perìgeion

un atto di poesia

Su tre libri di Mauro Germani

 

 

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di Antonio Devicienti

(Scrittura d’ombra e d’esilio)

1. Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero

 

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Mi scrive Mauro Germani che, tra i libri da lui finora pubblicati, tiene in maniera particolare a Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Arezzo, Editrice Zona, 2013); apparentemente non si tratta né di un libro di poesia, né di un’opera di critica letteraria, apparentemente è una monografia dedicata all’artista milanese; mi chiedo allora perché un critico militante ed affermato, un poeta riconosciuto e con al suo attivo molte pubblicazioni dichiari di essere particolarmente legato ad un libro come questo e tenga non poco a che lo si legga. Ed è proprio a lettura conclusa che capisco ed anche apprezzo questa sua posizione: superando la distinzione tra generi letterari e la tradizione critica finora affermatasi, Germani attraversa con dedizione e con esemplare chiarezza l’esistenza umana ed artistica di uno dei pochi che ha saputo dire l’Italia complessa e contraddittoria, lacerata e talvolta indecifrabile (o indecifrata) tra gli anni Sessanta e il 2000; raccontando Gaber, Germani cerca di capire anche la propria scrittura in rapporto con lo stesso tempo, con gli stessi fatti, con le stesse questioni che sono stati materia feconda e fecondante del teatro-canzone di Giorgio Gaber; quest’ultimo si configura, ai miei occhi di lettore, come la straordinaria, illuminante lente attraverso la quale Mauro Germani guarda se stesso e il mondo e, scegliendo un letterato non allineato e non ascrivibile ad alcuna tradizione, un attore capace di sfuggire a qualsiasi etichettatura, un musicista di ricerca, uno scrittore per nulla incline a conformarsi all’establishment, facendo questo Germani segue le tracce di un modo possibile di fare arte confrontandosi senza infingimenti con una realtà storica, politica e sociale ancora oggi lacerata e lacerante. Avrebbe potuto studiare un Pasolini, un Volponi, un Fortini: studia scrupolosamente chi, invece, non è in alcun modo arruolabile in un’ideologia, in una tendenza.
Dico già qui che due importanti capitoli sono intitolati Gaber e il corpo l’uno, Gaber e l’amore l’altro ed in essi vedo molte connessioni con gli altri due libri di Mauro di cui intendo parlare: Livorno (è l’amore il grande tema) e Terra estrema (Leitmotiv il corpo), ma in ogni capitolo, visti anche i notevoli e seri riferimenti bibliografici, si riconoscono spunti di riflessione che rimandano all’opera poetica di Germani. Accade così che il Gaber “scomodo” e “controcorrente” si configuri come una sorta di nume tutelare per una poesia e per un’attività critica che non vogliono cedere a compromessi, a facili o convenienti accomodamenti, perché, sotto l’apparenza di una scrittura pacata e controllata, Germani spalanca gli abissi dell’angoscia, del non verbalizzabile, dell’assenza e della mancanza.
Più che un libro su Giorgio Gaber, questo vuol essere un libro per Giorgio Gaber, nel senso che intende restituire il patrimonio artistico e culturale del Teatro Canzone al suo legittimo autore, anzi ai suoi autori, considerando la collaborazione ai testi di Sandro Luporini.
Un libro che affronta i temi, le provocazioni, gli slanci utopici di un’opera che nell’arco di un trentennio ha saputo riflettere non solo le aspirazioni, le ansie e le contraddizioni della nostra società, ma anche i dubbi, le paure e le speranze dell’uomo alle prese con la propria esistenza.
(…)
Da tempo sentivo l’esigenza di ringraziare in qualche modo chi, negli anni della mia formazione giovanile, ha saputo trasmettermi una lezione continua di pensiero, rigore ed autonomia, al di là di ogni conformismo. Ho sempre visto in Gaber una specie di “maestro del dubbio”, una figura che da un palcoscenico spoglio era in grado di mettere in discussione non solo le nostre presunte verità, ma prima di tutto se stesso, con grande coraggio. Non è stato poco allora, e non è certo poco oggi, in un periodo come quello attuale in cui il pensiero critico è sempre più latitante ed il degrado morale e civile è sotto gli occhi di tutti.
(…)
Personalmente venni colpito subito dall’approccio esistenziale del discorso gaberiano, dall’attenzione particolare riservata al soggetto ed alla sua integrità, spesso in pericolo insieme alla sua autenticità. Non sentii per nulla estranee, ma la contrario molto mie , la metafora del “mangiare un’idea” e la riflessione intorno al corpo, che contribuirono a coltivare i miei interessi filosofici e letterari di pari passo con gli studi universitari, per dare origine poi alla mia particolare esperienza di scrittura, soprattutto poetica, strettamente legata alle domande sull’essere e sulla parola – questo scrive Germani nella sua Premessa alle pagine 11 e 12 con esemplare consapevolezza. Attraversare il libro per Giorgio Gaber significa così entrare nell’officina del critico e dello scrittore, avvicinarsi a quei luoghi di essa in cui si delinea la riflessione razionale che porta alla scrittura.
E nel modo seguente comincia il percorso di Germani, con un racconto di trattenuta emozione:
In sala si spengono le luci e lentamente si apre il sipario, mentre si odono i primi accordi di chitarra. Dal buio emerge la figura esile e un po’ curva di Giorgio Gaber, che intona le parole: “Se potessi cantare davvero…”
È l’inizio – indimenticabile per chi allora era presente – de Il Signor G (1970-71), lo spettacolo che darà origine ad un radicale cambiamento nella vita artistica di Gaber. E la sera della “prima” si avverte nella sua voce una certa emozione, perché c’è la consapevolezza che proprio a partire da lì, da quel palco spoglio, niente sarà più come prima.
La sfida, meditata a lungo e tenacemente voluta, è finalmente incominciata (pag. 21).
Il libro-racconto ed il libro-omaggio di Mauro ripercorre così (ho l’impressione sia venato anche da una condivisibile nostalgia) anni difficili, ma esaltanti, contraddittori, ma pur stimolanti, sostenuti dalla speranza di riuscire a sprovincializzare una nazione ancora priva di un’identità condivisa e spaccata tra le illusioni del boom economico degli anni Sessanta ed una realtà intrisa di retrivo conservatorismo e di violenza più o meno sotterranea. Giorgio Gaber, sottolinea Germani, si era definito “filosofo ignorante”. Questa espressione, che rimanda al sapere di non sapere di Socrate, rivela non solo la volontà di ricerca continua intorno all’uomo, ma anche il proposito di non arrendersi mai di fronte a presunte verità “confezionate”. La vera ricerca, infatti, non può avere un termine preciso, una conclusone definitiva, ma piuttosto vari momenti, tappe, in cui fermarsi per riflettere su se stessi e valutare il percorso intrapreso, sotto lo sguardo vigile di una costante e sincera autocritica (pag. 39), alimentando il dubbio, quello stesso cui Bertolt Brecht aveva dedicato la sua sempre più necessaria Lode al dubbio.
All’interno della chiara scansione del libro (Gaber e il teatro, G. e la musica, G. e il pensiero, G. e il corpo, G. e l’amore, G. e la società, G. e il potere, G. e la morte, G. e Dio, G. e l’uomo) isolo alcuni passaggi che fanno per me da ponte verso i testi di Germani di cui andrò a parlare tra breve, senza però omettere di avvertire che Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero va letto e come libro del tutto autonomo dedicato a Gaber ed anche (l’ho già sottolineato) come indiretta riflessione da parte di Germani sulla propria scrittura, su se stesso, sul rapporto con la realtà, dal momento che ripercorrere gli esiti artistici di Gaber significa, per l’estensore del libro in questione, ripercorrere la propria storia di individuo inserito in un preciso momento storico, sociale e politico.
In merito al corpo viene detto:
Gaber riesce ad esprimere lo sgomento nei confronti di ciò che il corpo può raccontare. Ogni corpo, in fondo, incarna una storia e la smorfia in qualche modo la rivela (…) La verità del corpo fa paura, ci pone di fronte alla nostra esistenza senza mediazioni, e la smorfia che portiamo sul viso è il marchio indelebile delle nostre battaglie perdute (pag. 58).
Per Gaber (…) se si parla di società, non si può non parlare del corpo. Quest’ultimo non solo subisce i condizionamenti, gli attacchi, le repressioni della collettività e del potere, ma è anche al centro di dinamiche complesse riguardanti la nostra identità, il nostro essere persone in relazione con altre persone.(…) In Gaber da un lato c’è la spinta verso l’interezza, il superamento della contraddizione mente/corpo, la rivalutazione delle pulsioni più naturali e profonde rispetto al potere astratto della mente, dall’altro c’è la consapevolezza della propria fragilità, un senso di inadeguatezza perenne (…) o addirittura lo smarrimento ontologico, al limite della non-esistenza (pagg. 62 e 63).
Chi ha avuto la fortuna di assistere agli spettacoli di Gaber, non ha potuto non rimanere colpito dalla straordinaria presenza scenica che scaturiva dalla sua persona. Sul palco da solo, un poco curvo, piegato dall’intensità dell’interpretazione, egli riusciva a trasmettere agli spettatori un’energia eccezionale. Ciò avveniva proprio grazie al suo corpo, alla sua gestualità, alla sua mimica. L’estrema magrezza, la mobilità del viso, la disarticolazione dei gesti, la contrazione delle mani, la voce ora calda e tenera, ora potente e graffiante, ora allusiva ed ironica, tutto concorreva a coinvolgere il pubblico in modo davvero singolare. Ed ogni volta accadeva un fatto che si potrebbe definire fisico: si percepiva proprio “fisicamente” la sua opera, grazie alla sua presenza sul palcoscenico (pag. 65).
Dal capitolo dedicato all’ amore:
(…) risulta prioritaria l’autenticità, ovvero la capacità di avere uno slancio dentro di sé non effimero, senza condizionamenti di sorta. L’uomo autentico rappresenta per Gaber un progetto, un ideale cui tendere incessantemente, uno sforzo etico di rinnovamento e di comprensione nei confronti di se stessi e degli altri, quindi anche della società (pag. 67).
Il senso di inadeguatezza nei confronti dell’amore (e ovviamente del corpo … ) è un motivo ricorrente nella produzione di Gaber. Si tratta dell’incapacità di vivere pienamente, cioè senza problemi e in modo naturale, non solo il rapporto sentimentale e/o fisico con l’altra persona, ma anche con la realtà in generale (…) E nemica dell’autenticità è senza dubbio l’abitudine (pag. 69).
Non è facile trovarsi a contatto col dolore. L’ospedale costringe inevitabilmente ad un’esperienza diversa, in qualche modo estrema, che non rientra nella normalità quotidiana e richiede un atteggiamento vero, cioè senza maschere nei confronti di noi stessi e di chi ci circonda (pag. 79).
Mauro Gaffuri, amico fraterno di Mauro Germani, firma la bella introduzione al libro.

Ecco: con queste premesse proviamo ad attraversare ora due libri di poesia di Mauro Germani.

 

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2. Livorno

Livorno (Forlì, L’Arcolaio, 2013) è, detto in breve, poema dell’amore sofferto e sofferente, inestricabile dalla riflessione esistenziale e dalla questione della dicibilità dell’allontanamento e dell’assenza. Ammiro quegli autori che, con coraggio ed accettando il rischio connesso, affrontano temi e scelgono luoghi già frequentati dalla grande poesia: in questo caso si tratta dell’amore e di una città indistricabilmente legata a Giorgio Caproni. Ma Germani sceglie una strada personale costruendo brevi testi che evitano rimandi o citazioni o criptocitazioni caproniane, consapevole del fatto che si vanno delineando due Livorno: quella già consacrata dalla lirica caproniana e legata al ricordo della madre Annina e questa, “d’ombra e di esilio” come mi scrive lo stesso Mauro, luogo di un amore perduto.
Non ci meravigliamo, dunque, se la sezione d’apertura si chiama proprio Livorno, confermando l’esplicitazione del nome del luogo assunto come teatro e traccia memoriale della vicenda amorosa.

La morte che era nei Fossi
e quel futuro
quella parola nera
caduta per poco…

Restavano in silenzio gli anni
le cupole alte della notte
e le ceneri, gli avvisi
del tempo.

Restava così
la novella del mare
Livorno ed ogni voce
il mio pianto
in fondo al tuo nome (op. cit. pag. 13).

Si può tracciare un’ideale linea che unisca la parola morte (anzi la morte) con cui il testo si apre alla parola nome (al tuo nome) con la quale esso si chiude; tale linea di matita dovrebbe però passare anche su Fossi, futuro, parola nera, silenzio, notte, ceneri, mare, Livorno, voce, pianto: abbiamo così immediate le coordinate lessicali e concettuali dell’intero libro, come in effetti è, spesso, di un testo in limine ad un’opera di poesia; Livorno di Mauro Germani fa subito innalzare dalla pagina la bianca sagoma del Duomo di notte e si dispiega la questione del nome e del nominare:

Il duomo bianco nella notte
come un nome abbandonato.

E poi quel lamento del cielo,
i balconi accesi
nell’attesa,
sul precipizio del cuore…

Oh, lacrime senza volto,
fuoco d’esilio
e d’insonnia, congedo
di tutto l’universo!

Non c’era il tuo sguardo
a dirmi chi ero (pag. 15).

C’è una pagina bellissima di un poeta salentino, Vittorio Pagano (Lecce, 1919 – ivi, 1979), che recita:

ELEGIA MINORE (in Mitologia del Sud, Il Critone, Lecce, 1960)

La mia città una notte s’è spaccata
e distrutto ne fu da allora il cuore.

Io stupii che non tutta la mia gente
corresse almeno un attimo
per vedersi mostrare
da me la cattedrale
barocca, unica pietra

e così il mostrare, come il nominare, ha una valenza conoscitiva anche in absentia o, al modo di Celan, quale argumentum e silentio, all’interno dunque di una via maestra feconda della poesia internazionale del secondo Dopoguerra che non retrocede davanti al nulla e alla mancanza da attraversare, perché la nekyia a noi contemporanea non può non essere questo attraversamento; dal punto di vista formale mi sembra che Germani recepisca la lezione del tardo Celan e di Char che imbastiscono testi brevi, a volte privi di scansione in versi, ma senza la loro oscurità che, talvolta, li caratterizza: Germani dice l’oscurità e l’enigma chiamandoli con il loro nome (oscurità e enigma appunto), affidandosi cioè alla forza evocativa del significante, alla sua capacità di veicolare il significato per quanto quest’ultimo possa essere sfuggente.
È infatti il nome in quanto assenza e privazione (nome di persona che viene alluso, ma mai pronunciato) ad abitare queste pagine, il cui contrappeso che, però, ne ingigantisce appunto il suo non-essere-qui consiste nel nominare precisi luoghi di Livorno, cosicché la poesia di Germani si configura come poesia della parola che testimonia un’assenza, nome che è ombra di un vuoto, proprio quello che Carlo Sini nel suo splendido studio intitolato Il sapere dei segni (Jaca Book, Milano, 2012) mette in evidenza, parola come traccia di un’origine andata perduta, contemporanea presenza ed assenza, aura di qualcosa che non c’è più, ma che è stato.

Il mare che chiamò
nella Fortezza
e subito divenne battito
in nome del tuo nome,
voce d’acqua
assediata dal tempo
e sempre
sempre leggenda
viso senza dimora,
febbre alta
nel cielo scoperto (pag. 17).

La poesia continua ad essere un chiamare ed un restare in ascolto e Nel nome del nome (Edizioni Terra d’Ulivi, Lecce, 2014) è il titolo della più recente raccolta poetica di Fiammetta Giugni, non a caso, evidentemente, se la questione del nominare è avvertita come basilare nei nostri anni e se, per tornare all’irrinunciabile Celan, il Golem di Rabbi Löw è immagine della potenza creatrice (perduta) della parola che nomina la verità (e-meth) o la morte (meth) e se in una delle ultime raccolte i luoghi nominati di Gerusalemme sanno oltremisura riacutizzare nel poeta il dolore di una lontanza e di una mancanza o, meglio ancora, deprivazione.
Infatti, tornando a Livorno:

Livorno così lontana,
così nuvola e porto
senza più case
e persone
al culmine del mondo.

Ma d’improvviso
un vento si alza
ed è sogno, terra
appena di luce
appena di vita

prima dell’onda (pag. 22);

e poi:

Non c’è – non ci sarà più
Livorno
o forse soltanto
qualcuno che scrive
su un piccolo foglio,
un’ombra lontana
che segna,
che macchia la terra (pag. 24).

Guardarsi scrivere è inevitabile per un poeta avvertito e che sia anche uno studioso ed un critico, per cui il lettore non sa sottrarsi alla tentazione d’intendere questo singolare canzoniere amoroso anche come un dialogo con la donna-poesia, ovviamente ammonendo se stesso a non insistere eccessivamente su tale lettura e a non banalizzarla, ma trovo interessante il fatto che, dopo millenni di tradizione lirica occidentale, nessun poeta debba e possa sottrarsi alla questione e alla rappresentazione del suo rapporto con la parola poetica; pensiamo a Midons di Giovanni Giudici, all’intera opera di René Char (o, se vogliamo, più nel dettaglio a Lettera amorosa), alle Canciones a Guiomar di Antonio Machado, luoghi di poesia tutti in cui la donna amata è anche la scrittura in versi, la sofferenza, la sospensione, l’assenza, l’angoscia provocata da tale assenza.
Dal punto di vista stilistico nel libro sono presenti sia testi in versi che in prosa ritmica ed in questo Germani dimostra di aver accolto alcune delle suggestioni più feconde della poesia internazionale recente e contemporanea, scegliendo il ritmo del pensiero poetico, mi viene da scrivere il “respiro” di tale pensiero, quale misura e non scansioni metriche artificiose. Si legga qui

Come un destino

Portavi la notte, appena due frasi, un cenno peduto… E la casa sentiva la pioggia, i tuoi vestiti sul letto, l’amore. Io ti guardavo fra un bacio e un addio, fra un sogno e la vita, una carezza sul viso.
“Oggi il mondo non c’è”, ti dicevo nell’ombra, e tutto spariva, tutto era vero, come un destino (pag. 29)

Per dove il tuo corpo, i tuoi occhi, per quale tristezza.
Per quali stanze e carezze, per quali voci e desideri, adesso che è facile perdere, buttare lì un nome e poi un altro, e sapere che c’è solo un destino, solo un vento che afferra le luci, un paese straniero che sempre ci aspetta (pag. 35).

Sembra di assistere ad un video di Bill Viola, con quei lunghi silenzi che accompagnano gesti e sguardi, quelle meditanti contemplazioni di stanze, ombre, attese.

Se possono questi abbracci, se può l’amore come una terra giusta, come un lume nel buio…
Tu non hai nome, aspetti vicino all’albero che sorride, ricordi senza pensieri, sei una bambina solitaria.
Io ti guardo, ti penso da dove, non so la mia vita (pag. 36) e la memoria, le visioni memoriali, lo struggimento per una perdita sono tratti essenziali della poetica del video-artist nordamericano così come lo sono in questi passaggi poetici di Mauro Germani.

Com’è semplice, in fondo, com’è la morte stasera, dove tutto si gioca e si perde, dove tutto non c’è.
La tua voce è mia madre o forse una collina, la sera che scende. I tuoi capelli sono il vento che s’innamora, appena una strada davanti alla casa. Il tuo volto è un sogno più vero, un minuto assoluto senza di me (pag. 38).

Ancora niente, quelle domeniche di campagna e di vento.
Il pomeriggio prendeva la tua gonna leggera, tu guardavi le luci del paese.
Era così essere vivi, avere gli anni per sognare, quell’aria salata che a volte tornava. Era così sparire in un foglio, chiamarti senza saperlo, fra le siepi e gli orti, dove ti nascondevi e ti cercavi in silenzio (pag. 40).

Si noti l’eleganza di questa lingua che, proprio nel suo misurato ritmo, si prova a dominare un dolore lancinante, forse una sconfitta dovuta all’abbandono e all’allontanamento, certamente una sofferenza amorosa che rispecchia una condizione esistenziale di privazione e di dolore; non ci sono derive sentimentalistiche, né cadute di gusto, ma sempre quest’incedere armonioso del ductus poetico e, contemporaneamente, questa tragicità della situazione amorosa.

Nel cerchio

È nel cerchio la voce
nel cerchio il tuo passo.

E lo sguardo non sa,
la parola nemmeno,
dentro la notte che scende,
che pensa il tuo nome.

È nel buio la scelta,
un foglio appena segnato.

Nel cerchio la vita (pag. 43). E ci si soffermi sull’esemplarità delle scelte lessicali e su come questo testo sia capace di raccogliere in sé pressocché tutti i termini-chiave del libro come già avevamo notato per la lirica in apertura del libro: cerchio, voce, passo, sguardo, parola, notte (buio), nome, foglio, vita.

Chi eri fra le fiamme dell’aria,
fra le note fluttuanti nel buio
come lampi
o sogni di vento straniero?

Chi rapiva il tuo volto bianco,
le tue mani solitarie,
la tua anima senza mondo?

La musica feriva la casa,
le pareti aperte sopra la piazza,
quell’abisso inghiottito dal tempo

e io fermo, io muto,
io appeso al cielo deserto (pag. 46): nel tu dialogico, così classico e al contempo così dislocante se è vero com’è vero che proprio il tu è segno grafico e fonetico di un’assenza e di una mancata risposta, si esprime la privazione dell’amore e la scrittura è una sorta di fotografia in negativo nella quale si evidenziano proprio la lontananza, l’assenza, l’irrecurabilità dell’amore.

Una voce persa

Come un assalto già scritto, un poema già perso…
“Vedrai tutte le notti il mio viso, scivolerà dolce nei vortici della sorgente e ti sceglierà, ti sceglierà in ogni avverbio, in ogni dolore. Tu sarai come un bosco, uno sterminio di voci, un canto a perdifiato. Veglierò per te, per la tua fortezza pura, per il tuo dio assente…” (pag. 53)

Non so quanto viaggio ancora, quanti giorni, quanti cerchi negli anni…
C’è una luce impossibile in questa neve che aspetta, che non conosce nessuno, in questi visi che tornano come fantasmi e parlano una lingua rotta , obbediscono a un cielo disfatto…
C’è quasi un addio in questo pianto segreto, in queste foto lontane, in questo racconto di vocali perdute… (pag. 54)

Il paradosso è, infatti, scrivere per non capire, per non essere più:

Un Dio di niente

Scegliere il silenzio, ecco,
scrivere per non capire,
per non essere più…

Ma è così difficile
bruciare la voce,
così strana questa sera
malata e onnipotente,
questa follia di bocche
e di vento,
questo grido alle spalle
che sanguina
e trema
e mi perde (pag. 61). Qui Germani dice chiaramente che la parola-scrittura riesce comunque ad imporsi, a farsi strada pur nel desiderio di annullamento che porterebbe a voler tacere, quasi a testimoniare che l’essere in vita è consustanziale al dire, il dire una forza indomabile del vivere.

Ora sembra che davanti agli occhi ci scorrano le immagini di Giacomelli cariche di bianchi e neri e plumbei grigi dalla metafisica inquietudine e magari si odono i versi di Permunian che dicono la desolazione e l’abbandono:

L’aperto

Buio nel tempo
e passi
che verranno
alle porte
come orazioni
da impiccare
o verbi
bruciati da sempre.

Finestre,
campi rovesciati
nel vuoto.

Sputi d’infanzia.

Nessuno chiama,
nessuno vede
dal mondo
di fronte (pag. 68).

Qui si uccideranno
i mesi, terre
appena sfiorate.

Profili di mondo,
colline
e donne di sera.

Io aspetterò
dalla mia torre,
da una stirpe
di pagine perse.

Tu sarai ancora
un orizzonte
il vento
e le luci lontane (pag. 72).

Il libro è impreziosito da una sensibilissima introduzione firmata da Sebastiano Aglieco.

 

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3. Terra estrema

Terra estrema (L’Arcolaio, Forlì, 2011) reca un esergo di Louis-Ferdinand Céline: Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra; decisamente nulla si sa dell’autentica storia degli uomini.
Questo libro è dunque una nuova descensio ad Inferos, in quanto sono dell’opinione che la poesia, amata e coltivata con ogni fibra del proprio essere da Mauro Germani, sia per lui anche il cammino impervio e spesso doloroso attraverso i luoghi ctoni del nostro esistere e della nostra mente.

I morti nel letto
a tarda sera,
nomi d’ossa
e nuvole stanche,
ombre alte
dove tutto finisce
oppure comincia,
torna
nel mai e nel sempre
voce che si ritrae
e canto muto,

fiore lontano

sospeso nel cielo (pag. 17).

Come si può notare il linguaggio, anche al livello metrico-prosodico, è ridotto all’essenziale, la brevità del verso e dell’intero testo dicono di una reductio dei mezzi espressivi che non è rinuncia a verbalizzare, ma direi metodo che mira a focalizzare i nuclei fondanti del discorso esistenziale, in quanto mi pare che proprio l’Esistenzialismo (forse soprattutto quello tedesco) sia per Germani il sostrato filosofico della sua poesia e il ragionare sul corpo aggiunge tratti di originalità perché è nel corpo e sul corpo (la lezione è dunque anche gaberiana) che s’iscrive il passare del tempo, che è visibile la presenza costante della morte e quell’essere-gettati nel mondo e nel nulla; la scrittura stessa è estensione del corpo vivente e, al contempo, morente, ma senza che quest’ultimo aspetto abbia qualcosa di funereo, bensì di leopardianamente fermo e serio.

Là dove il corpo appare
nella fredda fiamma
del nulla
o più lontano in fondo
nel pozzo segreto
e senza nome,
ecco l’attrito
ecco
il lampo improvviso e vero
che dice adesso,
adesso è il destino,
guarda,
ancora trema
è qui, è in te
ancora per poco,
prima del buio (pag. 20).

Il così tanto spesso frainteso carpe diem riceve da un testo come il precedente una finalmente serissima e coerente messa in atto, una risposta poetico-filosofica che potrebbe diventare un’indicazione di condotta dei nostri giorni; se rivado con il pensiero alla traduzione-ricreazione del testo oraziano operata da Pietro Tripodo, ne individuo anche lì la coerente e consapevole resa semantica, il filosofico meditare, la bellezza di una lingua che cerca di dire l’inafferrabile, la serietà etica di un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’esistere, di un dargli valore proprio in seguito alla consapevolezza del rapido scorrere del tempo:

Mentre parliamo, non fedele, fugge:
Tuttavia parliamo, Lidia, e quel tempo
Ora vuoi e interroghi che, bimbo,
già da un’isola di Sirio osserva noi,
orecchie aguzze, rapito.
Coi misteri non tormentarti;
Credo mal si affidi a un domani
Chi vuol esser lieto.
Giusto forse è quietarsi
In ciò che un dio vorrà, se inverni
A noi dia o questo sia l’ultimo
Tra le spiagge che il Tirreno affatica.
Vini gustare, filtrarli. Non so
Vivere altrove, Lidia.
Non far sperare la speranza tua
Che un termine non ha in nessuna pace.
(Orazio, Odi I, XI) (da Pietro Tripodo, Altre visioni, Donzelli, Roma, 2007, pag. 15).

Com’è il cielo dei morti,
la loro leggenda.

Come sono i lumi
allineati nell’ombra,
i volti lontani,
quegli addii senza parole.

Come tutto è fermo
negli occhi, tutto
nell’ora che chiama
e li sceglie, l’innalza
nel pianto per sempre
senza di noi (pag. 24).

E bisognerebbe accostare a questi testi di Mauro quelli di Giovanna Bemporad e le molteplici riletture del mito di Orfeo ed Euridice (quella virgiliana in primis e poi la rilkiana, quella sorprendente di Anna Maria De Pietro in Venti fusioni a cera persa – Manni Editore, Lecce, 2002 di cui riparlerò qui su Perìgeion), ma anche certi passi della Commedia dantesca: il cielo dei morti, la luce (e l’ombra, o la non-luce) che dominano, il loro intersecare il nostro cielo di vivi, la nostra luce ed ombra di ancora viventi.
Il discorso intorno al corpo, che abbiamo seguito a proposito di Giorgio Gaber, si ripropone ora nei termini seguenti:

Non sappiamo il corpo
l’assoluta verità del sangue.

Com’è sola la carne
e noi assenti in lei
e lei nel mondo.

Oh esistere davvero,
essere veramente
le nostre parole,
noi appartenenti
per sempre alla terra
come un respiro
alla vita… (pag. 28): è così che Germani sceglie la via diretta per affrontare il tema della solitudine del corpo nel quale pur abita la mente, ma, molto spesso, senza conoscerlo né riconoscerlo veramente, senza averne totale coscienza e percezione; la scelta si rivolge ad un lessico e ad un’espressione piani e chiari, con un ductus al tempo stesso misurato e intenso. Aveva scritto nel libro dedicato a Gaber: Come afferma Merleau-Ponty, la percezione del nostro corpo in condizioni normali è piuttosto vaga, in quanto agisce una sorta di dimenticanza, come se addirittura non ci fosse. Tuttavia l’appartenenza al nostro corpo è fondamentale perché esso non è pura materialità, ma colloca dentro il mondo e dà la possibilità al soggetto di sentire e reagire. Si tratta, dunque, di un’appartenenza originaria, che deve essere ristabilita, riportata alla coscienza, fatta propria (op. cit. pag. 55). La riflessione di Mauro Germani sul corpo s’innesta nell’autorevole alveo rappresentato da certi testi di Dario Bellezza e dalla poesia degli anni più recenti di Biagio Cepollaro, ma anche fa riferimento, ai miei occhi, alle stringenti argomentazioni di Antonin Artaud sul volto e sul corpo dell’attore e di Carmelo Bene sulla voce (ecco qui una “giuntura” tra Gaber e Germani poeta, come ho già detto), non disgiunta da una sorta di “poesia filosofica” la quale possiede in Occidente una tradizione che risale ai cosiddetti Presocratici e Mauro Germani si sobbarca l’onere di scrivere un libro concettualmente articolato ed arduo, stilisticamente elegante, perfettamente bilanciato tra l’emotività che viene toccata e sollecitata dal tema e il controllo critico da parte del pensiero.

È nel tuo viso
nell’indicibile carne
il dio impossibile
il dio muto
della tua pelle
e del tuo sangue
il dio folle
dei tuoi sogni
il dio lacerato
degli spasmi e del dolore
il dio mortale
e senza nome
nato con te

un barlume appena

in questo universo (pag. 32): la questione del divino non poteva essere elusa, venendo qui ricondotta (ma non ridotta) all’immanenza del corpo e della mente, liberata da segni giudaico-cristiani e restituita all’intuizione greca e presocratica, ancora una volta.

Dall’acqua e dal sangue

di quella voragine

da quella ferita aperta

da quell’urna cieca

da quell’abisso ignoto

da quei singhiozzi atroci

da quelle lacrime buie

da quel mortale

sporco infinito

noi tutti veniamo (pag. 33): qui, nell’accumulo dei complementi d’origine isolati e dilatati dallo spazio tra verso e verso, riconosciamo il poeta ante abyssum e, poco dopo, innanzi alla consapevolezza di un’afasia (colpevole) che l’ha afflitto per lungo tempo, ma che, direi, proprio perché portata a livello della coscienza viene superata dando in tal modo vita al presente libro:

L’avessi mai capito il corpo,
avessi mai detto
il folgorante enigma
della sua bellezza
o l’abisso del suo
occulto male (pag. 36).

Tra pagina 40 e pagina 43 si dispiega il canto dell’unione carnale tra i corpi, poi, come da tradizione foscoliana e leopardiana, ma anche campaniana, la sera si configura quale tempo e luogo di una chiamata e di un’aspirazione, ma in questo testo ha molti tratti concomitanti con Livorno:

La sera chiamò dall’esilio
e invocò alte le luci degli anni,
vane promesse
nel vano divenire.

Poi tutto si perse
in un flusso di vento,
una favola antica di terra
e di mare,

una voce sola

in cerca di un nome (pag. 51).

Nella Weltanschauung di Mauro Germani la questione del divino si pone in termini, oserei affermare, di una classica teologia negativa, ma non per affermarne l’esistenza quanto, invero, per confermarne l’in-esistenza, per cui l’espressione poetica può strutturarsi come una catena ossimorica a partire proprio dal corpo, l’elemento che rende certa la realtà:

Amputato corpo
è questa parola
viva carne
che palpita ancora.

Verbo perduto da Dio
verbo senza Dio
che nella notte chiama
e nessuno risponde,
grido senza bocca
che nel deserto cerca
un cuore sepolto.

Oh voce d’esilio
consumata dal tempo!

Chi ti ascolta
è nella mano,
nel poco sangue
che adesso ti scrive (pag. 55) e nella distanza / incolmabile (pag. 56) s’iscrive tutta una storia di esili e di una Sehnsucht che non riuscirà mai a raggiungere l’oggetto del proprio desiderio.
Il bianch’e nero serale e notturno, come in una foto di Evgen Bavčar, s’accende nel testo seguente, la luce balugina rapidissima, nel brevissimo arco di un notturno accade l’illuminarsi e lo spegnersi della vita:

Non è qui il sublime canto,
l’ordine eterno, la fiamma
alta e improvvisa.

A un passo c’è solo
l’albero fermo
che la notte divora.

Qui il cielo sfolgora
un poco tra i rami
e nell’abbaglio è più nero
il bosco, più incerto
il passo dell’uomo.

Verrà presto la scure
alta del tempo
e sarà questa voce
calcarea,
il debole fiato
di un male terrestre (pag. 61).

Da pagina 62 a pagina 65 leggiamo un minuzioso elenco di luoghi e di fenomeni e di stati psicologici legati al corpo nei quali il pronome indefinito tutto, usato nella sua funzione nominale, sembra sottintendere il verbo accade e a maggior ragione tramite una scrittura d’ombra / e d’esilio (pag. 66) che sa di dovere

(…)
Aspettare
il silenzio.

Scrivere.

Scrivere sempre
il già
cancellato (pag. 67), come se il testo fosse palinsesto di una scrittura già avvenuta ed irrecuperabile. Soggiungono poi Voci (La Terra, la Notte, il Vento, il Cielo, il Fuoco, la Neve, gli Animali) che si animano nelle pagine successive, che pretendono udienza, che affermano la propria presenza attorno e dentro il monologare dell’io lirico ed infine ecco l’approdo alla Terra estrema:

VI
Tutta la stanza era ferita, una domanda imperfetta che non pretendeva più nulla, una grazia sfiorita negli occhi.
Non poteva esserci salvezza nelle loro parole dilaniate, in quelle promesse informi e capovolte, in quella curva feroce del tempo (pag. 86).

VIII
Il loro corpo fu l’ombra, la luce, il sogno, la ferita.
Furono gli anni dietro le finestre, il pane secco nella credenza, i millimetri di ogni febbre e di ogni bacio, la patria segreta delle lenzuola, ma anche le impronte senza riparo, l’alleanza sconfitta del mondo, un addio incessante.

Il loro corpo fu solo quella stanza, quella terra estrema (pag. 88).

Il libro si pregia di due splendidi interventi di Marco Ercolani e di Fabio Botto.

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7 commenti su “Su tre libri di Mauro Germani

  1. Mauro Germani
    18/03/2015

    Ringrazio infinitamente Antonio per questa sua acutissima lettura dei miei libri. Un caro saluto a tutta la redazione di Perigeion

    Liked by 1 persona

  2. francescotomada
    19/03/2015

    Molto bella e approfondita questa lettura su un autore di grande valore.
    Grazie.

    Francesco

    Mi piace

  3. Antonio Devicienti
    20/03/2015

    Un grazie ed un saluto a voi, Mauro e Francesco, con stima ed amicizia.

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  4. corrado bagnoli
    30/03/2015

    Carissimi di Perigeion, ho letto la scorsa estate il libro di Mauro Germani su Giorgio Gaber, un’appassionata e lucida lettura che, come nei grandi libri accade spesso, diventa l’occasione di leggere non solo il proprio tempo attraverso l’opera di un altro, ma anche il cuore della propria esistenza, le domande che ci accompagnano.
    In questo libro, nella sua struttura e nella sua scrittura, emerge in particolare poi la cura di cui l’autore è capace proprio nei confronti dell’altro, se ne capisce la capacità di accoglienza, di custodia e di stupore che poi viene restituito attraverso la narrazione. E queste sono caratteristiche che poi troviamo anche nella poesia di Germani, una poesia che ha compreso che l’estetico e l’etico o vanno insieme o diventano finzioni, spettacolo, inessenziale balletto di parole. Grazie a voi per avere dato spazio a questa scrittura e un saluto a Mauro.
    corrado

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  5. Lucetta Frisa
    31/03/2015

    l’esplorazione condotta da Antonio Devicienti su i libri di un autore importante e di pregio come Mauro Germani è perfetta e persuasiva toccando tutti i livelli di profondità che riscontriamo nella sua opera omnia. Come la bella lettura che ne fa Corrado Bagnoli. A voi tutti i miei complimenti ammirati.

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  6. Carla Bariffi
    31/03/2015

    interessante svisceramento della parola poetica
    l’analisi è sempre stimolante, aiuta a comprendere

    leggo tra gli interventi il nome di Fabio Brotto, mi compiace l’idea di condividere non solo la bellezza ma anche l’amicizia.

    grazie!

    Liked by 1 persona

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