perìgeion

un atto di poesia

Luca Buonaguidi, Al posto di caricare l’ultimo ventilatore

Luca Buonaguidi

dalla raccolta inedita “Perché tutti suonavano già la chitarra

Il poeta e la dura legge dell’editore

È storia nota di
Montale, Campana e altri
che non riconosciuti
nel loro talento di poeta
pubblicano a proprie spese
volumi che diventeranno
ostie sacre nel secolo breve.
Ma tu lascia andare,
sei certo di un editore
che ti scoverà, sicuro
della tua fortuna editoriale
della lettura attenta dei posteri
rifiutando l’attenzione posticcia
delle riviste di costume,
tener fede a un’etica nitida
forte di un pubblico alle spalle
da nobilitare con le parole.
E via a spedire ad editori altisonanti
che ignorano anonimi vaganti
non più delle poetiche ignoranti,
si stringe il cerchio sui piccoli
e mai sentiti, di cui disconosciamo
il 99% della produzione
quando ancora molto grande
è l’ambizione.
Si giunge poi a quelli che forse
prestano ascolto a un esordiente
che pubblicano gente
che sembra scrivere
post meditabondi
su blog e social network.
Arrivano così le prime proposte
dal tipografo, volevo dire l’editore
iniziano così “caro autore…”
e via fiera del libro a Francoforte
comparsate in televisioni mai sentite
tirature millenarie e poi
2000 euro da versare
per accedere al firmamento universale
garantito su carta intestata
e grazie all’utilizzo sconsiderato
del rincoglionimento finale della Merini
che presta immagine e voce
per ingannare l’esordiente
o di altri poeti che vendono
il culo dell’anima
da esporre sul frontespizio
del catalogo online
per una dozzina di panini ben farciti.
Il poeta è combattuto,
certo del valore dei suoi testi,
sovente dionisiaco
d’impaccio tra certi impicci
per cui ci vorrebbe un agente
come per un calciatore,
incerto su un mondo
che immaginava diverso,
come nel romanticismo tedesco
consulta internet
che fa liste di proscrizione
di ogni editore più distante,
parla coi genitori
perché non ha una lira
per pubblicare
e se ha fortuna
viene trattato come un imbecille
gli vien detto “vai a lavorare”
se ha sfortuna assegno in bianco
per un figlio autore
da incensare a Natale
obbligando i parenti
alla celebrazione familiare.
Se va come ti auguro, poeta che mi legge,
attendi un poco, rivedi il testo
tieni i soldi per il vino e per il verro
spoglia l’ego di specchi opportunisti
che di te offrono sempre il profilo
meno vero, più puttanesco.
Se un giorno sarai bravo davvero
saranno le poesie a riflettere
la tua natura, i tuoi profili
e questa macchia giovanile
errore perdonabile
purché ci insegni l’arte
di cui la poesia è traccia:
sputarsi in faccia.

L’affanno del poeta
si palesa infine
ma se Narciso
non ha già corrotto
Paride, pur sedotto
alla fine rifiuta
di accostare la poesia
al versare cifre a 3 zeri,
pagabili in 47 comode rate
o col fondo d’investimento
d’un premio di poesia vinto
per culo, gloria o cugino:
no, la poesia non è una lavatrice
di ultima generazione,
il poeta l’ha capito sulla sua pelle.
Resta muto, solo e disilluso
sulle qualità d’autore
che credeva certe
fino al semestre precedente
persino fondanti una vita intera
ora latrina di illusioni.
Se ha fortuna la fidanzata ex musa
rinsalda ogni ispirazione
col basso ventre,
gli amici lo rinfrancano
dicendo di tener duro,
cadrà anche questo muro
poste tra se e gli altri sconosciuti
che si sogna sempre di raggiungere
attraverso il proprio libro.
Ma il momento è tosto,
il poeta rivede l’impasto
di ogni suo componimento
ai poeti non manca la testa dura,
una tenacia da picchi
che battono contro società liquide
che abita con il peso di un gabbiano
quell’elemento poetico
di cui si è forse abusato
e che se si impara a re-inventare
diventa un mondo nuovo,
perché i limiti del mio linguaggio
sono i limiti del mondo,
diceva un genio come Wittgenstein
da cui ancora siamo ben lontani,
ci piace molto citarne
il nome impegnativo
la storia di filosofo geniale
che è più congeniale
ad ogni nostra fantasia di principiante
nell’avventura della conoscenza
appena inaugurata
da una ferita sull’ego
sparo secco e severo
che da il via alla maratona
del pensiero
via crucis necessaria
che il poeta vero
non diserta.

Poi all’improvviso
un editore dai toni modesti
forse persino un poco schivi
incerti nella certezza di avvicinare
un esordiente, che è sempre
brutta bestia da scalfire.
Manifesta interesse moderato
propone un’edizione
senza offrire miraggi
a cui si è ormai consumati
come attori da red carpet.
il contratto d’edizione
appare in allegato
nella casella mail
come una visione ancestrale,
non propone copie da acquistare
previa pubblicazione
al massimo in poche decine
a prezzo d’autore
come impegno d’edizione.
Alla percentuale dei diritti
si guarda sempre
come se si dovesse incassare un milione
peccato il 10% di quelli usurai era migliore
ma con questo non deve passare
dall’assegno di un genitore.
E allora si va, si chiede in giro
se si è creato supporto
intorno all’incertezza d’autore,
si firma il contratto
a volte senza una telefonata
si è così contenti
che ci si dimentica delle persone
e si inizia già a spacciare in giro
la notizia del nostro futuro da scrittore,
mentre la mamma, lieta ma stanca
di tutta questa tiritera
chiede infine
“ma perché non scrivi in prosa?”

 

*

Le persone dovrebbero essere case

Questa poesia parla di cosa si prova a chiudere dietro di sé la porta di una casa in cui si è stati bene per un certo periodo di tempo. L’ho scritta chiudendo la casa al mare che i miei genitori affittano da anni, a Lido di Camaiore, pensando all’ultima puntata di Willy – Il Principe di Bel Air. La serie venne chiusa repentinamente a causa degli scarsi ascolti. Come se nell’arco di una puntata si dovessero spegnere tutte le luci che hanno popolato una serie di gag, designando al contempo l’impasse evolutiva di un novello Franti mandato dalla mamma a casa dei facoltosi zii per darsi una regolata, non una casa a caso perché i Banks sono una casa-tribù, un gruppo familiare stanziale, che identifica nella grande e gioiosa dimora di Bel Air non solo il suo habitat quotidiano ma un maître à penser. Sei stagioni trionfanti che ne fanno una delle migliori serie comiche degli anni ’90 e che finiva però in psicodramma. Sembra incredibile, insensato e irricevibile pensare al bischerone di Willy che resta solo nella casa venduta dagli zii per far fronte ad una diaspora irreversibile, qualcosa a cui non può opporre più alcun capriccio, scherzo o gesto risolutore: i Banks nell’arco di sei stagioni sono cambiati, i figli cresciuti e autonomi, le ambizioni mutate e la sensazione di tutela nei confronti di Willy venuta meno, perché ora è grande e deve giocarsela da solo, la propria vita. Così la casa degli zii teatro di ogni puntata e scenario dell’adolescenza spensierata di Willy è ora svuotata e popolata dai ricordi/fantasmi di ciò che è già stato vissuto; Willy finge di dover riordinare le sue cose per poter stare un po’ da solo dentro la casa degli zii, che saluta enfaticamente, poi se ne sta un po’ raccolto sul divano, guardandosi intorno in un silenzio irreale, mai udito prima, il silenzio della vita che si compie sopra di noi, sopra i desideri di adolescente segnando così l’ingresso nella vita adulta. Poi Willy si alza, spegne le luci e esce da quella casa per sempre, sapendo che niente sarà più come prima. Deve avere il coraggio di cambiare e “individuarsi” in senso junghiano, costruendo la sua strada nella vita con le sue proprie mani. È questo il vero carattere della famiglia Banks, la ricetta anti-Robinson per restare unita, che prescinde, cioè, da un radicamento a vita in un ambiente domestico: un vero Banks sa cavalcare l’onda dei cambiamenti, ed essere anche pronto a partire. E non è un caso che siano proprio i Robinson a comprare la villa: “Will è l’’anti-Teo, il maschio di casa Robinson, che dal divertente lavativo che era alle origini, si trasforma negli anni in un ragazzo fin troppo studioso e preciso; Will invece non cambia mai, oscillando costantemente per tutte le sei stagioni, e pendendo di volta in volta più da una parte e più da un’altra, tra la destrezza nel cavarsela e nel rendersi utile e la fannullaggine” (da iWilly – http://blog.libero.it/iWill). Io non sono Willy, non sono stato mandato dagli zii perché facevo il cretino ma in comune con Willy ho una famiglia invidiabile e da cui nell’estate in cui ho scritto questa poesia mi sono sganciato come dovrebbe sganciarsi qualsiasi ragazzo che si decida a diventare adulto. È successo poco alla volta, scelta per scelta, ma a livello di sostanza poetica tutto si è consumato una volta per tutte nello scenario di questa poesia, scritta di getto e destinata a parlare eternamente di me, motivo per cui ho sentito il bisogno prolisso di introdurvela. La poeta citata alla fine è Tarje Silverman, autrice di “Le case sono campi” (Oèdipus), volume da cui sono tratti i due versi conclusivi.

Sono rimasto solo
dentro una casa appena svuotata,
che tra poco dovrò chiudere
dietro di me.
Fino a poco fa erano tutti qui
ora passo davanti a stanze vuote
che trattengono vita vissuta
nonostante la redenzione
praticata dalle pulizie a fondo.

Le persone dovrebbero essere case.

Se così fosse mi innamorerei
di una casa al mare
col giardino trascurato
nell’inappuntabile vicinato,
una casa dove si va in vacanza
d’estate e d’inverno
per isolarsi dal reale.
Vorrei abitarla
più di qualche giorno all’anno,
in cui mi devo concentrare molto
per goderne appieno.
Per esempio ho iniziato
a scrivere questa poesia
al posto di caricare l’ultimo ventilatore
nel bagagliaio dell’auto aperta.

Sono andati via tutti.

Il mio compito in un giorno
che si ripete identico ogni anno
e esplorare una volta ancora
il dentro dei mobili e dei cassetti
alla ricerca di cose dimenticate,
mia mamma lo chiama “l’ultimo giro”
e fin da piccolo aveva indovinato
le sottili significanze a me riservate
nell’ordinarietà delle cose.
Così, come ogni anno,
ho guardato dentro i mobili, i cassetti
anche se non più pedissequamente
come facevo da piccolo.
Forse essere grandi vuol dire proprio questo:
iniziare a trascurare qualcosa o qualcuno.

Poi ripenso a una poesia
in cui l’autrice immagina un tunnel
non cilindrico, ma con la forma ad arco
“così vediamo la luce
e non ciò che stiamo lasciando”.

 

*

Voglio tornare in India

Ho scritto questa poesia dopo aver scritto e letto troppo sulla strage di Parigi, che ha generato una valanga di commenti d’una idiozia rara e complementare e sfocia in questo delirio compulsivo e collettivo a dire il prurito che si pensa: sempre o quasi una sciocchezza. Ne esco tardi ma definitivamente con una poesia nostalgica sul mio autismo perduto che pubblico qui perché qui è nata.

Vorrei tornare in India per ricordarmi
com’è che laggiù e poi al mio ritorno
non avevo voglia di dire niente
su ciò che ritenevo futile o brutto
nel mondo e nelle persone intorno,
un autismo dolce come il nirvana
che annulla la compulsione
dell’esserci per ciò che non si è.
Fu come un elisir, una visione felice
che risolve l’annoso problema
della partecipazione alla vita civile
mi sembrava inutile dire qualcosa
– o ero quella cosa o non potevo già dirla –
su ciò con cui non mi accordavo
come essente che già sente il movimento
dentro il cuore di un concetto, rispettando
la natura esplicita del disaccordo interiore,
nota spezzata dalle altre che s’innesta
in una sonata interminabile che ci comprende
ci dice come il nostro io non sia che niente,
il disequilibrio di un momento, la formica
che fa la sua vita fino a che non c’è qualcosa
che la schiaccia e la fa invisibile forma
nel contesto d’una piazza ora in rivolta
contro un fatto o un eletto nel clangore
attaccandosi nella sua parte divelta
con la bile a una scarpa come a una idea,
quando va meglio pulviscolo in un prato
che confina con un altro
o una strada a noi interdetta.

 

*

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato in poesia I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus) ed è in uscita INDIA – complice il silenzio (Italic Pequod), diario di un viaggio in solitaria e via terra di sei mesi tra Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal e Tibet. In prosa ha pubblicato un racconto ne La sagra è vicina (2013, Beltempo) ed è in uscita la biografia immaginale della storica band Franti col collettivo di scrittura Cani Bastardi Franti.
Perché era lì – Antistorie da una band non classificata (Nautilus). Suoi testi o commenti ad essi si leggono su varie riviste di letteratura e poesia (Poesia, La poesia e lo spirito, ecc.) e raccoglie le sue scritture eterogenee sul suo blog anarco-autistico http://www.carusopascoski.com. Scrive/ha scritto reportage, opinioni e approfondimenti di cultura e società nelle sue varie forme per Altracittà, Cani Bastardi, CineFatti, Comunità Provvisorie, i.OVO, Il Tirreno, Impatto Sonoro, KonSequenz, L’EstroVerso, Mola Mola, Stordisco, Vai a quel paese! – Go face yourself e altre. I suoi reading vengono ospitati in tutta Italia e sonorizzati/accompagnati da musicisti come Elias Nardi, Trucupas, Jacopo Salvatori, Chris Yan, Collective Nimel, Gianni De Angelis e collabora come autore di testi dei prossimi dischi di Girolamo De Simone, Maisie, Elephant. In corso d’opera si segnalano in particolare un saggio di psicologia del linguaggio poetico dal titolo Poesia e Psiche – L’enigma, la storia e l’incontro del mondo poetico con la psicologia che annovera vari interventi esterni d’autore; la biografia del cantante (ex Diaframma) e artista Miro Sassolini; l’opera multimediale Alphabet Series/Salvezza che cade col pittore belga Pol Bonduelle; un poema di cui custodisce gelosamente i contenuti ma non il titolo provvisorio Poeta perché tutti suonavano già la chitarra ed altre già non più eventuali ma necessariamente futuribili: si faranno a Dio piacendo. Laureato in Psicologia Clinica, già tutor per studenti disabili e operatore presso una comunità terapeutica, conduce seminari esperienziali sul carattere antropologico, espressivo e terapeutico della poesia e progetti di scrittura creativa con utenza caratterizzata da disabilità cognitiva e motoria. Vive oggi in un paese di una decina di anime sull’Appennino tosco-emiliano per riscoprire l’importanza di essere piccoli.

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5 commenti su “Luca Buonaguidi, Al posto di caricare l’ultimo ventilatore

  1. angela palmitesta
    05/04/2015

    (…) “ai poeti non manca la testa dura,
    una tenacia da picchi
    che battono contro società liquide
    che abita con il peso di un gabbiano
    quell’elemento poetico
    di cui si è forse abusato” (…)

    ( Grazie griffin. )

    Liked by 2 people

  2. amara
    05/04/2015

    faccio tanto di cappello (che sciapò ormai fa ridere) al curriculum, già ricchissimo, di questo ragazzo, ma, per il mio gusto, è un modo eccessivamente discorsivo
    spero di poterne rileggere nel tempo, curiosa di eventuali evoluzioni, perché ha intuizioni molto belle..

    Liked by 1 persona

  3. carusopascoski
    06/04/2015

    grazie a entrambi, ad Amara confido di nutrire gli stessi dubbi. Da iperlirico sono diventato ultradiscorsivo per gioco e “allenamento” a una scrittura diversa. Se ti fa piacere leggere cose meno discorsive, come giustamente fai notare, volentieri te le invierei in pdf. Attendo tue nuove e grazie per il tuo commento.
    Luca

    Liked by 1 persona

  4. amara
    07/04/2015

    sì, si cerca continuamente, a volte ci si disconosce e poi ci si ritrova.. 🙂
    leggerò molto volentieri.. e grazie per aver pensato di inviarmele..
    blackamara@gmail.com

    Liked by 2 people

    • Antonio Devicienti
      07/04/2015

      Questo è uno dei modi in cui Perìgeion trova un senso e una ragion d’essere: ascoltarsi, leggersi, cercare il contatto reciproco. Grazie, Luca. Grazie, Amara.

      Liked by 3 people

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2015 da in ospiti, poesia, poesia italiana con tag , .
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