perìgeion

un atto di poesia

The Walking Dead

 

walking dead

di Alessandro e Davide Garlaschi

 

Si è conclusa lo scorso 30 marzo la quinta stagione del serial The walking dead, che risulta essere una delle più seguite dal pubblico statunitense (la stagione appena terminata negli USA ha realizzato mediamente 14 milioni di telespettatori a puntata), vantando un largo seguito anche in Italia. Giova ricordare come il successo di TWD non è stato costruito dal nulla, poiché la serie televisiva si basa sulla pubblicazione mensile a fumetti edita negli Usa a partire dall’ottobre 2003 dalla Image Comics e partorita dalla mente del fumettista e stelle e strisce Robert Kirkman. Quest’ultimo figura di fatto anche come produttore esecutivo del serial che, sebbene segua le linee narrative principali della versione cartacea, tuttavia se ne differenzia sensibilmente, introducendo anche personaggi del tutto inediti. In realtà, oltre a rappresentare il fondamento per la versione di “celluloide” di TWD, il fumetto ha costituito la base anche per l’omonimo videogame, sviluppato da Telltale Games e pubblicato a partire dal 2012. Il gioco, che si compone di 10 episodi suddivisi in 2 stagioni, quasi a voler ricalcare la periodicità tipica della serie televisiva, si presenta come un’avventura grafica che, da un punto di vista estetico, ricorda molto da vicino le tavole del fumetto. Sebbene la cornice narrativa sia la stessa della versione cartacea e di quella televisiva, con i protagonisti intenti ad affrontare il medesimo ”outbreak” zombie, il videogame racconta le vicissitudini inedite di altrettanto inediti personaggi, aggiungendo quindi un nuovo punto di vista sull’intera vicenda. Inoltre, a decorrere dal 2012, si è aggiunta una serie di quattro romanzi (L’ascesa del governatore, La strada per Woodbury, La caduta del governatore, La vendetta del governatore), tutti incentrati sulla figura del primo formidabile “antagonista umano” del gruppo di sopravvissuti, “il governatore”.

Gli appassionati del filone “post-apocalittico con contorno di zombie” hanno indubbiamente salutato la prima stagione del serial tv, che risale al 2010, come un felice ritorno all’iconografia del morto vivente nei modi in cui fu concepito da George Romero, padre dello zombie moderno fin dai suoi esordi in Night of the Living Dead (1968): il morto che cammina si presenta come un creatura tanto spaventosa quanto lenta, impacciata e inconsapevole, guidata solo da un cieco istinto alimentare. Un guscio vuoto, insomma, trasformato in uno specchio distorto dei vizi peggiori della società americana e occidentale capace, come nel successivo Dawn of the dead (1978), di ritornare compulsivamente al centro commerciale anche da cadavere.

La lentezza dello zombie romeriano, che a livello visivo costituisce uno dei tratti caratteristici del sottogenere e che viene ripresa con indubbia efficacia in The walking dead, sembrava essere stata negli ultimi anni accantonata, a favore di zombie di nuova generazione, sempre più veloci. Il primo esempio era stato, in anni recenti, 28 giorni dopo (2002), di Danny Boyle, (per la verità in questo i mostri erano malati di una particolare forma di rabbia e non si trattava quindi di cadaveri risorti nel vero senso della parola) ed è stato seguito da una serie di altri titoli, fra cui il recente e inutile World war Z (2013), tratto malamente dall’omonimo romanzo di Max Brooks, forse il migliore prodotto letterario sul genere. Abbiamo specificato “in anni recenti” perché il primo Autore che ha sviluppato un tipo di zombie corridore è stato l’italianissimo Umberto Lenzi nel suo Incubo sulla città contaminata (1980) sebbene, per amor di precisione, anche in questo primo esempio della variante non si trattava di morti risorti ma di individui contaminati dalle radiazioni. Evidentemente l’alternativa zombie lento/corridore non è secondaria perché, con la seconda versione, si possono attenuare parecchie situazioni angoscianti a favore di un esito più “action” della vicenda, che non manca di rimandi al mondo videoludico dove, non a caso, è esploso il sottogenere survival-action horror, in cui una delle componenti principali è costituita molto spesso dalla velocità d’azione.

Il morto che cammina si rivela da sempre anche come un formidabile catalizzatore dei più terribili istinti degli umani sopravvissuti i quali, trovandosi in una condizione estrema, giungono a compiere le peggiori atrocità, senza avere l’attenuante dell’inconsapevolezza delle loro azioni, che invece possiamo tranquillamente concedere ai cadaveri ambulanti. L’apice di questa crudeltà “tutta consapevole” è resa con un’efficacia, che a nostro parere nel genere non ha precedenti, proprio in The Walking Dead dalla rappresentazione della comunità di Terminus, il centro verso cui tendevano tutte le linee narrative della seconda parte della quarta stagione e che si rivela essere un covo di cannibali “umani”, che hanno deciso di continuare a vivere mangiando, loro sì senza attenuanti, gli altri sopravvissuti.

Concentrandoci sulla quinta serie pare evidente riscontrare una certa stanchezza nello sviluppo narrativo dove i personaggi, dopo la fuga dalla trappola di Terminus, sono sembrati vagare a caso, accompagnati da dialoghi non sempre all’altezza (Carol, uno dei personaggi più amati dal pubblico, che continua a ripetere “We are what we are, we do what we do”, sinceramente ci ha stancato “a morte”, tanto per restare in tema…). Di certo è parsa una scelta coraggiosa da parte degli sceneggiatori la morte di Tyreese nella prima puntata dopo la pausa, che segue immediatamente la dipartita di un altro personaggio importante, sebbene forse non fra i più amati dal pubblico, vale a dire Beth. Se uno dei marchi distintivi della serie, fattore che spesso getta scompiglio fra i fan, è il coraggio degli sceneggiatori di rinunciare a personaggi importanti facendoli morire senza alcuna remora, non si era mai vista una doppia uscita di scena così ravvicinata e quindi inaspettata. Le due puntate successive ci sono sembrate discontinue: più lenta e riempitiva la prima, decisamente più vivace e foriera di novità per lo sviluppo dell’ intreccio la seconda. Negli episodi seguenti il gruppo giunge infine alla città di Alexandria dove, pur tra incomprensioni e problemi, non mancherà di evidenziarsi l’attitudine alla leadership di Rick. Sullo sfondo si delinea una nuova minaccia: un’altra comunità di sopravvissuti che sembra particolarmente pericolosa; chiaramente sarà questo il tema di fondo della prossima serie. Del resto che le linee narrative rischino di ripetersi è evidente a chi ha già letto il fumetto, che racconta vicende molto più avanti sulla linea del tempo, ed è forse insito nel dna stesso del sottogenere. Le serie post apocalittiche con contorno di morti viventi si basano, da sempre, su due schemi narrativi ricorrenti: scontri umani-zombie e combattimenti fra gruppi di sopravvissuti. Anche le ambientazioni sono riconducibili a tipologie frequenti: città devastate/zone rurali desolate e situazioni di assedio o “on the road”. In effetti i nostri le hanno esplorate già tutte… Sapranno, i creatori della serie, inventarsi qualcosa di nuovo? Poco importa: tanto alla fine lo guarderemo lo stesso. Per noi sono irrinunciabili le immagini delle città desolate e devastate, con fogli di giornale che rotolano annunciando l’apocalisse e le strade di campagna dove, accanto alla macchina dei sopravvissuti, cammina un mostruoso spaventapasseri, diventato parte integrante del paesaggio ed evidente specchio del povero sopravvissuto umano, al punto che non si riesce più a capire chi, fra i due, sia a conti fatti “il morto che cammina”.

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Un commento su “The Walking Dead

  1. almerighi
    28/05/2015

    Seguo la versione televisiva di The Walking Dead fin dalla primissima puntata, una sorta di parabola di un nuovo medio evo senza più elettricità, comunicazioni, qualsiasi cosa che rendesse gli standard della vita attuale (mi manca tanto il mio vibratore, dice a un certo punto un personaggio nella prima serie) il fatto stesso che dopo morti tutti si trasformino in zombie significa che anche i cosidetti sopravvissuti sono già portatori latenti di un destino segnato, infatti a chi è loro caro appena morto, i sopravvissuti pinatno un puntruolo nel cervello, una sorta di palo di frassino per i vamiri. The Walking Dead ha toccato l’apice probabilmente nella terza stagione, quando, ha dimostrato appieno lo stato della stupidità umana. Il mondo è finito pochi si dibattono per sopravvivere, ma trovano tempo e modo di distruggersi tra loro in una rivalità senza quartiere. L’episodio finale delal prima parte delal quarta stagione è un’icona di questa stupidità, piuttosto che divdere spazio e risorse disponibili per tutti, preferiscono scontrarsi. Risultato, una comunità distrutta, l’altra dispersa, e la prigione, sorta di monastero di Monte Cassino, distrutta e invasa dagli zombies. C’è da meditare.

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Questa voce è stata pubblicata il 27/05/2015 da in recensioni, serie televisiva con tag , , .
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