perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (1,2,3)

Buganvillea

romanzo a puntate di Angela Palmitesta
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1

Non odio viaggiare in aereo. Ma l’aereo è troppo veloce per la mia fantasia e troppo in alto per le mie vertigini. Non ho paura di cadere e neppure immagino catastrofi. Semplicemente sono troppo in alto. Vado troppo veloce.

Amo i paesaggi, vederli scorrere lentamente, come i quadri del Tiepolo. Ma quando c’era Tiepolo i paesaggi erano ad altezza d’uomo. In aereo vedo solo le dita della mia mano avvinghiate al bracciolo.

D’accordo, lo ammetto, ho anche paura di cadere. Sparpagliarmi al suolo, diventare irriconoscibile. Detesto viaggiare in aereo.

Quando posso scegliere, prendo un treno, mi siedo accanto al finestrino, giro la testa e guardo la campagna scivolare. Mi impigrisco a contare i filari di pesco nel riposo invernale.

Leggo con attenzione il nome dei paesini dove il treno si ferma, pur sapendo che ho una pessima memoria e non ricorderò quei nomi. Sicuramente pochi nell’ordine giusto.

Amo viaggiare in treno e scelgo, per questo amore, i treni regionali che d’inverno mi costringono a tenermi addosso il cappotto per tutto il tempo e a tenere il più possibile i piedi sollevati sulla pedanina sotto il finestrino.

Ancora di più ci amo viaggiare d’estate, quando sono arroventati di sole che impregna i vagoni dell’odore intenso di un’umanità mescolata controvoglia, e che cerca di sciogliersi in fretta da quella convivenza forzata.

Viaggiare in treno è un cinematografo gratuito, dove ogni volta un regista di talento mi propone di ascoltare dialoghi originali recitati con una certa maestria da ignoti attori di provincia.

Hanno parlato con me voci che ora non hanno più un nome. Senza che le pregassi hanno lasciato cadere briciole di verità nella nostra conversazione. Voci nude e pacate hanno raccontato i drammi quotidiani. Voci sconosciute e anonime mi hanno mostrato l’abisso. Ascoltavo le voci e le voci mi parlavano. Farle iniziare era facile. Bastava uno sguardo, magari distratto.

Raramente ho cercato, con finta indifferenza, di adescare quello sguardo che mi avrebbe raccontato la sua storia.

Spesso ho raccolto dalle persone che mi sedevano accanto battute sul tempo, sulle destinazioni, insulse. Ma arriva, perché io la aspetto, la voce che dedica il suo assolo ad un estraneo di passaggio, ad uno seduto accanto al finestrino.

Oggi sono in aereo. Guardo ma non vedo. Ascolto ma non sento. La melodia, quella che io potrei riconoscere nei volti dei passeggeri, è scomparsa. A questa altezza ci sono ma io non le vedo.

La signorina che mi porge ora la pillola e l’acqua ha lo sguardo opaco di un pescetto che guizza sotto l’increspatura torbida della riva. Non parla.

In aereo non parlo e non mi parlano. In questa solitudine, rigiro tra le mani la busta con un francobollo straniero e decido di rileggere la lettera. Ricevo una lettera quando tutti ne abbiamo perso l’abitudine. La lettera mi dice che devo presentarmi quanto prima sull’isola dove si era stabilito da diversi anni mio nonno. Il nonno è deceduto e ha lasciato una casa che, per suo espresso desiderio, diverrà di mia proprietà.

Col nonno materno io non ho mai avuto un rapporto. La nostra è stata una di quelle parentele che si leggono sulla carta, che mi conferma l’anagrafe ma che non è un legame d’affetto. Io non so chi sia stato mio nonno.

Mia madre lo evitava e io, per sopravvivere, ho evitato entrambi. Perché nella vita, per salvarmi, ho dovuto allontanarmi. Ho dovuto scegliere un’altra strada, estranea alla famiglia. Ho dovuto strofinarmi senza pudori contro un’altra anima, cercarla, cercare in lei una fratellanza che non potevo avere, nella speranza di tenermi in vita.

Il nonno è tornato dal passato. Una lettera di carta è arrivata senza perdersi ed io sto viaggiando sopra un aereo.

2

Una casetta in pietra, ad un piano, senza pretese, mi venne incontro dalla salita della strada, alla terza curva, mentre il respiro di un uomo sedentario come me cominciava a farsi affannoso.

Mano a mano che mi avvicinavo scoprivo con quanto buon gusto e con quanta cura dei particolari era stata costruita.

La ricopriva una buganvillea dalla forma straordinaria.

I suoi rami si protendevano sui muri di pietra come un abbraccio tenace e sicuro, in cui costruzione e pianta avevano trovato il giusto equilibrio. Sentivo che l’armonia e la stabilità appartenevano a quelle mura.

Una vite, da cui pendevano sugosi grappoli d’uva, era stata piantata subito dopo l’entrata, alla destra del cancelletto. Si arrampicava su una struttura metallica con la quale era stata costretta, nel tempo, a convivere. Ma insieme, struttura e pianta, avevano creato, nel vialetto d’ingresso, una verde cupola ombrosa così bella da sembrare artificiale.

Intorno al basamento della casa girava un muretto basso e largo e nello spazio tra questo e la casa erano stati piantati allegri gerani rossi che mi stupivano per le dimensioni e per la ricchezza della fioritura.

Fra un geranio e l’altro erano stati adagiati pigri rosmarini che sembravano accarezzare con le loro lunghe dita odorose le foglie civettuole dei fiori.

Il terreno rossiccio proseguiva fino al retro della casa. Da qui si poteva ammirare la varietà di alberi di cui il nonno doveva essersi occupato con cura e passione per anni. C’erano ulivi secolari e poi limoni e aranci e mandorli e ancora albicocchi e prugni ; il cielo azzurrato del mattino passava attraverso i rami di ogni pianta, sottolineandone la pacifica serenità. Come confine naturale invece era stata disposta, con diligenza, una lunga fila di oleandri che pennellavano di rosa confetto la proprietà.

La casa era composta da una grande cucina rallegrata da un enorme camino. Una cucina spartana e pratica ma con tanti utensili. Un tavolo robusto, alcune sedie impagliate, un armadio in legno scuro che serviva da dispensa.

Sopra la dispensa stava appeso un quadro spropositatamente grande in cui un pittore ingenuo aveva rappresentato un uomo in abito scuro mentre ballava alzando un braccio verso il cielo e piegando l’altro verso terra. Forse un ballo tipico dell’isola.

Sul lato destro della tela spiccava, da un’angolatura innaturale ma estremante curiosa, un piccolo tavolino rosso a tre piedi sul quale era appoggiata una bottiglia con un liquido trasparente e due bicchierini minuscoli , quasi sospesi.

Sulla parete opposta al camino c’era una portafinestra scorrevole che permetteva, nella calura dell’estate, di godere il fresco di una pergola in legno, sotto la quale erano state messe due sedie di plastica bianche e un tavolino, quasi a ricordare che l’estate è la stagione della pigrizia e del riposo.

Una camera da letto troppo grande e troppo vuota e un bagnetto antiquato ma comodo erano il resto della casa.

Questa l’eredità che mi lasciava mio nonno, come potevo vederla quel giorno, sotto la luce bianca del mattino. Le cicale impazzite di sole, improvvisamente stanche di ripetermi lo stesso motivo, decisero di tacere.

Solo in quel momento, richiudendomi alle spalle la porta azzurra della casa di pietra, mi accorgevo di quanto silenzio poteva accogliere questa casa: la casa che aveva conosciuto mio nonno.

3

Un contadino che abitava nella zona mi disse che il nonno lo aveva chiamato Ulisse, però ridendo mi assicurò che di viaggi non ne aveva mai fatti e mai ne avrebbe fatti: aveva la caparbia ostinazione di chi, nato e cresciuto su un’isola, diffidava all’idea di attraversare il mare per scoprire, di là, un mondo tutto sommato simile.

Ovunque, lui ne era certo, anzi, lo sapeva bene, avrebbe trovato riparo, un poco di cibo, qualche carezza, difficilmente una compagna.

Pur essendo giovane e di corporatura forte, mostrava un’indole flemmatica, incline alla pigrizia. I suoi occhi, sempre buoni, lasciavano, ovunque passasse, una sensazione di antica malinconia mescolata all’odore triste dei pentimenti.

Quando arrivai lo trovai immobile davanti alla porta di casa, custode fedele delle memorie del nonno; attento ad ogni mio gesto; paziente, quasi si aspettasse, da un momento all’altro, la ricompensa del suo vigilare.

Non disse nulla, spalancò la bocca in uno sbadiglio svogliato, mostrandomi denti lucenti e bianchi. Poi si sollevò: era di pelo nero e il corpo pesante ciondolava ritmicamente da sinistra a destra. Fissandomi con occhi umidi e pazienti, si avvicinò alla ricerca di una carezza.

Il suo muso era nero e piatto e premeva contro il palmo della mia mano. Sentivo, sfiorandolo, la strana sensazione dell’umido del suo naso freddo.

La coda accennava a scodinzolare appena passavo la mano sulle orecchie color ruggine: due simpatiche orecchie pelose e cascanti che avrebbero, da sole, smentito a chiunque la ferocia dell’animale.

Perché Ulisse era un cane enorme, un orso travestito da cane e come l’orso si muoveva goffo e impacciato.

Ulisse era un cane che da generazioni pazientava. Come suo padre , come suo nonno, aveva ricevuto l’istinto del buon pastore che al vespro raduna il gregge e riporta a casa tutte le bestie del suo padrone.

Era anche un abitudinario, incapace di cambiare i ritmi della sua giornata e ostile a chi tentava di proporgli novità, per quanto piacevoli sarebbero potute essere.

Amava mangiare a tutte le ore, non c’era verso di fargli credere che un buon regime alimentare consisteva nel prendere pasti a ore stabilite. Però si mostrava disinteressato alle ricercatezze culinarie, per cui era relativamente facile accontentarlo.

Scoprii, vivendo con lui, la sua eccentricità: aveva una passione smodata per le banane. Appena ne annusava una cominciava a scodinzolare eccitato e pretendeva di assaggiarne un pezzetto.

Un giorno gli feci scoprire la squisitezza delle banane al miele. Da quando le banane sono diventate il nostro segreto, siamo amici inseparabili. A volte, un solo gesto di complicità compensa anni interi di cure e dedizioni.

La nostra convivenza risultò fin da subito un equo patto di spartizioni territoriali e accettazione dei reciproci difetti, senza eccessi di critiche.

Lui amava stare in camera, dove io soggiornavo raramente; oppure nel giardino dietro casa, dove andavo solo per una perlustrazione mattutina. Io invece preferivo la cucina e la verandina, dove potevo godermi meglio il fresco della sera.

Entrambi eravamo abbastanza taciturni e dunque la conversazione non si presentava mai come un obbligo sociale ma come una necessità di trasmissione spicciola, aderente alla situazione del momento: la parola era usata per avere un reale effetto pratico.

Entrambi amavamo la musica classica e di preferenza l’ascoltavamo durante la colazione del mattino.

Entrambi evitavamo passeggiate in centro, frequentazioni di gente del luogo e, soprattutto, ci disinteressavamo al mondo femmineo.

Credo però che Ulisse avesse adottato un ingegnoso sistema di incontri erotici, molto funzionale e poco ingombrante; come io stesso pensavo, anche per lui la regola migliore era “per ogni incontro una sola notte, mai due”.

Così certe sere, quando l’aria si imbeveva del profumo tenero e molle dei fiori rosa di oleandro, lo vedevo partire, con il suo sguardo malinconico e, mentre camminando ciondolava la schiena con quel suo inconfondibile oscillare pigro, si voltava premuroso a fissarmi, per rassicurarmi che non avrebbe fatto troppo tardi.

Ulisse, metodico e puntuale, non è mai venuto a mancare alla sua regola. L’ho sempre ritrovato il giorno dopo, a colazione.

Ma ancora oggi mi chiedo quanto sia stata giusta la sua regola e cosa avrei fatto, cosa sarei stato, come mi avrebbe trasformato la mia seconda notte, e la terza, e la centesima.

prossima puntata domenica 15.03.2015

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6 commenti su “Buganvillea (1,2,3)

  1. ennio belleffi
    08/03/2015

    Angela tu ami rincorrere sogni, le sorprese ed i colpi di scena.
    Ami raccontare piccoli particolari che sembrano insignificanti ma che sono in realtà delle sapienti pennellate alle immagini che evochi.
    Ami la visione dei panorami dell’anima da una posizione strategicamente onirica come odori, sfumature, amori, nostalgie con la malinconica consapevolezza che in ogni caso l’uomo è in viaggio da solo nella continua ricerca di se stesso.
    Se qualcun altro oltre a me e te ama tutto ciò non può fare a meno di leggere il tuo “Buganvillae”
    Rimango in attesa di leggere anche gli altri capitoli.
    Grazie.

    Liked by 2 people

  2. ninoiacovella
    09/03/2015

    Angela Palmitesta è una “creatura” straordinaria. E lo è in quanto “anomala”. Leggendo i suoi testi (dalle narrazioni sino alle più semplici comunicazioni di routine) lei riesce ogni volta a confondermi nelle percezioni. E’ incredibile come sappia rimescolare le carte della vita. Ogni volta mi fa sembrare così reale la finzione e così falsa la realtà. E’ il dono degli scrittori.
    Ringrazio Massimiliano per avercela fatta scoprire.
    Nino

    Liked by 1 persona

  3. aldromar
    10/03/2015

    avrei voluto che quelle sette pagine fossero state settanta; vabbè per il momento mi accontenterò di rileggere quelle; … ma che tortura aspettare fino a domenica !

    Liked by 2 people

  4. amara
    13/03/2015

    sì, un modo di scrivere che si fa leggere in un fiato..
    continuerò con vero piacere..

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  5. don Christian
    13/03/2015

    Una buona lettura si distingue non solo dai contenuti ma sopratutto dallo stile espositivo.
    Questi primi tre capitoli di “Buganvillae” sono stati come un bicchiere d’acqua fresca nel deserto.
    Complimenti!

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  6. Pingback: Buganvillea (4,5,6) | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 08/03/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , .
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