perìgeion

un atto di poesia

Enrico Marià, Cosa resta

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di Alessandra Paganardi

«Posso vivere un giorno senza pane, ma non posso stare senza bellezza». Con queste stupefacenti parole Enrico Marià introduceva in una libreria milanese la sua nuova raccolta Cosa resta, alcune settimane fa. C’era un pubblico attento, partecipe, fra cui anch’io – in prima fila, cosa che non faccio molto spesso quando assisto a un incontro di poesia. In genere preferisco le ultime file, perché la poesia dà emozioni e le emozioni a volte è meglio non mostrarle, è meglio tenerle dietro l’eleganza di un paravento o di un velo: stare in ultima fila protegge, rende più liberi di lasciar trapelare sul volto quella luce o quell’evanescenza improvvisa, definitiva, che preferiamo tenere segreta, un po’ come gli antichi greci coprivano l’emozione suprema – il volto di chi muore. Ma stavolta non si poteva arretrare troppo: l’autore legge a voce bassa, come a non voler mai tradire il particolare pudore che sostanzia i suoi versi – un pudore che egli stesso, in un’intervista, definì “feroce”. Stare dietro le quinte, a una lettura di Marià, significa perdere molto dell’effetto di senso che i suoi versi danno, se letti e ascoltati a dovere. Nell’ascoltare ho rivisto i versi che conoscevo già, sono entrata nell’alchimia che ogni libro nuovo suggerisce a ogni lettore attento, come dire: ecco cosa resta, ecco la materia incandescente che la compagnia della parola mi ha portato a forgiare fino a qui. Ecco come vive dentro un poeta, quel poeta che siamo lì ad ascoltare, nella carta geografica introflessa che è la sua mente – le altimetrie, le isòbare, i gorghi, le terre e i mari. Poi, a casa, ho rivisto tutto con calma: e mi è parso di poter scegliere due testi chiave perfettamente complementari di quest’alchimia, di questo particolare momento della poetica di Enrico: uno è quello che apre la raccolta:

Tu carne,

anima, sangue,

il posto

più bello e lontano

dove sia mai stato.

L’altro, molto diverso (eppure sua ideale continuazione!), è

Vita, carne

a lembi strappata

in grida

di agonia

e preghiera.

 

Quest’ultimo testo si trova a pag. 60 – non a caso, dopo quello bellissimo sulle madri, sul corpo che si fa cibo per dare vita. E prima di altri testi belli «da far male», per dirla, intertestualmente, con l’autore. Belli perché, come quelli del precedente libro, dicono la verità, ma proprio per questo hanno un filtro che impedisce il mero sfogo: è il filtro dell’angoscia, compagna di vita e di versi per chiunque coltivi in sé poesia vera. E belli perché sono un ricamo straordinariamente sofisticato, che finisce con una trama sempre uguale: l’opera in nero, il campo semantico della morte spinto fino al «prendersi cura» di essa (pag. 61), con la suggestione della chiave di una rima sestina.

Impossibile difenderci

la vita non è altro

che della morte

Il prendersi cura.

O, sempre in chiusa:

[]…quando ti ho accanto

mi sento

dal lato opposto della morte

O ancora in chiusa:

tra le braccia di nessuno

impossibile pace

al nostro incessante morire.

 

Chiave di rime sestine inconsce, o ripresa di una ballata: c’è molto di medioevale nella personalità poetica di Marià, e molto poco di moderno. C’è la semplicità cercata del mezzo espressivo, la voluta assenza di effetti speciali. Viene in mente la casta nudità di un chiostro, la potenza del minio; pensiamo subito allo scabro colore bidimensionale di un’annunciazione, di una lectio, di un ritratto. Pensiamo anche alla salmodia di un gregoriano. Spesso queste poesie sono vere e proprie miniature, brevi ma complete: ognuna, come un mandala, ricapitola il libro. Eppure mai in maniera inattuale, ingenua. C’è una città vera – Genova, città non di nascita ma di formazione; Genova crudele come un eterno aprile, che continua a «dare acqua/per noi fiori appassiti»; e quest’acqua, in chiusa di libro, si cerca di trattenerla «con le mani a scodella», quasi a voler fare da testimoni alla vita che sfugge comunque e a tutti, sempre. C’è un’esperienza pregressa e conosciuta di marginalità che, pur certamente non esaurendo e non spiegando il libro, ne esalta l’autenticità, la vita. Aggiungerei, non ultima cosa, che le pagine di questo libro profumano di un’altra dimenticata eredità dei tempi di mezzo: la cortesia.

E poi, anzi prima di tutto, c’è la bellezza. Quella di cui nessun poeta riesce a fare a meno, proprio nella misura in cui sa crearla dal niente o dalle situazioni più impensate, più lontane e marcescenti. Dal letame, direbbe Fabrizio de André. Una bellezza che non esonda più nella pagina, come nelle prime raccolte, ma vi si raccoglie, come in una preghiera. E chiama a nuova poesia, il cui seme l’autore vuole indicarci già ora:

Tu, un ciliegio in fiore

incomprensibile perfezione

che in innocua –

ogni morte muta.

Enrico Marià, Cosa resta, Puntoacapo 2015

 

 

Enrico Marià è nato nel 1977 a Novi Ligure (AL), dove risiede.
È redattore di Puntoacapo Editrice, dove figura nello staff di CollezioneLetteraria. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (Puntoacapo Editrice 2010, II ristampa); Cosa resta (Puntoacapo Editrice 2015). Presente in numerose antologie tra cui Genovainedita (Galata 2007); Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona 2009); La giusta collera (Edizioni CFR 2011); Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (Puntoacapo Editrice 2012); Poeti di Corrente (Le Voci della Luna 2013); Cronache da Rapa Nui (Edizioni CFR 2013; Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo Editrice 2014); Bukowski. Inediti di ordinaria follia (Giovane Holden Edizioni 2014); Ad limina mentis (deComporre Edizioni 2014). Nel 2013 è stato inserito da Pordenonelegge nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni. Nel 2012 ha partecipato all’e-book scaricabile gratuitamente La droga: un’ispirazione? O l’ispirazione: una droga?. Suoi testi compaiono su riviste e nel web. Collabora con il blog “Corrente Improvvisa”.

 

 

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3 commenti su “Enrico Marià, Cosa resta

  1. leopoldo attolico
    10/05/2015

    Minimalismo ( inconsapevolmente ? ) sgambettato ; quantomeno gestito / prosciugato dal linguaggio che si propone come felice mezzo di comunicazione e non di incantesimo . E’ certamente un giovane da seguire e da incoraggiare .
    Sempre precisa ed esaustiva Alessandra Paganardi .
    grazie –

    Liked by 1 persona

  2. almerighi
    11/05/2015

    minimalista o completamente anemico?

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    • pagale63alessandra
      11/05/2015

      Forse per saperlo, possibilmente argomentando, bisognerebbe prima, come minimo, leggere il libro…

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 10/05/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , , .
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