perìgeion

un atto di poesia

Su quante superfici si fa giorno, Inediti di Giampaolo De Pietro

Note domestiche con nuvole e foglia

 a cura di Antonio Devicienti

Questo “post” nasce in un modo che mi va di raccontare anche per sottolineare quanto piacere possa dare l’apparentemente semplice attività di impaginare e programmare un articolo: avevo chiesto a Giampaolo De Pietro (persona schiva e molto riservata) suoi testi da pubblicare su Perìgeion ed egli, in fasi successive, me li ha fatti avere; siccome Giampaolo ed io ci sentiamo spesso e sono un frequentatore del suo blog, non mi sono accontentato e gli ho chiesto di spedirmi anche alcune immagini tra quelle cui è più affezionato o che hanno per lui un valore; alla fine, grazie alla sua generosità, ho avuto la possibilità di montare testi ed immagini a mio piacimento, per cui questo “post” è il risultato di mie manipolazioni su materiale di Giampaolo che ringrazio per la disponibilità e la fiducia: che i lettori lo considerino un collage o un montaggio, dunque, che essi stessi possono smontare e rimontare a proprio piacimento (A. D.)

Las tres formas de volar - brand silva 2012

I pantaloni comodi

Pantaloni comodi, sin dal materiale, colore e dal rapporto con le scarpe, sottintesa la taglia, una un po’ più adatta e grande; due gambe da indossarli, che non stringano tanto le plausibili corse, e le temperature di queste, adattabili alla strada da percorrere, da e verso casa. Per il viaggio, delle scarpe, e nella stagione estiva, quella che promette più o meno, nonostante la voce del caldo sia sempre la peggiore avvertenza per il respiro coperto, tra le avvenute avvertenze, le avventure tutte e quelle mezze. Ma, a uscire allo scoperto, sarebbe almeno, e di certo, la possibilità di non arrivare fradici alle mete prescelte, se non zuppi di sudore e affanno. Ma i pantaloni dovranno essere comodi, e magari non strisciare tanto al pavimento, più o meno grezzo che percorreranno i piedi del viaggiatore, camminatore imperituro dell’istante.

quattro elementi (fuga)

Le fessure a mezzogiorno

È di vento, che parleremmo. Quando il sole precipita a capofitto, corpoforte su tutto. Che neanche la voce, che soffia verso le penombra (vedi là palpebre) più sibilline di dentro, può pronunciarlo, sia pure “caldo”, l’aggettivo suo. Così, come quando non proferiamo parola sul nome di qualcuno, anzi proprio il nome non ci è dato di dirlo, perché ci si consumi già la poca aria, e l’immotivatezza, di esserci pronunciati a riguardo. Così, e per dirlo, perché liberamente noi potremmo dire e non dire, ma anche ridire, poi c’è sempre chi aggiungerà “a sproposito”, ma il consumo dell’aria non è stato richiesto alla voce stessa, sia pure fra due silenzi? Effetto di luce, che si nasconde, l’effetto, e non la luce. Quando riedifica una pochissima parte che non si sa equidistante dal grande infiammato oggetto qualsivoglia messo a fuoco. Eppure, le chiamino o no fessure, sono suggeritrici di oceano.

foglio d'aria e ombre - Maria Giovanna De Fino

A pronunciare (equa riluttanza, un’)

Dell’amicizia so ascoltare i battiti, gelosi e permalosi; non so affrettarne i passi, pazienti e presenti, e palpiti futuri, con gli astri sempre accesi dagli occhi di un passato esigente, e necessario. Lungimiranti divinità, forse, ne regolano i versi. Non so rifiutarne i rimproveri, i più impropri e lucidi. Il serio sorridere di tutto e sul ridere per mantenere le distanze di e da ogni senso del possesso. Passione ariosa, che spinge il fuoco non a spegnersi, ma a stare, brace certa per il dopo-estate.

La testa dietro la bottiglia

Che una poesia di Antonio Porta risuoni tra una bottiglia e una testa: è una fotografia un poco perplessa, praticamente una finestra affacciata eterna. Un bere che abbevera tutte le piante, siano pure quelle dei piedi che voglio, e lo debbono, camminare. Imparare la rincorsa. Un concorso privo di scadenza. Aperto a tutti i flutti possibili, a tutte le immaginazioni fertili, come orti, orti curati da poeti colti di misura e verso, umano umanissimo. Come più dentro, la battaglia. I fiammiferi aperti, e le scatole bucate, le nuvole infiammabili, e le scelte prossime.

CIMG4874

Palpebra di un’ora è così diversa da lì

L’ora (maschile) di ieri è

palpebra devota

già, non del

ricordo, ma e

piuttosto di

baritoni e casuali

altri committenti

musicali. Suonati.

L’ora (femminile) è poi

la mano

palpebra che può

dire, il futuro

conta, un filo e

un film da

custodire al

verbo cucire

custode

lavoratore dice,

lavorare al dire è

ricucire il colore,

o cucinare estensioni

dell’orto del sesso

e volevo fare senso

ascoltatore fuori

della rete.

Cavalca via

Per tutto il viale, mi sono ancorata l’anima senza dir altro che passo e non posso morire se vado così come mi viene l’aria il pacifico sbadiglio del cane, ancor meno passeggero di me su questa strada del cemento e del sole che vi atterra e ruota in quota potente a quest’ora, lenta pressante rotta. I passi stanno bene. Ho visto passare appena le palme, forse guarite, sopra un camion tutte insieme. Ci rassomiglieremo fino in fondo. Non avendolo mai lasciato al caso, il caso di essere uniti. Perché ogni slancio è un destino, e ogni cammino molti.

Pas de description communiquée par le vendeur

Era l’ora di farsi paura da soli, paure di sì, l’ora di farsi avanti come a eclissarcisi, in un tuttuno di parola e paura, volto che non vedi e sole che ne chiede tutti i tratti: aria, acqua, terra, naso e bocca. Gli occhi al proprio ruolo. Osservatori, esploratori. Lavoratori, per natura loro, instancabili, sino e oltre il sonno.

era, golfino viola, una figura tra le foglie, e delle foglie, ora. Il gatto lo aveva scorto da una fessura tra l’imposta e lo specchio, fermo sulla tavola, lo aspettava, forse. Qualcuno, nell’altra stanza, starnutiva. La sedia aveva lo schienale laterale, e le spalle, un poco curve, libere senza appoggio, facevano un tratto di scrittura, una svolta di parola. Aperta la porta, il gatto sbadigliava. Bianco come l’ora. La luna ondeggiava, verde chiara.

Una pausa intratteneva la stanza. L’imperfetto si scioglieva nell’ora. Il gatto ricomparve. Da sotto il tavolo. Più silenzioso di tutto. In prospettiva. è il fenomeno dell’ora che passa, di ciò che fa questa circolarità perpetua, ciò che potrebbe e dovrà farsi fotografare sempre come il più prodigioso degli scherzi, o dei sogni – ma più semplicemente, ciò che ha una faccia, certo tonda e mai statica, mai, imperscrutabilmente sfaccettata, che si chiama realtà.

Cacchio. Come fa adesso la luce della lampada ad accendere il colore della frutta dentro al vassoio bianco, così faceva fino a – chissà quanto poco o infinito tempo fa – la luce “di fuori” – quella che poi è come lo specchio, multicolore, “di dentro”. E’ evidente, è ancora la faccia della realtà, è così imperscrutabilmente evidente. Ogni secondo ha l’aspetto di un punto interrogativo e di un altro che esclama insieme, poi un punto e una scala, la virgola contigua, il punto che sospira, e noi, fino al corpo.

山本 悍右 Kansuke Yamamoto

(La) specie del buiopesto

Sono animali sotto le porte.

Ci sono loro a fare la posta alla notte.

Noi non usciamo,

non imbracciamo una soglia, quasi mai.

Ma loro hanno un’arte speciale,

che chiameremo veglia.

Intanto che ci auguriamo la buonanotte,

loro hanno sibili per respiri e occhi notturni

che cantano spontanei alla buonasorte.

***

Serve pigliare il

sonno e non

necessariamente

il pesce alla

propria area in

mare. Pigiare,

fare breccia in

una lingua un po’

segreta, e un po’

bestiale. Avere

sempre colonne

sonore, magari

non verbali,

bianco nero e

colori. Non

sempre togliere

l’ultima vocale ai

verbi infiniti, sol-

tanto alla fine, magari.

A precipitar e

non cascare

sempre in una

delle trappole su

un treppiedi non

del tutto normale,

per la nostra specie.

Prevedere

sagome di fame

da prendere al

mercato e alla lettera

senza fine del tempo

che rimane, sempre

un fiore qualcuno a

conservare tra una

rasta e la mano, spazio

mucchio, da

inneggiare

***

Mi allontano da

un posto un

momento ma

non mi domando

no non domando

allo stesso tempo

di riportarmi

indietro allo

stesso luogo, nodo

Note per un collage di velluto, dei fili, del viso

***

In questa casa il pane

profuma di pane,

le porte hanno il ruolo

di porte, quasi sempre

aperte. Le facce, quasi

tutte bambine, e anche

le altre sono

dalle espressioni ben

disposte, in posa per

gli ospiti e gli sconosciuti,

considerati tutti

vivi e morti allo stesso

tempo, frutti del

medesimo orto, fiori

degli stessi posti,

diversi porti ad attenderli,

stazioni e aeroporti

equidistanti dall’amore

per sempre. E attese

giganti, quanto il presente.

Animali in cortile,

occhi di boschi,

amor

trasparente tra

le forme e il destino

di un desiderio a

traccia di albero

***

degas foret dans la montagne

Paglia tempora

Finisci con la reputazione, poi parliamo.

Occhio nudo in mare, è questo suono,

spoglio verde di giardino

quando l’aria è un poco avida di sole, stan-

do solo d’occhio, a macchie verdi ovunque.

Questa voce, cruda come il tronco ancora dell’inverno.

Questa pioggia dei vetri, che dai vetri non ti vedi, né la vedi,

cede solo ai sensi del piovere, cade solo lì, dove tu sai, e piovi,

ci piovi assieme, della medesima orchestra, lei basso tu grancassa,

lei strada tu passo. E il bosco fitto così tanto nudo da non poter

spaventare alcuno, paventa di verdi e basta, muschia il suo respiro

nel nostro, e solo occhi, ancora nella rapsodia di verde duro, dura suona

LUCRECIA TRONCOSO

A scacchiera (modi di volere bene)

Le nuvole lo sono, modi di volere bene:

di un dato giorno puoi ricordare solo le sue nuvole?

Non modi di giocare a dama, e neppure tattiche da scacchi:

da bambino sapevo giocarci a dama, da grande, neppure adesso so giocare a scacchi.

Modi di stare nei discorsi, di entrare e/a starci:

i due punti significano che sai come andare avanti, da dove parti e cosa stai per chiarire.

Le mani possono anche esserlo, modi di volere bene:

e non c’entra il fatto che si possano versare carezze o schiaffoni, pugni o solletico, dita chiuse o aperte singole punteggiature, suoni tasti cieli che si toccano calchi che si lasciano, impronte e suole digitali, pizzicotti alfabeto morse segnaletiche gesticolazioni richieste e tacite conferme di ciò che non si può dire.

I verbi hanno anche l’aria di esserlo, modi di volere bene:

e non facciamo che elencarne, non facciamo che abusarne, non facciamo che fare i loro nomi, senza agire più volte senza riuscire a toccare le persone verso cui li usiamo, li utilizziamo poco, e ne abusiamo, a modo.

La paglia è un modo di portare calma, di dire calma, di scaldare calma, ma anche di bruciare tutto, senza due punti, stavolta, né coda né fuoco, ma tempo probabilmente.

CIMG4328

Tra il passeggero e il bosco

ascoltare la lingua

catalogando foglie

a scortare la lingua

‘Withering maple leaves’, 1817 - Friedrich Olivier (1791–1859)

***

Un foglio bianco – è una mano distratta?

Una luce esterna – è l’inverno in piena?

Una sillaba esatta – trema di punteggiatura.

libby-raynham

Su quante superfici si fa giorno,

su quelle stratificazioni illuminate

i colori si dispongono e sottraggono

e i gradi hanno la meglio, decidono

liberamente, intelligentemente, se così è

che lo si intende il rigoglio, la distribuzione

degli equilibri con lo stato circostante, un piede

e un altro, la base che fa proseguire (progredendo) poi, gradino

a gradino, verso una porta contemporaneamente

chiusa e aperta – una porta-finestra – una stanza

a giorno – o giardino d’inverno – un esterno-interno

come linea arredata della mano tra le linee conquistate

dal terreno, e a non volerlo immaginare, neanche il mare

conferma le ipotesi di smarrimento o del mantenimento di

una somma certa di stacco e compresenza dell’elemento x

laddove y arrivi prima ancora di z e il risultato sia zero :

prima e dopo – la voce, durante, il tracciato, anche esagerato

il risultato silenzio l’arpeggiato scroscio delle carte, il mazzo

di strade distratte e la direttiva in dirittura di stagione, autunno

polacco, inarco il ciuffo e il movimento del polo desideroso d’est

roso da questo centro augusto riprovato da tarda estate solo adesso

pronunciata vi si traccia e ripercorre una retta, non da un punto, ma

fino a un trattino – continuo fino a dentro l’inverno, il cuore del nord

al centro i due a cosa staranno lavorando sotto una lampada-lampione,

sospesi a mezzaria – tracciando geografie su un quaderno poggiato sul

tavolo del tetto – o sui mattoni ed il riflesso di una concentrazione pura

Giacometti

Li hanno visti

l’hanno visto

litigare col cane,

attraversare la strada

mettersi all’insù in

trasperenza facendosi

semaforo

bloccando le persone

lasciandole passare

vestirsi d’arancione (per)

e non sapere che fare,

farsi marciapiede

equilibrio per

cadere e per

ritrovare la

strada di casa,

lontano come

sotto una palpebra.

li hanno visti

fissare il viavai

alternato di auto

e passanti,

sorridere al

largo dei vespri,

senza sapere

neppure niente (neanche del)

(sul)l’esistenza del

verbo sogghignare,

né del remare contro,

o forse il suono o sibilo

al suo orecchio non lo hanno

potuto sentire, chissà cosa

avrà cosa e dove ha sentito

o visto, figura dei perché

figura che non c’è, o chissà

un accompagnamento di archi e

tenzoni con la credulità, l’in-

crudeltà del suo cammino, senza realtà

l'idea e l'amore

***

dedicata a a.m.

ha un fiore bianco

-abbinato a un occhio-

al petto -iniziale A –

orecchini in I –

(un cognome in M, come

consonante tolta in rima

a ore, ora

polsi altrove – dove sa –

non in copertina – ma, me,

no, ni – e provando con

un saluto, lei mi ricambia

da una copertina, dall’in-

tera sua poesia – e in fumo

artist-libby-raynham-in-an-old-schoolhouse-on-samothrace-1977

***

se la luna è candida,

io sono il sole

se la vista è limpida

io sono in vetro

se la terra è liscia

io vivo disteso.

se il cielo è gravido

io non mi spi(a)no,

e se il fiore è in abito (costume)

io sono una tavola, ma

se il mare è fisico (piano)

io sto in cambusa per l’al-

ternativa vita. se tu

sei libero io

mi avvicino, mi spiano, in libro.

***

se penso che è

il centro delle

vostre età, questo

il trentesimo qua,

se credo di essere

a un altro punto

di difficoltà dal

vostro disappunto

per questo qua, è

chiaro che ogni via

ha vita sua propria

utopia e debito, e

mancanze per metà

del tempo che cadrà

a picco e a pennello

colà

***

Due

DUE

Due barche, una che fa

Di nome Virginia e che

Sembra una foglia, qui

Un pochino di sbieco sul

Ramo dei piedi e sull’orlo della

Figura e sul volto un poco perplesso

Dell’uomo

Alla sua destra, forse il fratello

Una barca di fianco anch’essa

Di sbieco – o forse era il vento,

il tempo, l’ora, il mare del secolo ?

G. De Pietro

Il sito di Giampaolo De Pietro è: inni in vani

____________________________________________________

Indice delle immagini:

Note domestiche con nuvole e foglia (Giampaolo De Pietro);
Las tres formas de volar (Brand Silva);
Quattro elementi fuga (Giampaolo De Pietro);
Foglio d’aria e ombre (Maria Giovanna De Fino);
Taccuino con un’illustrazione inedita di Francesco Balsamo;
Una foto di Kansuke Yamamoto;
Note per un collage di velluto dei fili del viso (Giampaolo De Pietro);
Foresta nella montagna di Degas;
Illustrazione di Lucrecia Troncoso;
Tarkovskij / Andrej Rublev (foto di Giampaolo De Pietro);
Foglie d’acero di Friedrich Olivier;
Un acquerello di Libby Raynham;
Una foto dello studio di Alberto Giacometti;
L’idea e l’amore (foto di Giampaolo De Pietro);
Libby Raynham in una scuola sull’isola di Samotracia;
Una vecchia foto di proprietà di Giampaolo De Pietro;
Una foto di Giampaolo De Pietro.

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13 commenti su “Su quante superfici si fa giorno, Inediti di Giampaolo De Pietro

  1. christiantito
    03/05/2015

    Tutto il piacere del montaggio e della tua creatività ci arriva Antonio. E sono davvero felice di leggere su Perigeion questi inediti tanto belli di un artista e persona speciale come Giampaolo che stimo e ammiro tanto. Christian

    Liked by 2 people

  2. Antonio Devicienti
    04/05/2015

    La poesia di Giampaolo merita attenzione e diffusione.

    Liked by 1 persona

  3. giadep
    05/05/2015

    L’ha ribloggato su inni in vanie ha commentato:
    Un collage di miei fogli-e-immaginazioni – un lavoro di Antonio Devicienti su mio “materiale” più e meno recente (materiale scritto, materiale osservato, e anche fotografato)

    Mi piace

  4. tommasopapais
    05/05/2015

    Ahh questo me lo godo con calma al lavoro, fingendo di lavorare!

    Liked by 2 people

    • christiantito
      05/05/2015

      Ah ah ah, bravo, ottimo 😉

      Mi piace

  5. giadep
    05/05/2015

    Non ribloggo nulla, invece 🙂 e, come appena scritto/fatto a e con Antonio e Christian in mail, ringrazio tutti voi per ospitarmi – ho proprio la sensazione dell’accoglienza e del sentirmi a mio agio – prima con Antonio, stavo anche esagerando con l’invio del materiale!, il suo montaggio e la manipolazione sue: per me è davvero un onore! E non è per dire formalmente la parola onore che utilizzo, che a volte sembra quasi di offendere qualcuno quando si dicono le cose come si sentono, non sono solo onorato, ma proprio contento di aver lavorato con te, Antonio, e di poter continuare a farlo. E Christian, e perìgeion, grazie per questo spazio così sinceramente aperto. Saluti, anche a chi “ruba” del tempo al proprio lavoro per leggere – mi pare proprio azzeccato (grazie Tommaso)!
    Giampaoloo

    Liked by 1 persona

  6. Carla Bariffi
    05/05/2015

    Ottima scoperta, in tutti i sensi
    e poi mi piacciono le folgorazioni brevi, l’abbinamento artistico …

    Liked by 1 persona

  7. marco ercolani
    05/05/2015

    Arioso e felice, da percorrere nuvolosamente, tra immagini e versi e prose, un ottimo cahier d’amitié, qui c’è proprio dell’aria felicemente rubata…

    Liked by 1 persona

  8. Lucetta Frisa
    08/05/2015

    Bella esperienza quella di “scoprire” la poesia di De Pietro quando lui ebbe la grande gentilezza di inviarmi il suo libro. Un po’ di tempo fa. Adesso qui-in questo bellissimo post creato da Antonio- ho la conferma del notevole valore artistico di Giampaolo, della sua cifra personalissima. Grazie.

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  9. giadep
    11/05/2015

    Ri-passo, ringraziando anche Marco e Lucetta, e risalutandovi tutti. Giampaolo

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  10. arie, dentro perturbazioni di lettere eteriche, io respiro, ispirata dal tuo fiato 🙂

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  11. Antonio Devicienti
    16/06/2015

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo commento di CRISTINA ANNINO che ringraziamo con calore:

    “Affascinanti composizioni, prosa- poesia, composte appunto con una musicalità spontanea di un corpo che si fa “spirito” e che soltanto Giampaolo può trasmetterci “così”! Acchiappa talmente tutto intorno a sé, che un qualunque pensare neanche si avverte, l’azione si fa leggerissima. Eppure quanto pensiero c’è in questo dinoccolato, disarticolato, funambolico modo di sistemare nel mondo il proprio modo di vivere. Si ha l’idea che il pensiero si formi quando non pensiamo a lui. Solo allora, infatti, non si comprime in “regola” diventando il pensiero che pensa noi.Cristina”

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