perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (13, 14, 15)

Buganvillea

 

continua da qui

romanzo a puntate di Angela Palmitesta
scarica il pdf Buganvillea

 

13

 

Caro nipote, mio caro Eugenio, oggi osservavo con attenzione la buganvillea che ho davanti casa, proprio all’entrata. Cresce rigogliosa però è una pianta dal carattere difficile, non sono sicuro se questo sia l’angolo che ami e che la farà prosperare. A volte queste piante si sviliscono con un nonnulla, uno sbuffo d’aria  può danneggiarle, così come un dosaggio d’acqua sbagliato. Se poi illanguidiscono all’ombra per lungo tempo rischiano di  non avere  fiori.

Sono piante che amano la luce, hanno bisogno di sole, vogliono l’abbraccio di una pietra, di un recinto metallico, di una pergola di legno.  Ne ho vista una, ieri l’altro, abbarbicata ad un palo della luce, in un piazzale squallido, unica creatura nella solitudine del cemento di luglio.

Qualcuno sull’isola ti avrà già raccontato, tanto lo so che la gente di qui ama parlare e spiegare oltre il richiesto, che mi sono dedicato per una vita intera al giardinaggio e sono stato tra quei fortunati che hanno fatto coincidere la loro grande passione con il loro lavoro. Si dice che sono un esperto, un luminare nel mio settore, un buon conoscitore di piante ed un innestatore anche rivoluzionario.

In questo momento, il vociare d’ammirazione e di lusinghe mi arriva come un brusio indistinto, sempre più fioco e così poco interessante. Ho imparato che la passione non cresce da sola: ha bisogno di fatica e di sforzo.

Mentre mi cresceva la passione, aumentava anche l’amore che provavo per i concentrati di silenzio, durante i quali  procedevo ad operare le mie piante, quando cercavo il punto giusto, lo accarezzavo, quasi scusandomi della ferita che avrei inferto.

Non sono state le parole a darmi la gioia piuttosto il silenzio che precedeva l’innesto. Portavo come salvacondotto sempre lo stesso coltellino, un vecchio canestro, i  fili di rafia.

Pure negli ultimi anni, preferivo il mio barattolo di pece alle nuove colle, non perché fosse  una tecnica più sicura e praticata, ma perché mi piaceva curare la mia pianta. Aspettando che la pece si raffreddasse, restavo in sua compagnia: continuavo ad accarezzarla, ci parlavamo coi nostri silenzi.

Oggi sento un continuo parlare; parole sterili intorno a me: un chiacchiericcio  divenuto marcio. Poco più in là  però vedo  un campo coperto di fiori di croco che  crescono con facilità e  nessuno va a raccoglierli.

Adesso penserai che ti sto parlando come un vecchio che sta morendo male e che, costretto a bere una medicina indigesta, diventa  brontolone.

In realtà ho nostalgia di un altro sorso di vita, anche se dovessi berne da una bottiglia scadente trovata a poco prezzo.

Se devo scegliere, se potessi scegliere, ora vorrei Esmeralda qui con me, e non me ne vergognerei. Vorrei tornare schiavo, animale, puro istinto.

Potrei accucciarmi ai suoi piedi e farmi avvolgere dal suo alito caldo. Se potessi scegliere, ora la sceglierei e mi lascerei incenerire o illuminare dalla sua fiamma.

La prima volta che la vidi, era vestita di bianco, nascosta nell’ombra di una cappella laterale, ritta in piedi come una statua, l’occhio fisso di stupore sopra un quadro di S. Girolamo. Voltandosi mi vide, sorrise timidamente e mi pregò di accompagnarla fuori.

Usciti dalla penombra della chiesa, mi prese per mano, come se fossi stato il suo compagno di scuola e mi portò a mangiare un gelato.

Parlare con lei era come salire sulle montagne russe: rideva, si agitava, mi disprezzava, contestava e poi con un sorriso di sollievo, leccando il suo gelato, taceva improvvisamente. Lasciava una frase in sospeso e si godeva, col mento spavaldo, il calore del sole che penetrava nella sua pelle ramata.

Solo i capelli sciolti, misteriosi prolungamenti dei suoi pensieri, seguivano le curve del vento .

Io guardavo i suoi occhi socchiusi che vibravano di vita. Cercavo di forzare il mistero della sua giovane irrequietezza. Ma sentivo che lei non me lo avrebbe mai permesso, giocare era tutta la sua vita. Solo giocando trovava un suo modo di viverla e di sopportarla.

Iniziò così, per gioco. Ci incontravamo ogni domenica nella chiesa, nella cappella di S. Girolamo, facendo finta di non esserci mai conosciuti. Uscivamo a mangiare un gelato. Andavamo a prendere il sole seduti su una panchina, come due sconosciuti, parlando senza capo né coda.

Ogni volta era il nostro primo incontro. Ma dopo ogni incontro ci avvicinavamo di un altro passo. Per gioco ridavamo di futilità e socchiudevamo gli occhi per sentire meglio il calore del sole.  Dicevamo solo la verità ma facevamo subito finta di essercene scordati. Ci guardavamo negli occhi per contarci i dolori e poi ci salutavamo stringendoci la mano, come conoscenti tiepidi.

Non sono stato il suo amante. Sono stato quello che ha voluto giocare con lei e ha voluto farlo in modo serio e meticoloso.

Ma la verità, ora lo capisco bene, per me era un’altra: mi sentivo vecchio e avevo paura. Ci vogliono troppe vite per farne una. Io sonnecchiavo dentro la mia e tutto sommato ci stavo bene.

Un giorno ho chiesto ad Esmeralda se le piacevano le buganvillee. La domanda l’ha incuriosita e senza accorgersene ha aperto gli occhi pensierosa e mi ha risposto:
– come no? sono passionali e poi fanno ombra-.

Sono verdi come i pini, quando restano socchiusi a godersi il sole. Però nell’ombra della cappella, quando mi guardano e mi salutano, i suoi occhi sono del colore delle foglie di tè.

Tuo nonno Gabriele.

14

 

Una targa color ottone esponeva gli orari di apertura al pubblico e il portone semiaperto invitava a godere il fresco dell’androne. Appena entrato vidi un cannone esposto sopra un palchetto di legno che mi puntava addosso la sua bocca nera e davanti a me una scalinata che portava al primo piano dell’edificio.

Foto seppiate mostravano uomini con grandi baffi arricciolati all’insù. Gli uomini illustri dell’isola, credo, per lo più studiosi di storia che inforcavano occhiali dalle montature sottili e tenevano le mani ossequiose sopra polverosi codici antichi.

C’erano anche dagherrotipi di donne, per lo più donatrici benestanti, chiuse in busti soffocanti, i capelli raccolti in cipolloni che lasciavano scoperte le fronti ampie e le sopracciglia severe.

Terminata la scala si poteva ammirare, appoggiato alla parete, un mobile di legno scuro bucherellato dai tarli, con vetrine piombate dalle quali sorridevano  diverse bambole antiche, vestite con costumi tipici di varie epoche. Mi guardavano con aria paziente invitandomi a leggere sotto i loro piedi il cartiglio che descriveva le caratteristiche dei tessuti e le zone di provenienza.

Annusai con avidità l’odore di polvere e carta invecchiata ed entrai nello stanzone della biblioteca rinfrancato come chi, dopo aver patito il caldo e la sete, può sedersi all’ombra di un corbezzolo, a godersi la frescura sorseggiando una limonata fredda.

Amo le biblioteche. Tutte. Amo la sensazione di protezione che mi offrono. Mentre cammino nel silenzio assoluto del corridoio tappezzato di libri, ascolto la  cadenza dei passi,  l’ordine dei miei pensieri, la giusta forma dei gesti  e sento di ritrovare  il centro del mio essere che  diventa calmo e uniforme.

Quando sono in biblioteca torno bambino. Guardo gli scaffali e comincio a sfiorare col dorso della mano i volumi che si susseguono uno dopo l’altro con ordine e coerenza, senza lasciare spazi vuoti. Emanano un potere, attraverso i loro sussurri.  Vedo addirittura la strizzata d’occhio che mi rivolgono.  Capisco la smania dei loro  inviti. Mi convincono sempre,  con la dolce forza del loro silenzio.

Con gli occhi spalancati leggo per ore e quando la stanchezza mi vince e sento la testa penzolare sulla pagina mi addormento. Come un neonato che ha succhiato il capezzolo materno e, sazio di latte e amore, si abbandona fiducioso al sonno, con le labbra socchiuse che sfiorano ancora il calore della mamma.

– Mi scusi, ha bisogno? Posso aiutarla?
Mi girai di scatto, come rimasto impigliato nei miei pensieri:
– No, no… be’, veramente… ecco… stavo solo guardando…
– La nostra biblioteca è principalmente un archivio di storia locale, ma abbiamo anche un settore aperto al pubblico, in fondo al corridoio.
Mi guardò con un sorriso rassicurante e mi parlò lentamente, come una maestra che spiega la lezione agli allievi più piccoli.
– Qualunque cosa le serva, mi trova in accettazione.
Piegò leggermente il capo e mi indicò un tavolone sotto una finestra, ingombro di carte e volumi. Di nuovo mi sorrise e poi si voltò per tornare al suo posto.

Scivolò silenziosa, quasi che il pavimento fosse una lastra di ghiaccio sulla quale lei pattinava sicura.

Lei davvero  pattinava sul pavimento, con i capelli legati in una coda di cavallo che dondolavano  al ritmo del suo camminare. Aveva un vestito celeste, leggero come le nuvole.

Dunque lei pattinava sul ghiaccio lucido con un vestito di nuvole e  due caviglie così graziose che sentivo il desiderio di appoggiarci sopra le labbra.

– Mi scusi, lei… è la bibliotecaria?
– Sì, sono Teodora, la direttrice, mi disse, porgendomi  un  sorriso rassicurante.

Trovai la saletta di lettura, vuota. Le poltrone aspettavano da tempo una  visita. Una  parete era occupata da collane ed enciclopedie che davano il sospetto di essere state sistemate lì soprattutto per decoro. Mentre sceglievo dove sedermi vidi un leggio sul quale era stato esposto un libro di poesie e un cartoncino fluorescente, a grandi lettere in stampatello, lo indicava come novità, con tanto di punto esclamativo.

Attirò la mia attenzione la fotografia dell’ulivo sulla copertina: assomigliava  a quello che avevo ammirato sulla strada per arrivare al faro. Cominciai a sfogliarlo incuriosito e mi soffermai a leggere alcuni versi:

Ti ho abbracciato, mio ulivo, sfregando il mio viso sulla tua corteccia ruvida
E non ho avuto timori.
Ti ho abbracciato, mio ulivo, annusando le rughe tortuose e nascoste
Che offrivi alle mie dita curiose.
Ti ho abbracciato, mio ulivo, perché solo tu eri pacifico e mi sorridevi
Quando le mie ossa si stritolavano contro il tuo tronco.
Ti ho abbracciato tanto, mio ulivo, e avrei voluto morire di dolcezza
Mentre i tuoi rami si aprivano sopra il mio sguardo ingenuo.

Dopo qualche pagina, era stata inserita una romantica foto notturna in cui la luna piena illuminava una collina. All’interno della foto, in un angolo, si leggevano alcuni versi:

Neppure la luna piena e insanguinata
Neppure il vino rovesciato dal bicchiere
Nulla, in quella notte affondata nelle nebbie
Poteva fermare il lupo che cercava carne
e scavava col muso dentro il roseto scarlatto
Nessuno, in quella notte affondata nelle nebbie
Poteva leggere il destino che aggrovigliava gli orari dei treni
E passava tra gli occhi infreddoliti dei passanti.

Chiusi le pagine perché mi sentivo triste. Pensavo a Sofia, rimasta a casa. Forse in questo momento mi stava chiamando al telefono che rimaneva muto. Forse la notte prima mi aveva cercato nel letto, scoprendo quanto ancora mi desiderasse.

Eppure sentivo addosso l’odore forte della sua rabbia, alla quale non cercavo di resistere. Sofia non preannunciava mai i suoi sbotti d’ira, esplodeva quando meno me l’aspettavo: mi afferrava e mi trascinava nei suoi vortici. Io avevo imparato ad aspettare senza opporre resistenza, sapevo che poi si calmava, anche se non  si pentiva.

Non so bene quando abbiamo cominciato a litigare ma, negli ultimi mesi, litigare era diventato il nostro modo esclusivo di comunicare. Per questo  cedevo, ogni giorno di più, al desiderio di lasciarmi andare nella corrente.

Appena vedevo un mulinello d’acqua ci entravo dentro e giravo, sempre nello stesso verso, fino a quando, inghiottito, scomparivo.

Di notte facevamo l’amore ed era come se l’acqua mi avesse risputato fuori. Dopo, galleggiavo senza meta, come certi relitti di legno, leggeri, levigati dal sale, che il mare, quando si impietosisce, porta ad asciugare sulla spiaggia.

Il peso dell’abitudine ci aveva chiusi dentro una stanza dalle pareti grigie, lo sapevamo entrambi. Nessuno dei due aveva il coraggio di aprire le finestre, fare entrare un po’ di luce, magari accendere il camino, se faceva freddo.

Io non sapevo proprio da dove cominciare per diventare il suo principe azzurro: preferivo rimanere in piedi, in cucina, a tagliare a rondelle le cipolle mentre lei stappava un vino e cominciava a bere, in soggiorno, da sola. Rinunciavamo, entrambi.

Ci inebriavamo dei nostri corpi, a notte fonda, la bottiglia vuota, i piatti nel lavello. Poi nel silenzio della notte ascoltavo le lancette dell’orologio a muro, intravedevo il suo corpo caldo rilassato nel sonno e   volevo  rassicurarmi, cercando una posizione comoda per addormentarmi.

– Mi scusi, stiamo chiudendo, mi sussurrò timidamente Teodora.
La guardai, ancora assorto, e le dissi, con aria mortificata:
– No, mi scusi lei. Non controllavo l’ora. Vado via subito.
Ripensandoci,  tutto d’un fiato le dissi:
– Teodora, avresti voglia di andare a bere un caffè?-
Mi guardò per un attimo, come se volesse accertarsi della mia altezza (lei era decisamente più piccola), e sorridendo serena rispose:
– Dora, va bene se mi chiami solo Dora. E va bene un caffè.

15

 

Mi stava parlando del suo lavoro, che adorava. L’ascoltavo, diligente, ma non potevo fare a meno di distrarmi  dal modo in cui possedeva l’aria, come se aspirasse un odore che solo lei conosceva.

Muoveva, delicata, le mani, come fossero  farfalle : avevano un ritmo proprio che non coincideva con quello delle labbra.

Pronunciava le parole rallentandole, quasi le dispiacesse vederle uscire da quella bocca  che socchiudeva con lentezza.

Aveva sciolto la  coda di cavallo e i capelli le scendevano sulle spalle e le coprivano, in parte, il collo.

A tratti, muovendo la testa, scopriva un punto vicino l’orecchio e si toccava con le dita le ciocche dei capelli. Avevano il colore delle castagne, un colore profondo che profumava di terra.

Da come stava seduta, sembrava una bimba che cercasse di fare l’adulta, applicandosi con grande sforzo affinché le riuscisse meglio.

Sapevo che starmene seduto di fronte a lei, taciturno, fissandola così intensamente, poteva solo metterla a disagio. Per questo mi sforzavo di tanto in tanto di guardare un punto indefinito, inesistente, sopra la sua testa.

Cercavo di essere abbastanza indifferente come se trovarmi lì, in quel momento, in sua compagnia, fosse normale. Volevo, anzi, rassicurarla di come la sua presenza mi facesse piacere, ma solo fino ad un certo punto.

Però la verità era che le sue mani mi avevano ipnotizzato.

I suoi capelli, una volta sciolti, erano una cascata allegra che desideravo toccare e  attorcigliare  fra le  dita. Poi c’era quel punto, vicino all’orecchio, che era la chiave segreta della sua bellezza.

La verità era inequivocabile, urgente e dovevo dirla:
– Dora, senti, dovresti… tu devi venire a casa mia oggi. Magari subito. Anzi subito è meglio.

Dora mi guardò perplessa, stupita, in principio. Poi i suoi occhi persero colore, divennero bianchi e freddi. Spostò lo sguardo alla ricerca di un cameriere, mentre le mani cominciavano a frugare nella borsa.
– Però se preferisci vengo io da te, non ci sono problemi, continuai, capendo che cominciava ad agitarsi.
– Ma per chi mi hai presa? Ma quanto sei sfacciato!

Aveva interrotto la sua ricerca nella borsa per guardami meglio. I suoi occhi erano diventati un groviglio nero di nuvole.

Finalmente aveva trovato quello che stava cercando, annaspando sempre più imbarazzata nella borsetta. Poi alzò il mento, sfidandomi con fierezza:
– Magari la prossima volta, e dubito che mai ci sarà, invece che un caffè, ti offrirò una camomilla, mio caro Eugenio!
Sentivo che il tono della voce aveva calcato con disprezzo sull’aggettivo “caro”.  Voleva e doveva essere, per lei, un addio .

– Questa comunque, precisò con aria esperta e professionale, è da parte di tuo nonno. Sapeva che non avresti mancato di visitare la biblioteca. Avrei dovuto consegnartela subito, prima del caffè.

Anche la parola “subito” mostrava una certa inflessione dura.

Gettò sul tavolino una lettera lunga e sottile, chiusa con la ceralacca rossa e su di me gettò uno sguardo senza perdono.

La guardai sorridendo beato. Si era talmente arrabbiata che il colore della sua pelle aveva ora una tonalità squisita.

La guardai sorridendo calmo e le proposi:
– Vieni da me, oggi, per favore. Subito, anzi. Devo farti un ritratto.

Mentre le dicevo questo la fissavo intensamente negli occhi, di nuovo sorridendo beato.

Mi accesi una sigaretta, aspirando  il fumo che penetrava caldo nel petto. Senza fretta, ammiravo le pigre spirali che mi  uscivano dalla  bocca.

L’aria  del primo pomeriggio le teneva imprigionate sul tavolino, sopra le tazzine del nostro caffè.

Dora ora mi guardava perplessa, impacciata. Io non parlavo: mi godevo la vista delle sue caviglie morbide.

Guizzavano smarrite sotto il tavolino, come se cercassero una via di fuga con   una posizione meno scomoda.

– Ritratto? Scusa, potevi anche dirlo subito, mi disse con tono imbronciato, sollevando di nuovo il mento, a difendersi.
– Comunque sono libera solo il pomeriggio, sul tardi, sbottò, quasi volesse togliersi un capello fastidioso rimasto sulla lingua.
– E solo due volte a settimana, aggiunse.
E lo disse veloce e forte, come uno sparo che si perde nell’aria.

– Solo due volte a settimana, conclusi, con calma, appoggiando il nostro patto sul tavolo.

 

prossima puntata domenica 12.04.2015

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2 commenti su “Buganvillea (13, 14, 15)

  1. Angela Pisano
    12/04/2015

    Buganvillea é un romanzo bellissimo, non vedo l’ ora di leggere la prossima puntata.

    Mi piace

  2. Pingback: Buganvillea (16, 17, 18) | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2015 da in feuilleton, prosa con tag , .
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