perìgeion

un atto di poesia

Giorgio Galli, Il dolore slavo (su Ivo Andric)

Ivo-Andric

di Giorgio Galli

Schivo e autocritico, Ivo Andrić fu un artista sempre in bilico col silenzio. Attribuiva così poca importanza alle proprie poesie che smise presto di pubblicarle; ma continuò a scriverne, se l’ultima che conosciamo è datata 1973, due anni prima della morte. La poesia di Andrić precede e segue la sua opera di narratore. E’ un fiume carsico che attraversa tutta l’opera dell’autore, e che sarebbe sbagliato vedere come una “pausa” dalla narrativa, una riflessione nata nelle more della stesura dei suoi monumentali romanzi.

Andrić fu un uomo timido e buono. Eppure, i lettori del celebre Ponte sulla Drina ricordano il terrore suscitato dalle quasi trenta pagine in cui si raccontano la tortura e l’impalatura di Radisav, l’operaio ribelle alla costruzione del ponte. Andrić vi si addentra con raccapricciante dovizia di dettagli. Come poteva una natura umana così fragile sopportare fino in fondo il peso di un simile orrore? E’ proprio la sua poesia a darci delle risposte. Una poesia fatta di temi elementari, Dio, il dolore, il destino; che nella sua semplicità ricorda le Rubʿayyāt di Omar Khayyām, ma di un Khayyām più concentrato sul soffrire che sulla saggia accettazione dell’ineluttabile. Nella declinazione poetica di temi elementari e universali, Andrić è al polo opposto del fatalismo immaginoso di Khayyām. Gli è complementare.

E’ una poesia, quella andriciana, affondata nelle atmosfere, nei ritmi, nella lingua primordiale delle ballate popolari balcaniche, ben note all’Europa ottocentesca e a noi completamente sconosciute. Nato nel 1892 e morto nel 1975, Andrić visse tra due guerre e una dittatura. La sua esistenza è incastonata tra questi eventi come da una gabbia. Ma in questa gabbia, il poeta fu animale mansueto. Animato in gioventù da un sogno pacifista e socialista, conobbe immediatamente la prigione e la delusione. La sua prima raccolta di poesie, Ex Ponto, trae il suo nome ovidiano dall’isolamento del prigioniero Andrić, che in carcere la compose. Eppure, egli non si mosse mai dalla sua Bosnia, il suo tragico “fazzoletto di terra”. Si immedesimò nel patrio destino quasi fosse egli stesso una pietra della sua terra. Pietra è parola ricorrente nella sua poesia. In lingua slava si dice Kamen, vocabolo nel cui suono sentiamo la pesantezza, l’antichità solenne e sofferta della pietra. Ed è petroso il dolore dei suoi versi, un dolore che non conosce ribellioni. Andrić registra un destino collettivo fatto di morte e sconfitta; un destino personale votato alla solitudine; registra l’ansiosa tensione verso un Dio che non risponde, un Dio assente. Ma non tenta di parlare con Lui. La Sua assenza è un dato di fatto, duro e immobile come la pietra. Andrić sente la presenza di Dio, ma non Gli si affida:

Come un pellegrino di Dio,

Cerco e solo onoro

La morte

Che è

Pace, Credere, Sposa, e l’inabissarsi

Di ogni sogno di salvezza.

Perfino il sogno non è liberazione. E’ un sogno intinto nella malinconia, un sogno senza desiderio e senza attesa:

Così questa è la vita. Queste le ore del destino.

Questo il sogno tanto atteso

Con in sé l’oblio del respiro.

L’orizzonte rimane vuoto. L’unica realtà è

Il canto della miseria,

Della fame, del forsennato dolore che da sempre colma

Terra e mare.

E’ come se, per Andrić, tutto fosse già stato. Gli unici fremiti, nella sua tesissima desolazione, sono rivolti al passato:

Oh, lunghi anni di giovinezza

Pieni di raggi di sole,

Pieni di pensieri e di vittime

Della stregata pietra natia!

Il presente è fatto di solitudine:

Grande è il mondo, il fardello e il tedio. E’ notte

Fonda. L’uomo è solo.

Nel futuro, Andrić non vede che il nulla:

Che mai ricordino il mio nome,

E la tomba mia ignota l’erba copra

E che in estate – per i bambini sconosciuti

Vi cresca il celeste fiore dell’oblio.

Ancor giovane, Andrić sente che è tutto alle spalle, e chiede, ripete di volere solo oblio: vuole esser nulla nella memoria del mondo, ma vuole essere nulla anche a se stesso, e dimenticarsi:

Ho vissuto, il mio tempo è trascorso. Invoco Iddio

Una stilla di oblio finché respiro.

Non bisogna, però, credere che questa poesia consista solo in una “presa diretta” di uno stato interiore desolato. La poesia di Andrić non è meno epica che lirica. La sua agitata rassegnazione è rappresentativa di tutto un popolo. La lingua elementare, il ricorso a stilemi popolari ne sono un segnale. L’epos balcanico, diversamente di quello occidentale, è un epos della sconfitta. Karadjordje il Nero è il re che ha portato il suo popolo alla sconfitta perché doveva farlo: il suo destino era difendere la cristianità, senza riuscirci. La più epica battaglia della storia balcanica, quella di Campo dei Merli, è una battaglia persa. Inequivocabili suonano le parole dell’amico scrittore Miloš Crnjanski: “Scrivendo del dolore e avendo pudore delle lacrime, Andrić ha descritto la nostra anima slava”.

Pudore delle lacrime: perché, per quanto esplicito, il lamento del poeta bosniaco è sempre asciutto. Nel suo anelito all’oblio, egli sembra confondersi con l’anima stessa del suo popolo. E’ evidente la differenza fra il suo uso del canto popolare e quello, ad esempio, di Marina Cvetaeva: la poetessa russa attingeva al canto popolare come a un serbatoio per le sue sperimentazioni; per Andrić nessuna sperimentazione è possibile, alla sua poetica non è concesso alcun individualismo, persino il canto per lui è accettazione dell’esistente.

L’orizzonte espressivo di Andrić non è un orizzonte scritto: immagini, ritmi, temi, parole ricorrenti provengono dal risonante mondo della tradizione orale. Nemmeno la traduzione offusca la tendenza andriciana alla gola spiegata, alla voce stentorea degli aedi. La musica che il lettore straniero non può percepire nel testo, risuona con forza irresistibile intorno al testo. E’ la musica dell’epos orale filtrata -ma di poco- dal senso della misura del frequentatore di classici latini e greci. Il mondo di Andrić è un mondo che ha le radici al di fuori della scrittura. Se paragoniamo le sue poesie alle ballate popolari tedesche raccolte da Arnim e Brentano in Des Knaben Wunderhorn, ci accorgiamo subito che, per quanto arcaiche, le liriche tedesche sono più razionalmente filtrate, sono frutto di una “mente scritta”, di una cultura cioè che ha interiorizzato l’analiticità intrinseca alla scrittura alfabetica. Le radici di Andrić sono pre-alfabetiche e pre-scritte.

A confermare la matrice non-subiettiva di questa poesia, quasi nulla affiora della vita personale del poeta. Prendiamo due liriche, Nel mese di marzo e Il sogno di Maria. Nel mese di marzo recita:

Quella vecchia e nota bellezza di cose terrene

Ed il misero splendore di tutto quel che passa

Non tocca più il mio sguardo. I giorni

All’ambasciata non portano i segni di quelli

Poveri e vuoti di un tempo.

Ad occhi aperti sogno il commiato

Del breve incontro.

Maria che guarda col capo chino

La mia partenza per un lungo viaggio

Avvolto nella nebbia;

Il mio mantello bagnato e pesante

La mia strada senza ritorno. Il pianto di Maria.

Quella minuscola nota misura di cose terrene

Ed il misero splendore del tutto che passa

Non tocca più il mio pensiero.

E la seconda, Il sogno di Maria:

Io non ho mai visto il Tuo volto,

Ma tutta la luce del sole,

L’unica che illumina il mio cammino

Arriva dalle Tue mani.

Il destino. Gelo, vento e timore.

Un solo felice messaggio nel mio angolo

Arriva dalla Tua bocca.

L’addio del passato è con le tenebre e l’oblio.

Per un solo istante

L’anima mia fu sul punto di scorgerTi

Ma trepidava.

La vita così è trascorsa.

Mai ho visto il Tuo volto.

Di cosa “parlano” queste poesie? D’amore? Di religiosità? La biografia del poeta -che è una non-biografia per la tenacia con cui il poeta l’ha nascosta- non ci aiuta. Non conosciamo l’occasione da cui sono scaturite queste poesie. Ma ne sentiamo la lancinante evidenza, la ieratica concretezza affidata a un vocabolario -e a un repertorio d’immagini- orientale.

E torniamo alla domanda iniziale: come poté un uomo candido come Andrić dar vita alla rappresentazione, traumatizzante ed esatta, di una tortura? Poté farlo per il suo legame radicale, pre-razionale e orale, con la sua terra. I testi di Andrić risuonano: dietro ogni testo ci sono altri testi non scritti, a cui il poeta si dispone con lo stesso atteggiamento che ha verso il dolore e la morte: prono, disperatamente passivo, una pietra fra le pietre della sua terra. L’atteggiamento di un essere comandato ad andare incontro all’orrore come Karadjordje il Nero.

E, al di là del valore poetico, il valore etico che la poesia di Andrić ci trasmette è quello di un attaccamento non equivoco alle radici, di un attaccamento alla tradizione intesa come repertorio di canti, come ispirazione e aspirazione alla forma, una forma che non redime ma che nemmeno offende, perché inscenando l’orrore del pianeta invita tutto il pianeta a una gloriosa, slava fraternità nel dolore. L’altro esempio che Andrić ci offre è quello di una integrale coerenza con la propria vocazione, di una coesione tematica e linguistica degna di Omar Khayyām, testimoniata ancora nel 1973 dagli ultimi suoi versi conosciuti, che con scarnificata semplicità delineano il sogno di un paradiso non paradisiaco, senza nulla di divino, un ennesimo sogno senza approdo dove la terra è il buio e l’unica luce coincide col morire:

Né dei né preghiere!

A volte però sento

Un bisbiglio in me simile a una prece.

L’eterno e sempre vivo desiderio

Si risveglia nell’anima

E in silenzio chiede un po’ di spazio

In uno degli sconfinati giardini del paradiso

Dove alfine troverei quello

Che invano ho qui cercato:

L’immenso, l’infinito, l’orizzonte chiaro,

Un po’ di libero respiro.

Tutte le citazioni sono tratte da: Ivo Andrić, Poesie scelte, a cura di Stevka Šmitran, Le Lettere, Firenze, 2000

Il sito di Giorgio Galli è: La lanterna del pescatore

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9 commenti su “Giorgio Galli, Il dolore slavo (su Ivo Andric)

  1. almerighi
    18/05/2015

    La generazione del secolo breve, quella che ha visto sangue scorrere a fiumi, che ha sentito fame e dolore. Tenacemente attaccata alle proprie radici in quanto unico elemento di distinzione da un mondo che altrimenti avrebbe travolto ogni minimo senso di appartenenza.

    Né dei né preghiere!

    A volte però sento

    Un bisbiglio in me simile a una prece.

    Un autore dal valore indiscutibile. Grazie a Giorgio Galli per questo ottimo post.

    Mi piace

  2. francescotomada
    18/05/2015

    Un bellissimo articolo su uno degli autori che in assoluto mi hanno formato di più.
    Grazie.

    Francesco

    Mi piace

  3. Giorgio Galli
    18/05/2015

    Grazie ad Almerighi, e grazie a Francesco Tomada e alla redazione di Perìgeion per avermi dato l’opportunità di parlare di un poeta che mi circola nelle vene.

    Liked by 2 people

    • francescotomada
      18/05/2015

      Non solo nelle tue.
      Ne hai parlato benissimo. Si percepisce quando qualcuno unisce competenza e affetto.

      Francesco

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  4. ninoiacovella
    20/05/2015

    Grazie a Giorgio Galli per avermi fatto conoscere questo poeta.
    Davvero un bell’articolo.
    Nino

    Liked by 1 persona

  5. anna
    27/05/2015

    Anch’io ringrazio molto Giorgio Galli per avermi indicato una necessità di lettura e per la cura che sa mettere nel presentare un autore, nell’interpretarlo.

    Liked by 1 persona

  6. christiantito
    28/05/2015

    Grazie a te Giorgio, anche da parte mia. Christian

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  7. Giorgio Galli
    15/06/2015

    Grazie a voi.

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  8. Giorgio Galli
    30/09/2015

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatoree ha commentato:
    Riprendo, a distanza di qualche mese, una mia riflessione su un poeta la cui “musica” mi appartiene interamente, e colgo l’occasione per ringraziare ancora la redazione di Perìgeion che la ha ospitata.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/05/2015 da in poesia serbo-croata, saggi con tag , , , .
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