perìgeion

un atto di poesia

La poesia dell’eco

Marco-Furia

 

 

 di Giovanni Infelíse

M. Furia, Scritti echi, Associazione culturale “LaRecherche.it”, e-book n. 179, aprile 2015.

(www.ebook-larecherche.it)

Nell’esperienza poetica il nesso vita-arte emerge essenzialmente dalla constatazione del ruolo sussidiario dell’arte rispetto alla vita.
Un ruolo attraverso cui ha compimento l’azione del poeta, pronto a cogliere quelle variazioni dello spirito che sono le orme inconfondibili di un ripetuto passaggio tra le impervie e a volte oscure manifestazioni del mondo reale e i segni di quel versante onirico in cui pure si agita la sua coscienza.
Un versante che prefigura un’idea del sentimento come archetipo di un animo proiettato costantemente verso il proprio enigma dal quale recuperare una dimensione espressiva in grado di decifrare i lineamenti della sua architettura, ma anche di accettarne l’elusività che lo contraddistingue proprio in quanto mistero.
La vita, sembra suggerirci il poeta, è un tracciato cromatico, «un racconto dell’anima» inestinguibile, è chiarezza e oscurità dei suoi caratteri/tratti in parte trasmessi e in parte – per naturale via – appresi nella varietà linguistica che li caratterizza come ‘qualcosa’, come luoghi «scritti», «solfeggi», «insonnie» in cui pure «il sogno si mostra» nei «lineamenti inconsueti» di un disegno quasi dimenticato.
Tracce di un graffito il cui contorno si legge come ciò che ‘sta scritto’, che introduce e conclude, in un segno tangibile, ciò che va e ritorna negli «echi» profondamente impressi nel cuore e nei ricordi rimasti troppo a lungo opera incompiuta.
La scrittura dipinge, in questi versi di Marco Furia, l’immagine della ‘parola’, la sua «buia / rilucente cadenza», il suo ripetersi insistentemente tra altre parole dai «lineamenti / insondabili», negli accenni vivi di un «silenzio / musicale», ma anche in un «celarsi al mondo» attraverso l’uso di una sorta di «lingua muta» ai più sconosciuta.
Dunque, non ‘scritti d’occasione’, ma resoconto in scrittura di tratti-estratti-per atti della coscienza e per mezzo della scrittura poetica tramandati: qualcosa di fissato ed etereo, impresso, inciso negli elementi e, infine, cantato in versi.
Fenomeni acustici e visivi, «echi» in cui i suoni tornano a essere uditi e i colori ri-tratti a partire dalle sfumature di cui ornano l’immaginario, i pensieri, le percezioni e la stessa commozione nel riscoprire un’origine lontana; tornano esattamente nel punto da cui sono partiti, ma riappresi separatamente quale riflesso di un luogo distante eppure prossimo, ma appena percepibile.
La poesia è qui luogo di ripetizione – di ripetizione musicale secondo una geometria della ragione o visione del suono –, armonica ripartizione dei diversi componenti di un unico corpo fatto di luce, di calore intenso, di suono, è «euritmico riverbero / richiamo / sinfonico che parla / e un sogno cela / mostrandolo in istanti / gai, illesi», è il tentativo di ri-produrre mediante l’eufonia delle parole – per mezzo di una loro minima intensità – la valenza evocativa di cui si servono per restituire le immagini di «echi» più remoti in un concerto di voci e suoni simili a «sinfonici bagliori», a un «selenico linguaggio» quasi «sonnambulo riverbero» o fluido «arpeggio», esecuzione musicale mediante la quale la creazione dei suoni appare successiva e non simultanea, quasi che i versi fossero «non udibili impronte», ma riflessi di una inflessione schiva e cadenzata.
Immagini autentiche e, al tempo stesso, indeterminate come l’utopia che le anima dal profondo e, forse, proprio per ciò poetiche reminescenze, «echi», appunto, che rispondono alla necessità di un ‘séguito’ o che rimandano a un «saltuario ritornello» di fatti particolari, istanze e sollecitazioni dell’animo incoercibili.
Una ricorrenza, insomma, che non varia nel corso delle composizioni poetiche pur assumendo di volta in volta sfumature impossibili, spinte repentine dello sguardo che giunge a toccare il profondo paesaggio naturale e interiore dell’immaginario, istanti di contemplazione che introducono stasimi nell’insonne mondo notturno fatto di sequenze, altrimenti indistinte, di un’eco che ritorna con la sua «enigmatica impronta», nel suo «acustico coagulo», in una «canzone» quasi dimenticata, nel segno lieve e lineare di un «pentagramma / generato» (moltiplicato) «dall’intimo silenzio», da una «intensa armonia» della parola chiarificatrice pronunciata sottovoce quasi fosse la prima luce di un nuovo giorno da ‘scrivere’.
 
La luce
nitida si diffonde,
dalle gioie
del terso cielo, lustri
indenni muti
discendono i colori
e repentini
tingono tutto il mondo:
il giorno è come
un cromatico incanto
che la buia
notte, ingenuo, dimentica
e pur cede
al tacito tramonto
roseo suono
che si disperde, tenue
[…] .

Ma nei «nitidi riflessi / […] d’aurora / […] non rivela / il Sole la sua regola / le trame / del suo splendido enigma», silente attraversa dall’interno il labirintico giardino dell’anima, la forza dei suoi suoni e dei suoi colori, dei suoi «aromatici ritmi» e tutto ciò che in esso coglie di maestoso e di cui insieme alla notte scrive, avvolgendo col suo «cosmico linguaggio / d’astro chiaro» qualunque cosa, sovvertendo e sconcertando, intimidendo e al tempo stesso aprendo incessantemente allo stupore e alla vita ogni essere risvegliato dall’eco dei suoi barbagli e più in là quietato dalla tenue sua luce all’imbrunire.
Poesia ecoica si potrebbe dire se non fosse che, dal punto di vista formale, non sono esattamente riscontrabili le caratteristiche di tale genere di componimento a cui pure si accenna giacché le ‘domane’ esistono anche se visivamente è omesso il segno di interrogazione (scelta peraltro conforme a un’istanza stilistica ben consolidata, semmai allusiva, che caratterizza la poesia di Marco Furia), così come pure le ‘risposte’ alle interrogazioni contenute nei versi. L’accenno – perché solo di questo si tratta – è fugacemente (imprudentemente?) ipotizzabile in: «attimo [?] dopo attimo» (p.4); «sogno [?] di sogno» (p. 6); «che esiste [?] e non esiste» (p. 12); «senza tempo [?] nel tempo» (p.20) e così via.
E che dire della Ninfa oreade del monte Elicona, personificazione del fenomeno fisico dell’eco che, con la sua ‘loquacità’, tratteneva Giunone impedendole di scoprire gli amori furtivi di Giove? E della punizione che questa le inflisse per essere stata oggetto di sollazzo? Forse che dal castigo a non poter parlare se non interrogata e, nel rispondere, limitarsi a ripetere le ultime sillabe della domanda che le fosse stata rivolta, si possa dedurre la sofferenza e la solitudine di Èco? E del suo amore per Narciso al quale faceva giungere all’orecchio le ultime sillabe delle parole da lui pronunciate, senza potergli rivelare l’amore che aveva per lui?
Analogamente le parole del poeta sono «immoti echi / sentinelle d’un sogno», ‘brandelli’ di vita che risuonano come un lamento a cui non è concesso di esprimere compiutamente il sentimento che le suscita.
Così accade che, in un «acqueo soffio aromatico», una «nube incombente / che già un’eco / non udibile effonde / e minacciosa / il suo tacito suono / addensa, scuro», renda quelle parole un limite a cui soggiace la solitudine quando diventa materia inesprimibile, mormorio di una fine, balbuzie del cuore, espiazione di una colpa frutto dell’ingenuità o, forse, figlia di una devozione muta.
Tutto è così ridotto a riflessi, stati d’animo, fotogrammi estratti dal caos di «effimere pellicole» e dunque istanti che generano una meraviglia muta nella quale «né parola / né canto» hanno parte in quel che appare come un «silenzio enigmatico».
L’attenzione è come trascinata ritmicamente entro un’«armonica leggiadra» di semplici oscillazioni in cui è possibile assistere alla scomposizione di qualunque fenomeno che irregolarmente appare per poi sottrarsi repentinamente, sia esso suono, movimento luminoso, immagine.
Tutto sembra voler essere racchiuso in locuzioni oniriche giacché «il sogno nasconde / e rivela / le vivide, intatte / parole / di fulgidi incanti / improvvisi», spasmi di luci e ombre, frammenti di pensieri che hanno in sé il fascino di un’armonia grata ai sensi, riconducibile a una melodia che vuole essere pensiero musicale che li vivifichi incessantemente, una melodia che avvince e sorprende con la sua compiutezza, con un fare incalzante e (secondo l’accezione corrente nella linguistica moderna) con una successione ritmica i cui tratti prosodici segnano le relazioni tra i suoni nella catena parlata, una «prosodia subitanea», improvvisa, istintiva, un «cenno / repentino / metrico, non udibile / richiamo / zitto, insonne ricordo / che pure dice».
La meraviglia è lo stato più consono entro cui racchiudere il senso di una partitura non scritta dei versi per loro natura «evanescente sogno», ma vivi di un fuoco che incanta e improvvisamente si estingue lasciando una ferita che è il segno manifesto del loro passaggio, di un «amorevole enigma», del loro esistere nella provvisorietà di una scrittura che sia istante, fulgore, oscurità, ragguaglio di un «iconico silenzio» che pervade intimamente come eco che più non abbandona; versi di amore e discordia, «melodici, solleciti / custodi / dell’enigma che tutto / e nulla dice».

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Questa voce è stata pubblicata il 05/06/2015 da in ospiti, poesia italiana, saggi con tag , , , , .
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