavano la notte a parlare, a raccontarsi, a dormire una sulla spalla dell’altro. E si sentivano uniti e appagati. Cosa mai gli aveva raccontato in quelle notti? Cosa gli aveva detto di sé che lei ne era così entusiasta da non poterne fare a meno? Anche adesso, nonostante tutto lei doveva amarlo. C’era scritto, era scritto nel messaggio che aveva letto prima. C’era ancora qualcosa di lui per cui valeva la pena vivere, per cui valeva la pena lottare. Ma non si fidava più di Lucia. Non aveva più fiducia in lei, né in Franco, e forse i due lo tradivano. Uno la sua amicizia di anni, lei il suo amore. Si incontravano troppo spesso. E lui veniva anche quando Dario non c’era, e si fermava a parlare con Lucia, a bere il caffè, a ridere e scherzare, a raccontarsi pettegolezzi come due amichette. Possibile che non poteva capire quanto questo lo mandava in bestia? E con Franco? Con Franco non aveva il coraggio di parlare. Franco, per quello che lo conosceva, non avrebbe mai concepito una cosa del genere. E lo conosceva da anni, erano stati amici dai tempi duri dell’adolescenza, quando entrambi si erano sentiti scaraventati in un mondo assurdo e complicato. Si erano sentiti senza aiuto, senza consigli. Si sapevano intelligenti, e non riuscivano a frequentare l’università. Volevano lavorare e nessuno gli dava la benché minima fiducia. E non c’era lavoro, e non erano abbastanza specializzati, e non erano abbastanza. Si erano fatti delle illusioni, e il mondo che si prospettava come una miniera aperta, era diventato in un attimo un semplice buco nero dove mancava addirittura l’aria per respirare. Si erano capiti ed erano stati insieme tanti anni, poi ognuno aveva trovato la sua strada. Avevano avuto le loro esperienze, avevano girato il mondo, e a suon di schiaffoni si erano fatti le ossa. Anche se non si incontravano da tempo, quando si erano rivisti era come se non fosse passato neanche un giorno per il loro affetto. E avevano ripreso a frequentarsi. Franco aveva imparato a vendere anche lui, ma non aveva una donna. Non si era sposato, ma non gli mancavano le amiche, e aveva una vita sociale piuttosto intensa. Forse di questo parlava con Lucia, forse delle sue avventure e delle sue esperienze sessuali. Dei cornuti che aveva fatto, delle storie rocambolesche e divertenti. Forse di questo parlavano, forse di questo ridevano. Sì, Lucia rideva, rideva, e questo lo imbestialiva, rideva di queste storie, e il fatto che sua moglie ridesse delle storielle di un altro lo riempiva di odio e di gelosia e lo tirava sempre più giù. Si abbassava il suo tono di voce e aumentava la sua rabbia. E poi avevano il coraggio di chiedergli c’è qualcosa che non va? Come potevano non rendersene conto? Sicuramente Lucia lo sapeva. Ma Lucia aveva sempre qualcosa di cui vendicarsi. Sempre così era stata. Sempre. Si diceva credente e non credeva al perdono, alla prima cosa, la più fondamentale. Quanta ipocrisia, quanto conformismo stupido e bieco. Non era più facile dire che non gliene fregava un cazzo? Non era più facile bestemmiare apertamente a voce alta, gridandolo ai sette venti piuttosto che rimanere in quello stato, in quella zona grigia dove si trovano tutti i conformisti? Sicuramente no, non era facile per lei. Ma era difficilissimo per lui, per Dario, trovarsi a sopravvivere in quello stato di cose. Non si era tutti uguali, non si era no. Forse la melma, in cui lui si sentiva sprofondare, forse da quelli non era minimamente concepita. O, se c’era, doveva semplicemente essere un problema degli altri, non una loro responsabilità. Qualcosa che gli altri, bene o male, avrebbero dovuto ingoiare. Ma per loro, che viaggiavano tutti sulla stessa lunghezza d’onda, non c’era nessun problema. Il problema era di chi si sentiva diverso e incapace, e non aveva neanche la forza per imporre la propria diversità. O semplicemente, dopo lunghi e logoranti tentativi, era ormai sfibrato e si lobotomizzava per poter accedere, anche di striscio, alla convenzionalità. E Franco, che tutte queste cose le aveva sentite e vissute con lui, sulla sua pelle, le avevano divise, si erano capiti, cosa pensava ora Franco? Era allegro, era soddisfatto della sua vita, non voleva mogli, non voleva figli, ma qualche bella figa e qualche bel viaggio. E Dario lo invidiava e lo odiava per questo. Ma soprattutto, perché sapeva che all’amico non sarebbe mai venuto in mente di scoparsi sua moglie, mentre lui, al posto suo, l’avrebbe sicuramente fatto. Questo era quello che gli rodeva fin nelle ossa a Dario, quello che gli faceva digrignare i denti di notte mentre dormiva e si svegliava più stanco di prima. Il fatto di sentirsi inferiore, il fatto di sapere di essere perennemente assalito dalle sue voglie più oscure, il semplice fatto di averle e di sentirsi dominato da loro. Mentre Franco no. Franco aveva raggiunto un equilibrio, in cui tutte queste cose non lo sfioravano e la sua vita era decisamente più semplice. Non c’erano in lui  questi mostri che lo tormentavano, che ad ogni battuta alzavano il bicchiere e brindavano al pensiero negativo e mortale che gli usciva dalla testa. No, non li aveva lui. Forse anche per questo che Lucia apprezzava la sua compagnia, forse perché sentiva davanti a sé una persona più rilassata e serena. Una persona che non le faceva venire l’ansia, che ogni volta bisognava fare uno sforzo mentale per capire cosa realmente gli stesse passando per il cervello. Ma lei lo amava. C’era scritto nel messaggio. Quante volte glielo aveva ripetuto mentre facevano l’amore, quante volte aveva detto che voleva sentirlo dentro per tutto la vita. E quanto era durato poi. Pochi anni, si erano messi insieme, si erano sposati, e già era diventato un di più, quasi una formalità. Dario si era rassegnato con lei, dopo essersi fatto mille problemi. Il fatto era che per lui, che non aveva mai capito le donne, c’era una cosa sicura,  per gli uomini la sessualità è un fine, mentre per le donne è un mezzo. Raggiunto il loro fine, diventa un extra. Forse non per tutte, ma Lucia era una di quelle. Mentre lui aveva sempre un gran bisogno di finalizzarsi. Per anni aveva sentito addosso una cappa di vergogna per il tradimento, per tantissimo tempo. Ma le promesse non mantenute da Lucia non erano state un altrettanto tradimento? Non c’era verso di uscirne. Socialmente era lui quello sbagliato. Quello che succede all’interno della coppia è come quello che succede nel profondo della coscienza. Ingiudicabile, perché invisibile, inesprimibile, perché spaventoso. E tutto il resto è solo pettegolezzo. Come le sue telefonate di scuse, per incontrarsi segretamente con l’altra. Come quella volta, che le aveva risposto al telefono mentre quella gli faceva un pompino. E quella sera che se l’era scopata sulla scrivania, che era venuto subito e si era sentito una merda, era pure tornato a casa con il muso, e Lucia gli aveva chiesto dolcemente come andava. Ma che cazzo di uomo era? Un uomo di merda, come gli aveva detto più volte lei. Sì, un uomo di merda. Un uomo che non sentiva più al suo fianco la donna che l’aveva amato in quell’auto, la donna dalle mille promesse e dai mille propositi. Ora c’era la donna che lo respingeva di notte in malo modo, dicendogli che non era un obbligo. La donna che non lo ascoltava più quando parlava, e giustificava sempre gli altri ma mai lui. Lui, che per il semplice fatto di essere suo marito, doveva ormai caricarsi di tutte le colpe e di tutte le responsabilità. Lui che sbagliava, lui che era quasi spontaneo mandare a cagare, se in tutto questo pentolone di doveri e appiattimenti sentimentali si sentiva divorato dalla passione. Se si alzava di notte per visitare i siti porno, e farsi le seghe, mentre lei e la figlia dormivano nel lettone. Poi si buttava sul lettino di Chiara, dopo essersi ripulito con un fazzoletto, tra le lenzuola e i cuscini dei cartoni animati. Questo era l’uomo di merda. Questo che voleva dialogo e una moglie più attenta, una moglie che ridesse con lui e lo difendesse, o almeno che fosse stata sempre pronta a farlo, come lui aveva fatto con lei. Questo voleva. Voleva scoparla e sentirla godere con il suo cazzo e invece si trovava a dormire tra i pupazzi di peluche, e Chiara serena dormiva, e non sapeva che uomo era suo padre. Che voglie, che passione aveva, che assurdi modi  per cercare di saziare i suoi desideri. Aveva un padre che aveva rinunciato a parlare, a dire quello che voleva, perché non voleva più sentirsi sbagliato. Un padre che si era accontentato, e che nel suo cuore continuava a imprecare. Ed era lo stesso padre che la portava ai giardinetti con la bici a rotelle, che le stringeva la sciarpa rosa intorno al collo. Era lo stesso padre che la prendeva in braccio, e le dava un bacio sulla guancia rossa e fredda, e che non sapeva dire di no quando lei chiedeva la frittella del baracchino. E la mangiava anche lui, mentre parlavano e lei gli chiedeva come facevano a farle. Cosa le aveva detto? Che, per prima cosa, bisogna lasciare l’olio friggere per almeno quattro settimane di fila, poi prendere la farina con due zeri e toglierci le farfalline che nascono dentro, poi, prendere un po’ di acqua dal laghetto del parco, impastare bene prima di lavarsi e le mani e buttare nel pentolone. Era così facile, era così allegro, era così incomprensibile la bellezza di quei momenti, e si sentiva sgretolare dentro al solo pensiero di perderli. Ma quello era lo stesso padre. E niente era dato per scontato. La vita era precaria, e lo splendore di quei momenti diventava un tormento al pensiero di perderli. Perché non poteva goderseli e basta? Perché la felicità era sempre una lama a doppio taglio? Come il rincasare la sera dopo una giornata di festa, si portava dietro tutta la stanchezza e lo sconforto della gioia passata. Era stato programmato così, non era cattivo, ma Lucia glielo diceva che vedeva sempre il marcio. Lucia aveva ragione. Aveva ragione su molte cose. Ma ora Dario non voleva ritornare. Si sentiva troppo ferito e sanguinante, si sentiva come un pezzo di carne viva con tutte le sue ferite scoperte e insanabili. Ora non avrebbe potuto affrontare nessuno. Ora avrebbe perso. Ora, non poteva accettare nessuna sconfitta. Non avrebbe retto, si sarebbe disfatto ancora di più. Più di quello che aveva visto con un occhiata sola il trans, affacciandosi al suo finestrino. Doveva proprio andarlo a chiamare quello, doveva proprio correre dietro al cliente come lui non riusciva più a fare. Ora voleva solo i fari della sua auto nella notte, e le poche macchine che sorpassava. Gente che stava in giro la notte, che la notte si divertiva, andava nei locali, o semplicemente lavorava. Gente che viveva vicino a lui, ma lontana milioni di chilometri, nell’incomprensibile mondo delle barriere e delle diffidenze. Nell’incomprensibile mondo che ognuno si era creato dietro la propria corazza. O forse era solo lui, semplicemente lui, e gli altri erano liberi. E potevano godere della loro storia, del loro tempo, dei loro affetti, delle loro giornate e dei loro progetti per il futuro. Potevano godere dell’amore, e del sonno, e del risveglio al mattino in un giorno in cui sentirsi pienamente unici. Ma niente è come ci si aspetta, soprattutto la solitudine e il vuoto. Soprattutto il tempo che passa e ti logora, e ti allontana da te e da quello che ti eri sempre prefisso. L’auto procedeva. Non ne poteva più delle voci che gli affollavano la testa come grida di dolore, senza pace, non ne poteva più. Era come un circuito continuo di frasi e di scene che si ripetevano ossessivamente. Era come avere centinaia di clacson che gli suonavano nel cervello, centinaia di volti interrogativi che lo guardavano, che lo scrutavano da vicino. Dario voleva fermare quel fiume in piena, ma era solo un uomo alla guida della sua auto. Un uomo che per il momento era semplicemente seduto dietro un volante e si lasciava trasportare, si lasciava dominare dal minimo ricordo, dal più innocuo gesto della memoria. E non sapeva più come fermarsi. Si ricordò del fiume. Erano passati decenni, da quel giorno. Sembrava addirittura impossibile che quella storia ancora gli appartenesse. Se non fosse stato per suo fratello adesso probabilmente non ci sarebbe stato. Non sarebbe stato lì, e la sua storia non sarebbe nemmeno uscita dalla peggiore delle ipotesi. Semplicemente non ci sarebbe stata. Non ci sarebbero stati gli anni di studio. Di educazione fisica nella palestra della scuola. Non ci sarebbe stato proprio niente. Né la sua adolescenza, né le scelte sbagliate. Non ci sarebbe stato il sesso, né la famiglia. Non ci sarebbe stata sua figlia. Ma solo un bambino. Ci sarebbe stato solo quello, se mai l’avessero trovato. Un bambino gonfio e bluastro tra le alghe e la melma. Magari rosicchiato dai pesci. Un bambino fermo nel tempo. Paralizzato. E quel bambino sarebbe stato lui. Quel corpo pallido, con i pantaloncini corti, non si sarebbe sviluppato, ma al suo posto il tempo avrebbe messo la parola fine. Completandolo in quel momento. Non ricordava chiaramente come era successo. Ricordava che il fiume era affascinante, era gonfio d’acqua perché era piovuto molto nei giorni precedenti. Ma le acque, in quella domenica di festa, da marroni erano tornate verdi, gonfie e possenti. Trascinavano con forza i pezzetti di ramo che vi gettava dentro. Ed era uno spasso vederli portare via dalla corrente. Non ricordava bene come, ma un certo momento doveva essersi avvicinato troppo alla sponda erbosa e molliccia, e questa, in un attimo, gli era franata sotto i piedi. E non fu neanche il momento di dare una parola che già il fiume lo aveva fatto suo, e lo trascinava via con una forza inaudita. Le mani, ecco cosa ricordava ora, le sue mani piccole, le sue mani che si attaccavano ai lunghi fili d’erba degli argini. Le sue mani piccole che con tutta la forza che aveva in corpo si afferravano a quel fragile appiglio che non faceva che strapparsi. Ma non desistevano, ne afferravano ancora e ancora. Con ansia e foga, non ammettevano nessun altro pensiero se non quello di rimanere lì attaccato, di non perdere il contatto con la riva, di sperare in qualcosa di più solido a cui afferrarsi. Il fiume, lo aveva già trascinato per decine di metri, e le sue braccia erano sempre più deboli. Il  fiato ansimante. La paura cresceva, incarnandosi nel presentimento di non potercela fare, di non dominare più quella forza così superiore alla sua volontà. Quando, d’improvviso, vide il volto di suo fratello che lo aveva rincorso e gli allungava un braccio. Lo aveva preso al limite. Si sentiva gelato e sfinito. Le sue ultime forze le usò per trascinarsi fuori, e buttarsi sulla riva. Era finito, era finito tutto. Come un lampo. Era ancora vivo e respirava. Come adesso era ancora vivo e respirava, ma aveva i pugni pieni d’erba strappata, e non c’era più nessuna riva ne un volto famigliare che gli allungasse una mano. E respirava, e ancora respirava, e cercava il perché. Come poteva ancora farlo? Come poteva ancora rendersi conto che quello era un momento reale, che il suo fiato, che il suo calore non erano solo illusori? Che la sua ansia e la sua disperazione per la vita, fossero davvero elementi concreti come l’acqua del fiume? Non c’erano più parametri. La sua esistenza aveva definitivamente abbandonato gli argini. Era sommerso e si sentiva trascinare via. E non c’era più niente di niente, solo le acque scure dove rotolava, e la perdita di ogni riferimento. Alcune macchine lo sorpassarono ad alta velocità. E lo distrassero. Non ebbe neanche voglia di imprecare contro quei deficienti. Seguiva il suo cammino, e si guardava le mani bianche strette al volante, con un senso di impotenza. Franco, adesso, non avrebbe potuto aiutarlo. Non riusciva più a parlargli come un tempo. Lucia meno che meno. Lucia non aveva più pazienza per lui. Lucia sì, lo vedeva solo come un peso. Un peso, da amare e da sopportare, perché si era forse abituata troppo ai suoi difetti. Forse sì, per questo stava ancora con lui, perché tutto quello che un giorno aveva amato con passione adesso era sordida sopportazione, ma irrinunciabile. Non riusciva a mandarlo giù questo. Proprio non ci riusciva. Da quanto tempo non si facevano una scopata come si deve? Da quanto tempo non sentiva il corpo della moglie, cercare con trasporto e totale abbandono il suo? Da quanto tempo non la sentiva eccitarsi sotto un gesto malizioso e illusorio, sotto una carezza? Ci avrebbe scommesso, che se l’avesse lasciata, ne avrebbe trovato subito un altro per fare l’amore come faceva un tempo. Come una cagna, vogliosa e porca. Sì, sicuramente avrebbe fatto così, certamente. Sarebbero bastati pochi mesi di dolore o di rabbia e di odio. E poi un altro, a cui aprire le gambe per rimettersi in gioco, per farsi accettare, per farsi sentire ancora desiderata. Ma perché, perché non poteva più succedere con lui? Perché tutto doveva essere distrutto e dimenticato per ritrovare il fuoco? Allora, la passione che aveva messo, l’amore che gli aveva più volte dichiarato, era tutta una finzione. Una semplice messa in scena. Ma cosa c’era in lui di così esclusivo? Forse, era capitato solo al momento giusto. Sicuramente non era un tipo noioso. Sicuramente sapeva essere allegro e spiritoso. Sicuramente si era fatto in quattro per accontentarla. Sicuramente, non poteva fare a meno di proteggerla, proteggere lei, proteggere Chiara. Proteggere la sua famiglia, non venire meno in nessun caso al suo forte senso di responsabilità. A questo no, non poteva venire meno. Anche se si era lasciato andare. Sì, in fondo non si sentiva in colpa per quell’ultima scappatella. Era giusto che tornasse a godere. Che sentisse che c’erano ancora delle donne in grado di apprezzarlo, di volerlo sopra di loro senza fare troppe smorfie. Sì, questo si diceva. A quella, che s’era portato in macchina, era proprio piaciuto. Forse, aveva bevuto troppo  coi colleghi quella notte così diversa dalle altre. Forse, era tornato ad essere  brillante come non si sentiva da tempo. E si sentiva come un toro. Sentiva che poteva quello che voleva. Non sapeva neanche come si chiamasse quella ragazza. Se era sposata, o aveva qualcuno che l’aspettava, a cui aveva detto come aveva fatto lui che non sarebbe rincasata tardi. Non gli passava neanche per il cervello di uscire per scopare. Voleva solo bere e stare in allegria. Voleva solo non pensare, e assaporare il piacere di ridere e dimenticare. I funghi, i funghi. Si era mangiato dei funghi. Dei funghi trovati lì, sotto gli alberi. E non ricordava più niente. Chiara doveva dormire in quel momento, ma era meglio non tornare. Era meglio continuare a guidare. A stare in giro. Magari arrivare al lago. Arrivare al lago e poi girare e tornare. Dopo essere arrivato al lago, però, e poi tornare. Aspettare che Lucia l’avesse chiamato per sapere come stava. Lucia aveva sopportato molto. Non era facile stargli vicino. Non era facile stare vicino a un tipo come lui. Ma ultimamente stavano litigando troppo. Non gli piaceva litigare. Lo sfibrava, lo rendeva molle e disilluso. Stavano litigando troppo lui e Lucia, non si poteva andare avanti così. Litigare poi, davanti alla bambina, era una cosa che lo riempiva di tristezza. Possibile che Lucia non riuscisse proprio a controllarsi? Era la loro bambina. Lei l’aveva voluta tantissimo. Aveva scelto la carrozzina, i vestitini. Avevano attaccato le apine sulla culla e avevano fatto le foto a tutti i compleanni. Chissà cosa stava facendo, quando lui, si era fermato con quella sconosciuta in macchina e avevano cominciato a spogliarsi? Cosa faceva sua figlia? Dormiva e non sapeva. Le cose migliori che possono succedere da bambini, soprattutto quando si aveva un padre come lui. Non sarebbe dovuto andare con quella, aveva sempre una possibilità, una scelta, ma sceglieva sempre quella sbagliata. Non c’era niente da fare. Quelle poche volte che la vita gli dava il privilegio di sentirsi un uomo migliore, di sentirsi in cima alla propria autostima, doveva fare qualcosa per sentirsi una merda. Un uomo di merda, come gli diceva Lucia nei momenti di rabbia estrema. Non sarebbe dovuto scoparsela, dare un’ altra ragione a tutte le tesi sul proprio fallimento. Ma lui era un buon padre. Sì, più di uno glielo aveva fatto notare, che non tutti erano così disponibili come lui. Pieno di attenzioni. Si vedeva che portava la figlia in palma di mano. E pensare a quando era nata. All’ospedale, dove i parenti la vedevano da dietro a una vetrina e parlavano del peso e dei capelli chiari. Del viso sereno. Di come era bella. E lui si sentiva sudato e confuso. Sentiva l’obbligo di dimostrarsi il più felice possibile, perché gli altri non pensassero male, perché Lucia non gli facesse dopo una osservazione delle sue. Sembra quasi che mi hanno tolto l’appendicite. Scoprendo la sua fragilità in quel momento. Lui non avrebbe saputo che dire. Solo la gente gli dava fastidio. Gli davano fastidio i loro pensieri banali, i loro commenti stupidi, il rituale, i salamelecchi del cazzo. Era meglio essere dei trogloditi, e pensare solo a crescerla la figlia, senza tanti regalini, tutine, biberon, date di battesimo e cosa ne faremo con l’ombelico secco. Sì, il battesimo, c’era sua madre a tenerla. Non poteva fregargliene di meno, ma se proprio doveva essere qualcuno non poteva che essere lei. Le piaceva quando sua madre si metteva il tailleur e le scarpe con il laccetto e il tacco un po’ più alto. Era bello vederla vestita così, dopo averla vista una vita vestita da casa. Era bello pensare che anche per lei c’era un attimo in cui la cerimonia della vita la portava avanti, e le dava il giusto risalto. Ma era troppo discreta e troppo modesta perché gli altri se ne accorgessero. Nessuno probabilmente l’aveva notata più di tanto. Ma che importavano gli altri. Importava a lui, e lui l’aveva vista e ammirata, e in cuor suo si sentiva commosso e straziato dalla tenerezza, per quella donna che lo aveva amato senza nessuna reticenza, senza logica, senza raziocinio, l’aveva amato e basta. E ancora se la vedeva con Chiara in braccio sui gradini della chiesa mentre le facevano le foto. E quello sarebbe rimasto, per il ricordo della figlia. Quasi una sconosciuta, a cui dire era la mia nonna. Un volto, con una storia vaga, senza nessun senso di familiarità per lei, senza nessun richiamo particolare, in cui la memoria si incarna e sgorgano mille richiami, mille ricordi come uncini nella pelle, come invece succedeva a lui. Dario non riusciva a gioire, perché ogni ricordo incideva con più violenza sul suo lutto, e non gli portava nessuna consolazione, ma solo un dolore sordo e irriducibile nel petto, un eterno nodo in gola. Quella mattina era uscito dal bar, e tutta la sua sensazione di leggerezza che per un attimo lo aveva colto d’improvviso se ne era andata, e mentre cercava nella tasca del giaccone il telecomando dell’auto e l’apriva come se stesse cambiando un canale sul televisore, gli cadde addosso tutta la svogliatezza e la stanchezza per un giorno di lavoro che doveva ancora cominciare. Non era certo un buon  periodo quello. Era un momento di merda. Lavorava male, aveva perso la luce. Quel momento in cui un buon venditore illumina tutta la scena e ti porta nel mondo fantastico delle nuove esigenze, dell’emozione imperdibile, e chiude la vendita. C’erano troppi buchi, troppi vuoti che non riusciva a riempire. E lasciava il cliente interdetto facendolo dondolare sulle sue incertezze. Che periodo di merda, mai così. Il primo anno che non aveva incrementato il fatturato, anzi era addirittura in perdita evidente rispetto all’anno prima. Non voleva passare in ufficio, prima di iniziare il suo giro, prima di prendere in mano l’agenda degli appuntamenti già fissati. Doveva passare, ma non voleva, sapeva che il supervisore l’avrebbe preso in disparte per parlargli, per chiedergli cos’era che non andava. Per chiedergli cosa cavolo stava combinando, cosa dovevano fare per vendere. Perché fissava pochi appuntamenti, perché aveva così tanti buchi nella sua giornata tra un incontro e l’altro? Le aveva lette le sue relazioni, e Dario non aveva mentito, aveva scritto quello che faceva, non si era inventato scuse, impegni inesistenti. Stava in macchina, sentiva la radio. Sapeva che doveva cercare nuovi clienti, sapeva che non doveva stare lì a poltrire. Ma il solo pensiero lo angosciava. Lo angosciava doversi trovare davanti a una porta sconosciuta, a dei visi che ti guardano con diffidenza, e dover aprire una breccia, dover imporsi. Non poteva farcela adesso. Non aveva stimoli, anche se i soldi gli mancavano. E poi non era solo colpa sua se i clienti che già aveva acquisito avevano mollato, erano morti, avevano chiuso, si erano trasferiti all’est. Era colpa del momento economico. Non era solo colpa sua se non riusciva più a galleggiare. Era anche colpa del marketing della ditta, della loro continua estraneità alle esigenze concrete che ogni giorno reclamava e che non erano mai state ascoltate. Voleva stare in macchina, sentire le trasmissioni in radio, erano tutti allegri. Quando lo facevano incazzare con tutta la loro allegria li mandava a cagare e faceva partire un cd. Che cazzo avevano tutti da essere sempre così spigliati fin dal mattino? Dovevano per forza rappresentare, tutti rappresentare, e tutti a voler partecipare, a telefonare per sentirsi protagonisti, e sparare le loro idiozie sulla loro vita privata perché lo fosse sempre meno, perché fosse commentata e il loro ego da topo di laboratorio si sentisse gratificato. Dario non poteva fare a meno di ascoltarli e fare paragoni con se stesso. C’era di tutto. Chi tradiva regolarmente senza particolari problemi, anzi con una certa vanità. La donna aggressiva e piena di esperienze sessuali brava a fingere gli orgasmi. C’era chi aveva problemi di soldi e non tirava la fine del mese. Cera chi si incazzava con il governo e con le tasse. C’era la gente come lui, e li odiava. No non sarebbe andato in ufficio. Aveva tolto il giaccone e lo aveva messo sul sedile posteriore. Si era dato un’aggiustata al nodo della cravatta guardandosi allo specchio, e si era guardato i denti anneriti dal caffè, e con un filo di tartaro sui bordi. Non avrebbe più dovuto rimandare il dentista. Anche quello ci mancava. No, in ufficio non sarebbe andato. Aveva preso in mano l’agenda, e guardato la data e le due righe patetiche segnate dopo due orari, uno a metà mattino, l’altro nel pomeriggio, con scritto sotto quest’ultimo chiamare per conferma. Anche se sapeva già, quando lo aveva scritto, che quello non lo avrebbe ricevuto. Voleva stare solo, non voleva neanche che il telefono suonasse. Al solo pensiero di averlo lì appoggiato davanti vicino al cambio. Al solo pensiero che quello da un momento all’altro avrebbe potuto accendersi e richiamarlo alle sue  responsabilità al suo dovere, alla rottura di coglioni inesauribile di tutte le esigenze insaziabili, gli veniva male. Voleva essere dimenticato, non potevano dimenticarlo, non poteva addormentarsi e svegliarsi in un altro posto, su di un bel prato con qualche formichina che gli camminava sopra amorevolmente, e non sentire più gli infiniti richiami della vita che lo stava solo distruggendo, e più lo chiamava e più lui rispondeva forte all’appello. Quasi a farsi del male da solo, quasi a non voler uscire dal gioco, quasi a voler dimostrare di poter tenere duro anche se era sotto di tanti punti. E c’era sempre qualcuno lì a contare, a tirare le somme, e a fargliele vedere. A mettergliele sotto il naso. Avrebbe potuto svegliarsi in un posto così, magari con una bella roulotte che lo avrebbe accompagnato per mari e monti, tra vallate e deserti dove sentirsi pieno e vivo, come avrebbe voluto sentirsi. Come il fiato che ti entra nei polmoni e ti fa respirare, e nessuno lo avrebbe visto e nessuno avrebbe potuto giudicare se quello era un uomo che si sentiva completo, un uomo da prendere in considerazione, un esempio o un semplice imbecille. E neanche lui si sarebbe guardato in quel momento, non si sarebbe visto, e tutti i suoi gesti sarebbero stati spontanei come avrebbero dovuto sempre essere, senza essere meditati prima, ma semplicemente l’espressione della sua essenza. Ma intanto si immaginava, e sapeva di immaginarsi. E si commuoveva nella sua visione come un coglione, come un uomo patetico che si fa compassione, come un sognatore che sa di prendersi in giro, e sa che tra poco bene o male girerà la chiave della sua auto e risponderà al cellulare. Che arriverà puntuale agli appuntamenti, che non cercherà di fare tardi la sera, perché tornerà sicuramente a casa. A un certo punto girerà il muso della sua macchina come la prua di una barca e tornerà alla sua riva, anche se aveva sperato tutt’altro. Tornerà a trovare la tv accesa. Troverà la moglie distratta e la figlia che fa i capricci perché deve finire di colorare il disegno e non ha voglia. Troverà la pianta che marcisce lentamente nel vaso, e nessuno riesce a spiegarsi il perché. Eppure era il numero due, di una ditta con centinaia di venditori sul territorio nazionale. Era arrivato fin lì, da poco, da niente quasi. Con molto impegno e molta dedizione. Si era fatto il mazzo. E nessuno avrebbe potuto negarlo. Forse adesso il numero due non lo era più, sicuramente erano arrivati altri venditori più carichi e stavano dimostrando che il mercato non era così morto, che ancora si poteva incrementare che c’erano spazi per crescere per chi ne aveva voglia, per chi  aveva carattere e ci sapeva fare. C’era sempre, per un buon venditore, una strada buona da prendere. Se non c’era se la sarebbe fatta lui a sua misura, sulla misura delle sue esigenze e dei suoi obiettivi. Ecco, sì. Sicuramente lo avevano già passato, in proiezione qualcuno, sicuramente più di uno avrebbe finito l’anno con un fatturato decisamente migliore del suo. Questo lo faceva incazzare. Suo padre gli aveva insegnato ad essere profondamente competitivo. Ma gli aveva insegnato soprattutto ad essere un perdente. Non poteva essere più stronzo suo padre. Suo padre che lo aveva umiliato davanti a tutti perché si era fatto sfuggire il primo posto alla campestre scolastica proprio all’ultima curva. Perché  non aveva stretto i denti, perché quello che conta in certi momenti non è più la forza che si ha ma la voglia di vincere sopra ogni cosa, la voglia di strappare la vita come un brandello di carne e mangiarsela ancora cruda. Quello contava. E suo padre ce l’aveva, o almeno diceva di avercela, e lui gli aveva sempre creduto. E non poteva  pensare il contrario, solo non riusciva a capire perché non riuscisse ad aiutarlo. Quasi come fosse un possibile rivale, quasi come fosse impossibile che si dimostrasse un uomo migliore di lui, quasi come se questa fosse la sua unica preoccupazione. Avere un figlio che gli arrivasse davanti. Dario ci aveva messo troppo tempo per capirlo. Quel giorno gli aveva gridato del coglione suo padre. Glielo aveva gridato lì tra la gente, mentre lui, con una mano appoggiata ad un ginocchio, cercava di bere un sorso di tè caldo da un bicchiere di plastica che una signora distribuiva a tutti i ragazzi arrivati. Era stata una scena devastante, si erano girati tutti. E tutti dovevano averlo compatito. Si erano girati e lo avevano guardato senza parlare, ammutoliti. Senza il coraggio di difenderlo o di dire una parola. Poi suo padre se ne era andato. Qualcuno, un compagno di classe,  gli aveva messo una mano sulla spalla dicendogli qualcosa per consolarlo, mentre lui  guardava le scarpe infangate sprofondare nella poltiglia e i pantaloni della tuta sporchi di terra, che sua madre avrebbe lavato. Sarebbe dovuto tornare a casa, in quella macchina in silenzio, con suo padre con lo sguardo arcigno e la mascella serrata che guidava come se stesse conducendo il mondo. Non una  semplice utilitaria, conduceva il mondo, tutto il mondo che senza di lui sarebbe franato, che non poteva fare a meno della sua presenza. E così era tornato a casa, e sua madre gli aveva detto mamma come sei conciato, assaporando nell’aria odore di sconfitta e facendo come se niente fosse, con quella cura e quella attenzione, con tutte quelle parole per niente che invece di stemperare la tensione, amplificavano il suono della delusione. Adesso, chissà chi gli era passato davanti. Chissà la ditta come aveva da sfregarsi le mani pensando agli alibi che quei successi gli conferiva. E certo, se quello ce la fa, se quell’altro ha incrementato, certo, proprio così. Un gioco al massacro. Probabilmente qualcun altro era stato preso nello stesso ingranaggio dal suo successo avuto in passato. Ma non provava la minima compassione. Assaporava il cinismo del suo lavoro, e le parole acide che avrebbe avuto per i commenti dei capi. Non era nato ieri, aveva sempre dimostrato di sapercela fare. Aveva la sua parlantina, aveva sempre le frecce al suo arco. Avrebbe saputo difendersi. Ma ora non poteva pensare all’ufficio. Lo stavano aspettando. Era normale che passasse, o almeno che desse un colpo di telefono. Non che facesse finta di niente. Come se niente fosse. Quindi, lo avrebbero chiamato da un momento all’altro. E quella mattina aveva guidato, come stava facendo ora, aveva guidato cercando delle risposte, cercando una soluzione. Cercando di non rendere troppo teatrale il suo gesto, troppo dimostrativo. Anche se non riusciva a fare a meno di immaginarlo così. C’era la luce, e c’era il sole. Ma il paesaggio era completamente oscurato. Poi gli era arrivato il messaggio di Lucia, come va tesoro ti amo hai preso la bolletta da pagare, è scaduta. Lucia lo amava. O le piaceva scriverlo nei messaggi. Non riusciva a capirla. Aveva guidato in direzione al primo cliente. Con lentezza. Appoggiando il gomito al bordo del finestrino, sentendo la radio. Prendendosela comoda. Prima ancora di arrivare gli era arrivata la chiamata del supervisore. Era la segretaria, dove sei te lo passo. Lo aveva minacciato pesantemente quel bastardo. Che rabbia si era sentito in corpo. E, finita la chiamata, aveva schiacciato il telefono con forza sul sedile di fianco. Gli aveva solo risposto non potete farlo, non sai come sono messo. Avevano abbassato il suo compenso provvigionale. Era caduto di fascia di fatturato, e cosa poteva fare lui, c’erano le regole. Cosa avrebbero detto gli altri se avessero saputo? E si sapeva sempre tutto. Era troppo basso il suo fatturato e per le medie mensili non ci stava dentro. Più produci più guadagni. Più alta la vendita, più alta la provvigione. Il nostro tetto e il cielo. Era nella merda. Si era sentito prendere da un attimo di disperazione assoluta, quasi un rantolo dentro. Qualcosa che si stava contorcendo per morire da lì a poco, per finirlo del tutto. Aveva fatto il calcolo immediato di quanto avrebbe preso in meno, se il suo fatturato si manteneva su quella fascia. La caduta era inevitabile, e tutti i conti che aveva fatto per starci dentro andavano a farsi benedire. Forse doveva ancora correre da suo padre, e chiedere aiuto, e farsi staccare un altro assegno. Non lo avrebbe mai fatto. Non potevano venirgli incontro? Non potevano capire? Erano le regole, niente promesse, solo risultati. L’unica cosa. Neanche il suo buon rendimento in passato gli dava qualche credenziale in più. Non era venuta direttamente da lui, dal  supervisore, quella disposizione. No, dall’alto era venuta. Il direttore amministrativo. Aveva visto, che era sotto fascia da più di sei mesi. Avevano lasciato correre, aspettato il nuovo anno, ma non era successo niente. Doveva ringraziare se non gli detraevano quello che gli avevano dato in più per tutto quel tempo. Ringraziare, doveva ringraziare. Prenderlo nel culo di traverso e ringraziare. Questo volevano. Questo dovevano sentirsi, magnanimi, intoccabili. Dovevano sentire un senso di onnipotenza in ogni decisione. Era questo il gusto del potere. Non creare niente, ma poter distruggere. Distruggere, ed essere superiore a qualsiasi condanna. Questo era il potere che conosceva. Questo era quello con cui fare i conti. Poi, prima di riattaccare, gli aveva pure detto di non preoccuparsi. Che per la fine dell’anno era sicuro che sarebbe tornato su. Ce l’avrebbe fatta. Volevano metterlo sotto pressione. Sicuro, era quello. Spremerlo come un limone, e se usciva qualcosa bene. Al limite, ci avevano provato. Produceva meno, gli costava meno. Se alla fine non ci stavano più dentro, ne avrebbero trovato un altro. Ma sapevano quello che facevano, sapevano che potevano recuperarlo. Dario lo pensava. Pensava che era quello il processo mentale che li aveva portati a prendere quella decisione. Forse poi alla fine avrebbero lasciato correre, ci avrebbero rinunciato. O forse la cosa era da prendere in maniera più definitiva, e tutto sarebbe stato irrimediabile. Lo stavano segando via. Doveva essere contraddittorio, non poteva esserci un’unica risposta. Dovevano tenerlo così, appeso per aria, a penzoloni per la lingua. Dovevano farlo soffrire. Colpire, colpire in quello che ogni venditore ha di più caro, per scuoterlo, per farlo resuscitare. Ma così quelli lo avrebbero rovinato. Non sapevano i suoi casini. E c’era pure l’umiliazione con Lucia, e Chiara, che aveva iniziato il corso di ballo. Lucia avrebbe solo dovuto stare zitta dopo quello che aveva combinato. Ma era sempre un metterla di fronte ad una situazione complicata, in cui avrebbe reagito come faceva lei. Avrebbe detto di non preoccuparsi che ce la si faceva, poi dopo tre giorni sarebbe stata lì a reclamare che non si poteva fare niente, che sempre venivano fuori ‘sti soldi. Ed  era stato tutto così normale per lei. Così normale che lui in un modo o nell’altro aveva coperto il rosso. Aveva affrontato imbarazzato il direttore di banca che gli mostrava sullo schermo del computer la sua situazione, così non si può andare avanti, lei mi capisce, per chi ci ha presi? Per chi ci ha presi, gli aveva detto il direttore, come se lui stesse facendo il furbo. Era stato un imbecille a fidarsi di  Lucia, questo sì. E sentiva una rabbia condensarsi nei nervi, un rancore acuto per quella donna che diceva di amarlo. Guardava la spia della benzina. La lancetta che lentamente scendeva. Si chiedeva quanto ancora avrebbe percorso con quella che gli rimaneva nel serbatoio. Ce l’avrebbe fatta ad arrivare al lago e tornare. O andare. Andare senza fermarsi, andare fino a consumarsi per la sete, fino a lasciarsi andare per gli stenti. Fino a scomparire sulla strada come un fantasma, fino a disperdersi, come l’ombra di una nuvola sull’asfalto, senza dover più identificarsi senza più dover prendere una decisione e affrontare con piglio risoluto la realtà. Risolvere, risolvere i problemi. Tenere duro, andare avanti. Dimenticarsi scomparire, dissolversi come un albero nella nebbia, e finalmente poter respirare. Respirare a pieni polmoni. Sentire l’aria fresca entrargli nel petto e sentire il suo cuore battere al ritmo giusto, al pensiero corrente, coerente con quello che aveva sempre voluto con quello che si era sempre aspettato dalla vita e ancora aspettava che gli venisse concesso. O forse era lui che doveva allungare la mano e prendersi. Prendere se stesso per se stesso e rimanere così, anche nel silenzio più assoluto, nello spazio più vuoto. Come quella strada di notte, come la luce fredda dei fari, come i profili neri delle montagne che cominciavano ad apparire ai lati della strada in lontananza, e sentire che c’era tutto quello che di indispensabile voleva. Tutto quello di cui aveva bisogno. Il fiato necessario, il tempo necessario per godere la sua presenza, la pienezza indispensabile per sapere che nient’altro era più importante di quello e che non poteva negarselo. Ma ora quel tempo indefinito viaggiava sui binari della supposizione, mentre la sua auto era un punto tangibile su quella strada,  e percorreva le curve che cominciavano a salire con tutta la sua precisione meccanica. Dario non aveva risposte, e tutte le domande gli facevano paura. Restava con gli occhi inchiodati sulla strada, arrossati e stanchi. Gli angoli secchi della bocca. Non riusciva a vedersi, ad avere la minima coscienza di sé in quel momento. Era stanco, sfinito, ma qualcosa dentro di lui ancora lo faceva muovere. Lo teneva sveglio. Gli chiedeva di non fermarsi. Doveva proseguire, arrivare al lago. Doveva trovare dell’acqua e bagnarsi la faccia, rinfrescarsi. Doveva tornare a prendere controllo della situazione. Doveva chiamare Lucia, doveva superare il suo rancore, doveva tornare a stringere tra le braccia la sua bambina. Le cose si sarebbero sistemate, i conti sarebbero stati pagati. Sicuramente con un po’ di sforzo, di rinunce, di fatica, ma se  tornavano ad amarsi come aveva fatto un tempo, ad essere uniti e solidali, ad essere dei veri compagni, uniti nella carne e nello spirito come gli aveva detto il prete in chiesa. Perché non avrebbero dovuto farcela? Chi gli impediva di credere ancora alla vita, alla speranza di un domani pieno di tranquillità e di soldi? Un domani, in cui era possibile soddisfare i propri desideri, in cui gli oggetti non erano più degli ostacoli insormontabili tra loro e la loro felicità. Avrebbero buttato a mare tutte quelle cose e Lucia sarebbe tornata tra le sue braccia. Avrebbe di nuovo riscoperto l’amore, selvaggio e passionale. Avrebbe avuto un corpo agile e snello come quello di un tempo e si sarebbe avvinghiata a lui carica di piacere come un animale selvatico, e si sarebbero amati tutta la notte. Si sarebbero dimenticati di essere, quelli che poche ore prime discutevano sui problemi, su quelle sciocchezze, di come pagare, di come come fare, di dover rinunciare alle ferie, di voler cambiare il televisore che stonava sul mobile nuovo della sala. Avrebbero cancellato tutto quello. Tutto, completamente tutto, sarebbe stato dimenticato. Sarebbero stati una famiglia, un uomo e una donna appassionati, una figlia che splendeva sotto il sole lucente e protettivo della loro unione. Sarebbero stati in equilibrio, come il primo uomo e la prima donna prima della caduta. Sarebbero stati loro, e si sarebbero svegliati uno a fianco all’altra, con la tranquillità e la pace che solo un mattino di una nuova vita, di questa nuova vita, poteva offrirgli. Sarebbero. Se tutto. Se ancora. Se solo. Il telefono non squillava. La strada diventava più nera, e anche il misero cielo notturno scompariva tra i grossi rami degli alberi che si piegavano sulla sua auto. Quel maledetto telefono non suonava. Odiava Lucia, la odiava. Quella donna gli aveva distrutto la vita. Lo aveva riempito di debiti, e ancora non trovava pace, non si fermava. Era come mossa da un moto perpetuo, qualcosa di continuamente oscillante che come una mazza lo spaccava pezzo a pezzo. Altro che amarsi. Comprensione, famiglia, armonia, passione, desideri, felicità. Sì, felicità. Gliela rinfacciava sempre la felicità. Tanto era lui che doveva pagare tutti i prezzi, e dopo aver pagato tutto quello che poteva pagare per la sua felicità, era arrivato al fondo del barile e raschiando non veniva su che odio. Odio nero, grasso e oleoso che gli si appiccicava alle dita e  gli puzzava sotto il naso come fosse petrolio. Era quello, era il suo odio, quello che aveva tenuto per anni dentro, quello che aveva sempre mascherato perché gli faceva paura. Adesso quella donna glielo aveva tirato fuori. Lui grattava, voleva dare ancora amore, ma l’amore non c’era più, c’era solo quella schifezza. Il resto si era esaurito. Ora non sarebbe ritornato da lei, no, non sarebbe tornato neanche da Chiara che dormiva. Chiara dormiva probabilmente con lei nel lettone. E si erano già dimenticate di lui. Domani mattina, forse, la bambina le avrebbe chiesto qualcosa. Alzandosi, avrebbe detto il papà non c’è, dov’è andato a dormire? Ha già rifatto il mio lettino. E il papà non dormiva no, provava un dolore che non aveva mai provato prima e continuava a guidare. A guidare su strade che non percorreva da tempo. Continuava a guardare il telefono inerme al suo fianco. Continuava ad aver paura che qualcuno lo chiamasse e allo stesso tempo non poteva non sperare che qualcuno lo facesse. Ma no. Non avrebbero dovuto farlo. Avrebbero dovuto abbandonarlo così. Domani si sarebbe svegliato non sapeva dove, con la faccia pallida, le occhiaie e la barba lunga, in qualche parcheggio isolato. E sarebbe tornato, quando loro non c’erano, quando Lucia era già andata al lavoro e Chiara era a scuola con i suoi compagni, con la sua cartella sotto il banco piena di libri e di quaderni, con la sua calligrafia ancora incerta e già piena di impegno per fare bella figura, per farsi sentire dire che era stata brava. La cartella, i quaderni, i libri con le domande i disegni da colorare. E a lui cosa era servita tutta quella educazione? Tutto quello studio? Era servito per trovarsi a che fare con tutte quelle difficoltà che nessuno gli aveva insegnato ad affrontare, perché nessuno gli aveva insegnato la dignità per se stesso, e il momento prima di fermarsi, prima di farsi completamente schifo. C’era un genitore cattivo in lui, c’era un maestro cattivo, e c’era un uomo incompleto che faceva tutti i giorni conti con la propria solitudine, con i propri frammenti che giravano come un mulinello nell’aria. Quello c’era, nient’altro. E quello che aveva potuto immaginare o sognare dai libri di scuola, dalle illustrazioni fantastiche, era un modo per rendergli tutto ancora più indigesto. Per fargli solamente credere, che una possibilità, che tutto fosse diverso, probabilmente c’era. E se non si era avverata la colpa era solo sua.  Nient’altro che sua. Di lui appena. E allora poteva farsi un buco nel petto con il dito accusatore. Poteva sentire il desiderio di spararsi in bocca, e di farsi esplodere il cervello e tutti i denti sui vetri della macchina. O attaccarsi a uno di quegli alberi dai rami spogli, grigi, nebbiosi, e ingoiare il tradimento che aveva perpetuato per  tutta la sua vita, verso quello che avrebbe dovuto fare e non aveva mai avuto il coraggio di fare. Questo erano i libri, questa la scuola. Queste le note in rosso sul diario che la maestra gli scriveva, questo era lo sguardo patetico di sua madre, che sapeva che era già il caso di compatirlo. Questo era il castigo di suo padre, la rabbia il grido e infine l’indifferenza,  come se con lui non avesse niente a che fare. Questo era tutto quello a cui questo era servito. Ed ora toccava a sua figlia a Chiara che tornava contenta, che le era piaciuta la merenda, che i compagni le tiravano la coda, che ce n’era uno carino. Doveva sorriderle doveva farle credere che per lei fosse possibile. Doveva proteggerla dai suoi pensieri, doveva vederla felice, piena di sé e di speranza, anzi, piena di presente. Sì, piena di presente e nient’altro, perché il suo sacrificio, il suo dolore non le cadesse addosso, no, neanche una goccia, neanche un’ombra di quello che aveva vissuto lui doveva sfiorarla. Via, si era girata la pagina e la storia, e lui era abbastanza grande per combattere i suoi di fantasmi, per guardarli in faccia e strappare i veli che li coprivano, per vedere che sotto alle paure non c’era che un bambino felice, quello che sarebbe dovuto essere lui. Ma adesso per Chiara doveva essere diverso. Sarebbe tornato prima, quando ancora dormiva e si sarebbe fatto trovare a tavola insieme a lei lavato e sbarbato e avrebbero fatto colazione insieme. Anche Lucia avrebbe capito, e gli avrebbe solo lanciato un occhiata un po’ storta, ma poi si sarebbe spiegato, si sarebbe fatto capire. Forse ce la faceva ancora  a farsi capire, ad essere compreso. Forse, qualcuno si sarebbe avvicinato a lui per un attimo, e sentendo solo l’onda che emanava il suo dolore avrebbe capito. Lo avrebbe compreso a fondo, e avrebbe avuto pazienza, pazienza e rispetto, perché lui era tornato e lo aveva fatto con lo sforzo profondo della volontà e del coraggio. Perché lui si era rimesso in piedi e aveva ripreso a lottare come un guerriero. Perché ce l’avrebbe fatta a risolvere i loro problemi. Perché era un uomo pieno di risorse, un buon venditore, un grande lavoratore. Una testa dura, un tenace. Sì, ce l’avrebbe fatta e domani mattina sarebbero stati tutti insieme al tavolo della cucina a fare colazione. Lucia gli avrebbe detto non farmi più passare una notte come questa o puoi cominciare a scordarmi. E poi con il tempo, gliela avrebbe perdonata. Era in ansia Lucia, o stava dormendo. Non lo chiamava per ripicca. Voleva che facesse lui la prima mossa, forse doveva farla. Forse era meglio tornare immediatamente. Che idea assurda andare al lago. Avrebbe dovuto fermare la macchina lì e tornare immediatamente. Avrebbe dovuto farlo. Doveva farlo. Ma gli occhi più stanchi e dilaniati che mai dalle lunghe ore di quel giorno neanche si voltavano a cercare una piazzola di sosta, uno svincolo, una rotonda che l’avesse fatto tornare indietro. Anzi, la strada sembrava trascinarlo, come uno dei suoi tanti pensieri. Come un nastro trasportatore con su una bara di metallo. Quello era la strada. Quella era la sua macchina come tutte le macchine. Dario, aveva le labbra serrate e la mano destra appoggiata sul cambio. Scalava, frenava affrontava le curve e riaccelerava. E pensare che quando aveva imparato a guidare sembrava tutto così difficile, suo fratello gli diceva che cazzo fai, mollala piano quella frizione, la fai spegnere coglione. E prendeva lui il volante. E adesso sembrava che era nato con una macchina sotto il culo. Una macchina per macinare chilometri, per creare profitto, per raggiungere gli obiettivi. Una macchina per essere schiavo, con tutti gli optional di serie. E un’immagine sociale da preservare. Come l’aveva desiderata quella macchina. Come se lo immaginava il suo completo e la cravatta, dietro quei vetri leggermente fumé, il suo viso, la sua mascella, i suoi occhiali da sole. E gli sguardi di invidia. Che figurino su quella macchina. Ma ora l’avrebbe voluta cambiare. Troppi chilometri. Troppa voglia di sbattere via ancora soldi, ma per lui, per la sua vanità almeno quello, almeno quel regalo. Se Lucia non gli avesse bruciato il conto, senza dire niente, come una bambina che ruba la marmellata. Con il suo stupido orgoglio, ci aveva ficcato il braccio fino al gomito dentro il barattolo. Tutto perché lui non sapesse, perché lui non venisse a sapere che anche lei poteva sbagliare. Tutto per non doversi vergognare. E comunque non si era vergognata. Aveva trovato altro da rinfacciargli. Era la maniera più comoda di ingarbugliare gli argomenti e uscirne vincitrici. Era la maniera migliore per farlo impazzire ed averla sempre vinta. Dario si chiedeva perché mai Lucia non avesse avuto fiducia in lui, la amava così tanto. E tornava coi pensieri a cercare di giustificarla, o di compatirla. Di compatire quella bambina maldestra e viziata che tanto lo faceva arrabbiare. Quella bambina che gli aveva succhiato l’anima nelle notti d’amore e ancora lo stordiva quando gli faceva sentire che comunque lei c’era, che in qualche modo si preoccupava per quello che stava succedendo, che capiva i suoi sforzi e le sue preoccupazioni, ma che comunque non bisognava tentennare ancora più di tanto, in qualche modo ne sarebbero usciti. Ma quando questo succedeva, Dario vedeva solo un’altra crepa più massiccia e più profonda di prima aprirsi davanti a lui. Una crepa che l’avrebbe sicuramente ingoiato. Un altro ostacolo enorme, davanti al suo cammino, il fatto che sua moglie lo amava e non lo avrebbe mai abbandonato. Doveva fermarsi per pisciare. Fermò la macchina sulla corsia di emergenza e scese. Andò sul lato della banchina e si aprì la patta. Amore del cazzo. Sì l’amore era diventato solo un modo per rimanere in pigiama e ciabatte e poter scorengiare in libertà. Ecco cos’era l’amore. Poter pensare che c’era qualcosa oltre lo riempiva solo di altri inutili interrogativi. Sentì lo scroscio che gli cadeva tra le gambe aperte, e gettò la testa all’indietro, cercando di rilassare i muscoli del collo. Aprì gli occhi verso il cielo nero, vedeva solo il fumo bianco del suo alito uscirgli dalla bocca. Non c’era nient’altro. Il suo fiato come la sua solitudine, come il suo calore che ancora lo rendeva un essere vivo e senziente in quel posto in quello spazio indefinito. Una meteora dispersa. Sentiva delle scosse uscirgli dai muscoli intorpiditi della schiena. E ancora la mente non gli dava tregua, disobbedendogli, facendo i suoi percorsi per conto proprio, conducendolo dove non aveva più la forza di muoversi né di ragionare, trascinandolo, facendogli credere che c’era qualcosa da definire da rendere chiaro e lucido. Uno specchio, dove veder riflesse le proprie esigenze, dove poter leggere la realtà e il suo tempo. Dove poter davvero vedere se c’era qualcosa legato a quel sentimento, che non fosse puro compiacimento alla vita sociale. Ma c’erano davvero troppe cose, troppi oggetti tra le persone, perché potessero toccarsi con qualcosa di sacro. Qualcosa di slegato da un interesse contingente, da un’esigenza formale, da un bisogno commerciale. Qualcosa per cui non chiedere nulla in cambio. Respirare. Adesso era solo necessario respirare. Non sentire l’affanno del sonno e della sete. Non sentire. Stringere i denti e tenere duro. L’aria fredda della notte gli entrava nelle narici e gli gonfiava i polmoni. Si sentì legato a qualcosa di primordiale, di unico, come se fosse davvero un superstite su una terra deserta e incontaminata, come fosse il primo uomo, o l’ultimo. E nella mente si aprì un campo di granturco. Verde. Gli steli lunghi delle piante erano molto più alti di lui, perché lui era piccolo. Era un bambino. Non sapeva se quella fosse un’immagine dell’infanzia, o di un sogno. Ma l’immagine era reale e lucente come una visione che proveniva da un tempo incontaminato. C’era l’odore della terra. C’erano le sue mani con le unghie nere che scostavano le grandi foglie dai bordi taglienti. E all’improvviso si era perso, si era completamente perso in quel campo. Era lui, lui solo. C’erano forse degli amici prima, ma ormai non erano che voci in lontananza, e arrivava il silenzio, e arrivava la pace. Prendeva una pannocchia verde la sbucciava, strappava il pennacchio non ancora rinsecchito dal sole, e infilava i denti nei grani morbidi e sugosi. Tutto era odore, tutto era profumo. Era solo girarsi intorno, guardare, e non trovare, né suo padre, né sua madre, né suo fratello, non c’era la scuola non c’era la religione. C’era solo quello che avrebbe dovuto esserci, per perpetuarsi tutta la vita senza rancori, senza pensieri inutili. Senza la valanga di frustrazioni. In quel bambino c’era l’uomo che avrebbe voluto essere. Stringeva la sua pannocchia nella bocca e i suoi piedi affondavano tra le zolle. All’improvviso, come se qualcosa di divino le muovesse, arrivarono con una raffica tagliente di vento delle nuvole nere. Tutto il campo ondeggiò, e si scosse in un tremito. Non aveva paura. Arrivavano ribollendo nel cielo, un attimo prima terso e sereno. E scuotevano il suo corpo esile con i loro tuoni. Ma Dario non aveva paura, anche se si sentiva tremare dentro, anche se l’aria gli gettava le foglie in faccia e gli scompigliava i capelli. Si sentiva pieno di fuoco, di forza e di spirito, e non aspettava che le nuvole avessero invaso tutto il cielo, coprendolo completamente. Quelle nuvole che non aveva la minima idea da dove provenissero, quello nubi che non sapeva come si fossero formate, chi le avesse mandate così all’improvviso, quale forza remota e segreta le guidava e le portava proprio in quel momento su di lui, quasi a volerlo rendere partecipe di un’esistenza più vasta e superiore, svelargli segreti e misteri che solo lui in quel momento poteva capire. Era la pioggia. Le gocce enormi che cominciavano a cadere, dapprima rade, colpivano la sua fronte, picchiettavano sulle foglie, mentre un odore di terra umida e di muffa saliva e gli riempiva i polmoni, invadendo tutti i suoi sensi. Poi sempre più decise, più fitte, più violente, fino a sbattergli su tutto il corpo, sulla maglietta che gli si appiccicava alla pelle, sui capelli. L’acqua, quell’acqua tanto sognata, tanto sperata e benedetta, quell’acqua che lo stava inondando, che lo stava lavando come se fosse la prima volta, quell’acqua che lo consacrava e gli donava tutta la pienezza della sua esistenza. Era solo un bambino, un bambino in un campo di granturco. Con una pannocchia stretta tra le mani, una maglietta sudicia, dei jeans tagliati sopra il ginocchio e delle scarpe da ginnastica bucate. Ed era la cosa migliore che era mai stata. Il piscio caldo gli sgocciolò sulle mani rattrappite e screpolate. Diede una scrollata e si guardò la punta delle scarpe bagnate. Aveva freddo. Il tempo era ancora più umido e gelido. Se lo sentiva fin nelle ossa. Forse si stava avvicinando il mattino, forse. Forse era ancora notte fonda. Forse era solo la stanchezza, quella stanchezza che gli riempiva il corpo dopo momenti di grande tensione. Lo sentiva come se volesse smollarsi, lasciarsi andare, cedere, e lui ancora a trattenerlo, quasi fosse indispensabile rimanere ancora vigile, e presente. Doveva decidere cosa fare. Per domani aveva degli appuntamenti fissati. Si sedette sul sedile, ma rimase a pensare, a fare il punto della situazione. Sì, domani aveva degli appuntamenti fissati, e come si sarebbe presentato? Doveva cambiarsi, rendersi presentabile. Cercare di dormire almeno qualche ora, per non arrivare così, stralunato e assente. Aveva bisogno di dormire. Lo avrebbero chiamato ancora dall’ufficio. Il supervisore gli avrebbe sicuramente chiesto com’era andata. Voleva sapere se la sua strigliata avesse avuto qualche effetto positivo, o forse solo per rincuorarlo. Per fargli sapere che comunque la ditta c’era, lì, dietro di lui, e comunque, anche se le cose non stavano andando bene, lo appoggiava e lo sosteneva. Non avrebbero voluto perderlo, perché non era poi così facile da sostituire. Non era sicuramente indispensabile, ma lo sforzo di preparare un altro soggetto e metterlo lì al suo posto e cercare di ottenere qualcosa di meglio, non era poi così scontato. Dario questo lo sapeva, ne era convinto. Intanto quei figli di puttana gli avevano tagliato via una bella fetta di provvigioni. Che cosa poteva dire, cosa poteva reclamare. Lo sapeva anche lui, lo aveva letto nel contratto che aveva firmato. Era tutto scritto lì. Lo avevano letto insieme, lui e loro, prima di firmarlo, perché le cose gli fossero ben chiare. Non poteva cadere così dalle nuvole adesso. Doveva aspettarselo. Non si poteva sicuramente creare con lui un precedente per cui poi gli altri venditori avrebbero potuto fare osservazioni, dire che si usavano due pesi e due misure. Questo no, era una ditta seria quella. Era una ditta seria, glielo aveva ripetuto il supervisore quella stessa mattina. E lui aveva gettato il telefono sul sedile e aveva bestemmiato. Aveva pensato subito di avvisare Lucia, anche se la cosa lo spaventava. Ma doveva dirglielo. Doveva sfogarsi. Doveva avere una spalla su cui piangere. Ma Lucia stava lavorando e avrebbe dovuto attendere la pausa pranzo per parlare con lei. Avrebbe potuto chiamare Franco, parlare con lui, chiedere consiglio. Sentire che c’era comunque qualcuno che gli rispondeva al telefono e che lo sosteneva. Ma da tempo non si confidava con Franco, e anche lui sembrava preferire la compagnia di Lucia. Forse era davvero troppo nervoso in quel periodo, troppo scostante e irritabile. Troppo insoddisfatto, per potergli stare vicino. Forse avevano ragione tutti a trattarlo così. O forse nessuno lo trattava in maniera particolare, e solo la lente del suo occhio era storta e deformava la prospettiva delle cose. Doveva andare dal primo cliente, ricominciare tutto il teatrino come se niente fosse. Inscenare il suo miglior sorriso e sperare di concludere la vendita. Che lavoro da puttana era il suo. Lucia gli ma mancava. Gli mancava in maniera atroce, voleva chiamarla voleva dirle tutto. In quel momento, sì. Era l’unica persona che voleva sentire che voleva lo consolasse che voleva gli stesse vicino. Era l’unica persona in cui credeva, perché l’amava. Ne era innamorato come una volta. Come quando uscivano e stavano fino alle cinque del mattino a fare l’amore in macchina, e non erano mai stanchi, non erano mai sazi e si volevano ancora di più. Tanto che prima di addormentarsi dovevano mandarsi un messaggio di buona notte, e aspettavano poi il trillo del telefono al mattino, per tornare a volersi, a desiderarsi senza tregua. Sentiva che amava ancora sua moglie così, come l’aveva amata in quegli anni. Sentiva di potersi fidare di lei, di concedersi completamente, di liberare tutte le sue paure, tutti i suoi segreti, le zone più nascoste e fragili della sua coscienza e di essere accettato, sentendosi pienamente condiviso, nel suo amore, nella sua gioia, nel suo dolore. Sì, c’era ancora quell’amore in lui, quell’amore che come una folata di ossigeno scatenava l’incendio nella  camera delle passioni. C’era ancora, violento e selvaggio come non mai. C’era ancora, anche se lei sembrava non condividerlo più. Ma Dario, in quel momento, aveva cancellato le incomprensioni. Era sua moglie. Avevano una figlia, vivevano sotto lo stesso tetto, e quel periodo così drammatico e difficile doveva essere condiviso, per essere più leggero. Dovevano essere uniti per poterlo superare e uscirne vincitori. Doveva pur essere così. Cacciava via dalla testa tutti i fantasmi, e l’indifferenza di Lucia nei suoi confronti. Cancellava la sua sensazione di sentirsi di troppo, quasi un peso a cui lei reagiva con uno sbuffo, come una bambina annoiata e ormai stanca del solito gioco. Stanca di sentire la sua voce, le sue recriminazioni. Stanca del suo pessimo umore e dei momenti vuoti e incomprensibili. Stanca, stanca, Lucia era stanca anche se continuava ad amarlo, a sentire nelle viscere il legame che lo stringeva a lui, nonostante tutto. Voleva dedicarsi alla sua vita, alle sue amicizie. Ai suoi interessi, a quello che ormai le dava gioia e serenità e non affrontare più un rapporto di coppia che la dilaniava, che la metteva continuamente in relazione con quello che di pessimo c’era in lei. Voleva un rapporto che la facesse dimenticare, quello voleva, non dover più rendere conto, non dover più giustificare e giustificarsi. Voleva nascondersi. Sì, Dario lo sapeva. Voleva sparire ai suoi occhi e vivere tranquilla. Sentendosi gratificata dalle amicizie, sentendosi apprezzata dagli altri. Di lui importava solo il rapporto familiare. L’immagine che dovevano dare quando uscivano insieme. Il concetto che dovevano esprime, per assimilarsi, per non sembrare degli estranei, degli sbagliati. E come ogni famiglia, nutriva il suo marcio e se lo teneva dentro gelosamente. Doveva tenerselo dentro. E parlare poi con gli altri dell’ipocrisia di certa gente. Doveva essere così per funzionare, la famiglia. Dario non riusciva a capirlo. Non riusciva ad atteggiarsi. Non riusciva a far finta di niente. A soffocare e annullare come inutili i suoi sentimenti. Tutto doveva trasbordare al di là dei limiti della decenza. Doveva per forza trasparire in lui il senso di malessere e di rabbia che lo invadeva e che condizionava ogni suo gesto. Ma ora era importante chiamarla. Sentire la sua voce, sentire che erano ancora insieme e che insieme avrebbero superato anche questa. Senza pensare al futuro, senza pensare alle possibili recriminazioni. Doveva sentirla con sé perché era troppo fragile. Ma c’era di mezzo la pausa pranzo, e il telefono era sicuramente spento. Provò comunque a chiamarla, una due tre quattro volte. Senza che rispondesse. Facendo squillare il telefono fino a che la linea cadeva. E intanto guidava, doveva arrivare dal primo cliente. Fare la sua prima visita quotidiana. Cercare delle soluzioni nella sua testa, per invertire quella maledetta tendenza negativa che lo accompagnava da mesi. Forse avrebbe dovuto cambiare lavoro. Sì, rimettersi in gioco. Ricominciare da capo, ritrovare l’entusiasmo che aveva all’inizio, che gli dava quella marcia in più per superare le difficoltà, per raggiungere con più tenacia gli obiettivi. Riprendersi quella grinta, quello spirito di non sentirsi mai finito, mai vinto, fino a tornare in sede con i contratti firmati, con i suoi numeri segnati sulla cartella esposta in ufficio come esempio da seguire. Lo facevano tanti venditori, cambiare. Lo facevano perché avevano bisogno di aria nuova, avevano bisogno di nuove pacche sulla spalla, di sentirsi crescere, di sentirsi apprezzati in un contesto più ampio. Lo facevano soprattutto per guadagnare di più. Perché si facevano convincere che da un’ altra parte avrebbero avuto più chance, più possibilità di sfondare e  di fare il colpaccio. Di veder arrivare sul conto le grosse cifre e cominciare a cambiare radicalmente stile di vita. Di salire un maledetto gradino sociale in quella società paludata che li circondava, per distaccarsi. Per sentirsi dei vincitori. Anche lui avrebbe dovuto farlo. Magari buttarla lì a qualche suo vecchio cliente che lo aveva in stima e ricominciare ad imparare con umiltà. Ma ora aveva quell’appuntamento, quella vendita da concludere. Doveva impegnarsi prima di mollare. Dimostrare che ancora i numeri riusciva a farli e farli ricredere. Dimostrare di saper toccare il fondo e risalire più forte e migliore di prima. Guidava nella mattina soleggiata, sulla strada fiancheggiata da capannoni industriali. Sulla sua macchina nera di rappresentanza intrappolata nel traffico, insieme ad altre macchine, piene di facce. Di donne con gli occhiali che parlavano al vivavoce e non lo guardavano, di operai su un furgone, di agenti solitari come lui con la giacca, la cravatta e gli occhi dietro gli occhiali scuri. Gli veniva da pensare a quante vite vivevano contemporaneamente alla sua, e tutto quello che in quel momento stava succedendo. Chiara era a scuola, Lucia al lavoro. Cosa stava facendo suo padre? Come erano isolate le persone, come erano sole, come tutto poteva svolgersi e vivere anche nella sua assenza, anche nella sua ignoranza. Come tutto, gli alberi, gli animali, il sole, gli stavano dimostrando che avrebbero fatto a meno di lui. Anche se lui non riusciva ancora a fare a meno di sua madre, e il fatto di pensare che ora lei non guardasse dalla finestra, non desse da mangiare ai suoi gatti, o semplicemente non buttasse via la spazzatura, lo riempiva di tristezza. Ricordava sempre uno degli ultimi pranzi domenicali. Lo faceva sentire pieno di pietà per sua madre e per se stesso, tanto che le lacrime gli salivano agli occhi. Succedeva quando guidava, e la radio suonava le sue canzoni, mentre Dario non faceva che ascoltare i suoi ricordi, per torturarsi. Era tanto, troppo il tempo che il suo lavoro gli concedeva a quelle divagazioni. E da un cliente all’altro, tra un appuntamento e l’altro c’era sempre l’occasione di perdersi, e lasciarsi precipitare davanti a quelle immagini. Sua madre continuava ad andare avanti e indietro, dalla sala alla cucina, con su le sue ciabattine da casa. Diceva faccio io, portava il pollo l’insalata, portava via i piatti del primo. Sua madre non si fermava, non si fermava mai. C’erano tutti a tavola. C’erano Chiara e Lucia, c’era suo fratello con la moglie, solo suo padre aveva già mangiato e si era chiuso in camera. Lucia l’aiutava, la moglie di suo fratello mangiava e suo fratello parlava. Parlava come se niente fosse, come se non vedesse i segni della malattia sulla loro madre. Suo fratello parlava, parlava del lavoro, di come era bravo a risparmiare, di come non si faceva inculare, lui. Dario dapprima cercava di seguirlo. Poi gli venne in testa che suo fratello era un coglione, era stato solo e semplicemente un coglione, senza un briciolo di umanità, se non quella che teneva nel portafoglio. Cercava di rispondergli comunque. Di mantenere il tono della conversazione. Cosa poteva fare? Non poteva mettersi lì a sgranare il rosario. O a piangere, stringere sua madre tra le braccia e dirle, e gridarle tra i singhiozzi che non voleva perderla, che non ce l’avrebbe fatta senza di lei. Non poteva certo. Doveva parlare con suo fratello cercare di mantenere quel suo tono distaccato e  gioviale come di una chiacchierata qualsiasi, in un posto qualsiasi. Odiava, odiava come si potesse rimanere così. Ma non poteva assolutamente farne a meno. Digrignava i denti. Diceva sempre a sua mamma che era buonissimo, e lo era, e lei era davvero contenta. Perché rovinarle il giorno di festa? Perché odiava così tanto la morte, la perdita, il senso di quella mancanza totale e irrimediabile? Perché se la doveva trovare come uno spettro dietro ogni frase che gli usciva dalla bocca, come un cancro assoluto che avvolgeva ogni sua parola? Voleva essere disinvolto, voleva e si sforzava di esserlo. Ma era una fatica immensa, e sperava che sua madre non si accorgesse di quella bestia che gli rodeva dentro. Di quel cane che latrava nei polmoni e che lui soffocava in gola. Guardava i suoi gesti che già contenevano il vuoto futuro e non si dava pace. Accarezzava la testa di Chiara, guardava con sgomento le punte affilate dei coltelli che entravano nella carne e la tagliavano, e si riempiva di angoscia. Sua madre non doveva accorgersene, Chiara rideva con quei tre denti che aveva in bocca ed era bellissima, e la nonna era lì e le sorrideva e assecondava ogni suo capriccio. Lucia cercava di rendersi utile. Avrebbe lavato i piatti. Sua cognata era al dolce. Sua madre diceva lasciate stare, state seduti che vi porto il caffè. Potevano andare avanti così per anni. Potevano, come era già successo altre volte, in altri pranzi della domenica. Potevano sedersi sul divano e guardare distrattamente la televisione e commentare i fatti del telegiornale. Potevano bersi mezzo bicchiere di liquore, ed estraniarsi, lasciando cadere il dialogo su cose banali di tutti i giorni. Dario avrebbe saputo che era l’ultima volta pochi giorni dopo, ma già se la portava nel cuore, e già l’aveva immagazzinata nel ricordo per fustigarsi con il suo dolore. Dopo aver bevuto il caffè si era alzato e si era seduto su una sedia di paglia della cucina, e la guardava di spalle mentre Lucia, indifferente, impilava i piatti sul tavolo. Non aveva la minima idea di cosa gli stesse passando nel corpo, non aveva la minima idea della cascata di ricordi che si erano aggrovigliati in lui. Poteva andare indietro di decenni e avrebbe rivisto e rivissuto la stessa scena,  sua madre di schiena dietro il lavandino e lui con lo straccio in mano ad asciugare le pentole. Sarebbe andato avanti per anni ad asciugarle quelle pentole. Sarebbe andato avanti per anni a sentir ripetere a sua madre che ci aveva messo tutta la mattina a cucinare, e che in un’oretta se n’era andato tutto il lavoro. Che cucinare, se uno ci pensava, era un lavoro ingrato. Ma le piaceva, eccome. E leggeva la soddisfazione sui volti sereni e sulle pance piene, anche se nessuno aveva commentato niente. Anche se lei aveva chiesto, e gli era stato risposto con un monosillabo perché si era intenti in qualche discussione. Era contenta perché tutta la sua famiglia era lì e lei non ne avrebbe voluta un’altra. Non c’era una famiglia migliore, non perché non ci fosse effettivamente ma perché quella era la sua e non poteva che amare suo marito e i suoi figli. Non poteva che amare i suoi gatti e le piante sul balcone. Non poteva che amare. A Dario sembrava tutto sbagliato, tranne lei. E adesso era seduto al tavolo. E non asciugava le pentole, ma guardava solo sua madre che le appoggiava su di un panno a farle sgocciolare. Non sapeva che dirle. Poi si alzò e imbarazzato, prendendola per le spalle, le diede un bacio sulla nuca, e disse vado in bagno. Aprì la finestra e cominciò a respirare affannosamente, poi guardando i campi che non c’erano più, guardando l’asfalto nuovo sulla strada, capì che tutto era inevitabile e violento e insopportabile. E pensò che era meglio uscire, chiudere la finestra come un feretro personale e tornare con gli altri per salutarsi. Si lavò gli occhi arrossati sotto il rubinetto con l’acqua fredda e tornò in sala come se niente fosse. Suo fratello gli disse solo, che cosa hai fatto ti sei lavato i capelli? Perché dei fili bagnati gli erano caduti sulla fronte. Non capiva un cazzo. E non ci sarebbe stato più tempo per capire. Si salutarono lì sulla soglia, senza che suo padre uscisse dalla camera. Aveva paura a voltarsi a dare le spalle a sua madre per scendere le scale. Prese Chiara in braccio e le chiese di dare un bacio alla nonna. E sparirono sentendo sempre lo sguardo seguirli dall’alto del pianerottolo, sentendo nel cuore un insostenibile senso di colpa. Si era rimesso a guidare. Solo ora se ne rendeva conto, che la strada gli correva ancora sotto i piedi. Quanto tempo aveva guardato davanti a sé senza vedere? Per quanto era rimasto imbambolato senza percepire il tempo reale? Si sarebbe potuto andare a schiantare e non se ne sarebbe neanche accorto. Non si rendeva conto di cosa gli passava sotto gli occhi. Non si rendeva conto di quello che stava facendo, né perché stava lì, né perché non rientrava a casa. Non aveva neanche il coraggio di chiamare, si vergognava, forse era proprio quello. Era caduto e adesso si vergognava di presentarsi così, come s’era ridotto. Come un uomo pieno di pietà per se stesso, uno che si piange addosso, uno che vuole una scusa. Potevano andare a cagare Lucia, Franco, suo padre, tutti. Tutti potevano fottersi. Potevano pensare quello che volevano pensare. Pure di sua figlia non gliene importava, tanto sarebbe venuta su come sua madre. Sarebbe arrivato pure per lei il giorno di rompere i coglioni, per mettere il muso, brontolare e volere di più, di più, di più, senza accettare nessun no, senza sentire giustificazioni, senza dialogo. Solo dare e avere. Sarebbe arrivato anche per lei il momento, e lui sarebbe stato il primo uomo. Il primo da distruggere e da smontare per il proprio piacere. Sentì nel suo pensiero un’allusione all’incesto, e rimase inebetito, immaginando l’assurdità di avere un rapporto con sua figlia. No. non l’avrebbe mai fatto, mai. Ma perché la sua testa lo stava concependo, perché stava partorendo anche quel pensiero disgregante e non si fermava? La sua testa era programmata per la distruzione. Tutto si sbriciolava sotto i colpi di quel fiume senza argini, a lui non rimaneva che prenderne atto. Accettare di dover portare il peso di quei peccati davanti agli altri, di dover sentirne la colpa, anche se nessuno sapeva di che e perché. Per questo non tornava, per questo doveva continuare a guidare e non dover più affrontare nessuno faccia a faccia. Non voleva più rese dei conti, momenti decisivi, in cui doversi affermare, basta, non lo voleva più. Non voleva più niente da nessuno. Voleva lasciarsi andare, finire per perdersi del tutto, e dal tutto dimenticato, anche dalla sua memoria. In lontananza vedeva i fari rossi delle macchine che lo sorpassavano diventare ancora più rossi. Accendersi vivi d’improvviso, come uno spavento, e le quattro frecce cominciare a lampeggiare. Strinse istintivamente il volante, e il dito medio spinse il bottone con il triangolo rosso. Mentre i suoi occhi guardavano dallo specchietto che nessuno lo tamponasse per la fermata improvvisa. C’erano dei lampeggianti azzurri che bucavano la notte opaca. Lo prese un senso d’ansia. C’erano delle torce accese lungo la carreggiata centrale, che via via facevano restringere il flusso dei veicoli e li immetteva in una corsia di uscita. Tutti andavano piano. Poi erano praticamente fermi. Che ci faceva ancora tutta quella gente in giro? Perché anche la notte finiva per doversi agglomerare, mettere in coda ed aspettare? La notte era tutta una fregatura, come il giorno. Doveva essere un incidente. Con le torce che bruciavano sull’asfalto, non potevano essere semplicemente dei lavori in corso. Era così. Cominciò a vedere le ambulanze. E un poliziotto con la pettorina fosforescente che muoveva la paletta. Aveva lo sguardo fisso davanti a sé, analizzando il flusso delle macchine. Dario lo guardò in viso, doveva essere un uomo della sua età. Deciso e risoluto. Era proprio lì, di fianco alla sua portiera che respirava. Lui fece finta di niente, abbassò gli occhi, e vi passò davanti come le altre macchine. In lontananza vide l’auto incidentata. Era proprio quella degli imbecilli che lo avevano sorpassato prima. C’era un telo verde che copriva un corpo, con su una macchia scura. La vettura era dilaniata. Guardò nello specchietto retrovisore quelli che lo seguivano. C’era un gruppo di ragazzi, e tutti si affacciavano e godevano dello spettacolo. Avranno detto, cazzo che sfiga. E intanto guardavano e commentavano, e avrebbero comprato il giornale o acceso la tv il giorno dopo per convincersi di aver davvero vissuto un momento degno di nota. Dario guardava anche lui. Quella cosa morta che doveva essere sotto il panno verde, credeva probabilmente di arrivare a domani mattina. In fondo era stato solo un imprevisto. Intanto il flusso lo aveva portato fuori dalla tangenziale, in una zona boscosa. Non sapeva dove andare. Rimase con il dubbio alla prima rotonda e cominciò a girare, poi prese un’uscita senza sapere di preciso dove lo avrebbe  portato. Si lasciava andare. Non pensava più al lago. Non pensava a nulla. Il suo cervello era una lastra trasparente su un cielo scuro. C’era solo nervosismo e frenesia nei suoi gesti. C’era tutta la rabbia accumulata che ancora gli fluiva nelle vene e lo rendeva inquieto. Diede una botta allo sportello del portaoggetti, con forza, anche se questo non aveva accennato ad aprirsi, e si passò una mano tra i capelli. Non sentiva più neanche la sete. Sentiva solo che doveva proseguire, tenere duro. Far passare la notte. Poi domani tutto gli sarebbe apparso sotto un’altra luce. Lo sapeva, ne era convinto. Tutto avrebbe preso dei contorni normali. Tutto avrebbe avuto una spiegazione, una soluzione. Tutto. Domani. Con la luce. Con tranquillità. C’era già passato altre volte in situazioni che sembravano senza uscita, era un po’ anche il suo lavoro. Al mattino. Con calma. Lasciarle fluire, lasciarle andare per loro conto senza rompersi l’anima. Poi avrebbero ripreso la giusta dimensione. Sì, certo, non era normale. Avrebbe dovuto dire qualcosa. Qualcosa c’era sicuramente da dire. Lo avrebbero perdonato. Lo avrebbero capito. Era un periodo duro. Lo aveva detto anche a Franco qualche giorno prima, che non aveva mai passato un periodo così difficile. Che non sapeva che pesci prendere. L’aveva detto un po’ per vedere anche come lui avrebbe reagito. Lo aveva invitato a uscire, loro due, una sera. Bere una birra. Come facevano anni prima. Franco era brillante, troppo brillante. E aveva sempre qualcosa di allegro da dire alle cameriere. Franco non passava inosservato, non era certo un dito in culo come lui. Aveva imparato a lasciarsi andare nella vita. Aveva imparato a mollare le redini e non farsi troppi problemi. Aveva imparato lui. Dario era rimasto incerto. Avrebbe voluto uscire, ma si sentiva come in imbarazzo davanti all’amico. Sentiva che doveva aver qualcosa di credibile da dire, e non trasmettergli solo il suo vago senso di malessere. Qualcosa di concreto. Ma non voleva parlare dei debiti. Di suo padre. Di Lucia che non gliela dava. Non avrebbe voluto parlare di questo. E si era pentito amaramente di aver detto a Franco che le cose non andavano, e nei giorni seguenti aveva fatto finta di niente. Non lo aveva chiamato e non aveva fissato una sera per incontrarsi. Così, aveva lasciato cadere la cosa. Sapeva che Franco non era tipo da venire a chiedere. Avrebbe lasciato correre anche lui. Magari più avanti gliela avrebbe buttata lì, se andavano meglio le cose. Era solo dire sì e tutto sarebbe finito, come se non fosse mai iniziato, perché niente era stato detto. Non c’era più nessuno per strada. Come per magia si era ritrovato solo. Di nuovo. Nel silenzio più assoluto, sentendo solo il rumore del battistrada sull’asfalto. C’era andato poi da quel cliente. Ma non aveva neanche finito di annunciarsi alla segretaria che questa già l’aveva liquidato dicendo che il direttore si scusava, che aveva avuto un impegno imprevisto. Un impegno imprevisto. L’avrebbero chiamato loro al più presto. Non aveva avuto neanche la forza di opporsi, o di proporsi, di infilare il piede in mezzo alla porta. Se l’era fatta sbattere in faccia la porta e aveva solo abbassato la testa. Avrebbe voluto picchiare la mano sulla scrivania di quella rincoglionita. Avrebbe voluto fare qualcosa di esagerato e di eclatante, tutto perché non gli veniva la cosa giusta da fare. Vendere. Era tornato in macchina. Aveva ancora guardato l’ora. Forse sua figlia stava facendo merenda e correva nei corridoi della scuola con gli altri bambini. Era già una cosa a sé sua figlia. Non era più quel fagottino che si portava in braccio ed era tutta sua. Quando le scattava le foto nel passeggino, e le foglie autunnali come fiammate rosse sul marciapiedi, e il suo sorriso grande, immenso, da spaccare il cuore. Cercò una tavola calda, anche se non aveva fame. Ma era stanco di stare seduto, di rigirarsi sul sedile. Almeno avrebbe avuto uno sfogo il suo sguardo, avrebbe preso un giornale, lo poteva sfogliare. Aspettare mezzogiorno e parlare con Lucia. Con calma. Le avrebbe chiesto di ragionare insieme, senza scaldarsi, una soluzione l’avrebbero trovata. Anche se si sentiva appeso per il collo. Lo tenevano stretto, non lo mollavano, tutti i debiti fatti per poter partecipare, per esserci anche loro. Con la loro casa, con i loro mobili, con la loro auto e le loro ferie e i loro vestiti, e le loro cene, e i loro ristoranti del cazzo, e le loro amicizie leggere. Usciamo con loro stasera ti va? A Dario non andava più. Non andavano gli amici di Lucia, non gli andava di passare dai suoceri a lasciare lì la figlia. Sembrava che gli portava un cagnolino con il fiocco. Non gli andava. Eppure era uscito, anche con i colleghi di lei. Perché anche le varie mogli e i vari mariti sentissero i loro discorsi più o meno lavorativi che probabilmente ripetevano continuamente durante tutti i giorni, con una ovvietà che già a lui che li aveva sentiti una volta sembrava paradossale. Sembrava paradossale, che la gente vivesse così come dei vermi dentro una carogna, mangiando, mangiando sempre lo stesso marciume tutto per sperare un giorno di diventare mosca. Ringraziava il cielo. Di avere un lavoro come il suo in quei momenti. Quando la gente vive troppo insieme si incattivisce, e deve farsi per forza del male. È una legge della natura. E lo deprimeva sentire che Lucia forse anche più delle altre viveva di pettegolezzi e di opinioni, e che sempre doveva dire la sua. Non poteva funzionare diversamente. Anche il più imbecille dei lavori richiedeva quella presenza necessaria. Quella quantità di veleno indispensabile per non sentirsi una nullità. Anche in quel buco ristretto di ufficio o di una fabbrica. Lucia gli dispiaceva. Sperava di trovare una compagna più aperta e radiosa, meno impegolata con questi battibecchi, con questi interessamenti morbosi. Ma anche lui sentiva di dover dire la sua infine. Di dover partecipare. Di non farle passare una brutta serata. Di non far vedere che si portava dietro un sacco morto ma che il marito era sempre un tipo brillante e con mille esperienze di vita vissuta. Anche se a lei di quelle esperienze importava ben poco. Importava che lui ci fosse e di fare bella figura. Aveva ordinato un panino, e si era seduto su di uno sgabello guardando sul display del telefonino che ore erano. Erano ore, il tempo non passava. Gli cresceva l’inquietudine, e tutti i calcoli sbagliati venivano a galla sull’acido della sua esasperazione. No, le cose non potevano semplicemente essere quelle che erano. Dovevano riprodursi come una massa maligna e annientare il minimo buonsenso. Il direttore della banca gli avrebbe già tagliato la carta di credito e ritirato il bancomat. Gli avrebbero pignorato i mobili, gli avrebbero tolto la macchina. Avrebbero dovuto vendere la casa, trovarne una di ringhiera e rinegoziare il mutuo. Solo vergogna, vergogna e rabbia sarebbe rimasto tra lui e sua moglie. Vergogna di guardarsi in faccia. Disagio nel sentirsi vicini, perché uno era la distruzione dell’altro, questo voleva dire essersi amati, amarsi ancora. C’era un sorriso di Lucia nel suo ricordo. Un sorriso perfetto. Era proprio nel giorno del loro matrimonio. Lei era al tavolo, seduta dietro un bel bouquet di rose bianche, e una coppia di bambini si era messa a ballare. Erano davvero carini. Su di lei era sceso il silenzio mentre Dario la guardava, come in un fermo immagine. La musica, l’amico che gli stava di fianco e parlava con il bicchiere in mano. Si era tutto fermato. Perché lui potesse ritagliare quella frazione di tempo per se stesso, e trattenerla con tutta la tenerezza che aveva in corpo. Lucia era perfetta, era felice e amabile, dolce e tranquilla, sensuale e desiderabile più che mai. Sentiva in quel momento la conferma che tutti i dubbi che gli erano passati per la testa nei loro anni di fidanzamento, erano solo sadismi della sua mente. Sentì che doveva chiederle scusa in qualche modo. Fare qualcosa di grande e d’indimenticabile per lei, per quello che gli aveva dato con il suo viso, con il suo sorriso in quell’istante prezioso. Sentì che doveva amarla. Poi le danze si erano animate. Chiedevano alla sposa di fare un balletto sexy e avevano messo su una musica da spogliarello. Si erano ritrovati in mezzo alla pista, con gli invitati stretti intorno a loro due. Continuavano a scattare foto, tante foto, troppe foto, una dietro l’altra con i flash che gli sparavano negli occhi. Lucia lo aveva fatto mettere in ginocchio, cominciando a muovere i fianchi in modo provocante con una mano alla vita, ondeggiando da sciantosa. Gli aveva poi appoggiato una scarpa col tacco sulla spalla e, lentamente, mostrando la coscia a tutti si era sfilata una giarrettiera di pizzo bianca. Dario faceva il coglione. Aveva cominciato a tirare fuori la lingua e a latrare come un cane in calore. Infine lei, con sguardo di disprezzo, aveva accettato di lasciargliela afferrare tra i denti. Giusto perché aveva fatto il bravo e si era messo su due zampe. Da quel momento in poi gli sembrava che il suo matrimonio non era cambiato poi molto. Solo che ora non ce la faceva più e cominciava a ringhiare. Colpa sua che l’aveva lasciata troppo fare, fin dall’inizio. Colpa sua che pensava fosse un gioco. E pensare che aveva ancora un altro appuntamento di lavoro. E avrebbe dovuto fare qualcosa. Non poteva chiudere anche questa giornata in bianco. Non se lo poteva concedere. Sarebbe stato uno smacco. Gli sembrava di essere tornato ai suoi primi giorni di venditore, quando tutto era così incerto. Quando non aveva ancora capito le sue capacità, quando non aveva ancora imparo l’arte. Quando si faceva abbattere dal primo no e la giornata era tutta in salita. Ma la ditta aveva creduto in lui. O forse, in quel periodo non potevano permettersi altro. In fondo era entrato a costo zero, se vendeva bene, sennò ciccia. Ma adesso la musica era cambiata. Dopo tutto quello che aveva passato, gli anni, gli obbiettivi raggiunti, la stima dei capi, l’invidia corrosiva dei colleghi, si poteva permettere un sorriso solitario e compiaciuto. Proprio loro erano stati uno degli ostacoli più duri. Cercavano sempre qualche inghippo per screditare le sue capacità. Pensavano non fosse tutta farina del suo sacco. Semplicemente a loro non riusciva quello che per lui era così ordinariamente sorprendente. Aveva i suoi trucchi e taceva. Raccontava solo il necessario. La base il supporto su cui loro avrebbero poi fantasticato, fatto le loro deduzioni. Creato nel loro immaginario quello che volevano crearsi, ed era sempre l’immagine di un rivale temibile e insuperabile. Perché la cosa in cui erano più bravi i cattivi venditori era dare vita ai propri fantasmi. Bastava fare il contrario. Quello era il segreto, nient’altro. E lui sarebbe stato lì, e se la sarebbe distintamente goduta. Come gli piaceva fare, senza esagerare, come se fosse una cosa del tutto normale. Qualcuno era andato in bestia, e gli rifiutava perfino il saluto. Cose del mestiere. Ma ora il mestiere non c’era più, s’era dissolto come un fuoco fatuo, come qualcosa che in fondo non gli apparteneva, ma che gli era stato concesso così, per grazia. Perché ogni tanto il vento soffia dalla parte giusta, e sembra che tutte le cose, anche le più merdose, funzionino alla fine a meraviglia, e il mondo è perfetto, e si può ridere e fare il brillante, e pagare lo spumantino a tutti. Questo si poteva fare. Ma il vento  buono non c’era più. E il dono si era esaurito, come se fosse stato immeritato. Questo si sentiva. Doveva per forza essere esagerato e distruttivo. Doveva per forza farsi del male, per darsi una spiegazione. Doveva per forza espiare una colpa, per essere perdonato. Non poteva solo essere un momento difficile. Non poteva essere che la flessione del mercato l’avesse condizionato più di altri? Poteva essere benissimo. Poteva essere che da lì a qualche mese si sarebbe ritrovato di nuovo sulla cresta dell’onda e nessuno, nessuno avrebbe avuto niente da dire. Perché quello era un mestiere crudele e violento. E ti uccideva un giorno, per resuscitarti con tutti gli onori nel giorno dopo. Dario rideva di sé e del suo lavoro. In fondo gli aveva salvato la vita quando credeva di essere un incapace che non sarebbe mai riuscito a combinare niente di buono, né a portare a casa il becco di un quattrino. E gli piaceva ricordarsi la sensazione di potere quando aveva comprato la sua prima macchina full optional. Quando aveva aperto il libretto degli assegni davanti alla faccia di quello che gli proponeva il finanziamento e gli aveva detto niente finanziamenti, fammi il prezzo per prenderla adesso. Si sentiva ridicolo, ora non lo avrebbe mai fatto. Aveva imparato la misura. Vendere era una questione di misura, di giusta misura. Ed essere capaci di spostare a proprio piacimento i limiti della misura degli altri, era la giusta misura del venditore. Ma adesso c’era solo il panino che si raffreddava nella sua mano, e il telefono muto nell’altra mentre fingeva di leggere il giornale. Lucia ancora non lo chiamava. Lo avrebbe chiamato tra poco. Si immaginava la scena. L’inflessione di tono che avrebbe preso la sua voce, sentendolo così. Sentiva che c’era una parte di lui che avrebbe recitato. Sentiva che non sarebbe stato uno sfogo spontaneo. Sentiva che sarebbe suonato come meditato, calcolato. Perché era quello che stava facendo adesso. Non faceva che ripetersi la sua parte, perché ci fosse almeno una parte di lui sotto controllo. Ora si era proprio perso. Non trovava più nessuna segnaletica conosciuta. I fari scorrevano sull’asfalto anonimo e luccicante. Dario non sapeva darsi una ragione che lo spingesse a tanto. Era ormai incapace di pensare a una scusa, a una ragione comprensibile, che lo portava a fare quello che stava facendo. Ma in fondo, la sua mente era tanto confusa e dispersa da non riuscire a trovare neanche il minimo controllo sulle sue azioni immediate. Era ormai un automa che si muoveva nella notte, con un moto improvvisato e casuale. Ogni pensiero, ogni immagine, non aveva più un riscontro oggettivo. Non sapeva dare nessuna spiegazione alla sua presenza in quel luogo. Non poteva rintracciare nella memoria un riferimento chiaro che potesse rendere luce. Per quanto fosse arrabbiata sua moglie. Per quanto le cose sembravano irrisolvibili, ci doveva pur essere una parte solida a cui ancorarsi. Pensava di doversi fermare prima o poi. Pensava che andarsene in giro così non era da lui. Ma niente in fondo lo induceva a fare una scelta precisa, a prendersi una responsabilità. Ad afferrare quel cazzo di telefono tra le mani e chiamare e chiedere scusa, e magari sentirselo riattaccare in faccia. Al massimo avrebbe continuato così. Al massimo era quello che poteva succedere. Ma non successe un bel niente. Vide solo un’indicazione per l’autostrada, e la seguì. Non c’era più in giro anima viva. Faceva le rotonde illuminate dai grandi proiettori arancioni, che di giorno erano probabilmente intasate, come se fosse alla guida di un modulo lunare. Arrivò alla barriera del casello. Prese il biglietto di ingresso ed entrò in autostrada. C’era solo qualche tir che percorreva la corsia di destra, qualche autista che si ammazzava di lavoro, pur di prendere in tempo un nuovo carico, o di ritornare prima dalla famiglia, magari per fare insieme il fine settimana. Non c’era nient’altro. Non c’erano ambizioni né nuovi propositi. Non c’erano più le memorie della sua infanzia. Non c’era più sua madre. Non c’era più neanche il lavoro e un briciolo di affetto che potesse giustificare una sua lacrima o un suo ripensamento. C’era la strada dritta e senza curve, come una botola sul futuro. Il futuro che stava sempre al di là della capacità di illuminare dei suoi fari, mentre l’auto accelerava e consumava chilometri, consumava tempo e gasolio ed energie. Proiettata verso la discarica, come tutto prima o poi. Come lui stesso era proiettato verso la porta definitiva. A Dario non restava che guidare, come aveva sempre fatto. Era diventato facile. Tutto era diventato fin troppo semplice. Non era che fare quello che era stato programmato a fare. Non era che condursi, farsi scivolare via su quella superficie liscia e neutra. Tutto così doveva essere, proprio così. Chiara, la sua piccola Chiara. L’amore della sua vita l’avrebbe capito se avesse saputo. Lo avrebbe capito con uno sguardo dolce e delicato. Ora dormiva, dormiva con la mamma, e domani si sarebbe svegliata in un giorno pieno di vita. Tanta vita, tanti programmi, tanti desideri ancora da desiderare, tanti capricci, tante gioie immense tanto sfuggenti quanto definitive. Così, così doveva vivere. Sempre con questa intensità. Con quella densità che aveva provato lui, con tutto lo spirito che conteneva la gioia della materia, della carne, dei profumi, degli occhi carichi di cielo e di sole, di tramonti viola e di foglie verdi nel mese di aprile. E di fiori, sì, tanti fiori, tanti petali di prugno che volavano leggeri come una neve improvvisa, e le labbra aperte rosse e sorprese, nel turbine di vento. In quella fiamma doveva vivere, sempre, per sempre. La sua Chiara. Quella stessa sera l’aveva sentita ridere. Era arrivato sul suo pianerottolo, e mentre cercava le chiavi in tasca aveva sentito la tv accesa e la sua risata larga e allegra rimbombare sulle scale. Aveva tolto le chiavi di tasca ma esitava a infilarle nella porta. Era rimasto fermo, indeciso se aprire la porta o meno, come se fosse un gesto, fondamentale. Come se fosse meglio aspettare, far passare delle ore, cercare di trovare prima una soluzione. Poter affrontare la moglie sentendosi forte e deciso e non pieno di quello sconforto che non avrebbe fatto che irritarla più di quanto lo era già. Sicuramente lo era, anche se quando l’aveva chiamata era sembrata calma davanti alle difficoltà. Sì, lui stringeva quel panino in mano ancora. Quel panino che si era raffreddato e rinsecchito. Quel panino al prosciutto che non aveva più nessuna voglia di mangiare, ma continuava a tenere in mano, quasi servisse per dargli un contegno. Lucia era conciliante, consolatrice. Cercava di rincuorarlo. Di farlo calmare, sentendo, come solo lei sapeva fare, il suo disagio da ogni minima inflessione del discorso. Dalle sue parole smangiate e impigliate tra i denti. Sapeva che le avrebbe risposto così. Non aveva dubbi. Sapeva che poteva contare su di lei, sul suo appoggio. E sapeva, ne era pienamente convinto che questo sarebbe durato pochissimo. Che già quella stessa sera sarebbero usciti tutti i puntini su tutte le i che lei aveva trattenuto in gola. Sapeva che il cerchio della sua insoddisfazione, della sua breve forza di sopportazione, si sarebbe stretto presto intorno al suo collo soffocandolo. Chiedendogli tutte le giustificazioni che lui non sapeva dare, chiedendogli come avrebbe potuto fare ancora delle rinunce, chiedendogli come avrebbero fatto ad affrontare la vita in tutta serenità. Serenità, questo voleva lei, nient’altro, solo serenità, che neanche il conto in banca che aveva prosciugato le aveva dato. Serenità che sentiva ancora come un diritto, che qualcuno doveva pur procurarle. Serenità che le era dovuta. Che lui, o chi per lui, avrebbe dovuto darle, per sostenersi nel suo modello di vita. Quel modello che si era prefisso, che non accettava più nessun compromesso. Perché lo aveva preso nel culo solo lei. Sì, proprio lei, era stata tradita non solo fisicamente, ma tradita da tutte le aspettative di una vita adulta che le chiedeva solo responsabilità. Che non le dava più il minimo spiraglio per vedere le cose fluire spensierate e leggere come nella sua adolescenza. Come le avevano fatto credere dovesse sempre essere. Qualcuno alla fine doveva pagarle il conto. Qualcuno, e lì non c’era che lui, che si guardava le mani vuote e le unghie bianche, rigirandosi impaziente la fede sull’anulare. Non c’era che lui, e lui doveva fare qualcosa. Perché quella non era vita. Non arrivava neanche vicino a quello che lei era stata, a quello che avrebbe dovuto rappresentarla, per renderla felice e completa. Quella era la vita che le aveva dato, ed ora poteva riprendersela. Con tutte le sue cazzate, le sue gelosie e i suoi tradimenti, con tutta la sua esasperazione. Quella non era più lei. Quella non era la persona che era sempre stata. Quella era un adulta irriconoscibile, abbruttita dalla rabbia e dalle delusioni che le aveva provocato. Cosa voleva ancora? Mettersi a parlare, pensare di chiarire? Stare ancora lì a spiegargli il suo modo di vedere le cose, che pensava concreto, reale, oggettivo? No, lui non c’era più. Lui non c’era più con la testa, era impossibile stare lì ancora a discutere a parlare, parlare di che? Cosa dovevano ancora dirsi? Cosa esigeva ancora da lei? Che stesse lì ad ascoltarlo? Un uomo di merda. Che stesse lì ad andare dietro a tutte le sue ansie, a tutte le sue incertezze? Che andasse a cagare. Che non continuasse a rinfacciarle sempre ad ogni minima occasione i suoi peccati. Che si guardasse i suoi. Non aveva fatto altro che considerarla alla stregua di una puttana, capace di infilarsi nel letto anche con il suo migliore amico. Questo pensava. Pensava che non poteva neanche uscire una sera che lui cominciava a fare congetture. Immaginarsi situazioni assurde dietro un banale messaggio. Il sesso e il tradimento erano dappertutto, attaccati alla sua mente come una muffa.  Eppure non c’erano né l’uno né l’altro. C’era solo l’immaginazione, e un gran vuoto dietro. Un abisso. Dove s’incarnavano le sue paure e sfociava la sua rabbia. Ed era unicamente a questa a cui Dario credeva. Il sesso che non dava più a lui doveva per forza andare a qualcun’ altro. Non poteva semplicemente essere che Lucia si sentisse appagata così. Ci doveva sempre essere del torbido. Tutte le teste dovevano essere come la sua. Non potevano non vedere. E no caro, puoi andare a cagare. Vai a cagare, merda d’uomo. Vai a cagare. Poi gli chiedeva se era andato a parlare con la maestra di Chiara almeno. Se aveva pagato l’ultima bolletta. Erano già in ritardo. Le avrebbero tolto la linea del telefono. Non si poteva più ragionare. Non si poteva più sperare. C’era la finestra chiusa sulla facciata di un palazzo illuminato. C’era la sera come tante sere, con le televisioni accese, i quiz e i telegiornali che trasmettevano tutti le stesse notizie. C’era il suo volto immobile e terreo, senza espressione. C’era un grande silenzio dietro alle ultime parole di Lucia. Dietro alla mano di Chiara che lo tirava e gli chiedeva di smettere, di non litigare con la mamma. Silenzio, un silenzio vuoto e pieno di delusione. Non rimaneva che sedersi sul sofà. Non pensava che di alzarsi dalla sedia della cucina e muoversi, fare un primo passo, ricominciare a respirare. Ma non respirava più. E la sua coscienza frantumata e divisa rimaneva su quella sedia di plastica colorata, come l’ultimo residuo di quello che era stato. Voleva rispondere alla figlia che non era niente, voleva dire a Lucia che non aveva fatto nulla di quello che gli aveva chiesto. Che non aveva voluto vedere nessuna  maestra, che non c’era niente da dire sulla bambina. Che non aveva pagato quella bolletta, che non l’avrebbe fatto perché era ancora troppo alta. E che glielo tagliassero pure il telefono, internet e le chat piene di rincoglioniti. Voleva, ma il pensiero si era spento e non rimaneva che il vuoto pesante come una pietra nella sua testa. E qualcosa si era spento, si era accecato dentro di lui, prima che si ritrovasse in macchina a guidare nella notte. Aveva concluso la seconda vendita, il secondo appuntamento. Quello del pomeriggio. Aveva trovato il momento giusto, aveva trovato il tempo buono su cui far rimbalzare le sue parole, più convincente che mai. Ma non era servito a risollevargli il morale. Ed era tornato stanco. Di una stanchezza innaturale. Non si ricordava che doveva passare alla scuola di Chiara, non aveva preso la bolletta da pagare che era rimasta sul comò in sala. Si era dimenticato di tutto quella mattina. Quella mattina era leggero. Il cielo era leggero e azzurro. E le nuvole erano stupende, bianche e gonfie. Era una mattina da riempirsi i polmoni come un dono raro della natura e sentirsi semplicemente uomini. Così era stato quella mattina, e non c’era  niente che gli era passato per il cervello in quell’attimo in cui le chiavi avevano chiuso la porta di casa, e le sue gambe avevano sceso le scale dimenticandosi dell’ascensore. Niente, non c’era assolutamente niente, e stava proprio bene, benissimo. Poi si era fermato in piena notte e aveva mangiato quegli schifosi funghi, e quel transessuale mostruoso come lo spettro di un carnevale morto si era affacciato al suo finestrino. E quelli lo avevano sorpassato a tutta birra in macchina, e poi si erano schiantati e morti sull’asfalto coperti con un telo verde, e il poliziotto aveva fatto uscire le macchine. E lui al lago non era più andato, e aveva preso l’autostrada per non sapeva dove e guidava, guidava ancora come aveva fatto per tutto il giorno. Come aveva fatto per anni, come gli sembrava che avrebbe dovuto continuare a fare per tutta la vita. E ancora non riusciva a prendere in mano il telefono a chiamare e aveva una sete atroce. La gola secca e le labbra screpolate. Voleva acqua. Voleva buttarsela sulla faccia e tirarsi i capelli all’indietro. Voleva attaccarsi al rubinetto come faceva da bambino e bere fino a sentirsi lo stomaco gonfio, fino a sentirsi pieno e appagato. E quella notte infinita stava per finire. Non poteva durare ancora a lungo, perché il traffico sembrava stesse aumentando. Alle prime luci sapeva che avrebbe preso il coraggio a due mani e sarebbe ritornato in sé. Che avrebbe chiamato Lucia, che avrebbe dato il buongiorno a Chiara. Perché lui era così. Perché amava sua moglie, e gli sarebbe mancata. Perché quello che lo spingeva ad odiarla era la stessa ragione per cui si era innamorato di lei, e continuava a desiderarla. Era quella bambina intrigante e sensuale dalle labbra provocanti che lo seduceva, ed era  quella bambina capricciosa e irrazionale che sperperava il denaro e voleva sempre avere l’ultima parola che lo tormentava. Non poteva farne senza, doveva tornare da lei. Imparare a stare più calmo, a non prendersela per niente. I soldi andavano e venivano. L’importante era continuare a stare insieme. Continuare ad amarsi. Certo  le cose si sarebbero aggiustate. Era stato bravo in fondo, aveva concluso una vendita oggi. Una vendita su cui nessuno avrebbe scommesso. Perché non doveva credere ancora insistentemente in se stesso? Si dimenticasse un po’ tutti quei suoi pensieri. Si dimenticasse suo padre. Vedesse solo il suo lato generoso, anche se era difficile credere che quella sua generosità non era che un disinteressato atto di altruismo e non un’affermazione sempre tirannica della propria identità su quella del figlio. Lui era diverso, non era come suo padre, non era un tiranno. O forse non era mai riuscito ad esserlo, per quello stava male e faceva star male gli altri. Non aveva il senso completo di onnipotenza di suo padre. Ma era stato lui ad allungargli i soldi. Era stato decisivo. Quanti altri padri li avrebbero pretesi anziché voluti? Quanti avrebbero lasciato il figlio nel proprio brodo? Ma lui non era riuscito a dire di no, e lo aveva aiutato. E adesso anche lo sguardo pieno di pietà di sua madre non gli avrebbe strappato il cuore dal petto riempiendolo di autocommiserazione. Non avrebbe fatto la stessa cosa anche lui con sua figlia, con Chiara? Non era forse anche lui un padre? Non sapeva il peso delle difficoltà e il peso delle incertezze e degli sbagli che si compiono per inesperienza, per stupidaggine, per leggerezza? Sicuramente anche suo padre c’era passato, e aveva capito. Come avrebbe capito lui con Chiara. Avrebbe steso pure lui una mano. L’avrebbe stretta, abbracciata, anche se era arrabbiato, anche se sapeva che la figlia aveva fatto una cazzata, ma in cuor suo non sarebbe riuscito a serbarle rancore. Sarebbe andato avanti, anche se con lo sguardo duro e la parola ferma. Sarebbe stato come suo padre. Sarebbe stato normale. E non ci sarebbero stati strascichi, ogni ora sarebbe stata una nuova ora, un nuovo giorno un nuovo giorno, sarebbe stata una nuova vita. Senza quel peso infinito che non riusciva più a trasportare. Senza tutti i suoi perché che non avevano una soluzione. Sarebbe stato come rinascere. In fondo tutto era lì, a portata di mano, vicino a lui. Bastava allungarsi un attimo ed afferrarlo. Afferrare quell’esistenza che aveva sempre sperato. Tutto aveva una ragione d’esserci. C’erano i suoi debiti, i suoi problemi con Lucia, il lavoro che andava male, ma c’era per forza una soluzione razionale. Un modo per risolverli. Era tutto chiaro. Era solo un problema di atteggiamento, di inclinazione verso quello che lo ostacolava. La rabbia era inutile, totalmente inutile, serviva solo ad amplificare quello che era già faticoso di per sé. La rabbia era dei perdenti, e lui ce l’avrebbe fatta.  Aveva già una visione di quello che lo aspettava. Lo sentiva limpido in sé quello che avrebbe voluto si realizzasse. E questo era il miglior principio che potesse esserci. Si vedeva già tornare la sera e buttare la ventiquattrore sul sofà. Togliersi le scarpe, mettere i piedi sul tavolino mentre Chiara gli saltava in braccio e lo baciava sulla faccia senza dargli respiro. Lucia li avrebbe guardati sorridendo. Avrebbe guardato lui fare lo scemo con la figlia. E sarebbe stata fiera, perché sapeva che aveva avuto una buona giornata di lavoro. Avrebbe respirato finalmente anche lei quell’aria di serenità che aveva sempre sperato. Sarebbe stato più facile sopportare il peso di tutto il resto,  delle giornate no, delle rinunce, dello stress inesauribile di tutti i pagamenti. Perché era solo quello,  stare insieme e crederci, crederci fino in fondo, che un’alternativa a quella vita era pura pazzia, che una vita senza il loro amore non era neanche concepibile. Come aveva fatto a vivere così tutto quel tempo? Come aveva fatto a vivere vicino a sua moglie sempre con lo spettro del tradimento? Come l’aveva poi tradita più di una volta, e come si era permesso di poter fare il padre come si deve con sua figlia quando ancora si masturbava di nascosto? Come aveva potuto continuare degli anni così? Che razza di bestia era stato a pensare di poter portare avanti una vita del genere? Era lui l’ago della bilancia. Era lui che faceva sempre degenerare quello che doveva essere una  semplice vita familiare. Era lui a scatenare l’inferno, a liberare i suoi mostri e oscurare quella che poteva essere una felice vita domestica. Ma c’era del buono. Sennò Lucia lo avrebbe mollato da un pezzo. Sicuramente lei vedeva  in lui quello che lui stesso ormai da tempo non era più in grado di vedere. Si era accecato con le sue stesse mani e gridava contro i  fantasmi come se tutti li vedessero. Ma i suoi occhi erano chiusi e vedevano solo le figure informi della sua immaginazione. I volti terribili e amplificati delle sue paure, dei suoi rancori, di tutte le frustrazioni che aveva subito. Ma adesso era grande, era un adulto e aveva il peso di altre persone, la responsabilità di una famiglia, non poteva assolutamente farsi inghiottire da quella melma, doveva rialzare la testa e cominciare a respirare a pieni polmoni quell’aria chiara e fresca. E doveva cominciare ad irradiare di nuovo il suo spirito di luce viva, la sua risata e la sua gioia. Era tutto lì, lì vicino a lui come non lo era mai stato, come tutti si aspettavano che fosse. Sì, come avrebbe sempre voluto sua madre. In cuor suo sentiva di averglielo promesso, in tutte le ore di disagio che le aveva fatto passare. In pensiero per lui, per il suo futuro, per le scelte che non condivideva e da cui cercava comunque di trovare un modo di proteggerlo. Sua madre. Come l’amava ancora. L’amava tantissimo, come non mai. Ma non voleva farsi piegare dal lato patetico del suo ricordo. No, non voleva più viverla così, come un dolore. Come se il pianto fosse sempre pronto a esplodergli nel petto, pieno di quel lutto. No, sua madre non avrebbe voluto. Per niente. Avrebbe voluto vedere suo figlio forte, vivere in maniera allegra e piena la propria vita. Forte, capace di proteggersi, di fare la cosa giusta, di avere la volontà di reagire con coraggio ai propri errori e di risolverli senza dover tirare in ballo sempre suo padre, che si sa come era fatto lui. Sì, così lo avrebbe voluto. Le persone non dovevano per forza essere sempre quello che lui si era prefisso che fossero. Potevano, dovevano essere loro stesse, e questo non avrebbe dovuto spaventarlo, no, per niente, anzi. Doveva essere fiero di viverci assieme e di rispettarle pienamente, di seguire la loro vita e loro scelte con curiosità e interesse, cercando di capire, di imparare, di mettersi in gioco senza farsi per forza schiacciare. Era possibile quello? Era possibile dimenticarsi di rimuginare come le cose sarebbero dovute andare idealmente perché tutto fosse perfetto? Perfetta non era la vita. Perfetto era il suo opposto, era la sua negazione più assoluta. Aveva sbagliato lui, per anni a cercare di aggiustare le cose, senza pensare che tutto sommato quello che è nato per essere consumato non deve essere eterno. Inutile mettersi a raddrizzare queste cose. Tempo sprecato, bruciato vivo, il tempo che doveva invece impiegare a viverle. Sì, si era perso per troppo tempo, ma lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Sapeva che da qualche parte era contenuto in lui un concetto di equilibrio che lo avrebbe salvato. Che lo avrebbe reso un uomo più pacato e sicuro di sé. Più convinto del proprio valore, del suo amore della sua sessualità. Convinto del proprio lavoro e dei propri sforzi. Convinto  di non mollare davanti a niente. Pronto a far valere i propri diritti e a rispettare con fierezza i propri doveri. Senza rimpiangere. Un uomo come tutti alla fine gli avevano sempre chiesto. E tutti avevano ragione a volerlo. Perché per lui era fondamentale che si creasse uno spazio e una dimensione propria in cui incastrare la propria appartenenza sociale con ogni dignità. Questo chiedevano, questo volevano. E lui si era deciso a darlo. Perché aveva capito, infine aveva capito. La notte era stata lunga, faticosa, terribile, ma lo spiraglio di luce sarebbe apparso. Una persona normale, con dei pensieri normali. Quello che avevano sempre voluto, quello che gli era indispensabile per potersi ancora accettare. Far parte di loro e del loro mondo. Dei loro privilegi, dei loro viaggi, delle loro città, dei loro bar, dei loro cinema e ristoranti. Delle loro manifestazioni comunali, dei loro anniversari, delle loro feste comandate e di tutte le espressioni di vita quotidiana, dalla fila al panettiere alle chiacchiere scambiate con lo sconosciuto nella sala d’attesa dell’aeroporto. Alle strette di mano, alle previsioni del tempo, alle pacche sulle spalle, a tutte le garanzie che dava alla chiusura di un contratto. Ai caffè e ai brindisi, alle torte di compleanno e ai baci dati alla moglie mentre dormiva. Al silenzio della sua camera di notte, alla televisione che trasmetteva un film che tutta la famiglia voleva vedere. Alle domeniche pomeriggio passate al parco in bicicletta. Alla neve. Alle giornate di vento che strappa via tutte le foglie. Al cielo primaverile gonfio di odori. Alle serate estive davanti al ventilatore esausto. E alla luna e le stelle, a tutto il meccanismo che gira intorno e non si capisce bene perché ma è eccezionalmente bello. Tutto. Tutto, niente voleva farsi mancare. Dario rideva alla guida della sua auto. Non sentiva neanche più il freddo del mattino. Aveva un sorriso largo e aperto. Quasi da ebete a vederlo per caso, senza poter immaginare cosa gli passasse nella testa. Come un imbecille. Ecco cos’era, un perfetto imbecille che aveva guidato come un’anima persa per tutta la notte. Che non aveva fatto altro che massacrarsi senza sapere bene perché, senza trovare una ragione precisa, senza trovare un colpevole. Era solo guardarsi in torno, alzare gli occhi, vedere le auto che cominciavano a passargli accanto, il flusso del traffico che iniziava a intensificarsi. Le facce di altri automobilisti. Quelle piene di sonno che sbadigliavano come se si trovassero ancora sul cuscino, quelle sbarbate e presenti come se le avessero appena scongelate da un’ibernazione. Chi fumava, chi aspettava di arrivare al primo bar per farsi il primo caffè. Chi di malavoglia si lasciava trasportare, come se la macchina fosse agganciata ad una rotaia invisibile che lo avrebbe condotto immancabilmente al posto di lavoro, al dovere da automa, senza nessun pensiero corrosivo per la testa. Senza testa, senza volontà. Senza aspettarsi più niente che non fosse  una vincita alla lotteria o mandare a cagare il collega della squadra rivale, dopo l’ennesima sconfitta. C’erano gli uomini di fianco a lui. C’erano gli uomini come c’erano sempre stati per tutta la sua vita. Belli, brutti, profondamente anonimi e indefinibili. Ma uomini per dio, non spettri. Gente da prendere a schiaffi o da abbracciare. Gente con cui si poteva vivere e far finta di niente. Grazie, prego, ma si immagini, dopo di lei, buongiorno, buonasera, è stato un piacere, vai a cagare imbecille, taglia la strada a tua sorella. Gente. Come la gente. Gente e basta. Come lo era lui. Gente. Gente. Gente. Nient’altro che gente. E tornare a pensare che tra poco avrebbe potuto chiamare casa. Parlare con la sua piccola. Scusarsi con Lucia e ricominciare. Sapeva che avrebbe ricominciato, anche se la parola gli faceva ancora paura. Ma sapeva che avrebbe fatto così, perché era nella sua indole. Era un tenace, un tenace anche oltre il limite della decenza, anche al limite del buonsenso. Chissà quando avrebbe riabbracciato con passione Lucia, quando avrebbero fatto di nuovo l’amore pieni di voglia, e l’avrebbe sentita aprirsi e sciogliersi completamente in un tremito di sudore, sotto di lui. Senza più niente da rinfacciarsi, senza più rancori, vecchie ruggini, vecchie amanti ormai scheletri negli armadi, buttati definitivamente con sette lucchetti nel mare dei ricordi inutili. Senza poter più tornare per infierire, per dire la loro. Domani sarebbe andato sulla tomba di sua madre. A portarle dei fiori, sì, e a salutarla. Doveva salutarla. Perché ancora non era stato in grado di farlo. Era una cosa che doveva assolutamente fare. Per se stesso, e per lei. Per quello che aveva sempre rappresentato nella sua vita. Per non trasformarla in un’arma anche lei che era stata sempre così buona e dolce con lui. Sempre così accomodante. Ora doveva salutarla doveva mettersi lì, accovacciarsi davanti alla pietra e appoggiare una mano sopra come se volesse sentire il calore che non c’era più, ma era solo per averla più vicina. Per abbracciarla. Poi si sarebbero lasciati. Come avrebbero dovuto fare dopo che lei se ne era andata e non ne era mai stato capace. Forse sarebbe anche riuscito a dire una preghiera, come facevano insieme davanti alla tomba del nonno. C’era una quiete indicibile in quei momenti, e sentire la voce tenue di sua madre che usciva leggera dalle labbra come una ninna nanna gli metteva calma e tranquillità. Per questo gli era sempre piaciuto il cimitero e quel suo odore di fiori e di acqua marcia dentro ai vasi di rame. Era bello starle vicino, era bello pure pregare a pensarci, anche se in quei momenti avrebbe voluto far altro o non vedeva l’ora di andarsene. C’era una sorta di percezione di pace che gli si era incastrata nella coscienza e gli addolciva il ricordo. Ora sarebbe stato lui da solo sulla tomba. Non ci sarebbe stato nessuno al suo fianco, forse avrebbe potuto portare Chiara con sé, ma non sarebbe stata la stessa cosa. E poi la figlia non avrebbe capito. Partiva da un altro punto, da altre esperienze, chissà cosa sarebbe rimasto a lei nel ricordo di suo padre? Chissà, forse la cosa che lui riteneva più stupida o banale. Come comprarle una coca al bar, o farla sedere sulle sue ginocchia al cinema. Forse qualcosa del genere, chi avrebbe potuto dirlo. Era un’altra vita, quella di sua figlia, non la sua. Non aveva i suoi problemi, e non avrebbe potuto lenirli. Doveva essere solo in quel momento, davanti alla foto di sua madre che non aveva far voluto mettere ma che avevano messo lo stesso. E l’avrebbe baciata, avrebbe tolto la polvere che vi si era posata e avrebbe baciato quella foto, senza badare al  peso straziante che gli dava il suo sorriso. Era assurdo pensare come si potesse sorridere sapendo che quello scatto era per la propria tomba. Ma non doveva più pensare. Doveva semplicemente salutarla e tornare a vivere. E cominciare a vivere, risolvendo le cose una alla volta. Sarebbe stato anche da sua padre che non aveva più rivisto. Sì, sarebbe stato anche da lui. Gli avrebbe chiesto come va, e non avrebbe avuto la risposta desiderata. Se non mi fai girare i coglioni, come deve andare va. E di nuovo si sarebbe richiuso a riccio. Ma lui avrebbe continuato per un po’ a parlare, della moglie della figlia, di come andava la macchina e di quanti chilometri aveva già fatto. Poi lo avrebbe lasciato da solo, con i gatti che gli salivano sulle ginocchia e si facevano accarezzare, da quelle mani spesse, che per lui erano sempre state solo una minaccia. Da quelle mani che aveva paura solo lo sfiorassero. Ora erano mani vecchie, di un vecchio che coccolava i gatti con tutta la delicatezza di cui era capace. E ne era capace. E questa era la cosa più sorprendente. Sì, probabilmente era il giorno che arrivava. Dario lasciò uscire un sospiro, come se non avesse fatto altro che trattenere il fiato per tutto quel tempo. Era il primo grigiore che precedeva l’alba, e sui campi di fianco all’autostrada cominciava a vedersi la brina che li aveva coperti in quella notte gelida. Segnando il tempo che era trascorso, il tempo che ben presto si sarebbe scongelato come quei fili d’erba, e avrebbe ripreso a scorrere come aveva sempre fatto, come non aveva mai smesso di fare. E questo valeva anche per lui, per Dario, come per tutti gli altri che stavano riempiendo le corsie vicino alla sua. Gli si accese la spia del gasolio. Avrebbe dovuto fermarsi alla prima stazione di servizio, forse poteva anche chiamare, forse era già ora. Era solo proseguire, dritto su quella strada, seguire il flusso, farsi trasportare, dimenticare. Imparare a dimenticare e ricominciare. La pace infine. Una pace densa, profonda, respirabile come quel cielo terso di primo mattino, che già si velava di rosa. Bello quel cielo. Stupendo, nuovo, immacolato. Come voleva sentirsi lui. Rinato e puro, spalancando le braccia verso le nuvole bianche e abbracciare l’orizzonte, fino a sentirsi la fine e il principio. Era la fine finalmente. Un piacere guidare con quella sensazione addosso. Dario aveva la faccia stanca, ma era impossibile decifrare dal suo volto quello che aveva passato e stava passando. Non sapeva dove si trovava, ma era convinto di essersi ritrovato in quello che sentiva ormai come il fondo del delirio, di quella notte strana, lunga, logorante, infinita. I suoi occhi cominciavano a seguire i bordi della strada ricercando i cartelli della prossima stazione di servizio. Poteva prendere un caffè al bar, con una brioche, e rinfrancarsi un attimo. Doveva solo stare attento e non perdere l’uscita prima di rimanere a piedi. Lo aspettava comunque un giorno di lavoro. Forse era il caso di passare a casa e cambiarsi. Poi passare in ufficio, dicendo di non aver chiuso occhio se facevano commenti, poi avrebbe dormito, il giorno dopo, la notte dopo. Una notte solo per dormire. Vide il cartello che indicava i duemila metri che lo separavano dal prossimo benzinaio. Diede un occhiata veloce al cruscotto, e al telefono ancora buttato sul sedile del passeggero. Con il medio della mano sinistra fece scattare la freccia, e cominciò a svoltare verso l’ampio parcheggio. C’erano già molte auto, la gente si fermava a fare colazione. Parcheggiò nel primo spazio libero che vide, anche se era distante dal bar. Quattro passi non potevano che fargli bene, farlo rinvenire un po’. Scese, guardandosi intorno velocemente per attraversare. E, cominciando a muovere svelti i primi passi, si strinse nella giacca sentendo l’umidità passargli attraverso la camicia. Qualcuno si girava e lo seguiva con lo sguardo. Dario arrivò alla porta a vetri illuminata del bar e la spinse con decisione. Entrò, per confondersi in quella atmosfera calda, confusa, frenetica, cercando con gli occhi la porta del bagno. Si fermavano e giravano lo sguardo. Lo seguivano con gli occhi squadrandolo. Alcuni si voltavano e commentavano qualcosa con il loro vicino. Dario ci fece caso distrattamente. Come se non fosse precisamente lui l’oggetto di quegli sguardi, come fosse trasparente, uno come tanti insomma. Alcuni lasciavano cadere le mani lungo i fianchi, e aprivano la bocca. Fermandosi. Spinse la porta del bagno e se li sentì sulle spalle, come un chiodo infilato tra le scapole. Incrociò una persona, che subito abbassò la testa e sgusciò di fianco uscendo rapidamente. Dario si fermò, curioso, guardando quella scena incomprensibile. Un ragazzo, forse un giovane muratore, era al lavandino. Vedendolo entrare rimase paralizzato, con le mani sgocciolanti e un tremore sulle labbra aperte. Ma non disse nulla ed entrò nei bagni che gli stavano alle spalle, facendo scattare il chiavistello. Restò per un attimo interdetto, perfettamente solo in quel bagno bianco, guardando la fila di specchi e un rubinetto rimasto aperto. Le mattonelle lucide sapevano di disinfettante e riflettevano la sua sagoma scura. Non sapeva che fare. Non sapeva cosa pensare. L’acqua dal rubinetto continuava a scendere con forza. Era l’unico suono che riusciva a sentire. Lentamente cominciò a muovere i primi passi, verso il lavandino, con l’intento di fermare quel getto, come un gesto istintivo. Si avvicinò guardando il pulsante sul rubinetto. Era rimasto incastrato. Gli diede un colpo secco con il palmo della mano, ma non servì. Servì però a vedere la sua mano sporca. Si portò la mano al volto, guardandosi il palmo. Vide il palmo e dietro il palmo il suo volto che si rifletteva nello specchio di fronte a lui. Era sporco il viso. Erano impastati i capelli. La camicia di un rosso vivo e violento, come le luci al neon che gli urlavano sopra la testa parole incomprensibili, grida infernali. Si era ferito, si era fatto male senza saperlo, si doveva essere tagliato, o forse aveva sbattuto la testa, per questo non ricordava, e il sangue gli era colato addosso, inzuppando la camicia, rigando il volto. Non sentiva male. Ma era sicuramente sangue. Si passò un dito sulla guancia, era già secco. Prese l’acqua che sgorgava davanti a lui a piene mani e cominciò a sbattersela violentemente sul volto, a bere come un animale ferito. Passandosi le dita tra i capelli. Sfregandosi la pelle. Rivoltò le maniche della camicia, quel sangue si scioglieva e gli sgocciolava dalla punte delle dita, cadendo nel lavandino bianco, come se gli stesse sgorgando dalle vene. Non era il suo volto quello, non erano le sue mani, non era lui quello. Era un incidente. Un terribile incidente, per quello la gente lo guardava. Avrebbero dovuto aiutarlo invece avevano paura. Nessuno gli aveva detto niente, né fatto la minima osservazione, né cercato di soccorrerlo, lo avevano solo guardato. Voleva gridare aiuto, ma aveva paura della sua voce. Aveva paura del lavandino rosso davanti a lui. Aveva paura e non capiva. Con le sue braccia aperte e incomprensibili davanti allo specchio implacabile. Nessuno entrava. Era solo. Doveva uscire. Tornare a casa. Andare in ospedale. Chiamare un medico. Doveva capire cosa gli fosse successo. Magari non era nulla. Magari era stata solo una botta. Sentiva in bocca il sapore del sangue. Strappò delle salviette di carta da un contenitore alla parete e se le infilò in bocca cercando di soffocare quel gusto salato. Poi velocemente se le passò sulla faccia sulla mani lungo gli avambracci, sfregando con forza e gettandole rapidamente lontano da sé, come se il male fosse ormai rinchiuso in loro. Si girò lentamente e cominciò a guardare la porta del bagno, con una nausea e una mollezza che gli faceva sprofondare le gambe in una palude di malessere. Ma doveva uscire. Doveva riprendere la macchina e ricominciare a guidare. Doveva andare. Percorse a passi lenti e misurati lo spazio che lo separava dalla porta. No, non aveva niente, non sentiva dolore. Adesso era tutto a posto, si era lavato, stava bene. Bastava rimettersi al volante  e proseguire come se niente fosse. Spinse la porta davanti a sé e rientrò nel bar. Grossi televisori piatti appesi al tetto trasmettevano le ultime notizie, la situazione del traffico, le previsioni del tempo. Era una nuova giornata. Il cronista in giacca e cravatta che parlava dallo schermo sembrava quasi che ce l’avesse con lui. Le persone lo guardavano inebetite. Dario viveva quella situazione come se fosse in una zona intermedia, in un dormiveglia della realtà. Non c’era un senso. Era come dover fare una scelta dentro un sogno, con la coscienza di esserci e la certezza che ci si sveglierà da lì a poco. Guardò la parete di corpi che stava di fronte a lui. Era una massa informe e minacciosa. Era un cane feroce con il guinzaglio slegato. Lo intimoriva, gli metteva soggezione e sgomento quella fissazione verso di lui, senza una ragione. Dovevano essere tutti impazziti. Una massa di rincoglioniti spaventosa che non gli rivolgeva neanche una parola, che non gli spiegava che cosa ci fosse da guardare. Sentì le sue gambe muoversi con uno scatto nervoso e senza più incertezze prendere con decisione la via d’uscita. Spalancò la porta e abbassando la testa continuò a camminare guardando solo le punte delle scarpe davanti a lui e sentendo il rumore dei suoi passi. Ma fu solo un attimo. Sentì delle grida. Violente, di comando. Fece finta di niente e proseguì. Le sentì di nuovo, come urlate da un megafono, e si fermò. Alzò il mento e lo sguardo verso il parcheggio. E solo allora gli giunse, insieme alla luce blu, il suono acuto e penetrante delle sirene. C’erano gomme che stridevano macchine che arrivavano a tutta velocità e si fermavano nel parcheggio chiudendo le vie di uscita. Macchine coi fari accessi, aggressive. Riprese il passo. Sentiva che c’era un cerchio, un’ombra che gli si stringeva intorno e non lo avrebbe lasciato passare. Perché lui? Voleva solo tornare alla sua auto, riprendere la strada. Le grida di comando erano più vicine, più forti e decise, proprio dietro di lui. Era con lui che ce l’avevano. Volevano lui. A lui intimavano di fermarsi. D’improvviso una persona in divisa gli si parò davanti puntandogli una pistola e gridando qualcosa. Dario non capiva. Sentiva le parole ma non avevano nessun nesso, nessun significato, nessuna ragione d’essere. Quello lo guardava da dietro il mirino, con aria ferma, e occhio cattivo. Voleva davvero che si fermasse. Poteva chiederlo normalmente, poteva essere più gentile. Volle quasi aprire bocca, dire qualcosa per chiarire, chiedere spiegazioni, ma non fece in tempo. Sentì un colpo sordo alla schiena e la guancia stamparsi con violenza sull’asfalto gelato che puzzava di benzina. Un uomo alle sue spalle lo aveva gettato a terra e lo teneva fermo con un ginocchio. D’improvviso, altre persone si avventarono su di lui, gli tiravano le braccia all’indietro, gli legavano i polsi con delle manette. Gli intimavano qualcosa. Aveva capito solo che parlavano di sua moglie, di Lucia. Era successo qualcosa a Lucia. Gli occhi che lo guardavano erano pieni di disprezzo, di una rabbia atroce e antica. Quegli occhi guardavano per uccidere. Perché non gli dicevano cosa era successo? Dov’era Lucia? Perché non riusciva a parlare ma si faceva tirare come una bestia, soggiogato da quegli uomini armati fino ai denti e minacciosi? Dove lo portavano? Cosa volevano da lui? Gli gridavano, gli domandavano qualcosa. D’improvviso un uomo con la faccia dura gli si era messo di fronte, e lo guardava fisso negli occhi. Dario Vedeva la sua bocca muoversi, ma sentiva solo un sibilo acuto che gli trapanava le orecchie. Si lasciava andare, andava giù, le sue gambe erano molli, ma quelli lo trattenevano. L’uomo non si muoveva, gli alzava la testa e cercava il suo sguardo. Era nervoso, ma sembrava contenere la sua agitazione per dominarlo. Voleva qualcosa da lui, lo voleva ad ogni costo, non si sarebbe arreso, non se ne sarebbe mai andato prima di ottenerlo. Perché non lo lasciavano stare? Perché non se ne andavano e lo lasciavano dormire? Potevano buttarlo anche lì, in un’aiuola, sul bordo della strada, bastava che lo lasciassero stare, che smettessero di togliergli l’aria. Non c’era niente, niente, cosa poteva esserci. Si era fatto male. Dovevano medicarlo, farlo riposare. Non era stato bene. Aveva mangiato degli strani funghi e guidato tutta la notte come un pazzo. Doveva andare al lavoro. Doveva riprendersi. Doveva cominciare, la giornata era lunga, aveva degli appuntamenti, lo aspettavano. Doveva chiamare, fare delle telefonate, avvisare. Lo trascinarono ancora per un paio di metri. Quella era la sua macchina? Sì, era la sua macchina. Lo facevano ripartire? No. Ancora sentiva quelle mani come delle morse di ferro che gli stringevano le braccia. Non lo mollavano, gli facevano male, gli bloccavano il sangue. Cosa facevano con quel piede di porco? Un tipo robusto lo aveva infilato nella portiera. Gliela stortava tutta. Ma lui aveva le chiavi, perché la spaccavano? Con un gesto deciso l’uomo fece saltare la serratura, ed anche il cristallo andò in frantumi tanta forza ci aveva messo. L’altro che gli stava di fronte se ne andò. Corse verso la sua macchina. Quelli dietro non mossero un passo, anzi lo tirarono verso di loro. Gli rompevano la macchina, come faceva ad andare a casa? Quello intanto aveva dato una rapida occhiata sul sedile posteriore. Si era voltato gridando in un’altra direzione, non verso di lui. Della gente si era messa a correre, correvano forte, dall’altra parte della strada verso la sua auto. Poi l’uomo era uscito, stringendo tra le braccia il suo giaccone. Cosa ci faceva con il suo giaccone? Cosa c’era da gridare? Anche quello era sporco di sangue. Uscivano dei capelli chiari e lunghi. Teneva in braccio il suo giaccone. Sembrava un fagottino. L’uomo lo diede in mano ad una delle persone che erano accorse, e quello lo portava via verso un’ambulanza scuotendo la testa. Un altro, con dei guanti di gomma, aveva aperto la portiera del passeggero e preso il suo cellulare. Poi dal cassettino del cruscotto aveva tirato fuori un lungo coltello da cucina, e lo aveva infilato in una busta di plastica. Dario non sapeva cosa ci facesse lì, chi ce lo avesse messo. Sapeva solo che era assurdo. Sapeva solo che non riusciva a spiegare. Non riusciva a parlare, lui, che era così bravo a farlo. Lui, che ci sapeva sempre fare con le parole. Le parole erano morte, e non c’era più verso di farsi capire. Gli diedero uno strattone, facendogli girare le spalle a quello spettacolo patetico. Lo tiravano verso un’auto con la portiera già aperta e i lampeggianti accesi. Lo portavano via. Via, non sapeva dove, e non sapeva se gliene importava. Ma mentre faceva quei pochi metri, riuscì per un attimo ad alzare la testa. A guardare il cielo mattutino. Azzurro e limpido con delle nuvole bianche e soffici, che galleggiavano leggere. Passarono degli uccelli, volando in stormo sopra le loro teste. Da lassù tutto doveva sembrare così piccolo. Sopra quegli uccelli, sopra quelle nuvole. Allontanandosi, sempre più in alto, sempre di più. Sempre più lontano. Dovevano essere solo dei puntini che si muovevano. Dei puntini minuscoli, microscopici, indecifrabili, tutti uguali.  Gli uomini che lo tenevano, le case, le auto che si muovevano sull’autostrada, la stazione di servizio, le persone che uscivano a guardare. Tutto piccolo, tanto piccolo, infinitamente piccolo, da essere così effimero e trascurabile. Poi la sua testa si abbassò, sotto il peso di una mano pesante che lo spingeva nell’auto. E non vide più nulla.

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4 commenti su “Luca Elli, I rinoceronti della notte

  1. angela palmitesta
    03/03/2015

    Se trovassi questo racconto sotto la porta di casa, su fogli bianchi e anonimi, potrei pensare … non lo posso dire, per non guastarvi il finale. Pennellate splendide gravitano attorno alla figura della madre. Ottimo finale ” in centrifuga” . Se di uno scrittore si può dire che è bravo, questo è un bravo scrittore.

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  2. ennio belleffi
    04/03/2015

    Bello.
    Bello da star male!
    Se l’obiettivo che ti eri posto era quello di far nascere e vivere emozioni, trasmettere sensazioni, far riflettere sulla pochezza umana, ci sei riuscito perfettamente.
    Bravo Luca, bravo veramente!
    Ti ringrazio per quanto mi hai donato.

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  3. aldromar
    27/03/2015

    Ci sono parole di cui si abusa ed altre che si tende a non utilizzare per preservarle chissà per quale occasione speciale; questo per me è un capolavoro; se l’avessi acquistato sarei stato soddisfatto della spesa; è uno scrittore dal grande talento che va incoraggiato ! Complimenti !

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  4. Pingback: Ana Cristina Cesar, Una lettera d’amore, I marginali brasiliani 2 | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 03/03/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , .
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