perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 3

 

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di Pericle Camuffo

scarica pdf Andato in Patagonia

 

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Ruta 40

Lasciando El Chaltén le due montagne sembravano uscire dalla terra in un urlo di forza e dolore. Sulla sommità delle vette, nuvole aggrappate alla pietra sventolavano come bianche bandiere tibetane che mi accompagnano lungo la strada che diventa di nuovo ruta 40 nell’azzurro cobalto del lago Viedma, infinito, con la lingua bianca del suo ghiacciaio appoggiata su di un labbro di terra. Questa strada, fra tre o quattro anni, mi ha detto Martìn, sarà tutta asfaltata, striscia nera ed affollata come una vena malata e tumefatta nel ventre della Patagonia a segnare l’inizio dell’infezione che la condurrà alla morte.

Il cielo è rimasto limpido per gran parte della mattinata, poi le nuvole provenienti dal Cile hanno risalito la cordigliera e tappato la bocca al sole lasciando solo pietre e sabbia a farmi compagnia. Per ore. Ho capito, come in una folgorazione, perché questa strada si chiama ruta 40, perché non puoi percorrerla a più di 40 all’ora se non hai un fuoristrada. Però, ogni metro di questa pista ha la sua bellezza minima, quasi un’ombreggiatura dello spirito, che la rende uno spettacolo. Bastano uno spazio, un silenzio, per farti ricordare dove sei e cosa stai facendo, che stai discendendo un continente e il mondo verso il suo sud più inquieto e ultimo, che stai andando verso una fine e che tutto questo deve pur avere un senso fuori e dentro di te, che tutto questo deve pur significare qualcosa. Allora ciò che scivola lento al di là dei finestrini è la storia del tuo tempo, del tuo sangue, qualcosa che si sfilaccia in immagini che assumono colori nuovi. Tutto è nuovo, e senti che ciò che rotola sotto le ruote della macchina, ciò che schiocca sulla carrozzeria e diventa sabbia e fumo non è una strada, ma è la tua anima, la tua identità che si sta liberando di ciò che non le serve più in una sorta di depurazione rituale, che si sta affinando, che sta serrando le ali al corpo per diventare cuneo di luce e raggiungere il fondo del mondo per rinascere.

 

Parole di ghiaccio

Il Perito Moreno acceca di luce bianca il lago Argentino e guglie di ghiaccio trasparente e lucido a tappare gli occhi. Una parete di vetro che ferma il tempo e lo spazio. Rende tutto immobile. In attesa. E’ il ghiacciaio che comanda, che dirige il traffico e o spettacolo. Ci si sente del tutto impotenti come di fronte da una vetta himalaiana. Ma se riesci a non avere paura, a non scappare di fronte alla sua maestosità, se non partecipi alle uscite di gruppo, se non cedi agli inviti della pubblicità, al richiamo dell’avventura confezionata, se riesci ad evitare tutto questo, a fare silenzio ed ascoltare, allora aprirai un canale di comunicazione con quel muro di ghiaccio che si presenta inviolabile, muto, quasi nemico. Il ghiacciaio vibra, crepita in boati secchi, guaisce nelle crepe che si aprono al suo interno con voce che rimbalza tra le montagne e fa sussultare la superficie del lago. Il ghiacciaio non è una cartolina da mettersi in tasca. Il ghiacciaio è vivo.

C’è un piccolo sentiero che costeggia la sponda del lago e che consente di arrivare di fronte al ghiaccio e di percepire il suo respiro rotto solo dal vento. Aspetto e mi lascio riempire, quasi soffocare dalla sua sagoma. Non c’è niente che possa fare o chiedere. Ogni tanto un pezzo di ghiaccio abbandona il corpo del ghiacciaio per ritornare acqua e rinnovare il ciclo della vita. Sprofonda nel lago in un silenzio irreale, cade al rallentatore, quasi non volesse andarsene, ma l’onda d’urto di ritorno che mi raggiunge è impressionante, è un suono cupo, profondo, che rimbomba nel petto, che mi scuote come se fossi un filo d’erba.

 

*

22 gennaio. Verso Puerto Natales.

 

I primi 40 km sono buoni, asfaltati, poi sterrato massacrante e solo lavori in corso. Sulla destra, in territorio cileno, svetta il complesso del Paine, con le sue torri piantate nella pampa come denti aguzzi di un animale morto con la bocca aperta verso il cielo che non riuscirà mai ad inghiottire.

Rio Turbio è di nuovo Patagonia, nulla a che vedere con la plastica e la cartapesta di El Calafate. Qui si vive con l’estrazione del carbone e le alte strutture di stoccaggio e lavorazione della YCF all’entrata del paese, ne sono la scura e triste testimonianza. Facce tristi di cileni accatastati in macchine scassate, facce scure di carbone fatica e paghe da fame, alcuni raccolti in gruppi muti aspettano il pulmino della fabbrica che li scarrozza su e giù dal confine, su e giù nell’inferno.

E’ di nuovo il regno della lamiera ondulata che ha preso possesso delle abitazioni vestendo tutto di abbandono e trascuratezza. Case non ancora finite, con i mattoni a vista, lasciate a metà, a marcire nell’aria fredda di questo paese di operai e nulla, a segnare la dimensione della transitorietà, ritmata dagli orari di lavoro e dalle scadenze dei contratti. A Rio Turbio è tutto precario, tranne il profitto dell’impresa statale Yacimientos Carboniferos Fiscales, che è fatto di sangue e sfruttamento, come ogni profitto, in qualsiasi parte del mondo.

 

Perdidos

Al confine con il Cile, ad Ultima Esperanza, mi sequestrano mele, arance e banane. Non posso farle entrare nel paese, potrebbero inquinare, distruggere, uccidere. Non capisco perché si accaniscano in questo modo, visto che da confini come questo transiterà una tale quantità di roba illegale che dovrebbero vergognarsi.

All’interno del posto di blocco, nella stanza dove vado a compilare il modulo per l’immigrazione, c’è un muro tappezzato da fotografie di persone scomparse, perdide, una specie di muro del pianto. Non so se hanno dimenticato di toglierle o le hanno lasciate lì come atto di denuncia, come ricordo dei terribili anni del regime di Pinochet. Ci sarebbe bisogno di una giornata della memoria anche per questi crimini. Alcune segnalazioni risalgono agli anni Settanta. Su alcune facce è segnata una grossa X che non so se stia a significare che la persona della fotografia è stata trovata viva o morta, ma ci sono anche casi di scomparse molto recenti, di qualche anno fa. E’ dunque vero ciò che mi ha detto un vecchio pescatore a Puerto Montt, che in Cile si scompare ancora. Leggo due nomi a caso, in segno di rispetto e di cordoglio: Maria Cristina Coronado Almonacid, nata l’8 febbraio 1966, scomparsa il 19 febbraio del 1976 a Punta Arenas; Richard Humberto Harrison Zapata, nato il 4 novembre 1979, scomparso il 28 aprile 2001 a Pillanlelbun Lautaro.

 

Puerto Natales

Odore di mare e di alghe lasciate essiccare sulla sabbia. Mi fermo a guardare le evoluzioni eleganti dei gabbiani. Il vento mi soffoca la faccia, teso. Ritrovo per un secondo i confini sabbiosi della mia isola, le stesse dimensioni sezionate dal sole, gli stessi riflessi e suoni e danza indistinta di cielo e mare.

Mangio qualcosa al “Concepto indigo”, una baracca ostello in faccia la mare. Fuori, sull’erba secca, è piantata una tavola di legno, immagino fissata nelle fotografie di migliaia di turisti, su cui c’è scritto: “We are at: 51° 43’ 39 South Latitude Puerto Natales Patagonia Chile”, tanto per ricordarti dove sei, se te lo fossi dimenticato.

Giro un po’ a caso per il paese, mi lascio andare, come fossi fumo o mare, nell’inutilità delle ore che sembrano non passare, rimangono attaccate al suolo, e giovani ragazzi abbracciati sulle panchine stinte della piazza, dove troneggia un locomotore a vapore ormai solo immagine senza senso di un passato che nessuno vuole ricordare. Ragazzini vestiti da rapper afroamericani e con le facce da indios, si trascinano sulle spalle vecchie radio di plastica e rumore, e cigni dal collo nero schiacciati sull’acqua del porto come papere nello stagno artificiale di un zoo. E troppa luce, che brucia negli occhi e rende stanchi e tutto il resto è vuoto e silenzio nel semplice incrociarsi delle vie regolari dove i colori accesi delle facciate di case ostelli e ristoranti mi esplodono in faccia azzurri blu bianchi lilla in un caleidoscopio che mi confonde e inebria. Un attimo di euforia artificiale.

Poi ritorna la lentezza e la disperazione, mentre passo davanti all’edificio del Partido Radical de Chile ormai involucro di lamiera abbandonato, dove sull’unica vetrata rimasta intatta guaisce in rosso l’insegna “salon de pool”. Cammino, e vengo abbordato da due puttane che mi richiamano con un fischio, neanche fossi un cane in calore. Una è bionda, cinquantenne, con la pancia che tracima dai pantaloni e grosse tette che prende a calci. L’altra è mora e basta. Faccio finta di non essermi accorto di loro e continuo a camminare nel sole che non scende mai, solo ombre nella sera e macchine vecchie scarburate e truccate da cui sbucano ragazzi impomatati.

La sera, non c’è nessuno in giro. I pub sono vuoti, è aperto solo il supermercato. Il mare, lentamente, si impadronisce della scena, respira nell’ombra di muri scrostati dalla salsedine ed il suo movimento sembra alzare e abbassare tutta la cittadina, come fosse una barca al palo in un porticciolo deserto. L’acqua è più nera del cielo, che rimane immobile, aggrappato alle nubi, per non essere spazzato via dal vento, come foglio di giornale.

Rientro all’hostal e mi chiudo in camera con una birra per buttare giù questa giornata trasparente. Per domani ho prenotato un tour massacrante al Parco Nacional del Paine. La ragazza dell’agenzia “Onas Patagonia” era molto carina, occhi verdi e voce di sesso, ho pagato il suo spettacolo più che l’escursione che mi ha offerto, escursione che non promette nulla di vivo ma solo un lento scorrere di piedi e di mani su sentieri affollati e strade di polvere.

 

Rumbo sur

Prima di lasciare la stanza, la signora dell’hostal mi ha chiesto in che direzione andrò, “Rumbo?”, di ha detto, ed ho risposto, sorridendo, “Rumbo sur!”, risposta che conteneva tutto il senso del mio viaggio: andare verso sud, ancora, finché si può, finché c’è strada. La sua domanda mi ha rammentato che sono in cammino e che ogni cosa viene incontrata, vissuta ed abbandonata con un battito di malinconia che stampa in noi piccole lettere d’amore, una specie di targa appesa al muro della nostra vita, in ricordo, come i diplomi che tappezzano la parete della stanza dove facevo colazione. Diplomi dei figli suoi e del vecchio che stava tutto il giorno seduto in cucina davanti alla tv con il pigiama appeso alla pancia gonfia. Quei diplomi sono le tappe della loro esistenza, dei buchi caldi in cui infilare la testa e le mani quando la Patagonia si fa di ghiaccio o quando la tristezza della vecchiaia toglie il senso a quello che sei e lo fissa solo a quello che sei stato. Loro sono stati bravi genitori, hanno fatto studiare i figli, hanno garantito loro la possibilità di un futuro migliore. Immagino si siedano al tavolo di legno spesso e verniciato al centro della stanza ad osservare quei diplomi sotto vetro. Immagino che si soffermino a leggerne i nomi, magari ad alta voce: Marco Antonio Alvarez Saldivia, professore di storia, geografia ed educazione civica, Universidad Austral de Chile, 1988; Nelson Manuel Alvarez Saldivia, medico veterinario, 1986; Armando Antonio Alvarez Saldivia, medico, Universidad de la frontera, 1989; Marcela Viviana Alvarez Saldivia, assistente sociale, diplomata in violino e flauto a Temuco nel 1991. Immagino che dopo aver pronunciato ognuno di questi nomi, si prendano per mano, sfiorandosi la pelle stanca e molle che avvolge le loro piccole ossa, guardandosi per un attimo negli occhi con la certezza di aver fatto la cosa giusta, di aver vissuto con dignità, di aver speso la propria esistenza per qualcosa che durerà più e meglio di loro. Immagino che si sporchino la faccia con la tenerezza di un sorriso di gioia e complicità e che riescano, per un attimo, a vincere la morte.

 

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*

24 gennaio. Puerto Natales – Punta Arenas.

 

Correre a 120 all’ora verso il nulla, direzione sud, nella XII regione cilena, l’ultima. Al di là dei finestrini sfilano steccati che racchiudono terre inutili e segnano con fatica proprietà dimenticate. I pali di legno che reggono il filo spinato sono esausti, cercano invano un sostegno nell’aria secca e trasparente e sembrano cadaveri appesi al filo della biancheria. Baracche di lamiera ondulata, gettate a caso sull’erba, sono il marchio di questa Patagonia cilena. E poi distese di alberi grigi, essiccati da parassiti che in meno di 5 anni succhiano tutta la loro linfa vitale per lasciarli mummie sbiancate, ossa piantate nel terreno arido una volta foresta ed ora solo raduno di spettri muti e immobili. In cima a qualche ramo c’è ancora un piccolo ciuffo verde, simbolo di resistenza, di lotta, ma è l’ultimo sussulto di un eroismo inutile. Erba bassa ed alberi piegati ad angolo retto che crescono non seguendo il sole, ma il vento. Poi anche questi scompaiono ed è solo pianura verde e grigia, senza fine.

 

Villa Tehuelches

Villa Tehuelches è un paese in festa. Ieri è iniziato il XVII Festival de la Esquila. “El Magallanes”, quotidiano di Punta Arena, oggi dedica all’evento un’intera pagina, nella quale il sindaco di Laguna Blanca, Ricardo Ritter, spiega qual è l’obiettivo ed il significato del festival: “Recuperare le nostre tradizioni che in campagna sono andate perdute perché la gente tende ad emigrare nelle grandi città”. Per organizzare tutto questo sono stati investiti dieci milioni di pesos e ci si aspetta di superare i 3500 visitatori dell’edizione precedente. Il festival prevede le immancabili dimostrazioni di tosatura delle pecore, l’esquila, esibizioni di musica folcloristica e tradizionale cilena, canti, balli, giochi, vendita di prodotti di artigianato locale ed abbondanti degustazioni di asado e parrillada de cordero. Per entrare e partecipare mi fanno pagare 1000 pesos. In un attimo, appena scendo dalla macchina, vengo scaraventato in un universo multicolore di semplicità quasi ingenua, di allegria contenuta, educata. Il cielo azzurro e alto è rigato dall’odore appiccicoso della carne che sfrigola su enormi griglie. Al centro dell’arena di legno e sabbia è montato un palco dove giovani ragazzi ballano danze antiche in costumi di storie e tradizioni che non conosco, sollevando colori di gonne sciarpe e nastri tra i capelli che rimangono per un attimo sospesi nell’aria trasparente e si riflettono negli occhi immobili e gonfi dei cavalli rinchiusi in minuscoli recinti, pronti per essere cavalcati e domati nella jeneteada del pomeriggio. Pecore belanti di lana sporca ammassate le une sulle altre, prossimi giocattoli nelle gare di tosatura dove striate di sangue e nude sfileranno sul palco, mute. Finti gaucho con il telefonino cercano zone di tranquillità per sottrarsi al gioco squallido che stanno giocando nel teatrino patagonico ritmato dalla musica e dalla voce metallica del presentatore che inebetisce la folla accatastata sulla tribuna dove è rimasto vuoto solo lo spazio riservato alle Autoridades. E più su, piantate sulla tettoia di lamiera, sventolano piccole bandierine triangolari blu, bianche rosse e gialle, sbattendo nel cielo i colori della Patagonia cilena che si apre immensa attorno a questo villaggio per diventare, lentamente, silenzio.

A circa 10 km dal paese, una fila di enormi pali di metallo, che corrono perpendicolarmente alla strada, taglia il vuoto di erba e cespugli secchi che soffoca l’orizzonte. Sui pali sono montati due anelli di metallo intrecciati a racchiudere il vuoto: è il “monumento al vento”, opera d’arte che può trovare esistenza e senso solo nell’apertura senza fine degli spazi patagonici dove il vento è tutt’uno con la terra e il cielo.

 

Punta Arenas

La città è ormai solo un nome vuoto, un simbolo desolato e sbiadito. Se mai qui c’è stato qualcosa di vivo, ora non c’è più. Anche la casa del parente di Chatwin è in vendita, a segnare la sconfitta anche del mito che ha avvolto la città per molti anni. Dalla sua gloria di punto d’attracco e rifornimento fondamentale per ogni rotta verso sud, della pesca, del commercio, delle balene, delle terre degli allevamenti dell’oro e del petrolio non è rimasto più nulla, solo un incrociarsi ordinato di strade deserte. In piazza Munos Gamero, di fronte al monumento a Hernando de Magallanes, una coppia di ragazzini ballano un tango silenzioso, alzando con i piedi polvere di lacrime mentre sulle panchine carezzate dagli alberi alcuni uomini stanno seduti fissando lo sguardo oltre i volti dei giovani ballerini e seguendo, con la severità dei loro occhi, la bellezza di un passato che non hanno vissuto e la durezza di un futuro che non vorrebbero vivere.

All’incrocio tra l’Avenida Jose Menendez e l’Avenida Chiloe, una donna grassa con i capelli risucchiati dal vento, vende dell’aglio che ha sistemato su una cassetta di legno. Guarda fisso davanti a sé il marciapiede crepato ed inutile, ma ci crede, crede in quello che fa e che questo sarà un giorno migliore di ieri o almeno non peggiore. Il trucco con cui si è decorata gli occhi è l’umile suo gesto di fede nella vita. Alcuni metri più avanti, un autobus della Bus-Sur diretto a Puetro Natales, attende, con le porte aperte, che qualcuno lo riempia, che la vita faccia il suo corso, che tutto si rimetta in moto.

Di notte, la città scompare, anche se il sole rimane alto nel chiarore blu del cielo. Un paio di persone per bar, locali bui e vili dove troneggia l’insegna luminosa della birra Austral, e il solito senso di fine, di lento sbiadire.

 

Sul Melinka.

Non riesco a capire come questa traghetto possa continuare a rimanere a galla. Hanno caricato un sacco di gente scatole macchine e camion nella più totale confusione. Al molo dell’imbarco sembrava di essere in qualche sperduto porto dell’ex Unione Sovietica. L’enorme scafo in secco della Kalahari toglieva profondità alla vista e le facce tristi delle persone, scure di povertà e rassegnazione, mi hanno riempito d’angoscia. E la pioggia, sempre, che disegnava cerchi di grigio sull’asfalto impolverato, una sorta di pianto, di pietà celeste per questo mondo che qui finisce con tristezza. Ma sono contento di aver lasciato Punta Arenas che mi ha riempito solo di desolazione. Non c’è niente per cui valga la pena restarci, forse solo il fatto di essere arrivato fin qui in fondo all’America, solo questo poteva avere una vaga importanza. Ma è qualcosa che scivola via subito, appena fa sera e quel poco di vita che chiazzava le strade, scompare, e tutto si riempie di vento. Il fascino di questa città sta tutto nel suo nome, un luogo di fantasia, di speranza, un altrove che deve rimanere tale per emozionare.

Una grossa nave da crociera ci passa davanti, con le sue fiancate bianche, pulite, taglia l’acqua in silenzio. Tutti escono sul ponte a guardarla, a riempirsi gli occhi di quella sagoma bianca e perfetta e della vita bianca e perfetta che custodisce. Sembra quasi che il cielo, laggiù, abbia aperto il suo velo grigio per illuminarla e renderla ancora più bella, quasi irreale. C’è chi alza in braccio i bambini perché possano seguirla nel suo lento svanire, perché nei loro giovani occhi rimanga per sempre quell’immagine, come uno spazio bianco di speranza in cui scappare e nascondersi quando la vita li metterà con le spalle al muro. Dopo un po’ rientrano nell’aria viziata e umida e appoggiano di nuovo i bambini sulle luride sedie di plastica del Melinka, e li coprono con i giubbotti sperando che si addormentino in fretta e continuino a seguire la scia della speranza.

Continuo a dondolare sull’acqua grigio-piombo dello stretto di Magellano, quasi cullato dal movimento regolare del traghetto e dal ritmo degli scricchiolii metallici dello scafo. Ancora un’ora e metterò i piedi su un altro mio sogno. Ancora un’ora, e sarò arrivato sulla Terra del Fuoco.

 

Tierra del Fuego

Sbarcare sulla Terra del fuoco è un’emozione lenta, che cresce dentro la testa e pompa sugli occhi, dall’interno. E’ qualcosa che ha a che fare con l’anima, con lo spirito. Il cartello che attende e saluta chi scende dal traghetto a Bahia Chilota, dà il senso del viaggio, di questo mio viaggio, potrebbe essere il titolo di un libro o di un film: “Bienvenido a la Comuna de Porvenir Prov. Tierra del Fuego – Chile”. E allora riesci a vedere il sole che si sforza di aprire il cielo anche se piove e fa freddo e una patina di squallore grigiastra ricopre l’attimo in cui esisti e ti chiedi se è proprio tutta qui la Terra del fuoco che tu invece immaginavi diversa, non migliore, ma diversa, resa splendente da libri film sogni e dall’urgenza di raggiungerla. Ma c’è qualcosa che sfugge da questo presente con cui comunque fai i conti, qualcosa che ti fa intravvedere ciò che succede al di là delle nuvole, che ti fa intuire il lavoro del sole e della bellezza del cielo azzurro che ti si pianterà negli occhi. Ecco, la Terra del fuoco è questa possibilità di fuga, uno spiraglio al di là del tuo esistere immediato: una speranza nel futuro, un essere proiettati, forse, al di là di se stessi. La Terra del fuoco è un invito a continuare, nonostante tutto, a non smettere di camminare, a non smettere di vivere.

Porvenir rimbalza di pioggia e di nulla. Quattro case messe in fila che lascio sfilare sulla mia destra, come fossero lapidi mute.

Mi fermo al ristorante Club Social Deportivo Tierra del Fuego, una baracca di lamiera scrostata ornata con una fila di lampadine colorate simili a quelle che facevano luccicare di tristezza le sagre paesane della bassa friulana, solo che qui sono spente ed ancora più tristi. All’interno c’è un buon odore di legna e un calore secco, denso, che esce dalla stufa di ghisa e che mi apre in faccia un sorriso infantile e mi toglie dalle ossa l’umidità. Nei gesti della signora che mi porta da mangiare ritrovo la serenità di un tempo lontano, una sorta di semplicità donata con disinvoltura, vissuta come qualcosa di non costruito, imparato, ma come una realtà che non poteva essere diversa, trasportata nel tempo dal passaggio di generazioni di uomini semplici e sereni. Al pannello di legno dietro al bancone, tra bottiglie specchi e fiori finti è appesa la pagina di un calendario in cui troneggia la figura di una donna bionda in costume rosso che sorride nella malizia di posa suggerita dal fotografo. Non ci metto molto a scoprire in quelle forme e lineamenti una somiglianza sbiadita con la signora che prima mi ha portato il piatto. Guardo la foto e guardo lei in un gioco a rimbalzo, in una sorta di messa a fuoco e mi convinco che sono la stessa persona. Quando rimetto gli occhi in faccia alla signora che sta sgomberando il mio tavolo, noto in lei una piega di orgoglio sopra gli zigomi: ha capito che ho capito. Forse questo è il gioco che la tiene viva, l’elastico che la riporta sempre a quella bellezza senza tempo, a quella pagina della sua vita fissata per sempre in un generico mese di marzo, senza l’indicazione dell’anno. L’associazione che i clienti fanno tra la donna della fotografia e lei, il tempo che ci mettono per sovrapporre immagine e realtà, segna il ritmo della sua vita, ciò che lega il passato al suo presente, una continuità di esistenza, la sua traccia nel mondo che viene ripercorsa e riletta sempre e di nuovo in quel marzo infinito.

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Un commento su “Andato in Patagonia, 3

  1. angela palmitesta
    10/05/2015

    Questo diario di bordo è davvero molto bello.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/05/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
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