perìgeion

un atto di poesia

Michael Hofmann, poesie

Michael Hofmann

  cura e traduzione di Gianluca Guerneri

 

Michael Hofmann è nato a Friburgo, in Germania, nel1957, ma si è trasferito in Inghilterra con il padre, il noto romanziere Gert Hofmann, nel1961. Vive a Londra e insegna un semestre all’anno presso l’Università della Florida a Gainesville.

«Mi piace quel tipo di umorismo in cui nessuno, alla fine, ha il coraggio di ridere» scrive Hofmann, ed è una ”battuta” che bene definisce la poesia di questo autore. Un poeta che cita Rilke, Lowell e Brodskij tra gli autori che preferisce e che, nel 1983, sorprese tutti con la sua prima raccolta, uscita per i tipi della Faber, Nights in the Iran Hotel. Quella sua prospettiva aggressiva-di­fensiva, l’uso laconico e lineare del linguaggio, salvo improvvise incursioni ai confini del surreale, la scelta di temi volutamente bassi, storie d’amore che finiscono, la dolce crudeltà del quotidiano esistere, i luoghi, anche letterari, pregni di Mitteleuropa e destinazioni esotiche, lo resero immediatamente ri­conoscibile. Si parlò di una voce nuova, anticipatrice, in un certo senso, di tutto quel filone “periferico” che ha reso importante e innovativa tanta della poesia inglese degli anni Ottanta e Novanta. A quel primo volume ne sono seguiti altri tre – Acrimony (1986), Corona Corona (1993) e Approximately Nowhere (1999) – tutti per Faber. Con quest’ultimo, la consacrazione, è stata definitiva: finalista del Whitbread e del T.S. Eliot Prize, due tra i più presti­giosi premi letterari inglesi. Hofmann svolge anche un’intensa attività di tra­duttore dal tedesco. Kafka, Roth e Brecht tra gli autori tradotti in questi anni. Forse davvero un primo discrimine tra due poeti come Armitage e Hof­mann si gioca sulla latente possibilità di sperare e di agire sul mondo. Armi­tage muove i propri versi in direzione di quanto di umano resta nel mondo, forse nella segreta speranza di redimerlo, salvarlo. La sua poesia si muove verso il mondo, non si nasconde. Hofmann, al contrario, cerca una distaccata e nera lucidità della visione, impassibile avvista il lato mancante; il difetto che inceppa il meccanismo. Lo annota e crea spazio perché sia il mondo a en­trare nella sua poesia e non viceversa. Questa doppia direzione del dialogo disegna un percorso ideale della poesia novecentesca in Inghilterra con i re­lativi poli opposti: Larkin da un lato, Ted Hughes dall’altro. Il primo che os­serva il moto del mondo alla finestra, il secondo che crede nel potere scama­nico della poesia. Anche se un certo “movimento” nella poesia di Hofmann c’è stato. Il dato secco e crudo della prima raccolta si è stemperato, anche formalmente, in molti dei testi di Approximately Nowhere. Se tutto sembrava già essere stato scoperto, se tutto, come per il Tiresia eliotiano, era già stato presofferto, fan­no capolino, qua e là, venature di malinconia, il desiderio di un luogo che ci riconosca come suoi ospiti (se non come suoi abitanti). C’è quasi sempre, nel­la poesia di Hofmann, un movimento che dalla descrizione di una situazione muove verso l’analisi di una relazione, in un poem noir dove l’unico antidot al nichilismo sembra essere l’accuratezza della visione. Stringo la mano a Hofmann in un pub nella città vecchia a Oxford, e III mi fa un leggero inchino. Parla poco e mi osserva con quel suo sguardo che mette a disagio. Durante un’intervista radiofonica a Bologna, l’intervistatore gli chiede: «Ma da che parte sta, esattamente, Approximately Nowhere, c’è un modo per arrivarci?», e lui con l’ingenuità di chi sa tutto risponde: «Lo porto sempre con me». Michael distilla le parole, e quando conversa del più o del meno devi ringraziarlo dello sforzo che sta facendo per stare con un piede tra gli umani. La sua cortesia è fatta di gesti misurati che devi imparare a riconoscere. Di nuovo a Londra, viene ad ascoltare i poeti italiani, poi a cena nell’allegro delirio di un ristorante turco in cui mangiamo bene senza sapere esattamente cosa. Sta sempre lì con noi ma non è difficile capire che più o meno si trova approssimativamente in nessun luogo.

 

*

 

De-militarized zone

My cigarette glows, and your bones snap
in the dark. Not another torture scene …
Like the men in the trenches, I don’t smoke,
I don’t want to give myself away to the enemy.
– But the tobacco is mixed with saltpetre,
to keep it burning … I curse them quietly,
the nervous little cackles of flame in my lap.

 

It doesn’t make sense. You know where I am –
on the chair, carefully holding an ashtray
in my other hand, and listening to you …
After our tired argument in your parked car,
we are relaxing from the ordeal of each other;
unwinding, in our different ways. – And you,
you’re double-jointed and subject to backache.

 

I am familiar with your calisthenics,
and the order in which you perform them –
a series of stretches and Yoga positions.
I was told the fluid explodes in the cartilages
and turns to gas. Anyway, it restores you …
On good nights, I rub my hands together
and take away the static from your eyes.

 

Not tonight, of course … But even so,
I hear you undressing, in this small room
most of your things land on my feet, and you
get into bed. We weren’t talking any more,
but then you ask me to come to bed as well,
and, thinking what a blessing it is to be allowed
to forget our differences like this, I comply.

 

Zona smilitarizzata

La mia sigaretta brilla e le tue ossa schioccano
nel buio. Per carità, non un’altra scena di torture…
Come gli uomini in trincea, non tiro,
non voglio concedermi al nemico.
– Ma il tabacco è mescolato al salnitro,
per farlo bruciare più a lungo … li maledico piano,
i nervosi piccoli cicalecci della fiamma nel mio grembo.

 

Non ha senso. Sai benissimo dove mi trovo –
sulla sedia, un portacenere tenuto in equilibrio nell’altra mano, e ti sto ascoltando…
Dopo la nostra litigata stanca nella tua auto parcheggiata,
ci stiamo riprendendo dall’ ordalia reciproca;
rilassandoci, ognuno a modo suo. E tu,
tu sei snodata e soggetta al mal di schiena.

 

Li conosco bene i tuoi esercizi di ginnastica – e anche l’ordine in cui li svolgi –
una serie di stiramenti e di posizioni yoga.
Mi è stato detto che il fluido esplode nelle cartilagini
e si trasforma in gas. Comunque sia ti rimette in sesto…
Nelle notti buone, strofino le mani tra loro
e porto via l’energia statica dai tuoi occhi.


Ma non questa notte, ovvio … Eppure,
sento che ti svesti, in questa piccola stanza
la maggiore parte delle tue cose atterra sui miei piedi, e tu vai a dormire. Nessuno dei due parlava più,
ma poi mi chiedi di raggiungerti a letto
e, pensando a quale benedizione sia l’ essermi concesso
di dimenticare così le nostre differenze, ti assecondo.

 

*

Monsters of the deep

We could never understand how it worked:
their relationship was unfathomable.
We told each other Ovidian tales
of blackmail and sinister domination.
Our curiosity was a small boat,
which stopped at a plotted latitude
and dropped anchor, while we projected
ourselves over the side in dry-suits
and bathyspheres, with torches and harpoons,
leaden-footed frogmen of the imagination.

 

Mostri del profondo

Non riuscimmo mai a capire come funzionava:
la loro relazione imperscrutabile.
Tra noi ci si raccontava storie da Ovidio­
ricatti e sinistri predomini.
La nostra curiosità era una barchetta
che si fermava a una latitudine tracciata
e gettava l’ancora, mentre noi ci proiettavamo
oltre un lato in tute impermeabili
e batisfere, con torce e ramponi,
sommozzatori dell’immaginazione con piedi di piombo.

 

*

Nighthawks

             per James Lasdun

Time isn’t money, at our age, it’s water.
You couldn’t say we cupped our hands very tightly…
We missed the second-last train, and find ourselves
at the station with half an hour to kill.

 

The derelicts queue twice round the tearoom.
Outside, the controlled prostitutes move smoothly
through the shoals of men laughing off their fear.
The street-lamps are a dull coral, snakes’ heads.

 

Earlier, I watched a couple over your shoulder.
She was thin, bone-chested, dressed in black lace,
her best feature vines of hair. Blatant, ravenous,
post-coital, they greased their fingers as they ate.

 

I met a dim acquaintance, a man with the manner
of a laughing-gas victim, rich, frightened and jovial.
Why doesn’t everyone wear pink, he squeaked.
Only a couple of blocks are safe in his world.

 

Now we’ve arrived at this hamburger heaven,
a bright hole walled with mirrors where our faces show
pale and evacuated in the neon. We spoon our sundaes
from a metal dish. The chopped nuts are poison.

 

We’v been six straight hours together, my friend,
sitting in a shroud of earnestness and misgiving.
Swarthy, big-lipped, suffering, tubercular,
your hollow darkness survives even in this place …

 

The branch-line is under the axe, but it still runs,
rattling and screeching, between the hospital
lit like a toy, and the castellated factory –
a folie de grandeur of late capitalism.

 

Nottambuli

               per James Lasdun

 

Il tempo non è denaro, alla nostra età, ma acqua.
E non le tenemmo certo ben strette le nostre mani a coppa…
Perdemmo il penultimo treno e ci ritroviamo
alla stazione con mezz’ ora da ammazzare.

 

I derelitti fanno la coda due volte attorno alla sala da the.
Fuori, le prostitute sotto controllo si muovono flessuose
attraverso frotte di uomini dalle risate scaccia paura.
I lampioni sono corallo morto, teste di serpente.

 

Prima, avevo osserva to una coppia da sopra la tua spalla.
Lei magra, lo sterno sporgente, vestita di pizzo nero,
il suo forte i capelli viticci. Sfacciati, ingordi,
post coito, si ungevano le mani mentre mangiavano.

 

Incontrai un vago conoscente, uno che sembrava
fatto di gas esilarante, ricco, spaventato e gioviale.
Perché non ci vestiamo tutti di rosa, squittiva,
solo un paio di isolati sono al sicuro nel suo mondo.

 

Adesso siamo arrivati in questo paradiso di hamburger,
un buco tappezzato di specchi su cui le nostre facce
si mostrano pallide e svuotate al neon. Diamo di cucchiaio
a un dolce da un piatto di metallo. Le nocciole tritate veleno puro.

 

Siamo insieme da sei ore di fila, amico mio,
seduti in un sudario di sincerità e apprensione.
Olivastro, le labbra grosse, sofferente, tubercolotico,
la tua vuota oscurità sopravvive persino in questo posto …

 

La linea secondaria rischia il taglio, ma funziona ancora,
sbatacchia e stride, tra l’ospedale
illuminato come un giocattolo e la fabbrica turrita,
una folie de grandeur del tardo capitalismo.

 

*

Mexico ‘66

The scene is so wrong I’ve lost you from it,
but you were right there with us as we crept down to earth
from Mexico City, five of us cooped up, all present
and correct. The train stopped for a chicken,

 

or if the line was too crooked or too straight,
or for no reason at all. Three days … ‘Earth’ was El Paso,
a T-bone steak, the re-union with your purple Chevy,
marooned for weeks in the al fresco border car-park.

 

And then the empty highways of Arizona and New Mexico
in the impatient night, the neon more blue than white
– a soft, blinking, blissful violet, better than day –
and we made ‘Frisco in the twinkling of an eye …

 

The city was building for its Olympics,
but surely it would never be ready. Without meat and water,
it was like America gone bad, America built on toxicity:
chilli dogs, alcohol, sugar and chocolate.

 

You had to shave in treacly Coke or tequila!
A wave unpeeled a bill of skin from my back.
Young men swallow-dived into shallows for a few dollars.
On the Pacifìc, on the golden sand, they turned

 

the turtles and slit them, still living, from their shells.
Madly, the Estrella d’Oro buses shot the hairpin bends
as though the cliffs silhouetted in the corrupt sunsets
were cut paper. Giddy and beside myself with nitrogen,

 

I acquiesced in all our deaths … I sorrowed
for the boy with the prophetic, Mexico-patterned pyjamas;
who haggled, a nervous gringo, for a Christmas balloon,
and built himself a future as a chicken farmer, counting

 

how many hens he might get from the three-day-old chicks,
egg-yolk yellow, dirt-cheap, milling about by the side of the road
in cardboard crates, cardboard coffins … And I mourned his father,
who had told him about import restrictions and fowl-pest.

 

Messico ‘66

C’è qualcosa di talmente sbagliato nella scena che ti ci ho perso,
eppure eri là con noi mentre strisciavamo giù sulla terra
da Città del Messico, stipati in cinque, tutti presenti
e al posto. Il treno si fermava per una gallina,

 

o perché la linea era troppo storta o troppo dritta,
o per nessun motivo. Tre giorni … “Terra” era El Paso,
una bistecca con l’osso, il ricongiungimento con la tua Chevy purpurea,
abbandonata per settimane nel parcheggio al fresco sul confine.

 

E poi le autostrade deserte dell’ Arizona e del New Mexico
nella notte impaziente, il neon più blu che bianco
– un violetto morbido, ammiccante, beato, meglio del giorno
e fummo a Frisco in un batter d’occhi …

 

La città andava ricostruendo per le Olimpiadi
ma chissà se sarebbe mai stata pronta. Senza acqua né carne,
era come un’ America andata a male, un’ America costruita sulla tossicità:
hot dog al chili, alcool, zucchero e cioccolato.

 

Ti toccava rasarti nello sciroppo di Coca o nella tequila!
Un’onda spelò una banconota di pelle dalla mia schiena.
Giovani uomini si tuffavano dentro a pozze p r pochi dollari.
Sul Pacifico, sulla sabbia dorata, rovesciavano

 

le tartarughe e le aprivano, ancora vive, togliendole dai gusci.
Follemente, i bus della Estrella d’Oro si fiondavano giù per i tornanti
come se le scogliere che si stagliavano sui quei tramonti corrotti
fossero carta ritagliata. Stordito e fuori di me per l’azoto

 

mi rassegnavo a tutte le nostre morti… mi dolevo
per il ragazzo con il profetico pigiama su modello messicano;
che contrattava, gringo nervoso, il prezzo di un palloncino di natale;
e si costruiva un futuro da allevatore di polli, contando

 

quante galline sarebbe riuscito a cavare fuori dai pulcini di tre giorni,
gialli come tuorli, quasi regalati, che gironzolavano sul ciglio della strada
dentro a scatole di cartone, bare di cartone … e piansi suo padre
che gli aveva parlato di restrizioni sull’importazione ed epidemia avicola.

 

*

Last walk

The two of you, thirty-seven years married,
and only to one another, I should add –

 

some odd stone or metal for that, or medal­
arm in arm, old, stable (your new trick,

 

except at your age you don’t learn new tricks,
more as if all your lives you’d understudied

 

age and stability), me buzzing round you
like an electron, first one side then the other,

 

the long walk by the concrete-bedded river,
the Sempt, whose tributaries arrive in pipes,

 

the heavy July whiff of river and linden,
low water, weeds, a few fish,

 

the ducks beside themselves at nightfall,
the unfailingly noisy dog and cherished for it,

 

the last remaining farm in the new suburb,
alteingesessen, a hayfield among garden plots,

 

all the way up to the quarry pool,
the gigantic activity of the new airport

 

racing day and night to completion like a new book,
and somewhere in it all, your tenderness

 

for a firefly.

 

Ultima passeggiata

Voi due, sposati da trentasette anni,
e solo tra di voi, dovrei aggiungere –

 

una qualche pietra rara o un metallo per questo, o una medaglia,
a braccetto, vecchi, stabili (il vostro nuovo giochetto,

 

salvo che alla vostra età non si imparano nuovi giochetti,
è più come se per tutte le vostre vite aveste fatto da controfigura

 

all’età e alla stabilità), io che vi ronzo attorno
come un elettrone, prima una parte poi l’altra,

 

l’ampia passeggiata lungo il fiume dal letto di cemento,
il Sempt, i cui tributari arrivano via conduttura,

 

di luglio la puzza pesante di fiume e tigli,
acque basse, erbacce, pochi pesci,

 

le anatre ammattite all’imbrunire,
il cane inesorabilmente chiassoso e per questo prediletto,

 

l’ultima fattoria rimasta nella nuova periferia,
alteingesessen, un campo di fieno tra ritagli di giardini,

 

sino alla pozza della cava,
l’attività ciclopica del nuovo aeroporto

 

di corsa notte e giorno per completarlo come un libro nuovo,
e da qualche parte in mezzo a tutto questo, la tua tenerezza

 

per una lucciola.

 

Almanacco dello specchio 2005, Mondadori

 

Gianluca Guerneri è nato a Ferrara nel 1967 ma vive e lavora a Forlì come insegnante di inglese. Si è laureato in lingua e letteratura inglese presso l’Università di Bologna discutendo una tesi di laurea sulla poetica di Seamus Heaney dopo avere trascorso l’ultimo anno accademico presso University College di Galway in Irlanda (ora Università Nazione d’Irlanda). Per la casa editrice Guaraldi di Rimini ha curato e tradotto per la collana Ennesima (classici ritradotti da giovani traduttori – under 30) Gente di Dublino di Joyce, Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne, L’amante di Lady Chatterley di D. H. Lawrence e Il Dialogo sopra i Massimi Sistemi di G. Galilei oltre a un volume dedicato al cinema di Federico Fellini. Per la casa editrice Mondadori ha tradotto una serie di testi inediti di Jack Kerouac: Vecchio Angelo Mezzanotte, Bella Bionda e Altre Storie, Diario di uno Scrittore Affamato oltre a diverse altre opere di saggistica. In seguito dal 2001 per la collana de Lo Specchio di Mondadori ha tradotto il volume di poesie di Simon Armitage (di cui ha tradotto per Guanda anche il romanzo L’omino verde); ha collaborato con Mussapi alla traduzione di The Spirit Level  e ha tradotto Electric Light, District and Circle e Catena Umana di Seamus Heaney. Ha tradotto inoltre il volume di Poesie di Paul Muldoon. Per Donzelli cura la traduzione (con Antonella Anedda) di Chiodi di cielo di Jamie McKendrick e la traduzione della seconda versione de L’Amante di Lady Chatterley. Si occupa da più di 15 anni di poesia contemporanea (in) inglese e di traduzione tenendo per diversi anni (1999 – 2002) il corso di traduzione poetica dall’inglese presso il Master in Traduzione Letteraria organizzato dal Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e alcuni seminari di traduzione poetica presso il corso “Tradurre letteratura” organizzato dalla Scuola Traduttori e Interpreti di Misano Adriatico. Ha inoltre collaborato con interventi critici e traduzioni per diverse riviste (“Clandestino”, “In Forma di Parole”, “Nuovi Argomenti”, “Semicerchio”, “Panta”, “Poesia”, “Almanacco dello Specchio”) e partecipato a numerosi incontri sulla traduzione, convegni, presentazioni di autori per, tra gli altri, il Festival di Letteratura di Mantova, il Salone del libro di Torino, il Festival di poesia di Modena.

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4 commenti su “Michael Hofmann, poesie

  1. amara
    30/03/2015

    eh.. da rileggere un bel po’..

    Liked by 1 persona

  2. francescotomada
    30/03/2015

    Un autore molto interessante che non conoscevo affatto.

    Francesco t.

    Liked by 1 persona

  3. ninoiacovella
    30/03/2015

    “De-militarized zone” è una delle mie poesie preferite da anni, ossia da quando ho scoperto questo poeta.
    Ni.o

    Mi piace

  4. almerighi
    02/04/2015

    vorrei porre l’accento, evidenziare e ringraziare l’ottimo Guerrieri per il lavoro di traduzione veramente ben fatto, un valore aggiunto per questa poesia intrinsicamente ottima

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 30/03/2015 da in poesia, poesia inglese, traduzioni con tag , .
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