perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (10,11,12)

Buganvillea

 

prosegue da qui
romanzo a puntate di Angela Palmitesta
scarica il pdf Buganvillea

 

 

10

Caro nipote, mio caro Eugenio, ho consegnato questa lettera ad Aurora, la timida figlia del parroco. Sono sicuro che quel furetto curioso non te la darà personalmente ma te la lascerà su qualche mobile, bene in vista.

Aurora è taciturna ma non scontrosa. Osserva molto le persone, le scava dentro direi. Se non vuoi essere scavato, l’unica via di fuga è andarsene dal suo raggio d’azione.

Me la mandarono quando la malattia divenne una compagna sgradevole ed esigente in tutte le mie notti. Il mattino dopo mi ritrovavo fiacco, sempre più stanco, sempre più debole ed era impensabile potermi occupare della casa e del giardino con le sole mie forze.

Aurora è giudiziosa e scrupolosa, due doti che diventano sempre più rare nelle ragazze d’oggi. Potrai sempre contare sulla sua disponibilità e serietà.

Purtroppo ha il brutto difetto, io ancora non ci passo sopra, di cantare tutto il giorno canzoni così tristi, così inadeguate alla sua età!

Quando la malattia comincia a succhiarti senza tregue, sai, non devi lottare: devi lasciarti adagiare sul fondo  e, puntando gli occhi verso la luce, cercare la superficie dell’acqua.

Ricominciare a pensarla la vita, ricominciare a guardarla: è proprio questo, per me ora. Mi dondolo sul fondo e immagino la luce tremolante della superficie.

All’inizio, ti posso assicurare, è stato difficile, sentivo che mi mancava l’aria: là sotto c’era solo acqua. Poi ho imparato ad osservare le forme senza spaventarmi ; ho imparato a guardare la luce che trema nell’acqua.

Ho cominciato, perfino, a stupirmi e a ridere, come un bimbo che ammira il mondo dal  fondo  cupo di un coccio di bottiglia. Ora nella mia vita, o dovrei dire nella mia morte?, pretendo che sia il mondo a venirmi incontro, lentamente.

Oggi sono nervoso perché vorrei parlarti di tua mamma, mia figlia, e mi rendo conto che c’è poco da spiegare. Io sto morendo e non so quale era il colore preferito di mia figlia, se amava la pizza, quali film guardava, se dormiva a pancia in giù, come la nonna.

Quando era piccola non riusciva a stare ferma un attimo e la sua lingua era peggio delle sue gambe.

Raccontava storie di maghi e fate, con incredibili colpi di scena sul finale. Raccontava sorridendo e la voce era fresca come un sorso d’acqua.

Avrei voluto ascoltare per sempre le sue storie incredibili ma un giorno smise di raccontarle perché divenne prigioniera dentro il castello del drago.

Non potevo salvarla. Il drago la faceva dormire quasi ogni giorno, dandole pozioni magiche.

Nei brevi momenti in cui si svegliava, non riusciva a capire chi l’aveva fatta prigioniera.

Intorno al castello era caduta una nebbia così fitta e densa che anche alla luce del giorno era impossibile capire il luogo in cui si trovava.

Quella stessa nebbia impediva ai nostri occhi di vedere la realtà finché un giorno, sentii il grido straziante della nonna : poi nella casa cadde il silenzio.

Le trovai entrambe in bagno, accovacciate per terra. Tua mamma era semisvenuta e il suo viso era scomparso nel bianco delle piastrelle.

La nonna aveva gli occhi spalancati dal terrore e fissava le braccia inermi della figlia.

Sentii il rumore del mio sangue che batteva contro le arterie, con furore. Era il rumore assordante di un fiume colore del fango che ribolliva inferocito ed era ormai pronto a spezzare gli argini.

Strappai a tua madre l’ago che aveva conficcato nella vena. In fretta la sollevai dal pavimento e di colpo feci una smorfia di stupore, misto a commiserazione.

Capivo solo in quell’istante quanto era diventata sottile, pesava poco più dei vestiti che portava addosso, sempre troppo larghi.

Nascosi il mio viso tra i suoi capelli, profumavano ancora di corbezzolo e salvia selvatica. Ed erano ancora così belli, così morbidi.

La odiai. La amai. La piansi. La curai. La cacciai di casa. E tutto questo accadde più volte. Ma tutto questo accadde inutilmente.

Infine, se ne andò lei, il drago aveva un castello più comodo, parole più dolci, promesse inenarrabili. Non volle farci sapere mai nulla, voleva diventare un fantasma nella nostra memoria.

Ma uno scellerato, forse meno scellerato di altri, scrisse una lettera alla nonna facendole sapere che Stella aveva partorito un bimbo. Lui era il padre. Chiedeva pochi soldi e pregava di non far sapere nulla a Stella. Nostra figlia era diventata mamma.

Noi, strappando a quell’uomo la promessa di avere ogni tanto notizie del bimbo, eravamo diventati una barca troppo piccola in un mare ingovernabile. E pagammo per i nostri dolori, per i rimorsi, per le nostre amarezze una cifra tutto sommato ragionevole. E fummo puntuali.

Crescendo hai dovuto sopportare situazioni che la maggioranza di noi neppure arriva a immaginare.

Sei stato forte quando pioveva sulle tue radici ammollate. E di nuovo forte quando l’arsura ti faceva ingiallire le foglie.

Sei stato la mia pianta migliore, non ti sei piegato al vento, non hai ceduto alle malattie; bevevi le stagioni pazientemente e pazientemente crescevi, dritto e robusto.

Ora sei fatto uomo e puoi capire che nella vita le colpe sono situazioni che ci hanno trovato impreparati o spaventati. Puoi capire che ogni scelta ci costringe a patteggiare un prezzo e solo col tempo capiamo quanto a buon mercato abbiamo pagato il benessere, la tranquillità, l’amor proprio, l’indifferenza. Ma non è stato così, infine.

Arriva il momento in cui le situazioni devono avere una svolta, perché ne sentiamo il bisogno. Quando tua nonna morì, scelsi quale svolta doveva prendere la mia vita. Scelsi questa isola tranquilla, dove potevo trascorrere qualche giorno di serenità, curando i gerani e  i rosmarini.

Anche quando tua madre se ne andò, potevo dare una svolta. Potevo rincorrerla e riportarla in famiglia, ma non lo feci.

Ora ci sei rimasto solo tu e non posso rincorrerti. Proprio non posso. Sto morendo e non posso rincorrerti. Oggi mi chiedo, perché ancora oggi non lo so, qual è il tuo colore preferito, se ami la pizza, quale film guardi, se dormi a pancia in giù, come la nonna.

Dovrei imparare tante cose, oggi,  e me ne manca il tempo.

Ho pianto per la mia buganvillea in questi giorni: non so se a primavera fiorirà, dopo la gelata di questo bizzarro inverno.

In questi giorni mi chiedo  chi ci sarà a piangere per me, alla fine del mio rigido inverno.

Tuo nonno Gabriele.
 

11

Mi piace cucinare perché non è il mio mestiere.

Posso andare al ristorante quando voglio. Il cibo non è così importante nella mia vita, posso anche dimenticare un pasto. Passo mesi interi a nutrirmi di precotti e scatolette . Non cucino per  riempire un tubo digerente e  non sono costretto a cucinare quando sono stanco o vado di fretta. Di rado mi metto a spignattare se  la fame mi fa  diventare  nervoso.

Mi piace cucinare perché in cucina sento di stare in  pace.

Quando entro in questa stanza  comincio la mia opera. Amo  la musica che posso creare in cucina. Ascolto  le zuppe che sborbottano. Seguo il ritmo del coltello che taglia sicuro le verdure. Sento  le patatine gettate nell’olio quando l’acqua che hanno in corpo comincia a crepitare. Muovo con brio il soffritto di cipolla, annusando il suo sfregolare. In cucina inizia una sinfonia, io sono il direttore e guido l’intera orchestra.

La cucina è luogo di quiete, di riconciliazione. In cucina posso pensare meglio, posso calmarmi meglio, posso ricomporre una giornata rimasta  sospesa. Come il frate che si ritira nella cella a meditare, entro  in cucina.

Mi diverto soprattutto con le ricette in cui devo impastare. Quando affondo con energia nel  composto le mani e sento come gli ingredienti,  prima  separati ed estranei, lentamente, attraverso il movimento e il calore delle dita, si amalgamano e diventano un impasto sodo e compatto, ecco: io sento di aver creato la materia e di aver trasformato l’informe in qualcosa che ha bellezza e coerenza.

Poi si avvera l’ alchimia della cottura : il morbido diventa croccante, il liscio diventa rugoso, il bello diventa buono. Sono convinto che dio era un bravo panettiere e  quando cucinava per qualcuno, offriva il suo  gesto d’amore.

Però adesso guardami. Le mie mani inzaccherate di impiastricciatura collosa. Guarda il tavolo infarinato. Guarda le formine, il mattarello, il dosatore, le teglie nello sciacquatoio  e le uova cadute sul pavimento.

Guarda il soqquadro nella mia cucina ma poi chiudi gli occhi e assaggia questo grissino  dorato a meraviglia, spruzzato di neri semi di papavero. Ti cucino perché ti nutro e ti nutro perché ti amo.

Sorridevi, socchiudendo gli occhi.

Oramai  tu non entri più nella mia cucina: ti affacci soltanto, con aria distratta e impaziente.

Magari ti intrufoli, spettinata e scalza,  a reclamare, solo con un gesto di fretta,  il primo caffè del mattino.

A questo punto a te sembra un’enorme, inutile esagerazione la mia cucina. Adesso l’ho capito. Per te sarebbe più facile il precotto che non sporca o la pizza che arriva a domicilio;  così non ti snervi in   attese inutili.

Adesso l’ho capito. Conquistare un sapore desueto, estrapolarlo a fatica da misture provate e riprovate sembra assurdo per te, che trovi sotto casa i sapori orientali in tetrapak.

Io ti offrivo le salse sapientemente dosate e tu ti annoiavi. Offrivo me stesso a te, tutti i giorni. Ma certo, era un gesto che ti annoiava. Io mi svilivo. Io mi perdevo. Io mi autodistruggevo.

Finché anche il gesto di amarti,  tutti i giorni con puntualità, andò a morire dentro l’ asfittico cerchio delle nostre abitudini. Ad annoiarci, ora, eravamo in due.

Il cameriere mi guardò con un sorriso forzato, aspettava che io ordinassi. Non avevo ascoltato nemmeno una parola del menu che mi aveva recitato a memoria e per non dispiacerlo scelsi un piatto misto per due persone. Se ne tornò in cucina tutto soddisfatto della sua bravura recitativa.

Ritornai ad osservare i pescetti che arrivavano quasi a riva, come sciami d’api, attirati dalle molliche di pane che i bimbi gettavano in acqua.

Alcuni di loro, facendo finta di non sentire i rimproveri dei genitori, si arrampicavano sugli scogli e le rocce che affioravano vicinissimi alla riva. Tentavano, con le loro zampette in bilico tra roccia e mare, di dare la caccia a qualche granchio imprudente.

Mangiando svogliatamente un pezzo di pane, mi sforzavo di ammirare il mare profondo, distante, là dove le onde si mescolavano  con l’orizzonte.

Ma l’azzurrità del paesaggio non riusciva a togliere dal mio pane un gusto amaro. Provavo ancora    nostalgia per quel   pane spruzzato di neri semi di papavero.

12

La solitudine è come un piatto freddo che perde sapore e diventa triste se piove da parecchie ore; se il vento si infila lungo le grondaie gemendo e se Ulisse, incurante del temporale, decide di uscire e mi guarda senza rimorso prima di abbandonarmi in cucina, con un guasto elettrico, due mozziconi di candela recuperati nel fondo del cassetto e un senso di abbandono conficcato nelle ossa umide.

Mi vengono in mente le parole del vicino di casa, il contadino ciarliero, riguardo alla locanda nel centro del paese, dove potrei cenare con un bel piatto abbondante di carne, bevendo lo schietto vino che lui stesso produce.

Senza pensarci una seconda volta, affronto le prime secchiate d’acqua che mi infradiciano il viso e già sono pentito. Scendo lungo la strada che è diventata il letto di un fiume e di nuovo mi pento di questa uscita azzardata.

Intravedo l’insegna gocciolante della taverna dentro la pioggia sferzante e la scritta che mi beffeggia con la sua  ironica  promessa: “Al Paradiso”. Diventato ormai l’uomo più pentito e più inzuppato della terra entro in Paradiso.

Spingo la pesante porta d’ingresso raccogliendo  il respiro ansioso e affondo nella fumosa e calda sala. Per mia fortuna, gli occhi della gente sono appuntati, in quel momento, sul tavolo da gioco.

Un uomo baffuto e scuro di pelle sta rilanciando una cifra che deve essere inverosimile  se il suo avversario  continua a   toccarsi  la fronte lucida. Lui tamburella  le dita grassocce, forse per provocazione, ma l’avversario ancora non cede.

Cerco un tranquillo tavolino d’angolo ma poiché sono tutti semioccupati devo accontentarmi di dividerne uno. Un marinaio che, nonostante l’abbigliamento dimesso e stinto, ha raccolto i  capelli grigi in una coda di cavallo impeccabile, non  fa  neppure caso alla mia presenza.

Mi accomodo al suo tavolo, timidamente, appoggiandomi incerto sulla punta della sedia. Il marinaio, guardandomi perentorio negli occhi, mi fa cenno di non proferire verbo e mi indica il tavolo da gioco dove si stanno decidendo, così sembra, le sorti di due  famosi giocatori.

Lo stanzone semibuio del locale  è  tutto sommato disadorno e squallido, se non fosse per le reti da pesca gialle coi galleggianti arancioni appese alle pareti, rigonfie di  una misera pescata:  conchiglie vuote.

Nell’angolo opposto al mio hanno installato un minuscolo palco dove si esibisce l’orchestrina dal vivo e lungo la parete è sistemata una panca sulla quale resta  appoggiata, tutta storta, una stoffa  a righe colorate che cerca di rallegrare  il legno logoro.

L’ostessa si affacciò dalla tendina che nascondeva agli avventori la cucina, proprio nell’attimo in cui stavo studiando il perfetto allineamento dei bicchieri sul bel bancone di pietra.

Aveva raccolto una parte dei capelli in una treccia che girava intorno alla testa come una corona regale e aveva lasciato libere parecchie  ciocche  ribelli, colore del carbone.

Indossava una camicetta ricamata che riusciva a coprirle il flessuoso collo e le braccia. Due mani veloci e sicure si muovevano con  abilità attorno ai piatti da servire mentre il capo, sempre chino, impediva di vedere il colore del suo sguardo.

Un uomo che sedeva accanto al bancone disse qualche parola incomprensibile  che la ragazza però colse al volo. Udii, improvvisa, la sua risata: fu come una cascata di note che lampeggiavano fra lei e quell’uomo. La risata di quella ragazza era unica perché sapeva accordarsi al tamburellare della pioggia e al brontolare  lontano degli ultimi tuoni.

Aveva spiovuto. La taverna “Al Paradiso” aveva chiuso. L’ostessa aveva deciso di passare la notte con me. Stavo a naso in su, guardando la notte, lucida come una seta. Il cielo mostrava alcune stelle bianco-azzurre che ricadevano sul mio viso come dolci promesse.

Il braccio di Esmeralda scivolò lungo il mio, caldo e sicuro, prima di staccarsi definitivamente. Mi avvicinò la bocca all’orecchio sussurrandomi:
– eccoci, siamo arrivati –  Quasi strattonandomi
– dai. Sali o no?- mi disse.

E senza aspettare risposta cominciò a salire i gradini di casa con un passo di velluto.

Avevo bevuto troppo, i piedi  erano come intrappolati nel fango.

– Aspettami, sto arrivando- la supplicai   con voce già affannata.

Sentii, mentre ancora annaspavo fra i gradini, il rumore metallico della chiave che entrava nella toppa. Intuivo la porta che si apriva e riconobbi la sua risatina allegra cadere nel vuoto del pianerottolo cieco e silenzioso.

Non ero sicuro se fosse la fine della notte o il principio del giorno, ma ormai poco importava. Anzi. Ormai nulla importava. Importava solo Esmeralda.

Esmeralda che mi pulsava nella testa, o forse era tutto quello che avevo bevuto quella sera?

L’ingresso era semibuio e andai ad urtare con forza contro un tavolino. Nella quiete assoluta dell’appartamento, il rumore brusco del mobile mi sembrò un boato assordante, inconcepibile a quell’ora della notte (o dell’alba?).

Per nulla preoccupata di tutto quel baccano, Esmeralda mi incitava dalla stanza da letto, con i suoi risolini
– allora? Forza, sono qua. Cosa aspetti?-

Barcollando leggermente e facendomi guidare dalla sua voce e dalle sue risate, finalmente la raggiunsi e la vidi: distesa sulla moquette grigia. Le gambe completamente nude; le braccia completamente nude; il viso completamente nudo. I capelli, lunghissimi e scuri come la notte, tentavano di coprire, con falso pudore, il ventre colore del rame.
– non ne hai mai vista una nuda, tu?-

disse ridendo e subito porgendomi la mano, a confermare l’offerta inequivocabile del corpo.

Cominciai a baciarla delicatamente sul collo, seguendo la linea azzurra di una vena, mentre la sua voce bassa e arrochita mi dava istruzioni precise ed esperte.

– Baciami amore, … stringimi forte, … toccami adesso…-

– Scendi, non aver paura, … ecco, … ma quanto sei bravo… sì –

Impaziente mi strinse la testa e mi tuffò la bocca dentro un profumo umido di muschio.

Risalii le linee delle gambe morbide, strinsi il seno contro il mio petto, sentii il suo respiro sul mio viso, assaggiai le sue labbra. Volevo raccogliere il contorno del suo mento tra le mie dita, imparare la curva degli zigomi, guardarla a lungo negli occhi. Sognare il nero della notte. Lo volevo.

Esmeralda invece mi immobilizzò e mi fece suo prigioniero. Mi cancellò l’anima affondandoci dentro le unghie fino a quando mi strappò un grido lontano, nel profondo della gola, là dove la parola non ha forme.

Spalancai gli occhi, quasi sorpreso e cercai di nuovo, disperatamente, di catturare il suo sguardo. Gli occhi di Esmeralda erano chiusi come quelli di un cieco che cammina sicuro sui bordi del marciapiede.

I suoi occhi serrati erano un coltello che luccica nella notte, prima di affondare nel sangue caldo e innocente.

Mi alzai. Cercai una sigaretta nelle tasche che non avevo. Sentii un risolino allegro che diceva

– Bè, mi faccio una doccia. Se vuoi fartela anche tu, dopo…-

Ritrovai i pantaloni. Poi le scarpe. E il portone dell’appartamento. Sulla strada ancora lucida dalla pioggia un cane stava annusando, senza fretta, un lampione. Finalmente alzò la gamba e pisciò a lungo; a getti discontinui, come un rubinetto strozzato.

Mi tastai di nuovo le tasche dei pantaloni per fumarmi una sigaretta. Vuote. Forse le avevo lasciate cadere, per sbaglio, sul tappeto grigio di Esmeralda.

Al posto delle sigarette trovai una busta da lettera, sigillata con tanto di ceralacca.

Annunci

Un commento su “Buganvillea (10,11,12)

  1. Pingback: Buganvillea (13, 14, 15) | perìgeion

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 29/03/2015 da in feuilleton, prosa, scritture con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: