perìgeion

un atto di poesia

Andrea Marchesi, L’autenticità dei santi

andrea-marchesi

di Alessandra Paganardi

IL “LETTORE MODELLO” DI ANDREA MARCHESI: UN’AUTENTICITA’ INTERMINABILE

Ad ogni lettura di questo libro – il secondo – di Andrea Marchesi, dopo l’esordio già maturo di “Nodi”, si è stranamente portati a cambiare percorso, a rimescolare le chiavi di lettura, a lasciarsi condurre per sentieri ogni volta nuovi. Una tentazione forte e singolare, che non risponde ad alcun criterio di economia mentale, neppure per un appassionato di poesia (il quale già di per sé, forse, è poco propenso a calcolare e risparmiare energie). Eppure, avendo io stessa scritto la prefazione, dovrei sentirmi più facilmente imbrigliata, se non in uno schema, almeno in un itinerario minimamente stabile. Se non accade neppure a me, credo si debba azzardare l’ipotesi di una ragione, e io l’azzardo ora: il “lettore modello”, per dirla con Umberto Eco, di un libro come questo non può che essere un lettore inquieto, mobile, in viaggio. Un viaggio, forse, ai limiti dell’interminabile, come infinite sono le suggestioni evocate dalla raccolta.

Oltre a questo aspetto, che stretto troppo da vicino rischia di procurare qualche vertigine, Marchesi ne invoca fortemente un altro: l’autenticità, in un binomio imbarazzante (e reciprocamente potenziato) con la santità. Al di là della vulgata heideggeriana, divenuta essa stessa triste “chiacchiera” postmoderna, vorrei andare al cuore, cioè (come sempre) all’etimo. La parola ha in sé la radice di autòs (se stessi) ed entòs (in, dentro). Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che gli altri, o magari noi stessi, possiamo pensare di noi.

Autenticità, dunque, come fedeltà a se stessi, manifestata anche attraverso la scelta caparbia di scrivere. All’interno di ciò, la fedeltà alla parola, a quella che oggi – con termine un po’ adusato – è spesso chiamata “parola necessaria”. Di qui la netta dichiarazione di poetica del primo testo:

Sarebbe meglio la pace di una parola incoglibile

dentro la pochezza esatta di lettere analfabete.

Vengono in mente (più volte avrò occasione di ripeterlo) le “Lezioni americane” di Calvino, e soprattutto quella rimasta incompiuta per sopravvenuta morte dell’autore: la “consistency” – variamente tradotta con coerenza, densità, spessore, che a buon diritto contiene il senso di questo inattuale centro di gravità interiore. Ma far perno su se stessi implica, come contraltare e condizione imprescindibile, anche il rispetto dell’altro: questo è un libro materiato di altrui sofferenza, di quella che Eliot chiamava “conoscenza carnale del mondo”: una sofferenza che ci attraversa e ci ustiona (“Carni” è il titolo della bellissima silloge sui tragici sbarchi degli immigrati in Sicilia). L’esatto contrario dell’intimismo facile, di cui tanta poesia contemporanea, nonostante le petizioni di principio, va ammantandosi. Noi, come scrive Lacan, siamo gli altri: non a caso “altro” e “altrove” ricorrono qui, in voluta evidenza, ben cinque volte, decisamente tante in un libro che ha come spiccata caratteristica un linguaggio mobilissimo, mai ripetitivo: in una di queste, come spesso, l’altrove suscita un aforisma perfettamente assumibile da solo (“L’infinito è un altrove più lontano/ che finisce anche se non lo vediamo”) (pag.22). E i disabili sono “abissi vestiti di salvezza”, “ostaggi di stupore” (p. 33). Credo che di fronte a immagini come queste ci sia ben poco da aggiungere.

Autenticità di vita e di poesia, dunque: corroborata da una relazione contundente, amorosa con il mondo. La disabilità, la marginalità, l’alienazione, la malattia conclamata (in Natività, uno dei vertici assoluti del libro; ma anche nella sezione Favola bianca , dove l’ex soldato, prima di scomparire con il suo antico trauma, esprime il semplice stare a disagio nel mondo, l’ esserne fuori, nativamente reduce) non sono condizioni “da descrivere”: esse davvero ci appartengono, come il poeta dice esplicitamente nel testo Il fiato percorso.

Io sono sempre “l’Altro” quando madre chiama corridoio

e siamo quando l’attenzione muta il respiro segnato,

quando Noi cala l’altura e l’abbraccio rapisce schianto.

L’alterità non è mai una condizione da descrivere, anche perché in Marchesi mondo e scrittura sono perfettamente isomorfi. E l’isomorfismo, l’equazione, si legge nei due sensi: il mondo, questa lettera analfabeta, è scrittura non scritta, e le parole sono mondo. «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», scriveva Wittgenstein. Ma non c’è bisogno di scomodare la filosofia del linguaggio, né Lotman, né alcuna teoria o intellettualismo. E neppure, forse, un’altra lezione calviniana, quella sulla visibilità. Nella poesia di Marchesi, scopertamente, la parola è mondo, corpo – anche quando, come nella cava, dialoga con Eco e sembra, per duro prezzo pagato alla bellezza, fatta di niente. Il mondo stesso è un alfabeto: lo dicono le lucciole nel loro linguaggio di luce, intermittente come una sciarada; la morte stessa, con immagine davvero strepitosa, è un rigo scompaginato, “parole scappate dagli apostrofi”(p. 29); di altre figure simili sono costellati i versi, come il nonno che insegna “la fatica del punto fermo” (p. 38). La scrittura non è mai metaforica, è sempre metonimica: non parla “di”, piuttosto ricapitola il mondo, come un mandala. Non mi soffermo poi sull’uso particolarissimo della lingua (uso grammaticale, sintattico oltre che semantico, come ho tentato ora di dire): lo possono fare, meglio di me, gli italianisti di mestiere, che sono certa si occuperanno a lungo di questo libro. Gli apax, però, quei dantismi duri e crudi che restano nell’orecchio come domande…ne voglio ricordare soltanto un paio: il primo esempio, le stelle che suscitano paura millenaria, antichissima (p.43)

per quando le stelle si fanno colata

sul mondo e immillano paura

Il secondo, giusto andando a memoria, si riferisce alle battute salaci o tristi lanciate fra amici; in La casa (p. 59), bellissimo scorcio sulla residenza pavese da studente in Borgo Ticino, le parole sono migliate, si moltiplicano. E poi alcuni usi speciali: il verbo adoperato in maniera incongrua, il transitivo usato intransitivamente o viceversa (alcuni esempi particolari sono già stati da me ampiamente commentati in rete, sul blog dell’autore). In un caso si parla di “carogne/ sfiorite SULLE CIGLIA della strada” : non è un errore, o meglio è un errore voluto, questo scambiare con voluta indifferenza i sovrabbondanti (cigli/ciglia). I due generi vengono sovrapposti e l’autore, in questo modo, crea una sorta di metafora interna all’uso stesso della lingua (p. 26). Ho già spiegato nella prefazione che l’autore non utilizza mai un neologismo o un termine strano per puro gusto sperimentale: lo fa quando la lingua non basta, quando il senso eccede e inciampa, balbetta e cede, come nell’innamoramento. Inventare parole nuove, per Marchesi come per ogni poeta vero, è un atto d’amore verso la poesia e verso la vita.

A una poesia così che cosa si può chiedere? Di continuare ad essere “eretica alla modernità”, come la sacralità laica che celebra. Di mantenere negli anni lo spirito leopardiano delle Operette morali, che così perfettamente incarna ora. Accettare, nonostante la scrittura, che la morte possa avere l’ultima parola. Essa certamente arriverà, forse, “per abbondanza”, come nell’annegamento dei migranti di Carni. Chissà però se avrà dominio, per dirla con Dylan Thomas.

Il commiato è qualcosa più di una promessa: ad Eugenio/ “Bennato, in suggestivo calco etimologico” il giovane poeta promette:

[…] ti prometto che sarò ben salvo dai giri consueti

e bagnerò le piume con l’inchiostro dei rami più alti

le vette no, sono esposte alla nota ridondante dei venti […]

Niente illusioni, mai. Meglio le “occhiaie dei nostri nodi secchi”, le notte bianche passate a lottare con le parole.

A una poesia così si può chiedere, anche, di continuare ad essere magistra vitae, non perché lo voglia ma perché così è, semplicemente. Da qui, oltre agli apax, i meravigliosi aforismi interni ai versi (spesso in chiusa, o legati da un’enjambement), su cui si potrebbe fare un’antologia a parte – che chiaramente inaridirebbe la bellezza del libro. Cito una massima per tutte, che vorrei fosse ricordata come emblematica di una poesia come quella di Marchesi, fatta nello stesso tempo, come l’antica sapienza presocratica, di immagini e di pensiero:

«La polvere è certezza che le cose s’innamorano di spazio» (A. M.)

Ho citato le Lezioni americane: vorrei concludere riportando l’ultima, quella sulla Molteplicità, quando Calvino sembra augurarsi, per il millennio ora in corso, la nascita di opere come L’autenticità dei santi:

«[…] magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica …». (Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti 199312, p.120).

O per far parlare un reduce scomparso, una cava, una schiera di nudi corpi annegati, un alienato, un monte, un fiume di ghiaia. A una poesia così non si può che chiedere questo: continuare a realizzare le proposte, interrotte dalla morte e purtroppo in parte inascoltate, di un grande scrittore e profeta, nel suo difficile testamento spirituale.

Andrea Marchesi, L’autenticità dei santi, Manni 2015 (prefazione di Alessandra Paganardi)

Andrea Marchesi, Bergamo 1983 e la morte non me la dite, / ve la lascio immaginare per i posteri di qualcun altro.”. Giornalista pubblicista, socio del Pen Club italiano ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni in diversi concorsi tra cui il Premio Internazionale Cesare De Lollis opera prima (Casalincontrada, Chieti) nel 2011, il primo posto nel 2009 nella sezione poeti locali del Premio nazionale di poesia “Il Lago Verde” (Casazza, Bergamo) e il secondo posto al “Concorso i poeti laureandi” (Pavia). Alcune sue composizioni sono presenti in numerose antologie tra cui Miniantologia poetica 2006 3, Edizioni Progetto Cultura 2003, Roma; Il Lago Verde, ed. Lietocolle, Como 2006, Il Lago Verde, ed. Le Voci della Luna – Poesia, Sasso Marconi (BO) . Citato nella prefazione dell’antologia Oltrepoesia a cura di Gianfranca Lavezzi, Momboso Editore. Nel 2011 ha pubblicato la sua opera prima in versi Nodi per la casa editrice abruzzese Noubs Edizioni. Nel 2013  la sua lirica “La ruggine insegna” è stata premiata con il secondo posto nel Premio Internazionale dedicato alla poetessa russa Bella Achmadulina.

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Un commento su “Andrea Marchesi, L’autenticità dei santi

  1. pagale63alessandra
    07/05/2015

    Ho scritto questo testo mesi dopo la prefazione in maniera autonoma dalla prima lettura, quasi come se volessi scriverne un’altra. A riprova del fatto che i libri validi sono davvero una fonte inesauribile, come hanno magistralmente capito gli autori che cito.

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Questa voce è stata pubblicata il 06/05/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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