perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (7,8,9)

Buganvillea

 

 

prosegue da qui
romanzo a puntate di Angela Palmitesta
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7

Caro nipote, mio caro Eugenio, credimi: sapere, senza la scappatoia del dubbio, fra quanti giorni finirà la mia vita, è un privilegio che mi ha concesso questo secolo  così dinamico che vuole, senza vergogna, diventare ogni giorno  più analitico.

Tu magari arriverai anche a conoscere i secondi che ti mancheranno per esalare l’ultimo sospiro! Certo: io ti auguro tanti secondi  quante stelle ci sono nel cielo e poi altrettante ore e altrettanti giorni.

Però sappi che il tempo lo guadagni dal momento in cui cominci ad apprezzare quei pochi spiccioli che ci è dato di spendere.

Ti chiederai, lo  vedo il tuo viso incuriosito, per quale motivo ti ho lasciato casa mia, visto che per tanto tempo io e tua madre, diciamolo, siamo rimasti così lontani, non solo fisicamente, uno dall’altra.

Ebbene, l’idea di morire sapendo che il piccolo angolo che avevo costruito su questo paradiso venisse corroso, giorno dopo giorno, senza sosta, dalle piogge, dal fango, dall’umidità e da quell’assortito gruppo di bestiole che per prime trovano conforto e riparo in una casa  abbandonata, ebbene questa idea mi rattristava più della morte stessa.

Non puoi sapere, la mamma non te l’avrà detto, che questa modesta costruzione, l’ho tirata su con le mie stesse mani: perfino il camino in cucina, nonostante certe difficoltà iniziali, è opera mia. So bene che oggi si preferisce comprare una casa bella che fatta: ci mettete dei mobili e così, da subito, ci vivete dentro.

Ma non sarà traumatico nei primi giorni?  Siete estranei dentro una casa che non vi conosce.

La mia casa io l’ho vista crescere, giorno dopo giorno: come un bambino l’ho nutrita di mattoni, calce, pietre, legno, tegole, fino al giorno in cui, guardandola, ho pensato: abbiamo finito, sei proprio  bella.

Come avrai notato, dietro casa ho fatto crescere diverse piante da frutto, anzi, a dirla alla mia maniera, io sono cresciuto insieme a queste piante e a questi alberi.

I primi anni, dopo la morte di tua nonna, è stata dura davvero: mi sentivo come la lumaca quando  perde il guscio. Vivi , ma non sarà più la stessa cosa, mai più.  Piantai due cipressi perché speravo con tutto me stesso di raggiungerla in poco tempo.

Invece  il tempo lavora con tenacia, anzi con diligenza, per innestare sui  nostri dolori nuove speranze e restano in pochi quelli che rigettano la vita e la sua acerba  bellezza.

Così, senza quasi accorgermene, cominciai a desiderare i colori che la natura, qui, ci regala con grande generosità. Devi ammettere anche tu che per essere la casa di un uomo già vecchio, già vedovo e ormai malato, dimostra uno spirito allegro, no?

Ma ritorniamo al tema, perché le digressioni di un vecchio  potranno sembrarti tediose  e il tema è, appunto, l’eredità della mia proprietà.

Ho apposto una piccola clausola che spero non ti risulti troppo sgradita: dovrai restare qualche giorno in più qui da noi e dovrai recuperare e leggere le altre cinque lettere che ho consegnato a cinque persone che vivono sull’isola. Non ti sarà difficile trovarle, anzi, loro troveranno te.

Spero che mi perdonerai se, lasciando questo mondo, desidero improvvisamente parlarti di me e della mia vita. Ma devo convincermi che la morte non mi porta via del tutto. Se posso lasciarti dei ricordi e se questi ricordi verranno custoditi e riletti, forse non morirò completamente.

Questa mia prima lettera  ti verrà consegnata dalla signora Felicita, la notaia. È una donna estremamente precisa nel suo lavoro e non ti elemosinerà tutte le spiegazioni, anche tecniche, di cui avrai bisogno. A volte può sembrare un po’ arcigna ma tu potrai essere indulgente con lei.

In paese dicono che si sia trasferita in quest’ isola  sperduta dopo che il marito l’ha abbandonata, scappando con una ragazza molto giovane e molto scura di pelle.

Comunque, le ingiustizie della vita, se tali sono, l’hanno inacerbita forse, ma  non l’hanno resa meno attenta nei suoi impegni professionali.

Consegnandoti le chiavi  ti farà una pletora di raccomandazioni mettendoti in guardia su tutto. Non darle assolutamente retta! È una donna timorosa anche dell’aria che respira; benché la casa si trovi in una zona piuttosto isolata, non avrai nessun problema.

Di notte potrai sentire i grilli, sono simpatici e possono conciliarti il sonno. Se passerà un gufo affamato, a caccia di topi in giardino, abituati al suo  verso, un po’ sgraziato  e ringrazialo del servizio reso.

Non so bene come deve chiudere la lettera un morente. Dire “A presto” mi sembra poco educato. Scrivere “con affetto” quando praticamente non ci conosciamo, mi sembra un cliché ipocrita.

Credo che possa andar bene un semplice “tuo nonno, Gabriele.”

*

8

 

Stavo seduto nella piazzetta del paese, pregando che nessuno si accorgesse della mia espressione di disgusto: avevo  la  bocca  piena di sabbia al sapore di caffè, sabbia che non avevo né il coraggio di sputare, né il coraggio di inghiottire.

Fui salvato da un ragazzino che distribuiva volantini pubblicitari. Mi scambiò per un turista annoiato e per mostrarmi la sua generosità appoggiò sul tavolino l’ intero assortimento di foglietti colorati.

Dentro  il programma dettagliato della sagra del miele  sputai  il caffè e  mi risciacquai immediatamente la bocca con il bicchiere d’acqua che lo accompagnava.

Avevo dormito, ma poco e male; avevo cercato di fare colazione, ma poco e male. Ora dovevo mettere ordine in questa storia dell’eredità del nonno.

Riflettevo sulla lettera che mi aveva appena consegnato la signora Felicita e tentavo di organizzarmi.

Una storia che cominciava a complicarsi: non volevo restare tanto a lungo su quest’isola e poi come trovare queste lettere? Mi sarebbero cadute dal cielo?

Forse la malattia aveva fatto rimbambire quel vecchio ma la casa era graziosa davvero, avrei potuto metterla in affitto anche se non si trovava vicino al mare. Un romantico, qualche eccentrico, chi era bisognoso di tranquillità, certo: la tranquillità si vende bene ai giorni nostri.

Chiamai con una certa stizza il cameriere dal  sorriso abbronzatissimo. Non era solo il caffè a non piacermi ma anche i  pensieri squallidi che mi erano  saliti come un rigurgito.

Mentre cercavo nella tasca qualche spicciolo di mancia, notai  un volantino in cui si pubblicizzava il più bel tramonto dell’isola: al promontorio del faro. Infilai, d’istinto, tra il piattino e la tazzina una cartamoneta e mi alzai in fretta, senza voltarmi a guardare.

Mi stavo graffiando a forza di tentare di entrare dentro quel groviglio di pruni e sempreverdi che mi costringevano, tanto erano fitti e bassi, a mettermi quasi a carponi.

Ero sul punto di rinunciare quando, finalmente, la sterpaglia cominciò a cedere al sole impietoso del mattino e una enorme roccia mi si parò davanti, come un balaustro messo lì apposta, affinché il turista poco avveduto non andasse a scivolare oltre il ciglione che costeggiava il baratro.

Oltre quel masso, una parete rocciosa e irregolare scendeva a picco,  e poi, come una vertigine,  cadeva  nel mare; un mare schiumoso di bianche onde che si incapricciavano nelle correnti  del fondale.

Dall’alto potevo ammirare  i due faraglioni conficcati nell’acqua turchese che si ergevano orgogliosi . I due giganti buoni sembravano sorridere con clemenza alle barche che passavano, per gioco, nello stretto canale che li separava e il suono dell’acqua, in quel punto più agitata, arrivava attutito e fioco, come lo sciaguattare che fa la manina divertita del bambino dentro un catino colmo.

La gente del posto aveva dato un nome curioso alle due rocce, il nome di un formaggio locale.  In effetti, a guardarli attentamente, i due giganti, pur avendo un dorso grigio-aranciato, di sicuro con quello    minacciavano i pescatori durante le burrasche invernali, ora mi  mostravano una lunga pancia bianca che  brillava come panna fresca.

In quel paesaggio ruvido  l’uomo aveva lasciato il segno  della sua presenza in una costruzione che, anziché svilire la natura, le aveva regalato un tocco : sul promontorio si ergeva il faro, cilindrico, appena screpolato nell’intonaco color canna da zucchero, vetusto quanto bastava per legittimare tanta  bellezza.

Solo la struttura che proteggeva la  lampada di illuminazione gli dava un’aria civettuola, come  in cima a certe dame d’epoca i loro  cappellini impagliati.

Il faro non era stato lasciato solo poiché  a tenergli compagnia, in ogni giornata di sole e in ogni giornata di pioggia,  era stata affiancata una piccola struttura bassa, recintata con una semplice rete metallica:  l’abitazione  del guardiano del faro.

Mi avvicinai per ammirare non tanto l’orto ben curato, quanto un angolo, curioso, in cui facevano bella mostra di sé  diverse piante odorose, ciascuna delle quali aveva il nome, inciso con lettere  svolazzanti, sopra targhette di legno levigate con cura.
Senza pensarci troppo, vinto dalla curiosità, superai il recinto e mi apprestai a visitare la casa. Bussai discretamente e, senza ricevere risposta, mi lasciai convincere dalla porta socchiusa ad entrare.

Nella stanza adibita a salottino c’era, sul fondo di una parete color giallo paglierino, una fitta libreria, un camino e due  vecchie poltrone ingentilite da cuscini color rosso geranio.

Per  ogni dove, libri e riviste occupavano, illegittimi, lo spazio necessario per potersi muovere con agio.

Ma a dire il vero quel disordine sottostava, infine, a delle regole. Ogni cumulo di quei testi apparentemente abbandonati sul pavimento, a guardarlo da vicino, mostrava di essere un’isola tematica.
Ogni isola era stata collocata con la precisa intenzione di creare nella stanza un arcipelago e l’arcipelago un’ armonia.

All’entrata, a sinistra, la colonna possente di atlanti geografici; a destra, impilati con cura maniacale, dei tomi di storia antica; poi seguiva la letteratura classica che saliva lussureggiante ed alta mentre la letteratura moderna zigzagava sopra un isolotto piuttosto sbilenco.

Un intero angolo era occupato da dizionari linguistici; cercavano di scavalcarli i volumi di filosofia e, attraversando fiduciosi questo mare, si arrivava quasi all’entrata della stanza successiva, dove le probabilità di inciampare cominciavano a diventare alte: ovunque pile spiegazzate e usurate.

Erano riviste culinarie, ricette, fotografie da tutte le parti del mondo, accatastate in una allegra babele. Una vera eccentricità : linguaggi   di ogni angolo del mondo si mostravano felici di questa caotica convivenza.

Da questa stanza arrivava un profumo singolare di frutta cotta: mi affacciai, curioso, sulla porta  e vidi una minuscola donna bruna, riccioluta, con occhi neri  che sorridevano.

Come se la mia presenza in casa sua fosse normale, anzi, opportuna date le circostanze, mi mostrò un pentolone in cui bolliva la densa salsa color amaranto che emanava vapori al profumo di vaniglia.

Senza attendere spiegazioni e senza dirmi ancora una parola, ma continuando fiduciosa e precisa a tagliare  le prugne che occupavano l’intero tavolo della cucina, mi porse con gesto deciso e gentile un pesante mestolo di legno col quale dovevo, non c’erano dubbi, cominciare a rimescolare la marmellata che lei, la guardiana del faro, stava preparando dalle prime luci dell’alba.

*

9

Caro nipote, mio caro Eugenio, se stai aprendo questa lettera, significa che hai trascorso qualche ora a mescolare marmellate che ribollivano dentro pentoloni, a casa di Norma, la nostra guardiana.

È una donna che si appassiona a qualsiasi attività manuale e continua a praticarla fino a quando raggiunge la sua idea di perfezione.

Però  questa donna non ha il senso delle misure  e  sai com’è, la generosità è anche esagerazione da queste parti. Da quando abito qui, ho capito che  l’isolano è generoso perché un uomo che vive circondato dal mare non riesce a fare l’avaro. Il mare glielo impedisce.

Norma adora il mare  e adora  la solitudine.  Soprattutto quest’ultima  è il mistero che le comare del paese  ancora non  sono  riuscite a risolvere. Ma Norma sorride sempre, costringendo le beghine, anche le più accanite, a disinteressarsi a lei.

Però io ho continuato a pensare che una donna tutta sola dentro un faro non può avere come unica consolazione il bollitore del the. Allora un giorno, mentre cercavo di dimenticare che stavo per morire, ho chiamato alcuni amici e tutti insieme siamo saliti al faro con un furgoncino carico di tutta la libreria della nonna.

La casa del faro, già piccola, è diventata quasi scomoda con quelle pile di libri depositate ovunque.
Quando mi ha salutato, Norma mi ha regalato uno dei suoi sorrisi più belli: ti posso assicurare che un sorriso così consola anche un vecchio che muore.

Così ho lasciato al faro i libri di tua nonna ed è stato quasi un sollievo per me. Ogni giorno che passa guardo dalla finestra della cucina i nostri due cipressi, sono cresciuti col tempo. Sono davvero alti e guardarli mi consola.

La libreria invece mi irritava ogni giorno di più. Vedevo la polvere che continuava ad accumularsi sopra un libro che  lei sola, Azzurra, apriva. Senza accorgermene, diventavo cattivo e mi veniva voglia di buttarlo nel fuoco.

So che presto la rivedrò ma mi fa paura la strada che dovrò fare per incontrarla di nuovo. Vorrei raccontarti tutta la vita di questa donna famosa e importante ma non ti stupire se ti dico che tutto ciò che scriveva mi era estraneo. Io curavo con amore e, devo dire, grande competenza, il nostro giardino, che era la nostra passione.

In pubblico, ai ricevimenti, mi facevo strangolare da antipatiche cravatte. Poi aspettavo, ogni volta come fossi una bestia braccata, di sentire annunciare il suo nome. Lei si alzava e camminava leggera leggera. Non le tremava mai la voce, mai. Il collo, solo io vedevo, pulsava, ma la voce era un susseguirsi impeccabile di note.

Tornati a casa, sussurrava il mio nome, ma ogni volta tremava, quando lo pronunciava. Questo ci bastava. Anzi: ci rendeva felici. A volte, in questi giorni, i ricordi mi assalgono e mi sommergono di malinconia, come certe onde sulla battigia che spingono  avanti ed indietro una conchiglia.

Ricordo quella volta quando la domestica che si occupava di casa si ammalò e la nonna, quel giorno, decise di assumersi personalmente le incombenze quotidiane.

Era un gioco per lei, divertente e nuovo. Tua madre guardava la nonna, così trafelata e sudata. Io guardavo tua madre, così adorante e tranquilla. Un giorno memorabile: il mondo al contrario.

In quegli anni il mio mondo aveva robuste radici che affondavano nella terra e dal tronco della pianta, sana e bella, si alzavano ampi rami frondosi.

Eravamo felici.

Oggi che il corpo mi tradisce e mi tradisce con sempre maggiore frequenza, mi sembra di vedere i miei pensieri diventare piante capovolte, come i mazzi di lavanda che mettevo ad essiccare a fine estate.

Quanto desidero, morendo, rendere utili questi densi pensieri che mi avvolgono la mente e smettere di avere paura del passato.

Sono  felice di avere  regalato  a Norma la biblioteca di Azzurra perché so che Norma ha amato tutto quello che sono stato e ha rispettato, quasi con reverenza, i miei sentimenti e il mio passato.

Non è stata solo la guardiana di questo faro: è stata, soprattutto, la guardiana della mia anima.

In ogni notte di burrasca lei è stata capace di portare in salvo la mia barca, illuminandomi col suo sorriso.

Non ci siamo mai chiesti  del futuro, il nostro futuro era il bollitore sul fuoco, due tazze di porcellana sottile e un the farcito di colloqui fitti fitti, bisbigliati davanti al camino.

L’emozione a volte ci faceva smettere di parlare e allora ridavamo, come due bimbi che si erano scontrati giocando a nascondino.

Quando seppe della mia malattia, continuò a mantenere, nei nostri incontri, gli stessi, identici gesti che io ormai conoscevo a memoria. Ma ciò che me l’ha  fatta amare davvero fu la sua inesauribile allegria.

Non ho mai dubitato, neppure quando ormai ero scontroso e cattivo, di quanto piacere le procurasse la mia compagnia.

L’ultima volta che fui seduto davanti al suo camino, per poco non feci cadere la mia tazza di porcellana sottile ma lei, facendo finta di niente, proseguì nella lettura ad alta voce di una prosa poetica, rimasta anonima, che aveva scovato nel giornale locale del giorno prima.

Mentre leggeva ridacchiava e mi guardava. Soprattutto alcune parti avevano creato subbuglio nelle menti sonnacchiose del paese:

 

Abito in quel luogo in cui, quando arriva la pioggia, le prime gocce che cadono ricordano l’odore della terra che sta per bagnarsi.

Abito in quel luogo in cui, quando arriva il sole, i primi raggi che si fanno spazio tra i pini, scoppiano allegri come un miracolo.

Abito in quel luogo in cui, quando arriva il vento, le prime onde che si sollevano in mare, sono minacciose come le inquietudini della mente.

Abito in quel luogo in cui, gli ulivi secolari assorbono, attraverso le radici, i pianti e i sorrisi anonimi. Gli ulivi secolari che dai rami argentati guardano con perplessa imperturbabilità… laggiù, sotto un tappeto smeraldo, un uomo e una donna che dormono abbracciati.

Io abito in quel luogo in cui tutto è vero, il sole è sole, la pioggia è pioggia, il vento è vento e l’amore è amore.

(e Dio, se c’è, da qualche parte dorme e russa senza recare disturbo)

 

Il giorno successivo tutto il paese fremeva e sussurrava, in silenzio. Perfino chi non leggeva mai i giornali conosceva ormai a memoria quel trafiletto.

Ci si guardava in giro, curiosi, sospettosi, divertiti. Nessuno pronunciava quella domanda. Per strada la gente camminava come se avesse imparato da poco a mettere un piede dietro l’altro, incerta.

Chi salutava sembrava troppo concitato, o frettoloso; ma chi non salutava sembrava pentito di non averlo fatto.

Nello sguardo di ogni passante nasceva il moto del dubbio e subito veniva ricacciato dal desiderio smanioso di apparire indifferente.

Il sospetto era come una spina di rosa che, entrata nella pelle, in profondità, procurava fastidio ma non si riusciva a togliere.

In piazza, al bar centrale, stava seduto l’ex-sagrestano novantottenne. Come tutte le mattine aveva un caffè davanti a sé e l’intera giornata per trovare un avventore disposto a sentirlo chiacchierare.

Così fu lui a far scoppiare la domanda che mordeva di curiosità la bocca del paese intero: ma chi è che va a fare all’amore tutto nudo sotto gli ulivi?

Mio caro nipote, il mondo gira sempre alla stessa maniera, quasi sempre dalla parte giusta.

L’amore non riusciamo a capovolgerlo tanto facilmente e questo magari ci salva. Quel brano poetico è uno dei ricordi più belli che ho di Norma.

Tuo nonno Gabriele

 

prossima puntata domenica 29.03.2015

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3 commenti su “Buganvillea (7,8,9)

  1. amara
    22/03/2015

    eh… aspetteremo… 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 22/03/2015 da in feuilleton, prosa, scritture con tag , .
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