perìgeion

un atto di poesia

Intervista a Stefano Guglielmin

guglielmin

fotografia di Massimo Mucci

di Francesco Tomada

Da diversi anni sei responsabile di Blanc de ta Nuque, in assoluto a mio parere uno dei blog migliori per quanto riguarda la critica nell’ambito della poesia. Il tuo è un osservatorio privilegiato da cui sei in grado di analizzare ciò che accade in internet. La mia impressione – ed è forse strano scriverne su un blog – è che si stia assistendo a un riflusso: dopo l’entusiasmo per la facilità di diffusione della poesia in rete mi pare che l’interesse nell’ultimo paio d’anni sia notevolmente calato, forse per sovrassaturazione da proposte non sempre all’altezza (ma qui non mi riferisco a Blanc). Tu che cosa pensi in proposito?

Non ho il quadro complessivo della situazione, tuttavia, sì, hai ragione. Rispetto a Blanc, negli ultimi due anni, ho rilevato un calo di almeno il 25%, tranne quando posto qualcosa che piace ai giovani poeti: un esordiente, un internauta assiduo. Perché è stato questo il limite dei blog di poesia: non diventare un punto di riferimento per chi non naviga regolarmente. Anche quando avevo 150 entrate giornaliere, in realtà gli utenti erano meno di 50. E questo dato è verificabile anche negli altri blog.

Un altro motivo del calo di presenze, viene dalla pratica massiccia di Facebook, una piattaforma agile dove chiunque, se inscritto, è facilmente ritracciabile, può organizzarsi in chat collettive e pubblicare i propri testi, che saranno immediatamente visibili a tutti gli “amici”. Il limite sta nel venir meno dell’analisi critica, non per struttura del social, ma per le dinamiche accelerate che questo comporta. La sovra-saturazione è lì soprattutto, nel succedersi senza soluzione di continuità di una gran massa di liriche in gran parte omologate verso il basso: tanto poetese e, appunto, poca voglia di mostrarne la debolezza, di entrare nel merito.

Nei tuoi lavori di impronta critica hai più volte delineato una mappatura della poesia italiana, in rete e non. Secondo te è possibile identificare, nel mare vastissimo delle proposte, alcune linee di tendenza generali su cui convergono gli autori?

Gli autori italiani praticano tutto il ventaglio delle possibilità, tranne (o pochi) la poesia visiva e sonora (quella che aveva nel “Gruppo 70” e in “Baobab” i suoi antenati nostrani). Gli slam poetry non hanno sostituita quest’ultima, per quanto sia una pratica interessante, che va a rifondare la dimensione orale all’insegna della trasmissibilità del poetico. Più che legame con le neoavanguardie, direi dialogo con il performativo pop. Sul visivo, il fronte mi sembra ancora più sguarnito: vedi la recente mostra curata da Adriano Accattino e Lorena Giuranna (“Pensare oltre l’ostacolo della parola”, Mimesis 2014), dove il più giovane ha almeno quarant’anni.

Quando dico “tutto il ventaglio delle possibilità” intendo: dal confessional allo sperimentalismo a-egoico, dalla lirica di matrice neo-orfica all’impoetico quotidiano, dalla poesia colta a quella maledetta, dalla “poesia ragionativa” come la chiama Daniele Maria Pegorari, alla lirica per illuminazioni, sino alla poesia civile (ma è raro che sia davvero convincente, per la muffa ideologica di cui spesso trasuda). Questa molteplicità è naturalmente un bene.

Al di là della tua capacità di analisi e lettura del lavoro altrui, ho sempre apprezzato moltissimo il fatto che – mantenendo il rispetto – tu sia capace di una critica vera, intesa in senso costruttivo ma anche, passami il termine, spietato. Ricordo un tuo intervento, a questo proposito, sulla scrittura di Fabio Franzin, che al di là della perplessità iniziale credo abbia poi raccolto i tuoi stimoli nel modo migliore. In generale hai voglia di raccontare come si sono posti gli autori di fronte a questo tuo atteggiamento?

Le rispose sono varie (e prevedibili): chi ringrazia per gli stimoli, chi mi toglie il saluto, chi mi maledice, chi mi manda testi nuovi per verificare un eventuale scarto nel testo o nel mio giudizio.

Franzin, che è un poeta vero, ha elaborato le mie critiche, le ha contestate, ha insomma difeso le proprie scelte con umiltà e determinazione, come deve fare chiunque decida di rendere pubblico il proprio lavoro.

Cito a memoria, dunque in modo approssimativo, dalle tue considerazioni che un poeta deve essere valutato dal valore di verità del suo lavoro, e che al tempo stesso deve essere capace di calarsi all’interno del proprio tempo descrivendo l’attrito che lo separa dalla contemporaneità che vive. Ci fai qualche esempio di questi concetti che io trovo assolutamente fondamentali nella comprensione e nella lettura della poesia?

In breve, e sommariamente. Il primo punto “valore di verità” riguarda il dialogo profondo dell’identità collocata, la “gettatezza” di ciascun esserci, direbbe Heidegger. Un dialogo che è sempre un rispondere alle ragioni imprendibili del proprio essere qui, ora. Saba, come ben sai, parlava di onestà.

Per esempio la poesia dell’ultimo Luzi, il suo interrogare le ragioni di Dio, partecipa di questa onestà, e così gli interdetti laicamente blasfemi di Simone Cattaneo, sul versante tragico. Per raggiungere questa silenzio interiore (o rumore assordante ma autentico) bisogna avere vissuto e avere amato e avere studiato. Non si diventa poeti stando nella sala lettura dell’università e nemmeno solamente, lo dico senza mediazioni colte, facendosi in vena. Questo perché la poesia è scrittura (quindi cultura), ma del corpo (quindi natura ed esperienza).

Riguardo al lavoro che fa il poeta dentro il proprio tempo: Agamben distingue tra presente e contemporaneità: “È veramente contemporaneo – scrive il filosofo – colui che non coincide perfettamente con esso [il presente] né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo”. Scrivere, in questa prospettiva, è mettere in atto la mancanza, l’incrinatura che si apre fra l’essere-qui degli enti e l’essere-gettato dell’uomo: questa seconda condizione, esistenziale anziché cosale, scarta il presente perché si carica di passato e avvenire, di memoria e desiderio. Questa è la condizione ordinaria dell’esistenza; il poeta riesce a farne parola. Anzi, lo stile ne fa parola, nel senso che è lui a sceglierci, non viceversa. A noi spetta, come dicevo in principio, il compito di rispondergli con profonda sincerità e competenza. Tutti i poeti si mettono in gioco in questo modo. Gli altri imitano, ripetono, si atteggiano.

Anche qui cito a memoria: scrivere poesia significa camminare sul bordo del precipizio, avvicinandosi sempre di più al limite ma senza cadere. E anche qui ti chiedo qualche esempio, se vuoi e puoi.

Se metti in opera la verità dalla tua soglia, cioè se fai quanto detto nella precedente risposta, spaesamento, disequilibrio e dolore sono di casa: “camminare sul bordo del precipizio” ossia sentire che la vita, più che un seguire una muraglia, è un continuo succedersi di nascite e di morti, di inizi e di conclusioni, di partenze e di fermate. Ognuna di queste discontinuità rifonda il finito, che è l’unico luogo da cui possiamo far parola autentica. Anche in termini collettivi, della parola politica, intendo, data la natura sociale di ogni apertura di senso. È il tema del mio ultimo saggio: “Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità” (Moretti&Vitali, 2014).

Basta parlare di altri, passiamo a te. Così ti chiedo in modo diretto se non hai mai pensato che il tuo spessore – e la tua generosità – di critico non abbiano messo in secondo piano il tuo lavoro come autore.

Io non distinguo i due modi: scrittura saggistica e scrittura poetica (ma anche scrittura narrativa) sono il mio lavoro autoriale. L’uno integra l’altro sinergicamente, per quanto ciascuno abbia la propria specificità e un’autosufficienza di primo grado. Quello che noto con spiacere è che invece pochissimi hanno letto il mio lavoro nel suo insieme, perdendo così il fatto che da almeno 15 anni lavoro sul medesimo tema: il rapporto fra scrittura e finitezza.

Soffermiamoci sul Guglielmin autore, in particolare sul poeta. Nel tuo percorso hai esplorato diversi registri stilistici e molteplici forme espressive, dimostrando di padroneggiarle pienamente. Così ti chiedo due cose in qualche modo ovvie e collegate fra loro: in base a cosa hai scelto volta per volta il tuo percorso espressivo, e se non hai mai temuto che la varietà potesse in qualche modo finire per disperdere le tue forze.

Come dicevo nella risposta precedente, il tema è unico. Registri e forme cambiano perché la finitezza non è un ente statico, monocorde, bensì, appunto, “un camminare sul bordo del precipizio”, un fare claudicante, erotico (figlio di Poros e di Penia) e perciò creativo anche rispetto alle forme che la parola prende quando cerca di mettere in quiete l’esistenza.

E infine una curiosità che mi è sorta leggendo i tuoi ultimi lavori (mi sto sempre riferendo alla poesia): dopo aver esplorato, appunto, molte modalità espressive, stai ritornando verso una forma molto più asciutta e scarnificata, con risultati che io trovo straordinari. E’ il punto di arrivo di un percorso, una sorta di ritorno a casa, oppure si tratta di un passaggio legato alle tematiche che stai affrontando ora?

Non ho punti d’arrivo né ritorni a casa perché un poeta che è a casa mette le pantofole o rifà i versi per gli applausi dei familiari. Rispetto alle poesie a cui ti riferisci (sono uscite nel capitolo inediti del libro “Maybe It’s Raining”, Chelsea ed. 2014), l’argomento privatissimo (la morte di cari amici) ha impiegato 30 anni a raggiungere la superficie in una forma che non fosse sfogo o solamente elaborazione del lutto ma, spero, conoscenza. Se guardi bene, ancora una volta al tematica è la stessa: raccontare l’esperienza (e l’emozione) del finito, in questo caso nella sua declinazione definitiva: la morte, appunto. Sarebbe interessante, per un quadro completo, poter leggere le mie opere narrative, al momento tutte inedite. L’ultima, in particolare, affronta ancora il tema della morte e del labirinto dei viventi, dell’indagine sulla morte e dell’impossibile ricomposizione del senso in via definitiva. Sarebbe interessante anzitutto per me, così che possa verificare sino a che punto sto contribuendo a dar parola al presente, alla profondità inattuale che il presente è.

 

***

Annunci

11 commenti su “Intervista a Stefano Guglielmin

  1. Julian
    08/04/2015

    Sono pochi i giovani che si cimentano in poesia sonora e visiva, non solo perché fa poco cool oggi, ma bisogna contare l’assoluta incapacità della critica italiana di occuparsene. L’unico tabù rimasto è non mettere mai in discussione il medium carta, la sacralità del testo. Non si sfugge al catechismo.

    Mi piace

  2. amara
    08/04/2015

    ”Ognuna di queste discontinuità rifonda il finito, che è l’unico luogo da cui possiamo far parola autentica”
    quante riflessioni da questa frase…
    bella intervista, ciao anche da qui.. 🙂

    Liked by 1 persona

  3. Stefano Guglielmin
    08/04/2015

    Ringrazio “Perigeion” per l’attenzione e, in particolare, Francesco Tomada, che è la trasparenza e l’onestà fatta persona, oltre che un poeta del quale, non per coincidenza o per do ut des, scriverò presto su blanc.

    Liked by 2 people

  4. francescotomada
    08/04/2015

    Grazie a te, le tue parole non sono mai banali e offrono una visione chiara della situazione e notevoli spunti di riflessione.
    Su trasparenza ed onestà potremmo aprire un dibattito, ma non qui: meglio davanti a un metro di birra. Potresti scoprire verità differenti…
    Grazie di tutto.

    Francesco t.

    Liked by 1 persona

  5. Carla Bariffi
    08/04/2015

    Complimenti per la bella e interessante intervista. Stimo GUglielmin soprattutto per la sua capacità critica e obiettività di giudizio. Averne di amici così!

    Liked by 1 persona

  6. Evangelia Polymou
    08/04/2015

    L’ha ribloggato su evangeliapolymou.

    Mi piace

  7. ninoiacovella
    08/04/2015

    Una bella intervista di Francesco ad uno degli autori che più si sono spesi, in questi anni, ad una analisi approfondita e ragionata della poesia che si fa oggi.
    Nino

    Liked by 1 persona

  8. Alberto Rizzi
    17/05/2015

    Credo che il rischio vero, sia l’abbassamento della qualità, che è insito in tutte le mode. E’ “cool” usare Internet, lo è passare per Facebook…

    E siccome – specie in Italia, temo – si è convinti che per essere scrittori, meglio se poeti, basti il 7 in Italiano col quale si è usciti dalle Superiori, c’è un fuoco d’interesse iniziale e un’inondazione di titoli, riguardo ai quali – come ho appena scritto sopra – la qualità è inversamente proporzionale alla quantità.

    Adesso c’è il boom delle piattaforme di stampa online (me ne servo anch’io, a causa del rapporto qualità prezzo) e vi sta accadendo la stessa cosa. Inevitabile.

    Accadrà qualche evento, a “scremare” tutto questo?

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 08/04/2015 da in interviste, poesia, saggi con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: