perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 2

 

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di Pericle Camuffo

scarica pdf Andato in Patagonia

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Gauchito Gil

Sul piazzale di ghiaia dove si incontrano la ruta 26 e la ruta 40 c’è una specie di altare alla memoria del Gauchito Antonio Gil formato da varie costruzioni in lamiera ondulata, alcune simili a cucce per cani: due sono sorrette da un palo di ferro e sembrano aspettare uccelli che non sono mai arrivati; un’altra sembra una specie di pensilina di quelle usate come fermate dell’autobus e croci piantate a terra, e tutto dipinto di rosso, a formare una macchia colorata proiettata sull’azzurro del cielo a fare da sfondo muto, e bandiere rosse sbattute dal vento e logore, in un primo maggio patagonico e dimenticato. Un palo regge una lamiera su cui, in bianco, è scritta L’oracion al Gauchito Antonio Gil: “Oh! GAUCHITO GIL te pido umanamente se cumplia por intermedio ante DIOS, el milagro che te pido: y te prometo che cumplirè mi promesa y ante DIOS te harè ver, e te brindarè mi fiel agradecimiento e demostracion de fè in DIOS y en vos, GAUCHITO GIL. Amèn”. E poi fiori appesi alle croci e scarpe, sandali, cose di ogni tipo in offerta, in ringraziamento devoto per le grazie avute, e richieste d’aiuto e di protezione. In alcune nicchie sono accatastate catenine, rosari, scarpette di neonato, fiori in bottiglie di Pepsi, pezzi di pane, bottiglie d’acqua e cartoni di vino, qualche spicciolo, candele lumini pacchetti di sigarette e di mate e santini con la faccia del Gauchito santo protettore della Patagonia argentina.

Mentre leggo i ringraziamenti di gente sconosciuta, arriva un vecchio autobus Mercedes, penso un modello degli anni Sessanta, attrezzato a camper, che si ferma sulla ghiaia, rumoroso e polveroso. Esce un uomo, seguito da tre donne. Sembrano zingari. Lui prepara in fretta le braci su cui sistema una griglia e sopra la griglia, pezzi di carne che sfrigolano e alzano un fumo denso di odore e di grasso. Le donne si siedono in circolo davanti all’autobus ed iniziano a parlare come se non avessero mai smesso. Lui mi saluta alzando il braccio nell’aria spessa di fumo. Mi avvicino e chiedo chi sia questo Gauchito. Lui mi dice che era un ladro che rubava ai ricchi per dare ai poveri, una specie di Robin Hood della pampa che poi è stato tradito e ammazzato. Mi chiede se voglio un pezzo di carne. Gli dico che sono vegetariano, ma sembra non capire. Erano in vacanza in Cile e stanno tornando a casa, al nord, sono di origine romena, ma non va oltre a questa informazione. Mi chiede se in Italia ci sono molti poveri, ma non capisco il motivo di questa domanda, forse sta pianificando di trasferirsi lì con la famiglia. Rispondo vagamente, ma vorrei dirgli che è meglio che se ne stia in Argentina, che in Italia gente come lui e la sua famiglia verrebbero presi a calci in culo, allontanati con le ruspe, rimpatriati. Ma lascio che si goda la sua grigliata e lo saluto.

Mentre sto risalendo in macchina arriva un pick up da cui scende un ragazzo poco più che ventenne, si avvicina all’altarino rosso, accende una sigaretta e la lascia lì per il Gauchito. Si fa il segno della croce e se ne va, inghiottito dalla strada e dal vento.

*

Rio Mayo

Militari chiusi in caserme di latta a presidiare un bivio di sabbia scacciata dal vento e la strada che si sbriciola nella ghiaia della Ruta 40, ed è tutto polvere e cieli azzurri e cani che si rincorrono.

Non posso più continuare, la schiena mi fa troppo male e non sopporta lo sterrato pieno di buche e pietre. Mi fermo all’Hotel Aka-Ta che emerge bianco dalla sabbia grigia della strada. In realtà è meglio visto da fuori che da dentro. La stanza non è male, ma costa troppo.

Seduto nella sala ristorante di tovaglie rosse coperte con la plastica, bevo la mia solita Quilmes e osservo dalla finestra la strada deserta. Mentre la birra inizia ad intorpidire i miei pensieri, a renderli lenti e sorridenti, arriva una coppia di italiani. Avranno circa sessant’anni. Lui ha vissuto qui per 25 anni, immigrato prima in Brasile e poi in Argentina, e poi definitivamente rientrato in Italia in pensione. Lei parla troppo e troppo velocemente, non lascia spazio alle parole del marito e continua a fare paragoni tra quello che succede in Argentina e quello che succede in Italia e di come si vive qui e di come si vive là, dicendo che in Italia si sta meglio, che le cose funzionano e io non so di che Italia stia parlando; lui, più tranquillo, fa il tifo per l’Argentina e mi fa capire che è qui che vorrebbe tornare per morire in pace lontano dalla moglie. Vengono dal sud, stanno risalendo il continente. Ci scambiamo notizie sulle condizioni della strada e sul traffico. Hanno avuto problemi con la macchina, il radiatore, ed hanno forato due volte. Mi chiedono se ho una buona assicurazione e se la macchina regge il ripio. Il loro cagnolino ci scodinzola tra le gambe, irrequieto ma felice.

Continuo a bere birra e mangiare patatine ed inghiottire antiinfiammatori contro il mal di schiena. Sarà una lunga attesa. Prima delle 9 non si può mangiare. Sullo schermo della tv danzano ragazze in costume e corpi da modelle che agitano con delicatezza in feste che si tengono in un’Argentina tremendamente altra e lontana da qui. Rio Mayo è un altro paese di nulla e nel nulla, incrocio di vie che sono piste di ghiaccio su cui si scivola nella completa follia: un paese che non è altro che un autogrill, ma che di notte, viene illuminato di bellezza dalla croce del sud piantata nella via lattea.

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18 gennaio. Perito Moreno.

Ho passato un altro confine. Lasciato il Chubut per entrare nella provincia di Santa Cruz, l’ultima, prima che il mondo finisca. Mi restano ancora pochi confini, poche strisce di metallo e luce per ritrovarmi di fronte al mare.

Mi fermo all’albergo “Americano”, al 1327 dell’Avenida San Martin divisa in due da un’aiuola che sui lati accoglie, in lettere di cemento colorate, il nome del paese, ad onorare quel Francisco “Perito” Moreno che, nel 1898 deviando il corso del Rio Felix, ha conquistato questo pezzo di terra all’Argentina nella lunga lotta che la vedeva impegnata con il Cile per stabilire i confini esatti tra i due stati.

Il paese è un incrocio di strade di nulla e polvere, di macchine scarburate con i vetri scuri e senza targa che girano a vuoto come scarafaggi in cerca di cibo. Faccio un salto al supermercato per cercare un po’ di gente, per sentirmi vivo, parte di un mondo, uno qualunque, ma non trovo altro che tristezza e squallore.

Seduto sul divano sfondato dell’albergo, aspettando che mi diano qualcosa da mangiare, cerco un contatto con gli occhi chiari di una ragazza, gli splendidi occhi chiari dell’Argentina. E’ qui con i genitori, forse in vacanza, sicuramente fuori posto con i suoi vestiti che cercano di imitare goffamente una modernità vista alla televisione o sulle pagine di qualche giornale, modernità che non le appartiene e che stona nell’atmosfera anni Cinquanta che avvolge ogni cosa qui dentro. Di fronte a me il bar deserto, una specie di isola abbandonata ma lasciata in ordine. Dietro il banco c’è un grande specchio ovale sul quale troneggia l’insegna azzurra e bianca della Quilmes, come nei bar del mio paese, quando ero ragazzino, lampeggiava l’insegna colorata del Cinzano o del Martini.

*

19 gennaio. Sempre sulla Ruta 40

Fa caldo. La strada non è niente di più che una pista di ghiaia. Si tuffa diritta verso le montagne basse, senza senso, quasi a perforarle Ma non si va oltre, si sale e si scende in un silenzio irreale, ritmato dal rumore assordante della macchina, rumore di lamiera che lotta per restare dov’è. Gruppi di guanachi si allontanano, voltandosi ogni tanto per assicurarsi che non decida di seguirli, che non sia una minaccia. Dopo Bajo Caracoles la strada è ancora buona per altri 100 chilometri, poi inizia la pietraia da 50 all’ora. Guido lentamente, e cerco qualcosa nel vuoto che ho di fronte, che si fa sempre più vicino ma che non riesco mai a raggiungere, un vuoto che piano piano prende possesso della mia vita, del mio corpo, del mio sangue e mi lascia perfettamente indifferente.

Martìn

A Tamel Aike c’è un posto fisso della Vialidad, una specie di casa cantoniera dell’Anas argentina. Martìn deve stare qui per quattro mesi all’anno, da solo. E’ questo il suo lavoro. Ha 24 anni, ma ne dimostra almeno una decina in più. Mi ha fermato mettendosi in mezzo alla strada e agitando le braccia. Sembrava minaccioso, invece, mentre veniva verso di me, si è aperto in un sorriso di bontà e mi ha chiesto se andava tutto mene, se avevo bisogno di qualcosa e mi ha invitato a prendere un mate. Nella cucina che sembrava quella di un capanno di pescatori della mia laguna gradese, mi ha fatto tenerezza mentre sistemava il bollitore sul fuoco. Anche il resto della casa è una topaia, lurida e puzza di stalla. Lui sta qui a controllare la strada, ad informare i turisti e mi racconta di inverni senza fine quando tutto ammutolisce sotto la neve ed è solo silenzio, di quello che fa paura, che solo il frastuono degli spazzaneve allontana per un po’. E’ molto agitato, parla velocemente, non riesce a stare fermo sulla sedia, forse l’anfetamina che prende per restare sveglio ha rotto gli argini, non riesce più a smaltirla. Non gli credo molto quando mi dice che qui sta bene, che non gli dispiace stare da solo, che meglio da solo che con altra gente, che si è abituato a questa solitudine. Non mi convince il modo in cui me lo dice, indossando una faccia d’uomo, da duro. I suoi occhi rimangono quelli di un ragazzo smarrito e abbandonato in mezzo alla vita che gli strappa i giorni dalla carne e dalle ossa lasciandolo indifeso, come un germoglio tra le pietre della strada che deve controllare.

Antonio e Maria

Tres Lagos è riempito solo dal vento che fascia con forza la povertà delle strade di ghiaia e i volti di qualche ragazzino con gli occhi sbiaditi. Ci sono ossa di non so che cosa sparpagliate qua e là, e qualche carcassa di animale che si scioglie nel vento e tra i denti dei cani randagi. Sembra che la vita abbia abbandonato da tempo queste strade di sassi e sabbia. Una coperta di nulla che non scalda più nessuno ricopre ogni cosa. Tutto sembra svuotato, corroso dall’interno.

Cerco una stanza all’Hotel Sorona’s, l’unico del paese. Dalla penombra fumosa del bar che fa da reception, la donna che lo gestisce mi risponde che non ha stanze libere, e lo fa senza alzarsi dallo sgabello, senza posare il bicchiere di birra che ha in mano, quasi senza guardarmi e continuando a civettare con i quattro uomini che sono seduti con lei. Esco dall’hotel con la chiara sensazione di essere stato preso in giro e cammino un po’ a caso cercando di smaltire la rabbia. Una signora mi viene incontro e mi chiede se cerco una sistemazione per la notte. La guardo in silenzio, diffidente, ma il suo sorriso chiaro e ospitale mi fa abbassare le difese e accetto che mi mostri la casa che affitta. Non è male, sembra un po’ una baracca per cacciatori, ma per 30 pesos va bene, e la tovaglia natalizia che ricopre il tavolo di plastica mi commuove. Maria mi racconta che la tipa dell’hotel è completamente pazza, che non ha voglia di lavorare e preferisce stare lì a bere e fumare, e che qualche settimana fa non ha dato alloggio ad un gruppo di spagnoli che giravano in bicicletta e che erano stati sorpresi dalla pioggia. Quelle 6 stanze, dice sorridendo, le tiene sempre chiuse e facendo così toglie ogni possibilità di sviluppo al paese. Lei sì, saprebbe come fare. Ha anche chiesto l’hotel in gestione, ma niente, la proprietaria non vuole mollarlo, sta lì a lasciar passare il tempo, a radunare i disperati del paese che vanno da lei dove, in cambio di qualche sorriso, di qualche finto interessamento alla bellezza di lei che ormai sopravvive solo in qualche vecchia fotografia, riescono a bere qualcosa senza pagare. Maria invece ha voglia di lavorare, lo ripete spesso, forse troppo spesso. E parla un sacco. Andandosene, mi invita a cena. Ringrazio e lascio che il silenzio si riempia di vento.

Il salotto in cui mi fa accomodare sa di povertà e di un casino di gingilli che occupano ogni piccolo spazio disponibile, e fotografie in mille cornici di parenti e amici sulla credenza, e le poltrone ancora ricoperte con la plastica. Le offro una delle birre che ho portato, ma lei non beve. Lei mi offre una sigaretta, ma io non fumo Marlboro. Si siede di fronte a me e mi racconta che viene dal nord dell’Argentina e che si è fermata qui quando ha conosciuto suo marito. Qui la gente si accontenta di troppo poco, dice, e lavora poco e tutto è quasi sospeso in un ritmo lento mosso solo dal vento che non smette mai. Lei era una persona molto attiva, e lo è ancora, ma si è abituata alla lentezza di Tres Lagos, ha trovato un ritmo di vita nuovo, una quasi pace. Adesso, quando va nella capitale a trovare sua figlia, diventa subito agitata, non le piace più, si sente fuori posto. Qui è felice. Mi parla degli inverni che ghiacciano il villaggio e bloccano per mesi la ruta 40 isolandoli dal resto del mondo, del freddo che fino a pochi anni fa combattevano solo con la legna o con il carbone. Adesso c’è il telefono, il gas, internet e la tv via cavo. Mi sorprende il fatto che queste cose per me normali possano dare una gioia quasi infantile, un’euforia di prima mano. Sono emozioni che non ricordo più, o almeno non associate a queste cose. Anch’io sono nato in una casa senza il riscaldamento, il telefono l’abbiamo messo quando avevo 7 anni e il primo computer l’ho avuto a 26, ma non ricordo che l’entrata di queste novità nella mia vita abbia provocato una tale felicità. Comunque, questa semplicità mi sorprende, lei mi soprende mentre mi prepara da mangiare e tira fuori i piatti buoni per l’occasione. Nei suoi occhi neri c’è qualcosa che i miei hanno perduto, qualcosa che non hanno mai avuto, quella gioia senza pretese che si regge solo su se stessa e sulle piccole cose di ogni giorno, quella gioia che forse ha avuto la generazione dei miei genitori, quando la guerra è finita e le cose hanno iniziato ad andare meglio per tutti. Lei si occupa della casa, del marito e degli ospiti, fa le pulizie in una famiglia e questo la riempie di vita. Non ci sono nei suoi occhi domande che cerchino risposte che vadano oltre la sua realtà. In casa non c’è neanche un libro, ma ne potrei leggere mille, e nessuno mi darebbe la sua serenità, la possibilità di aprire gli occhi al mattino e di essere felici per quello che si è e si ha.

Dopo circa un’ora arriva Antonio, il marito, che mi parla di calcio e mi mostra le meraviglie del satellite, uno zapping forsennato che si interrompe solo di fronte al Commissario Rocca. Sorrido e mi mostro sorpreso, dico Però?! e gli faccio i complimenti, come se le immagini che corrono sul video fossero opera sua. Guardo la sua faccia piena, i folti capelli bianchi e i baffi che gli dividono il volto illuminati dal sorriso e mi sento rassicurato, come se all’interno di quella casa, all’interno delle loro vite ci fosse per me un luogo di pace dove non mi può succedere nulla.

E mentre cammino sulla terra secca della strada per ritornare a casa, penso alla mano tremante di Antonio quando gli ho chiesto di scrivermi il loro indirizzo. Non sapeva scrivere e ha chiesto alla moglie di farlo. Non sapeva neanche il suo indirizzo, è dovuto uscire di casa per controllare il numero civico. Ha detto che loro non scrivono a nessuno e che nessuno gli scrive, per cui non è importante saper l’indirizzo. Dove si trova la loro casa lo sanno, e lo sanno anche gli altri abitanti del paese, e qui, questo, è quanto basta.

*

20 gennaio. Tres Lagos – El Chaltén

I primi 20 chilometri di strada sono un disastro. La macchina sbanda spesso. A volte, mi limito solo togliere il piede dall’acceleratore e stare fermo ad osservare il cielo sperando che la distanza tra me e lui non si annulli.

El Chaltén è poco più di un villaggio soffocato da colline chiazzate di verde e dalle torri di pietra infinite del Fitz Roy e del Cerro Torre. Ma appena ci arrivo, mi rendo conto che in realtà è un completo avamposto turistico, fatto di cartone e plastica, dove tutto è confezionato e sistemato ad arte. Anche gli steccati lungo la stradina che entra in paese sono finti. E solo pioggia, e vento, tanto per cambiare. C’è un sacco di gente. Tutti sembrano alpinisti scalatori attrezzati illuminati meravigliati in una continua estasi di gruppo da pacchetto turistico, tutti con la faccia in su a cercare nel cielo grigio l’ombra delle guglie di pietra, una loro presenza muta sullo sfondo di speranze pagate un sacco di soldi.

Porto a lavare i vestiti e lascio che il giorno mi scivoli addosso e mi scarichi nel sonno di silenzio e gambe che tremano.

Quando esco dall’albergo per andare a ritirare il bucato, le zanne nere della montagna sono piegate sopra il villaggio, nitide, e per un attimo sento la loro energia che mi sovrasta. Abbasso gli occhi, ho quasi paura, una paura antica, ancestrale, che viene dal fondo della terra, che la fa vibrare. Spengo gli occhi nella polvere della strada dove enormi pick up della polizia procedono svogliati e cigolanti.

Entro in un pub in cui ho notato un certo movimento di gente, ma è sempre la stessa storia, sono solamente un turista sperduto nel teatrino di questo paese, uno dei tanti che guardano in alto mentre loro, gli argentini del posto, guardano diritti davanti a sé. I nostri sguardi non si incroceranno mai. Bevo un paio di birre e mi tengo stretto al pacchetto della mia roba profumata e piegata, per non scomparire.

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Un commento su “Andato in Patagonia, 2

  1. angela palmitesta
    29/04/2015

    Di viaggiare ho paura, se posso evito. Questo viaggio in Patagonia però non mi fa paura, anzi, mi piace di più che restare a casa a bermi un bloody mary. Sicuramente di più.

    E’ una chiosa astrusa, ma forse trasmette l’idea dell’ intenso piacere che si prova leggendo, un piacere che bisogna diffondere, condividendo queste pagine belle e gustose.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/04/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
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