perìgeion

un atto di poesia

Crescenzio Sangiglio, Di quale Europa stiamo parlando?

Atene_street art

di Crescenzio Sangiglio

Crescenzio Sangiglio, traduttore dal greco che vive nei dintorni di Salonicco, ci ha mandato un’appassionata analisi della realtà greca di questi giorni; noi di Perìgeion abbiamo deciso di pubblicare il suo articolo ed invitiamo i nostri gentili Lettori, se lo reputassero necessario, a replicare in modo articolato e argomentato all’intervento in quanto riteniamo che esso offra molteplici spunti di riflessione e di discussione.

*****

Non è un segreto, anzi no, è un “segreto di Pulcinella” la macroscopica mancanza di democraticità in questa sedicente “Unione Europea” che governanti venduti e traditori e spregiudicati servizi comunitari si affannano in insistenti, direi angosciosi bombardamenti mediatici a presentarci quasi quasi come un paradiso terrestre, un luogo di profondo amore per l’uomo e il suo benessere, quando tutti ormai sanno che si tratta di un vero e proprio inferno economico, con tutto quello che ciò comporta!

È l’ormai famoso “deficit democratico” comunitario che, malgrado tutti gli abbellimenti, accorgimenti e ottimistiche premesse e promesse, sempre più si diffonde tanto più come una cancrenosa ruggine nei molteplici tessuti di questa imponente, tentacolare e parassitaria organizzazione suprastatale quanto più questa stessa obbedisce quasi esclusivamente a cavernosi ma anche svergognatamente palesi intrecci e intrallazzi politico-economici governati con mano di ferro da uno Stato dominante (la Germania) coadiuvato da diverse docilissime fantomatiche, di viscida ossequiosità, “entità statali” satellitari e politicamente subordinate (Francia, Italia, Spagna: le più grandi, le prime due, per di più, con governi che si dicono “socialisti”, cioè ipoteticamente(!?) di sinistra, e Olanda, Finlandia, Polonia, Portogallo: le più piccole, ma non meno virulente).

L’art. 2 del Trattato di Roma, che istituisce l’Unione Europea (anche se all’epoca con altro nome) e l’art. 1bis del Trattato di Lisbona così recita: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza (.) Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà (.).

L’art. 3 del Trattato di Roma (e art. 2 del Trattato di Lisbona) recita così: “L’Unione (.) promuove (.) la solidarietà tra le generazioni (.). Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri (.) Contribuisce alla pace (.) alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli(.), all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani”.

L’art. 4 del Trattato di Roma ( e art. 3bis del Trattato di Lisbona) recita così: “L’Unione rispetta (.) la loro [degli Stati membri, n.d.r.] identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale (.) In virtù del principio di leale cooperazione l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente”.

Queste le belle parole! Parole che distano anni luce dalle vere parole!

È ovvio e chiaro che qualsiasi relazione, tra esseri umani, tra società civili, tra popoli e tra Stati, non si basa, e non deve basarsi a fil di logica e giustizia solo sulle belle parole, ma sopra tutto si basa e deve basarsi sulle vere parole. E qualunque relazione del genere tra individualità personali, sociali e statali viene messa alla prova non certamente quando tutto fila liscio, quando esiste prosperità presso tutte le parti, ma quando una o più parti viene a trovarsi (per colpa propria o per colpa altrui) in uno stato di grave necessità e carenza.

È allora quindi che dalle “belle parole” si deve passare alle “vere parole”, se sono davvero “vere” le parole espresse negli articoli or ora menzionati, i quali comunque sia devono costituire i punti di forza per affrontare e superare le situazioni critiche che tribolano una o più parti del complesso comunitario.

Stando così le cose, o piuttosto risultando evidenti, a tutti i livelli europei, le strutturali e ideologiche assenze più che insufficienze, viene spontaneo chiedersi: ma di quale Europa – Comunità Europea stiamo parlando? Cos’è la ormai celebre, ma anche famigerata “integrazione europea”? Stiamo forse sperimentando la fine di una certa “integrazione” (chissà poi cosa intendano dire con una simile espressione i diabolici “cervelli comunitari”!) oppure questa solo ora comincia, per cui ne vedremo ancora di belle? E naturalmente qual è davvero il fine dell’Unione Europea, non quello scritto con le “belle parole”, ma quello che non conosciamo, quello delle “vere parole” nascosto sotto le “belle parole”?

Non vi è nessun dubbio, checché se ne dica, che l’Unione Europea non persegue il miglioramento e lo sviluppo in melius della compagine sociale comunitaria, ma cerca esclusivamente l’esaltazione e il trionfo dei numeri – “operazione” che avviene naturalmente e solo a carico della (delle) società. In tal modo il meccanismo comunitario di imposizione obbliga ogni singolo Stato a diventare una Società Anonima, con gestione matematicamente e freddamente manageriale di esseri umani (possibilmente ridotti a indifese individualità al di fuori di ogni coesione e attaccamento collettivi) intesi come “azioni viventi”, un “pacchetto azionario” il cui valore attrae o respinge gli eventuali investitori. Ovviamente minore ne è il valore, maggiore ne è l’attrazione investitiva a vantaggio certamente della Società Anonima-Stato.

Questo modello di Europa/Unione Europea viene senza alcun ritegno chiamato “Europa dello sviluppo e del progresso” – una gigantesca zona geografica di 6 milioni di chilometri quadrati e 500 milioni di abitanti, dove la Carta dei diritti fondamentali dell’uomo viene applicata solo alle nazioni ritenute “virtuose”, e non sempre, e non è invece attuata nei confronti di quelle nazioni che, eufemisticamente, vengono definite “sotto programma”, come con impudenza ed una buona dose di cordialità lo stesso Jyrki Katainen, Commissario per “Jobs, Growth, Investment and Competitiveness” (così ampollosamente viene definito il suo Ufficio), si è recentemente espresso.

Ovviamente il “programma” significa la “procedura di salvataggio (!)” messa in pratica mediante una serie di prestiti sulla base di condizioni leonine il cui rimborso in sostanza non avviene mai in quanto che gli importi periodicamente “rimborsati” si riferiscono agli interessi (esosi) in modo che il capitale rimanga sempre cospicuo, di continuo aumentato con successivi “programmi” di prestiti e interessi sempre maggiori, in un circolo vizioso senza fine e senza via d’uscita, accompagnato da una interminabile serie di misure sociali e retributive talmente restrittive da provocare un vero e proprio collasso umanitario. In tal modo l’assoggettamento di un’intera nazione è garantito per almeno 20-30 anni e la perdita della sovranità nazionale assicurata per altrettanto tempo con conseguenze facilmente intuibili.

La Grecia, a quanto sembra e si vedrà in prosieguo di esposizione, risulterebbe il “modello” di un simile progetto comunitario, il campo di prova del Direttorio bruxellese e del centro finanziario tedesco, e quindi un “esempio” deterrente per gli altri Paesi “in bilico”, come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, Cipro.

L’”Europa dello sviluppo e del progresso” prevede in particolare e si accentra sul principio (sì, un arbitrio elevato a dignità di vero e proprio principio) del “due pesi e due misure”, un principio fortemente caldeggiato e realizzato in piena armonia d’altronde con il sopra precisato procedimento discrezionale sui diritti fondamentali nel generale ambito della pregiudiziale “deficienza democratica”. Più sotto verrà dato un esempio più che eloquente.

Dato quanto precede, quello che nel presente ci interessa porre in debito rilievo è l’esemplarità del “caso Grecia”, una specifica, identificativa connotazione che delinea un modello di percorso ed una tipologia-base messi in atto dal “Direttorio” predetto, ben organizzato e idoneo, che esprime la congiunta irradiazione di diversi poteri complementari, autorità e capacità tesi verso un risultato che non solo incute molteplici tipi di timore, ma sopra tutto dissacra (ogni valore etico e patriottico/nazionale), prostra (ogni possibile spirito di resistenza) e demolisce (ogni auspicato futuro generazionale).

La fotografia che ne viene fuori ben esprime il confronto tra Grecia, da una parte, e Germania, ossia Commissione, Banca Europea, Fondo Monetario Internazionale e, in misura subalterna, alcuni Paesi europei, dall’altra, una contesa pertanto fortemente “squilibrata”.

Prima di entrare nel pieno dello stato di cose che tale incontro e scontro ha prodotto in Grecia in barba a quanto preconizzano i Trattati sopra citati, non sarà ozioso rilevare almeno un paio di quesiti propedeutici e chiaramente esplicativi dell’azione svolta dalla Germania nei confronti della Grecia, più direttamente, e degli altri Paesi “sudisti”, più differenziatamente.

Risalendo a qualche anno addietro, non è possibile non chiedersi se nella “crisi” scoppiata in Europa che, guarda caso, coinvolse solo Paesi non protestanti e non anglosassoni (Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro – il tentativo di coinvolgere anche l’Islanda è fallito a causa della vigorosa, giusta ed ispirata reazione popolare e governativa), accentrandosi poi, per così dire “specializzandosi” ed esemplarizzandosi nel “caso Grecia”, non debbano considerarsi attinenti anche due fattori di primaria importanza dal punto di vista economico, e cioè: 1) le previsioni di considerevoli campi idrocarburici nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) greca e 2) la posizione geografica di grande valore strategico tra Europa occidentale, Balcani e Medio Oriente, tenuto conto della “fluidità” e poca affidabilità della Turchia nella scacchiera politico-religiosa. Sta di fatto che, a quanto sembra, la “crisi” predetta, una volta giunta in Europa, gentile dono degli USA, è stata “coltivata” a bella posta e diffusa in questi Paesi-cavia al fine di instaurare un ben calcolato predominio economico tedesco con l’istituzionale imposizione dei corrispondenti interessi, un modo, questo, per minimizzare e perfino annullare le più disparate istanze statali dei 28 Paesi UE sotto l’ombrello decisionale e impositivo germanico, e pertanto “unificare” e uniformare le 28 diverse “volontà nazionali”.

Entro questa cornice s’iscrive pertanto la palesata incombenza del verbo tedesco, la sua supremazia e la tacita acquiescenza e obbedienza (sottomissione) di tutte le altre “voci” eventualmente in capitolo in Europa, in particolare la Francia e l’Italia, gli unici paesi i cui governi avrebbero potuto opporsi all’egemonismo germanico se non fossero retti da presidenti e primi ministri privi del benché minimo tasso di dignità e consapevolezza nazionale, ciò che li rende disgraziati cagnolini al guinzaglio merkeliano.

Ugualmente, entro questa cornice s’iscrive l’oltraggiosa arroganza non solo dei maggiori esponenti politici, ma altresì di buona parte dei mezzi di comunicazione di massa tedeschi verso il popolo e principalmente il nuovo governo ellenici, “reo” di aver osato “tener testa” alle pretese della Germania e non essersi invece assoggettato (come fatto dai precedenti governi greci negli anni 2010-2014) alla nuova legalità economica-finanziaria intimata dalle regole memorandarie dettate da Berlino.

I risultati dei governi bi e tripartitici di Papadimas e Samaràs-Veniselos negli anni predetti sono stati assolutamente disastrosi e devastanti. Non vi è rimasto intatto nessun settore della vita pubblica e privata: pubblica istruzione, salute pubblica, amministrazione pubblica, amministrazione tributaria e doganale, forze armate, beni culturali, commercio estero, diplomazia, amministrazione comunale e regionale, ricchezza mineraria, trasporti pubblici, marina mercantile, commercio estero, industria, artigianato, ambito lavorativo privato, e quant’altro hanno subito menomazioni irrimediabili e tragiche, coinvolgendo nel precipizio un’intera popolazione di lavoratori dipendenti, di aziende, negozi, professioni.

Ne sono derivati, in parole povere, una disoccupazione di circa il 30%, la dissoluzione del sistema bancario, la chiusura di migliaia di esercizi commerciali, il tracollo del livello di vita, la distruzione della classe media, la generale crisi umanitaria in tempo di pace (!!): riassuntivamente tutti i settori della vita pubblica e privata sono stati sfasciati, adesso sono disastrati e il loro ripristino va fatto ab imis e dall’inizio.

La partitocrazia, il nepotismo, il clientelismo, la corruzione pubblica (statale) e privata, il pervertimento sociale e il capovolgimento dei valori tradizionali, morali e materiali, la menzogna e l’inganno assurti a norme di legge, hanno rottamato l’esistenza di milioni di cittadini e il futuro di altrettanti milioni di giovani. I soli ad essere rimasti indenni sono quelli dell’apparato governativo e partitico, i grandi imprenditori e finanzieri con le mani nella “pasta” dei bilanci governativi, la clicca dei proprietari dei mezzi di comunicazione privati(TV e stampa), i mediatori tra ambito pubblico e privato: tutta gente che ha saccheggiato a più non posso l’economia greca, compresi i fondi comunitari, oltre che gli introiti tributari nazionali, tanto da produrre cinque anni fa l’enorme buco di 320 miliardi di euro successivamente e, fino ad oggi, in piena crisi portandolo a 550 miliardi senza che nessuno ancora sia stato trovato “colpevole” e posto in condizioni di non nuocere più..

Per i capi di governo succedutisi negli anni 2008-2014 non può che valere l’accusa di alto tradimento, avendo essi in pratica consegnato il paese e il popolo greco allo straniero nemico: e in effetti, più “stranieri” e più “nemici” di questi “soci comunitari europei”, di questi “alleati europei” che applicano politiche strangolatrici in tutto quello che è greco, non vedo proprio come possano esistere! I più truci nemici impallidiscono davanti a questi acerrimi alleati e amici comunitari, implacabili e ossessionanti (ma anche ossessi!)!

Duplice pertanto risulta l’azione demolitrice a carico del popolo, dell’economia, della dignità e dell’esistenza greci: quella della locale “nomenclatura” statale e parastatale, e comunque istituzionale, clientelare e parassitaria, e quella delle “istituzioni” europee alle quali la prima si era, sinora, “votata” anima e corpo.

Gli esiti sono stati del tutto rovinosi: gente che cerca di alimentarsi nei cassonetti dell’immondizia, bambini affamati che svengono a scuola, uomini disperati per i quali l’unica “soluzione” è il suicidio (sinora circa 6.000 suicidi!), quasi tutte le fabbriche chiuse (l’industria greca ridotta quasi allo zero), famiglie super indebitate, gente senza assicurazione malattia e medicinali, un milione e mezzo di disoccupati, centinaia di migliaia di giovani emigrati in cerca di miglior fortuna (adesso in Grecia vengono a mancare i ”cervelli” del futuro), ospedali senza i necessari materiali per le degenze, le cure e gli interventi chirurgici, l’attività agricola ridotta ai minimi termini, i campi resi inutili a causa delle ingiunzioni politiche comunitarie, tassazioni gravosissime e anticostituzionali, dissennate decurtazioni stipendiali e pensionistiche, assoluta impossibilità di attività lavorativa per mancanza di fondi di retribuzione, inauditi arbitrii nelle relazioni tra datori di lavoro e lavoratori, legislazione che favorisce la corruzione, corpo giudiziario dipendente dal potere esecutivo a sua volta succube della logica dei grandi interessi economico-finanziari.

La lista delle “piaghe” che tormentano lo stato e la società greci di oggi è senza fine: e si può ben dire che sotto ogni pietra che si solleva si scopre uno scandalo politico-economico sinora ben nascosto e tollerato dai governanti. Davvero, è troppo il cumulo dei “peccati” commessi nel mondo politico-parlamentare ed economico ellenico dal 1974 al 2014, quarant’anni di orgiastica partitocrazia e mafiosa, tentacolare corruzione e depravazione, venuto ora ad “esplodere” in tutta la sua evidenza e virulenza, per di più acuito dalla azione corrosiva sull’economia e società nazionale ad opera delle istituzioni europee “amiche” e “alleate”!

E di certo, parlando di Unione Europea, non può né dimenticarsi né giustificare il “trattamento” da questa riservato alla Grecia, Paese associato all’Unione, come si sa. Tra le varie esclusioni inflitte alla Grecia da misure finanziarie favorevoli e imposte dalla Banca Centrale Europea (longa manus della Germania, come è noto), giunge, per ultima, l’arbitraria esclusione greca dal programma Annual Growth Survery (AGS) decisa dalla Commissione Europea, un programma che prevede la lotta alla povertà e, in particolare, alla povertà infantile! Altro che la conclamata “solidarietà” delle “belle parole” dei Trattati!

Tutti però non sanno, anzi quasi nessuno in Europa conosce in che modo viene applicata, anzi sentita e resa obbligatoria da parte della U.E., la anzidetta politica dei “due pesi e due misure”, a scapito della Grecia e di Cipro, in speciale e più grave modo.

È noto – e nessuno nelle istituzioni europee può ignorare né deve fingere di ignorare – che uno dei confini dell’Unione Europea si trova in Grecia e un altro a Cipro. Entrambi tali confini trovano la Turchia quale paese antistante e antagonista! E la Turchia è paese extracomunitario, allodosso, militarista, politicamente intrattabile, a carattere prettamente espansionista e del tutto refrattario alle prescrizioni delle normative del diritto internazionale, come più volte arrogantemente dimostrato.

È recentissima la pretesa turca di essere parte in causa nello sfruttamento idrocarburico della zona marittima a sud di Creta geograficamente e giuridicamente appartenente alla Grecia! Un’assurdità che solo ad un folle – o ad uno deciso a ignorare del tutto la realtà geografica e il diritto marittimo – potrebbe venire in mente.

Un’altra caratteristica, assolutamente essenziale nella valutazione della attualità confinaria, è la gravità e pericolosità delle frontiere con la Turchia, ciò che non si riscontra minimamente in nessun’altra frontiera, settentrionale, meridionale e centrale che sia. D’altronde da un secolo in qua la storia dei rapporti interstatali tra Grecia e Turchia è notoriamente assai “movimentata”, sempre critica nella pratica degli eventi addirittura quotidiani, sul filo del rasoio, mentre quella dei rapporti tra Cipro e Turchia dal 1959, anno della raggiunta “indipendenza” dell’Isola, fino ad oggi è puntellata da episodi di estrema tragicità (occupazione turca del 38% del territorio cipriota), oppressione politica e, ultimamente, anche incursione negli interessi economici ciprioti (invasione manu militari e arbitrarie ricerche petrolifere turche nella Zona Economica Esclusiva (EZZ) cipriota!).

In particolare per Cipro, membro e socio comunitario a tutti gli effetti, non dimentichiamolo, risulta incomprensibile a tutt’oggi il tacito consentimento del “governo europeo” all’occupazione violenta e abusiva da parte della Turchia di un territorio che de facto e de jure appartiene all’Unione Europea! Ed è qui che “entra in gioco” la deplorevole “politica” dei politicanti europei del “due pesi e due misure”, sempre avverso la Grecia e Cipro.

Così:

1) l’U.E. nella quaestio ucraina reagisce imponendo sanzioni alla Russia a vantaggio dell’Ucraina, uno Stato palesemente “imposto dall’alto”, di origine statunitense, di natura incontrovertibilmente non democratica ma nazista-estremista e inoltre non comunitario, mentre nulla compie contro la Turchia la quale: a) continua da anni un’orgiastica violazione non solo navale, ma sopra tutto aerea della sovranità territoriale greca, oltre che del FYR di Atene, entrambi appartenenti ad una nazione comunitaria e di confine comunitario; b) invade il territorio marino di giurisdizione cipriota, vi si installa in barba a tutte le legislazioni del diritto marittimo violando una sovranità statale che è anche, per estensione, sovranità comunitaria.

2) l’U.E. acconsente tacitamente al colloquio con uno Stato (FYROM) che, impudente e petulante, non solo usurpa una molteplicità di elementi di storia e civiltà greca (cioè, ripetiamo, di un membro e socio comunitario), ma inoltre pubblicizza e si arroga una identità razziale e nazionale carpendola al suo legittimo proprietario e possessore ellenico, e nessuna reazione esprime, come sarebbe logico e naturale, a favore della realtà storica e culturale che solo la Grecia rappresenta nel caso specifico, quando la Macedonia è da 3.000 anni solo e unicamente una regione prettamente greca che con gli Slavi della FYROM non ha nulla a che vedere!

Tutto ciò e molto brevemente (lungo sarebbe il discorso volendo puntualizzare tutti i casi riconosciuti di disparità di trattamento) per porre una domanda alle competenti istanze comunitarie – una domanda che esige una risposta univoca, non controversa ed esige una precisa azione in ottemperanza a quella “solidarietà” più volte sbandierata (insondabile ipocrisia!) negli articoli dei Trattati di Roma e Lisbona:

– dica l’Unione Europea se o no riconosce come suoi confini comunitari i confini terrestri e marittimi della Grecia con la Turchia e i confini marittimi di Cipro con la Turchia;

– e, se li riconosce, come è obbligata a riconoscerli, dica altresì perché non applica nella realtà dei fatti il comma 2 dell’art. 3 del Trattato di Roma (comma 2 dell’art. 2 del Trattato di Lisbona) nonché l’art. 3 del Trattato di Roma (art. 2 del Trattato di Lisbona) e quindi non assicura fattivamente le “misure appropriate” e la “coesione territoriale” previste in tale normativa.

Palese quindi qui un’altra gestione comunitaria discriminatoria e sostanzialmente illegale. Per questa e tutte le altre gestioni del genere attendiamo una risposta persuasiva e definitiva, non una risposta che intende considerarci stupidi e ignoranti o una risposta non-risposta, come spesso usa la “diplomazia” comunitaria.

Detto questo si è nel contempo fissato anche il punto della riflessione cui è tenuto ogni cittadino europeo responsabile, che non accetta di sottostare alle altrui imposizioni molto semplicemente per far piacere agli altrui piani di dominio.

E ritornando comunque alla iniziale argomentazione relativa al “deficit democratico” nella e della ormai famigerata Unione Europea, vale la pena, per concludere, ricordare un grave “episodio” che conferma in pieno tale deficienza.

È noto che ogni anno a Bruxelles, nel quadro del programma culturale Transpoésie, vengono invitati i poeti dei 28 Paesi comunitari a parteciparvi ufficialmente inviando una poesia di 5-7 versi della quale vengono poi esposti in gigantografie nelle stazioni della metropolitana della città.

Nel 2013 la partecipazione ufficiale di Cipro non fu ammessa, anzi, fu respinta. Il motivo? Semplice, ma tragico nella sua realtà discriminante e antidemocratica: la poesia di Jorgos Moràris intitolata Niobe 1974 aveva per sottotitolo la frase “Invasione turca a Cipro”. Da notare che nel testo della composizione poetica non esisteva nessuna menzione ad alcunché di turco! Semplicemente, in forma eminentemente lirica, veniva raccontato l’episodio, avvenuto nel 1974 durante l’invasione tirca a Cipro, della morte di una fanciulla cipriota di 12 anni. Per chiarezza di comprensione diremo che la bambina era stata uccisa dai soldati turchi che poi ne gettarono il cadavere dentro un pozzo. Insomma, malgrado l’atrocità del fatto, nessun cenno ne veniva fatto, evidenziando solo il cupo dolore materno di fronte a un atto disumano e truce, senza alcuna specificazione e identificazione.

Malgrado ciò, gli organizzatori della manifestazione, direttamente collegata con le alte istanze comunitarie, respingendo le legittime proteste ufficiali e private,. rifiutarono la poesia cipriota con la scusa che, se esposta in pubblico, avrebbe ispirato l’ira e la incontrollabile reazione della collettività turca residente a Bruxelles della quale venivano festeggiati i 50 anni del suo stabilimento nel Belgio!!

In buona sostanza, le eventuali “ragioni” (ma quali “ragioni”? quelli del carnefice turco?) di una comunità non comunitaria hanno prevalso sulle “ragioni” culturali e storiche di un paese comunitario (vittima appunto del carnefice turco)! Più deficit democratico di questo…

Così, perfino un ente culturale di emanazione comunitaria (diretta o indiretta, non importa), che si supporrebbe essere prima di tutto pro-comunitario e comunque fuori da inghippi politico-economici, altro non ha fatto che confermare la profonda mancanza di coscienza democratica nella Comunità e altresì ribadire nel modo più evidente il “vizio” comunitario dell’adesione all’opportunistico criterio del “due pesi e due misure”, anche questa volta, guarda caso, avverso uno stato membro comunitario e a favore di uno stato del tutto estraneo all’entità comunitaria, per non dire ideologicamente, culturalmente e confessionalmente nemico della stessa, checchè ne dicano gli stupidi, incoscienti fautori della c.d. società multiculturale, una società completamente utopica, irreale, priva di ogni contenuto storico e di ogni concreta possibilità di armonica consistenza e coesistenza, dove ad ogni piè sospinto e ad ogni angolo sta in agguato il profondo e ineliminabile contrasto etnico che può trasformarsi in infrenabile fanatismo e trasformare gli esseri umani in belve selvagge, come spesso s’è visto in presenza di complessi sociali musulmani (turchi, arabi. ecc.) sia in stati europei sia perfino in stati arabi (Egitto, Siria, Libia, ecc.).

Alla fin dei conti, pertanto, nella persuasione e nella certezza del gravissimo stato deficitario di un’Unione Europea evanescente con i forti e autorevole con i deboli, rimane sempre a mezz’aria il quesito: di che genere di Europa stiamo parlando? E siamo sicuri di voler una simile Europa?

La manzoniana “sentenza” non ai posteri, ma ai cittadini di oggi!

Annunci

4 commenti su “Crescenzio Sangiglio, Di quale Europa stiamo parlando?

  1. angela palmitesta
    13/04/2015

    Intervengo per confermare la verità della situazione drammatica del paese nel quale vivo da venti anni . Ho direttamente sperimentato sulla mia pelle, sono una delle cavie, le trasformazioni che hanno portato un’intera nazione a pensare con sgomentata incertezza il proprio futuro e a credere arduo e lontano il recupero della propria dignità umana. Quasi ogni mattina mi alzo e mi chiedo: “Cosa d’altro succederà?”
    Qui è guerra, signori lettori, i morti ancora camminano eppure son belli che morti. Solo che i giornali non parlano, raccontano solo parole. Le notizie allontanano la compassione e fanno crescere la paura e la rassegnazione ( quella brutta , quella malata che ti convince che ormai nulla può essere cambiato perchè i giochi son stati fatti).
    La Grecia è un bambino che cresce male, non cresce affatto, forse soffre di tbc, anzi, deve avere la peste. Non gli è servito a nulla sputare fuori, con dolore, da sempre, quasi tutta la sua popolazione. Nel resto del mondo i greci sono sempre andati a lavorare e a sudare per un futuro migliore ( migliore per quei paesi che li ospitavano).
    Certo, la Grecia ha la peste ma l’Europa, quella che sta in alto e che conta ( che conta i soldi intendo dire), non si sta accorgendo che la peste è ovunque, sta fermentando pure sull’oro dei caveaux svizzeri. La peste cresce e dilaga. La peste arriva , è già arrivata. Quella linea di febbre non è la lunga esposizione al sole dei Caraibi durante le vacanze invernali.
    Abito in Grecia da vent’anni, dunque o sono appestato o sono autoimmune, poiché vaccini non ne prendo . Più probabilmente sono morto ma ancora cammino e a volte, con dolore, scrivo, anche se scrivere mi fa male, mi svuota le ossa. Questa mattina volevo scrivere una lettera agli amici italiani:
    “Cari amici, qui tutto bene. La Prima Vera è arrivata, se volete ve la mostro nelle foglioline rosse sulle rose, sotto il campanile di Faneromeni. La vedo pure dai fiotti verdi sui rami lisci del fico attaccato alla pietra della chiesa.
    Che dirvi? La clorofilla prosegue il cammino conosciuto, dalle radici la terra la sputa fuori e non teme. Eppure non sento vociare i bimbi, non sento il tonfo fastidioso del pallone sul muretto di pietra.
    Cari amici è arrivata la primavera, poi la pasqua cattolica e poi quella ortodossa, di più non so. Due cristi sono risorti. Ho visto la gente passare, mentre mangiavo un gelato, con le candele della santa luce accese.Era quasi l’una di notte. Camminavano dalla chiesa , fiduciosi, per portare la luce santa dall’altare alla porta di casa. Ad una ragazza si è spenta la candela, l’ho visto bene. Sorrideva e poi un ragazzo, sorrideva pure lui, ha abbracciato la ragazza, ha tirato fuori un’accendino bic e ha riacceso la luce santa della “lambada”. ( candela pasquale)
    Cari amici, è arrivata la primavera e poiché siamo su un’isola, poiché abbiamo attorno il mare , allora arriva pure il lavoro stagionale, in nero, sottopagato, santificato ogni giorno per dodici ore al giorno, se sei fortunato per sei mesi interi. Amen.

    Infine chiedo venia, forse non ho replicato né in modo argomentato né in modo articolato, ma buona resistenza a tutti.
    Angy

    Liked by 1 persona

  2. almerighi
    13/04/2015

    La Grecia non poteva nemmeno entrarci nell’Euro, per farlo truccò i propri bilanci, così come fece anche l’Italia imponendo la cosidetta eurotassa. Ricordiamoci che la Grecia ando avanti imperterrita per la sua strada continuando a fare deficit e permettendo ai propri cittadini incredibili privilegi come quello di andare in pensione a 51 anni, oltre che sussidi di ogni genere e seguitando a truccare i bilanci. Le olimpiadi di Atene con tutto lo spreco che ci fu, rappresentarono l’inizio della fine per questo povero paese distrutto in primis da una classe politica locale di merda, che non aveva nulla da invidiare a quella italiana. Scoperte le magagne arrivò la troika, la Grecia avrebbe potuto benissimo rifiutarla uscire dall’Euro, fare default o seguire qualcosa di simile al cosidetto modello islandese. La sua corrottissima classe dirigente fu ricattata sulla scorta di centinaia di milioni di euro esportati e custoditi in una nota banca che ha sede anche in Svizzera (HSBC) e sulla quale di recente sono stati versati fiumi di inchiostro. Non contesto il deficit di democrazia che si è venuto a creare in Europa, dove la Germania detta legge, in Grecia in nome della finanza si stanno calpestando i diritti umani. La Merkel con l’Euro sta riuscendo dove Hitler fallì coi panzer, ma un articolo/piangina e fazioso come questo, dove la Grecia appare unica innocente povera vittima del sistema europeo meritava una risposta precisa.

    Mi piace

  3. ninoiacovella
    13/04/2015

    “La partitocrazia, il nepotismo, il clientelismo, la corruzione pubblica (statale) e privata, il pervertimento sociale e il capovolgimento dei valori tradizionali, morali e materiali, la menzogna e l’inganno assurti a norme di legge, hanno rottamato l’esistenza di milioni di cittadini e il futuro di altrettanti milioni di giovani. I soli ad essere rimasti indenni sono quelli dell’apparato governativo e partitico, i grandi imprenditori e finanzieri con le mani nella “pasta” dei bilanci governativi, la clicca dei proprietari dei mezzi di comunicazione privati(TV e stampa), i mediatori tra ambito pubblico e privato: tutta gente che ha saccheggiato a più non posso l’economia greca, compresi i fondi comunitari, oltre che gli introiti tributari nazionali, tanto da produrre cinque anni fa l’enorme buco di 320 miliardi di euro successivamente e, fino ad oggi, in piena crisi portandolo a 550 miliardi senza che nessuno ancora sia stato trovato “colpevole” e posto in condizioni di non nuocere più..” Diciamo che questa è la sintesi di ciò che è successo.

    Liked by 1 persona

  4. Alberto Rizzi
    15/04/2015

    Analisi ineccepibile. Del resto, solo chi è in malafede o con scarso Q.I. non ha ancora compreso, come tutte le strutture di governo sociale siano in mano a persone sul libro paga delle oligarchie economiche; e che queste siano a scala sovranazionale o di paesello, i risultati sono quelli che abbiamo sotto gli occhi.

    Spiace però che manchi quello che è forse il tassello fondamentale, per capire come si sia arrivati a questo punto: cioè la corresponsabilità dei popoli; o, almeno, della maggioranza di ciascuno di essi. Per come vengono presentate le cose, sembra che questi governanti corrotti vengano da Marte: mentre invece sono la foto fedele della maggioranza di quei popoli, se è vero – com’è vero – che siamo in democrazia.

    Spiace, perché è chiaro che il concetto di irresponsabilità non è dunque una prerogativa della maggioranza degli italiani, ma investe anche altre nazioni; e che fra queste ci sia la Grecia, in qualche modo culla della democrazia rappresentativa e proprio ora che sta vivendo sulla sua pelle cosa significhi la fratellanza europea, è molto triste. E preoccupante.

    Questa riflessione apre, oltretutto, interrogativi che per qualcuno potrebbero essere inquietanti:

    – Posto che non esistono sistemi politici perfetti, quali correttivi si possono applicare alla democrazia rappresentativa, per evitare che il potere si basi sul consenso di una maggioranza di persone inadeguate a esprimersi in materia?

    – E per restare in Italia, mentre il Movimento 5 Stelle sta vedendo la sua parabola precipitare verso i compromessi imposti dalla democrazia rappresentativa, si può pensare che gli italiani siano in grado di gestire la democrazia diretta, se non addirittura la democrazia tout court?

    Sono temi che andrebbero sviscerati, avendo a disposizione molto tempo e spazio, magari su blog e forum dedicati. Ma che, secondo me, non si possono eludere.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: