perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (4,5,6)

Buganvillea

 

prosegue da qui

romanzo a puntate di Angela Palmitesta
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4

 

Avevo portato con me una valigia piccola ma scomoda, la cerniera faceva sempre fatica ad aprirsi pur essendo quasi vuota. Dentro avevo messo solo il necessario per fermarmi qualche giorno.

Non avevo pensato di aggiungere nulla che potesse far credere ad una vacanza in un posto di mare: tirai fuori qualche abito scuro, il cambio di biancheria e il necessario per radersi.

Trovai un pacchetto di sigarette e, dopo aver spalancato la porta finestra della camera da letto, cominciai a fumare, osservando dal  balcone  la strada di sotto.

A quell’ora di sicuro erano tutti a fare la siesta. Le serrande dei negozi chiuse.  Le finestre delle case accostate per non essere ferite dalla luce.

Un gatto si era allungato con pigrizia sul bordo della strada. Svogliato cercava di catturare con la zampa destra una mosca insistente.  Ma appena la mosca si allontanava dalla sua traiettoria  socchiudeva gli occhi e  assaporava voluttuosamente quel momento di tregua.

Nella calura estiva potevo udire il suono che produceva la mia bocca quando aspiravo nicotina dalla sigaretta e mi vedevo, non so perché, come un pesce rosso che boccheggia fuori dall’acqua. Le volute del fumo salivano come a fatica nell’aria greve di silenzio.

Per un attimo ho pensato che  qualcuno, sudato e seminudo, sdraiato su un letto, ad occhi chiusi, in questo stesso istante sognasse, muovendo lentamente gli occhi e le braccia, cercando ristoro dentro lenzuola fresche di bucato.

Un tempo sognavo anch’io e quel che è peggio, sognavo ad occhi aperti. C’era una ragazza che serviva caffè nel bar di fronte al mio ufficio ed ogni giorno, uscendo dal portone, la osservavo.  Snella e sorridente, appoggiava le tazzine davanti a facce grigie di avventori distratti.

Come una allegra Filli dagli occhi scherzosi, piegava ogni volta la testa mentre allungava il suo braccio filiforme sul tavolino e in quell’istante un ricciolo anarchico, davvero ogni volta,  rischiava di annegare dentro il caffè. Lei però, saltellando nei  grembiulini dai colori squillanti, non si accorgeva di nulla.

Certo  non sospettava tutto l’amore e tutta la premura che aveva il mio sguardo mentre pregavo che nessuno dei suoi clienti trovasse un capello disperso nel nero  miserabile del  caffè.

Un giorno, uscendo   stanco, alla solita ora, dal  mio portone  ma col pensiero leggero già rivolto alla mia ninfa riccioluta,  mi accorsi, inorridito, che una altissima biondoplatino valchiria l’aveva sostituita, per sempre. Il morso della desolazione e poi  della tristezza mi colpì alla sprovvista: la mia piccola Filli non avrebbe mai avuto un nome.

Quella stessa sensazione sgradevole di solitudine si fece strada, ora, nel mio petto: aspirai a fondo il fumo stringendo le dita intorno al filtro della sigaretta e guardai con malinconia le braci aranciate intorno alla cartina bianca sprizzare luce per un attimo ma poi   tornare cenere.

Il caldo, il silenzio, la solitudine e un letto vuoto in una camera d’albergo. Questo riuscivo a vedere. Solo questo. Eppure c’era un quadro sopra il letto, forse troppo piccolo per contrastare la grigia anonimità di questa stanza che  nessuno mai abita.

Nel quadro era raffigurato un paesaggio marino, un porticciolo con dei caicchi ormeggiati e un cielo scarabocchiato di nuvole basse.

Le barche si inclinavano pericolosamente, mosse dal vento di tramontana . Fu questa immagine del vento, proprio l’idea del vento, a regalarmi  quel soffio di speranza che cercavo mentre, annaspando nella calura della  memoria, desideravo risalire alla superficie, e  al più presto.

Così ho dormito e nel sogno mi trovavo sopra il caicco, col vento di tramontana che mi impediva di respirare e il capitano inferocito che gridava  bestemmie impronunciabili.

Poi il suono  lugubre di un  faro mi ha svegliato ma non capivo se quel suono proveniva dal sogno o dalla realtà. Avevo dormito parecchio perché fuori era già notte.

L’albergo tace. Uomini e donne di cui non conosco il nome dormono, dentro le loro  stanze silenziose.

Nel buio, le lettere del neon  dell’insegna pulsano un gradevole colore fucsia e si intravedono, a intervalli, i gerani sul balcone del palazzo di fronte: sospirano di sollievo dopo l’arsura del pomeriggio.

Sorrido perché mi viene in mente una poesia che avevo scritto per una ragazza del liceo di cui ero pazzamente innamorato e che mi lasciò spezzandomi il cuore. Ancora oggi conosco a memoria quei versi, di lei non ricordo il nome:

 

Un giorno
Lo giuro
Passerò sotto I balconcini del nostro ristorante
Te lo ricordi?
Ogni balcone un geranio rosso
Più rosso delle tue labbra ardenti
Ogni balcone un geranio rosso
Più rosso delle nostre promesse impazienti
Un giorno
Lo giuro
Passerò sotto i balconcini
Del nostro ristorante di poche pretese
Te lo ricordi?
Ogni balcone illuminato a giorno
Come un bambino che sta sveglio e allegro
Ogni balcone illuminato a giorno
Come gli amori che gridano “per sempre”.

 

Cerco una sigaretta, tastando con le dita la superficie del comodino. Mi sistemo un cuscino dietro la testa e aspettando che venga giorno mi metto a guardare gli intervalli fucsia del neon, precisi e regolari.

Le volute di fumo salgono  pigre, irregolari come i  pensieri, verso il soffitto.

 

5

 

Quando vivi su un’isola non leggi  i cartelli stradali.  I soli riferimenti che utilizzi per orientarti sono  le caratteristiche geografiche del posto.

Qui la gente per spiegarti come si va al nord, ti dice di dirigerti verso il promontorio del faro mentre per spiegarti come si va al sud, ti indica con la mano la baia sabbiosa che inizia fuori  città.

Ora mi trovo in centro e devo scoprire dov’è l’ufficio del notaio. Un signore con un sorriso senza troppi denti mi indica il panettiere e scopro che la figlia è scappata: fuga d’amore, proprio pochi giorni prima e la storia è sulla bocca di tutti. Ma la figlia del panettiere o la figlia sua?

Però, mi scusi, il notaio? Non si ricorda bene ma dobbiamo andare dritto.

Il signore senza troppi denti non vuole arrendersi e prosegue indicandomi il barbiere. Gli sfugge un lungo sospiro di tristezza: è rimasto vedovo della donna più bella del paese. Ma è rimasto vedovo il barbiere o lui?

Chiedo perdono ma il notaio? Non si ricorda bene ma dobbiamo girare a destra.

Una signora senza sorriso ma rossa in viso come una mela di stagione, arriva  per portarmi in salvo.

Mi prende sottobraccio e prima mi indica, solo di sfuggita, la macelleria di suo marito, poi svolta nel secondo vicolo a destra e mi lascia davanti ad un edificio alto e stretto con un portone dal quale si intravede una scaletta in ferro che porta, lei dice, all’ufficio del notaio.

Salgo le scale dubbioso, controllando se le scarpe siano ben pulite e se la giacca  indossata quel mattino non  sia troppo  sgualcita .

Mentre suono il campanello, mi sento estraneo a questa situazione, inadeguato.

Come nelle visite dal dottore: sai che non ti succederà nulla di male ma, ogni volta, ti assale  il dubbio. Magari da  qualche parte il  corpo  nasconde quello che  prima o poi si presenterà con tanto di nome e cognome, il tuo male.

Viene ad aprirmi una donna non troppo giovane ma ancora bella, con gli occhi azzurri e lo sguardo distaccato.

Il sorriso che mi rivolge, cordiale e generoso, sembra non essersi  adeguato al suo viso: straborda senza possibilità di contenersi e sono costretto ad accoglierlo e ricambiarlo con altrettanta generosità.

La donna muove le mani con  impazienza e taglia lo spazio con minuscoli gesti nervosi, come un bambino quando strappa  pezzi di carta.

Mi fa accomodare su una poltrona rosso vermiglio dalla quale, ormai inabissato, sono costretto ad alzare gli occhi per incrociare i suoi.

Lei nel frattempo ha indossato un paio di occhiali dorati con una catenella, anch’essa dorata, che termina  sulla punta di un ipotetico triangolo rovesciato, dal quale si intravede l’incavo del seno. Non avrei intrapreso quel tracciato se non fosse che, la camicetta bianca, attillata e sbottonata, metteva in evidenza un curioso neo di squisite dimensioni.

La notaia conficcò i suoi occhi gelidi nel mio viso, senza fare un sorriso, questa volta; poi li appuntò in una parte non precisata del mio naso, insistendo  come se vi fosse rimasta una macchia di caffè che andava a deturparlo. Allora me lo toccai, imbarazzato, mentre aspettavo con pazienza  di conoscere le procedure per la successione.

Senza fretta, mostrandomi con la mano un vassoio in cui faceva bella vista di sé  un bicchiere e una caraffa colma di spremuta fresca, cominciò a controllare alcuni incartamenti che aveva sulla scrivania.

Sentivo i fogli crepitare sotto le sue dita completamente nude, neppure una vera matrimoniale.

Per superare lo smarrimento che cominciavo a provare girai la testa verso i vetri, proprio da lì proveniva  una  impercettibile brezza e solo allora mi accorsi che di fronte a noi, dalla cornice della finestra, entrava il mare: sentii le azzurre scaglie ondeggiare lente.

Forse fu un cormorano che  lanciò il grido d’allarme, volteggiando insistente sopra un peschereccio e mi costrinse a tornare fra le dita scavatrici della notaia che stringevano  il testamento del nonno.

 

6

 

Cercò di svegliarmi con dolcezza Ulisse, leccandomi sulle guance e sulla bocca.

Ma quando aprii gli occhi, la luce che filtrava dalle persiane mi colpì come una coltellata accecante. Mi girai dall’altra parte sperando che gli spilli conficcati nella testa scomparissero.

Ulisse decise che il tempo per essere pietosi era scaduto e cominciò ad abbaiare come se il  fuoco  avesse cominciato  a bruciargli la coda.

Gli spilli mi volevano trapassare da parte a parte  ma io dovevo reagire. Mi alzai dal letto a fatica, cercando di ricordarmi la direzione giusta per il bagno.

Aprii il getto d’acqua fredda e la lasciai scorrere    fino a quando non sentii la testa pulsare. Sotto lo scroscio rivivificante trovai la forza di rimpaginare qualche pensiero.

Ma della sera precedente non ricordavo molto, eccetto il profumo di una bevanda all’anice che mi avevano generosamente versato, mentre la ragazza al bancone rideva, mostrandomi denti troppo bianchi e troppo allineati.

Era stato  giusto soccombere a tanta perfezione della natura?

Mentre cercavo di capire come ero riuscito a tornare a casa sulle mie gambe, udii dalla strada una voce femminile cantare: la voce non era  bella ma la melodia aveva note tenere  che mi frugavano dentro l’animo.

Imbarazzato di farmi sorprendere in quello stato da una donna, mi misi in fretta un pantalone trovato per terra e andai fuori a vedere chi stava arrivando.

Dal cancello stava entrando una ragazzotta troppo magra rispetto alla sua altezza ma con due belle gambe sottili.  Portava una camicetta con sopra stampati tanti  fiori  dai colori infantili.

I suoi capelli, sciolti sulle spalle, erano dritti e opachi: avevano lo stesso colore di una torta di mele appena cotta. Sul viso le avevano  spruzzato qualche manciata di lentiggini . I suoi  occhi erano imbronciati , come certe nuvole basse , quando  corrono  disordinate sul mare.

Dovevo avere un aspetto alquanto indecente, con gli occhi pestati di stanchezza e la zazzera spettinata. Benché la ragazza mi guardasse con un certo rimprovero, nei  suoi occhi color cenere passò, senza che lo volesse, un guizzo di indulgenza.

Me ne stavo lì, immobile, ad osservarla con sguardo interrogativo. Annaspavo nelle amnesie della memoria, quando trovai , finalmente, l’informazione che era annegata nel bicchiere della sera prima: la ragazzina era la figlia del prete del paese.

Dopo aver parlato con il padre, avevo deciso di farla venire. Lei avrebbe riordinato la casa del nonno, mentre io mi sarei occupato del giardino e del capanno degli attrezzi.

La ragazza cominciò a  sorridermi, seppure imbronciata, mentre  facendosi  strada da sola entrava in casa. La conosceva  meglio di me perché senza perdere tempo, con fare sicuro, cominciò le sue faccende domestiche e, proprio perché indifferente alla mia presenza, mi costrinse a rifugiarmi, insieme ad Ulisse, in camera da letto, dove cercai di raccogliere le forze per una  solenne giornata di pulizie.

Innanzitutto  però volevo  accendermi  la prima  sigaretta della mattina ma, tastandomi le tasche dei pantaloni, me le sentii vuote.

Allora guardai sul comodino dove, invece del mio inseparabile pacchetto bianco e blu, vidi una busta da lettera lunga e stretta, sigillata con ceralacca rosso carminio.

 

prossima puntata domenica 22.03.2015

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5 commenti su “Buganvillea (4,5,6)

  1. Ennio
    15/03/2015

    “I suoi capelli, sciolti sulle spalle, erano dritti e opachi: avevano lo stesso colore di una torta di mele appena cotta. Sul viso le avevano spruzzato qualche manciata di lentiggini. I suoi occhi erano imbronciati, come certe nuvole basse, quando corrono disordinate sul mare.”

    “Le barche si inclinavano pericolosamente, mosse dal vento di tramontana. Fu questa immagine del vento, proprio l’idea del vento, a regalarmi quel soffio di speranza che cercavo mentre, annaspando nella calura della memoria, desideravo risalire alla superficie, e al più presto.”

    “Un gatto si era allungato con pigrizia sul bordo della strada. Svogliato cercava di catturare con la zampa destra una mosca insistente. Ma appena la mosca si allontanava dalla sua traiettoria socchiudeva gli occhi e assaporava voluttuosamente quel momento di tregua.”

    “Ogni balcone un geranio rosso
    Più rosso delle tue labbra ardenti
    Ogni balcone un geranio rosso
    Più rosso delle nostre promesse impazienti”

    Tenue immagini seppiate, come il “colore di una torta di mele appena cotta”, che tornano alla mente risalendo dal cuore portando a galla emozioni antiche eppur sempre nuove.
    Frasi che vengono gustate come un sorso d’acqua fresca nel deserto.
    Ed ecco! Mi sorgono spontanee alcune domande:
    :- Dimmi Angela, qual’è il confine fra prosa e poesia?
    :- Dimmi Angela, qual’è il confine fra la tua prosa ed una fotografia?

    Liked by 1 persona

  2. amara
    16/03/2015

    mi sono trovata tra sprazzi di luce accecante e penombre dense..
    si vede.. sì..

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  3. iole
    18/03/2015

    Riuscire a mantenere la trama viva, intercalandola in un ritmo che si muove fra paesaggi interiori, gesti, incontri e che piano piano crei un mosaico convincente, non è certo facile. La trama si delinea di un paesaggio che fa sentire l’odore caldo del mare e i movimenti lenti dello sguardo del protagonista che coglie piccole onde fra la gente di un’isola che vien voglia di continuare a scoprire.
    Aspettando il seguito.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/03/2015 da in feuilleton, prosa, scritture con tag , .
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