perìgeion

un atto di poesia

Buganvillea (16, 17, 18)

Buganvillea

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romanzo a puntate di Angela Palmitesta
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16

Caro nipote, mio caro Eugenio, oggi ho comprato uno specchio. Sono stato diversi minuti davanti a me stesso, o meglio, a quel poco che di me stesso posso ancora riconoscere. Il resto è già  scomparso, trascinato via dalla malattia. Mi conto i centimetri di carne che  mi trattengono in vita e sorrido ma di un sorriso amaro, sapendo bene che quello che ancora possiedo non è più vita e non è ancora morte.

La malattia in questo non si dimostra generosa: semplicemente capisce che, se vengo a mancare io, di conseguenza cesserà di esistere pure lei. Dunque procede lenta, meticolosa, direi con garbo, se pure una malattia può essere garbata.

Proprio grazie al suo lavoro paziente e sincero  oggi lo vedo, nello specchio, che ho i giorni contati. Sai, i giorni contati li abbiamo tutti, fin da quando nasciamo; ma averne la cifra esatta, nero su bianco: questo fa una certa differenza. Vorrei rubarle qualche giorno, a questa maledetta, ma come potrei fare?

Quando ero piccolo, mi regalarono un grande salvadanaio a forma di porcellino, tutto rosa, vanno ancora di moda?, che diventava ogni giorno più pesante. Fantasticavo sopra la pancia gonfia del mio maialino ogni notte, prima di addormentarmi. Chissà quante monetine aveva già ingurgitato? Immaginavo la sua pancia gonfia, gonfia, stracolma di monetine.

Avevo escogitato stratagemmi per raccogliere gli spiccioli di casa e ovunque trovavo un’occasione buona per rimpinzare il mio maialino. Se mamma andava dal macellaio l’aspettavo fuori dal negozio e le chiedevo il resto.

Se papà mi mandava a prendere le sigarette, quando tornavo gli sorridevo. Lui mi dava un finto scappellotto e mi lasciava correre via, con la manina chiusa ancora a pugno che stringeva il soldino.

Finalmente arrivò il giorno in cui il maiale stracolmo era pronto al sacrificio. Decisi di romperlo con un colpo unico, indolore, buttandolo con forza sopra il pavimento di marmo.

Mia madre quel giorno era da alcune amiche a bere il tè, non capì mai cosa fosse quell’incisione strana, come un piccolo strappo, che si era creata sul pavimento, vicino al mio letto.

Le monete schizzarono ovunque, alcune rotolarono lontano, fuori dalla porta di camera. Ma al centro dell’esplosione potevo ammirare un mucchio disordinato, enorme.

Trascorsi buona parte del pomeriggio a dividerle ed ordinarle in colonne della stessa altezza. Contavo con fervore , lavorando eccitato . Quando finii di contare tirai un sospiro di sollievo, cominciavo ad essere stanco. Il tesoro era lì, davanti a me e non era affatto male.

Io cominciai a guardarmi intorno, pensieroso. Vidi i cocci del mio maialino. Ripensai alla somma che avevo realizzato. Davvero una bella somma per me. Insperabile. Poi tornai a guardare il mio maialino sventrato e cominciai a singhiozzare, disperato, senza sapere il perché.

Adesso sono grande, anzi sono vecchio, anzi sono un vecchio che muore e tante cose ancora non le capisco, ma altre le ho capite bene.

Prima di andarmene devo perdonare a me stesso ciò che non ho saputo fare in questa vita. Dunque mi devo perdonare molto. Come padre non dovevo permettere a Stella di andarsene e lasciare che tu pure ti perdessi nelle nebbie .

Potresti chiedermelo cento volte e ogni volta ti risponderei che non lo so bene neppure io. Davvero non so come sia potuto succedere che oggi tua figlia è una bimba dolce che ti canta una canzone sulle ginocchia ma il giorno dopo decide di andarsene. E il giorno dopo ancora dice che non sente la tua mancanza. E dopo diversi giorni è madre.

A tua insaputa, la barca prende un’altra rotta e tu, proprio  tu che sei il padre, capisci che i giorni non erano giorni ma anni. Poi la costa scompare  , vedi solo mare, un mare  sproporzionato. E’ così vasto che l’amarezza  ci galleggia sopra e subisce altro mare, sempre altro mare che  di nuovo allontana dalla terra e porta alla deriva.

Fino a quando tua nonna è stata con me, ho vissuto come un funambolo. Mi dondolavo sul filo della speranza, sempre accorto a non cadere. Ma quando la nonna è morta, di una morte così stupida, così ingiusta, ho capito che dovevo espiare le mie colpe da qualche parte, cercare una terra dove esiliare.

Quest’isola mi è arrivata per caso fra le mani. Una foto mi mostrava una buganvillea spettacolare, color magenta, che ricopriva un arco in pietra. Non avevo mai visto una buganvillea dal vivo: qui da noi non resisterebbero un giorno. Questo pensiero mi fulminò. Volevo vederla ma soprattutto volevo piantarne una, curarla, crescerla.

Ero giunto nell’angolo estremo che tutti noi conosciamo, dove la terra che ci circonda è la terra desolata. Possiamo rimanere al centro del deserto oppure, inseguendo un miraggio, cercare l’acqua. Io ho trovato un’isola e ho deciso che potevo scegliere e che poteva piacermi.

Col passare del tempo, vivendo qui, ho smesso di decidere e ho ricominciato ad amare. Lentamente ho ripreso ad amare. Prima il posto, poi il mare che lo circonda, poi la sua natura, poi gli ulivi, poi le buganvillee. Lentamente ho ripreso ad amare. Prima le buganvilee,  poi gli ulivi, poi la natura, poi il mare, poi il posto.

Ma questa gente: curiosa, semplice, inspiegabile, generosa. Questa gente ha cominciato ad amare me. Non potevo più fare l’esiliato, il deserto si era ritirato.

La mia lettera te la consegnerà Teodora. È una ragazza  disarmante e paziente. Sono felice che sia lei a consegnartela. Forse perché sono stato il più assiduo lettore della   biblioteca e di sicuro perché  il tenero affetto che provo per Teodora  è quello di un padre che ammira sua figlia.

Tuo nonno Gabriele.
 

17

Avevo appena riagganciato la cornetta del telefono e mi sentivo così stanco. Il telefono del nonno era antiquato e difettoso, ma non solo per quello mi ero  esasperato. Dentro questo coso nero la comunicazione si ostinava ad essere capricciosa e mi concedeva solo mozziconi delle parole che Sofia, dall’altra parte, mi urlava, sforzandosi disperatamente di farsi capire.

Ormai arrivava solo un brusio indecifrabile e l’eco sgraziata dei miei “pronto?! pronto?!”

Appoggiai la cornetta con la faccia scura di chi ha perso la sua occasione e ormai si è fatto tardi.

Sofia voleva sapere come stavo, se l’isola era bella, che tempo faceva, se la casa del nonno era grande e comoda. Mentre mi parlava mi accorgevo di quanto insulsa era la nostra conversazione. Il tono della sua voce, le sue domande, le mie risposte incomplete, il suo silenzio, il mio silenzio.

Sentivo chiaramente come, ormai, la nostra bolla di sapone, leggera e colorata, mi scoppiasse tra le mani e restasse solo un  fastidioso appiccicaticcio umido sulle dita. Mi sentivo davvero stanco e annoiato.

Rimasi seduto a guardare Ulisse che, sdraiato in un angolo della cucina, rosicchiava soddisfatto un enorme osso. Tutta la stanza era impregnata dell’odore dolciastro di cannella. Uno stufato ancora tiepido, lasciato sui fornelli, mi rammentava che Aurora era stata qui questa mattina e aveva cucinato, nonostante le mie proteste.

Aurora, cocciuta, sembrava seguire qualche segreto consiglio suggerito da Ulisse. Entrambi mi scortano, ogni giorno, in silenzio, ad una certa distanza, per tutta la casa. Non parlano. Mi guardano attenti con occhi mansueti. Se ne vanno via senza far rumore e solo dopo mi rendo conto di essere rimasto solo e di non aver detto mai una parola, a nessuno dei due.

– È permesso? Posso entrare?

– Dora…, pronunciai il nome con stupore, come se dovessi estrarlo da una zolla dura della mia memoria, scavandoci a fatica.

Senza aspettare risposta si avvicinò ad Ulisse che scodinzolava allegro e gli sorrise con dolcezza, accarezzandolo sotto la gola, in un punto che doveva  proprio amare  perché abbandonò il suo osso e si accomodò a pancia all’aria, aspettando altre carezze.

– Vedo che ti conosce bene…, dissi, quasi con invidia.
– In effetti, siamo parecchio amici, noi due…, rispose, lanciandomi uno sguardo allegro.
– Dunque, hai ancora bisogno di me?
– Non so. Dipende.
le dissi, guardandola attentamente.
– Ma come dipende? Scusa, non volevi fare un ritratto? Non mi hai chiesto di venire qui?

Incredula Dora aveva alzato leggermente un sopracciglio e il tono della voce.
– Certo, certo. Ma… va bene, aspettami qui. Io arrivo subito.

Andai in camera a cercare un blocco ma ero nervoso. Sentivo arrivare un leggero senso di nausea, le dita mi formicolavano.

Sentivo la paura, quella paura che si appoggiava sopra le spalle, negli ultimi mesi, e mi premeva forte fino a darmi la nausea.

Era una paura che arrivava, puntuale, ogni giorno, sulle spalle e mi impediva di pensare una linea, un colore. Era sempre la stessa e si appoggiava, ogni giorno, sulle spalle.

Spezzava ad una ad una le fantasie che si formavano nella mente. Mi spingeva dentro una palude vischiosa , dove non c’erano forme e non c’erano linee. Potevo solo  rimanere  lì, nella palude, cancellato dal nero.

Trovai il blocco, gettato dentro un cassetto e lo presi, finalmente, nonostante la paura.

Dora non era andata via. In piedi, davanti alla portafinestra, guardava assorta il giardino e il suo corpo si piegava verso la luce del tramonto come lo stelo fragile di una margherita.

– Puoi respirare Dora e anche battere le palpebre. Anzi, se resti viva sarebbe più facile per me, le dissi ridendo e appoggiandomi meglio sulla scomoda sedia della cucina, il blocco di fogli sopra le mie ginocchia piegate.
– Potrei anche parlare, vuoi dire?, mi chiese perplessa, voltando impercettibilmente il collo verso di me.
– Puoi fare tutto quello che vuoi e andrà tutto benissimo: ma mi servi viva e vegeta, non rigida come un tronco. Le nature morte non sono il mio forte.

Cercavo di tranquillizzarla, parlandole con dolcezza. Ma in quel momento c’era solo una persona che volevo davvero convincere: qualcuno che si nascondeva dentro di me, che preferiva rimettere il blocco di fogli dentro il cassetto.

Quando appoggiò il bicchiere d’acqua sul tavolo, Dora non riusciva più a vedere i contorni del giardino, dalla finestra. La luce del giorno si era spenta, lasciando il posto alla penombra della sera: era sopraggiunta lentamente, mentre le sue parole tranquille danzavano a ritmi regolari nella stanza.

Senza pregarla, senza cercare mai di forzare il sorriso pensieroso, avevo ascoltato la sua voce. Dora mi parlava e parlandomi mi cullava. Le mie dita avevano cominciato a muoversi sulla carta al ritmo delle sue parole e sentivo che non avrei potuto fermarle, se Dora avesse continuato a parlare. E Dora mi parlava.

– Vuoi vedere?, le chiesi, staccandomi dal foglio e allungando le braccia. La sedia scricchiolò e io mi accorsi di essere stanco ma di una stanchezza così appagante.
– Preferisco di no. Piuttosto, devo tornare?, mi chiese curiosa.
– Preferisco di no…, le risposi serio, guardandole il mento. Poi scoppiai a ridere osservando la sua espressione mortificata e, subito, mi corressi:
– Preferisco di no, se ogni volta mi fai lavorare così tanto.

Continuavo a guardarle il mento pensando che sarebbe stato crudele accendere proprio ora la luce e ferirle il  viso.

Per questo mi alzai dalla scomoda sedia e prendendole la mano, la accompagnai fuori di casa.

– Chissà quanto ti ho annoiato oggi con quei miei discorsi banali, mi disse Dora, cercando di staccare la sua mano dalla mia.
– Dora, tu non sei banale. Non per me.

Sopra i suoi capelli si allungava la buganvillea, sospesa nel silenzio della notte. Con il braccio teso staccai un rametto carico di fiori. Lo appoggiai sul palmo della mano di Dora. Lei gettò un piccolo urlo di dolore perché una spina nascosta l’aveva punta e si portò d’istinto la mano alla bocca, succhiando la pelle morbida che unisce il pollice e l’indice.

La guardai senza potermi muovere, travolto da un senso di smarrimento. Staccati dal ramo, i fiori fragili della buganvillea si sollevarono nella brezza e, dopo aver giocato  tra i suoi piedi, volarono lontano.

– Allora ci vediamo domani, mi disse, incamminandosi con un sorriso leggero. Scivolava sul viottolo, trasportata dall’aria tiepida della notte. Io la vedevo allontanarsi e capivo di essere solo. Capivo che questa era la solitudine.

Dora che si allontanava lungo la strada, leggera come il fiore della buganvillea. Dora che scivolava, lontana, come un aquilone che sale nella notte.

Doveva essere questa la solitudine: io che non trattengo il filo e lei che sale libera nel cielo, come un aquilone.

18

Caro nipote, mio caro Eugenio, sono qui a raccontarti la mia vita con queste lettere e non mi rendo conto di quanta stupida ingenuità ci sia in questo gesto :occorre una vita intera per spiegare davvero una vita. Ma sono un uomo disperato che sta morendo.

Sono un terminale, ora si dice così: sto terminando. Che parola orribile, mi toglie qualsiasi forza di ribellione. Mi toglie la dignità: io termino, punto. Frase incompiuta. E la morte inizia. No! Così non mi va. Non voglio essere un terminale. Voglio essere un iniziale. Sì: forse così funziona meglio.

C’è una porta socchiusa ora: ogni sera sento arrivare da quella porta voci, ma non capisco le parole. È socchiusa quel tanto che basta perché possa intravedere qualcuno che passa, ma non riconosco un volto. Nessuno mi spalanca quella porta e la rabbia cresce.

Sento le mie spalle pesanti eppure il mio corpo è poca cosa ormai, le ossa levigate sono leggere come la polvere. Sì, è questo. Le mie ossa sono polvere dentro una clessidra. La sabbia nella clessidra scende con lo stesso ritmo, credo; eppure vedo che via via che diminuisce, comincia  ad accelerare, quasi avesse fretta di finire, di fermarsi, finalmente. Lo sento che la sabbia è quasi terminata e la clessidra non può essere capovolta.

Comincio ad avere paura. Questa è la verità. Paura vera, quella che ti gonfia la gola, quella che si sdraia sul tuo letto e ti osserva, mentre il tuo respiro diventa fatica e dolore.

Questa notte ho fatto un sogno orribile: vedevo una sala di marmo bianco, col soffitto alto e bianco, le pareti bianche, i letti bianchi dove giacevano corpi immobili coperti da lenzuola bianche, tutte troppo corte. Da lontano vedevo una distesa giallognola di piedi. Mi terrorizzavano con i loro alluci tristemente rivolti verso di me.

Pure  il silenzio era insopportabile e bianco. Volevo fuggire, aprire la porta e scappare. Ma la porta era chiusa, la stanza diventava sempre più piccola e le pareti bianche diventavano nere. Allora cominciai a gridare e il mio grido era muto. La mia bocca spalancata era muta e orribile.

Finalmente mi sono svegliato: dalla finestra entra il profumo dolce degli oleandri. La mia stanza è abbastanza grande, il mio respiro abbastanza tranquillo e il russare di Ulisse abbastanza fastidioso, come lo ricordo.

Lo so bene che sto parlando da una scarpata scivolosa, con la morte là sotto ad aspettarmi, ma sono ancora qui. Sono qui per dirti che, imperfettamente, ti ho amato.

Ho seguito i tuoi progressi a scuola, la tua voglia di imparare, la fatica di essere il figlio di tua madre, la paura di non essere all’altezza, il tuo sentirti inadeguato, quel tuo distacco difensivo, il bisogno di tenerezza.

Ho visto come hai deciso di nascondere il tuo talento e soffocarlo. Non so se lo fai per rabbia o per sfiducia. Ma se lo fai perché è la strada più facile e meno faticosa, per favore no. Cambia subito strada e rimboccati le maniche.

Tu hai sangue nelle vene, sangue forte che scorre veloce. Ti prego, vivi, anche per me. Vivi una passione, soprattutto quando credi che non sia il momento giusto per te. Significa che è il momento migliore per lei.

Domani partirò. Lascio la mia isola. Non voglio che Ulisse cominci a leccare con ostinazione una mano gelata. Non voglio sentire il grido di spavento di Aurora che arriva a cambiarmi il letto sudato.

Ma poi non voglio scoprire cosa ne sarà della mia buganvillea: per giorni e giorni la tramontana ha battuto i denti, crudele.  Temo davvero che la mia buganvillea non spalancherà i suoi rami sorridenti la prossima  primavera.

Domani partirò e metterò solo un po’ di fiducia nella valigia.

Tuo nonno Gabriele.

prossima e ultima puntata domenica 26.04.2015

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2 commenti su “Buganvillea (16, 17, 18)

  1. amara
    21/04/2015

    già mi dispiace.. questo racconto sa accompagnarmi..

    Mi piace

  2. Pingback: Buganvillea (19, 20, 21) | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 19/04/2015 da in feuilleton, prosa, scritture con tag , .
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