perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 5

 

pata9

di Pericle Camuffo

scarica il pdf di Andato in Patagonia

 

*

1 febbraio. Puerto Deseado. Santa Cruz. Argentina.

 

Oggi ho corso per 380 chilometri su strade che diventavano sempre più inutili. Lunghe colonne d’asfalto schiacciate sulla terra arsa e scavata dai sassi. Lungo la 281 ci sono dei tralicci di cemento che portano i cavi dell’elettricità. E’ la prima volta che li vedo in quest’Argentina fatta solo di generatori diesel. Accanto a loro corrono i binari arrugginiti del Ferrocarril Patagònico, binari che non vibrano più, direzioni ormai deserte di una ferrovia abbandonata troppo presto. Rovine di stazioni e caselli di cemento grigio danno il solito senso di trascuratezza, di conquista, di movimento.

Arrivo a Puerto Deseado dopo 4800 km di viaggio. E’ un altro posto anonimo dove lo schema urbanistico argentino si ripete, Avenida San Martin e tutto il resto, cani ragazzini auto scarburate ed elaborate, negozi sbarrati e hotel abbandonati. Eccolo qui, “El paraiso en tus manos”.

Mi ha colpito la flotta di pescherecci all’entrata del paese, ormeggiati tutti in fila, bianchi e rossi, imponenti, che sanno di lavoro, di sudore e di sale. Se fossi un pescatore vorrei esserlo qui, tra quelle lamiere spesse scavate dalla ruggine, dove l’uscita in mare è ancora avventura che si rinnova ogni giorno, dove mettere la prua verso l’Oceano dà ancora brividi sotto pelle, muove paure e sfide ancestrali.

Il resto è poco o nulla, le solite escursioni organizzate, pinguini, cormorani e leoni marini.

Prendo una camera all’hotel Los Acantilados, un po’ cara ma non male. L’hotel ha una bella vista sull’estuario del fiume Deseado che non è un rio ma una ria, mi hanno detto, perché un sacco di tempo fa il fiume si è ritirato ed il suo alveo è stato invaso dal mare. Questo è, come dimensioni ed estensione, il secondo porto naturale al mondo. Non mi hanno saputo dire qual è il primo. Io lo ignoro.

Luci di navi lente che risalgono la corrente vengono assorbite dalla forza del tramonto, scompaiono nel rosso del cielo, disperse dal vento e dalla piattezza del paesaggio che si estende, vuoto, nel nulla della notte. Seduto nella sala tv dell’albergo, tra caminetto, poltrone e moquette blu, con un pessimo quadro appiccicato alla parete che ritrae un tramonto irreale, bevo una birra aspettando che il sonno mi abbracci e mi faccia dondolare come le navi ormeggiate al molo qui di fronte, mentre le luci di questo paesotto sbocciano timide nella notte come fiori bambini che hanno paura del buio.

 

*

2 febbraio. Verso Sarmiento.

 

La grotta di Lourdes, all’uscita di Puerto Deseado, non è una grotta ma uno spiazzo di pietra circondato da pareti alte e seghettate agghindate a festa dai mille colori dei santini votivi. Una macchia di pace dedicata alla Madonna. Un cartello ornato di fiori raccomanda: “Peregrino: tu nombre està nel corazon de Maria, no lo scriba en la gruta, cuidà la limpieza de este meravilloso lugar”. E sotto, con lo spray bianco, il nome del solito idiota, che in questo caso di chiama Carlos.

Comodora Rivadavia è solo un pieno di benzina, un tramezzino e una pisciata. E’ cambiata la provincia. Sono di nuovo nel Chubut, con controllo di polizia e tutto il resto. Ed è anche cambiato qualcosa nella vita di questo viaggio. Non so ancora cosa sia, ma ho sentito il crepitio della frattura.

Scappo da Comodoro per tuffarmi nell’universo lunare della zona intorno a Sarmiento, dove i colori sono fatti di purezza, e si sente ancora la pressione immensa dell’oceano che ricopriva questa terra, prima di scomparire e lasciare un’infinita vasca da bagno ricoperta di erba in cui sale e scende questa linea d’asfalto, la 26, che divide mondi piatti e gialli di orizzonti aperti e cieli un po’ grigi.

 

Don Chiquino

Ad Esquel, in Av. Ameghino 1649, c’è la trattoria “Don Chiquino. Pasta y magia”. Appena seduto al tavolo, il proprietario mi porta un paio di quei giochini di legno incastrati e attorcigliati da cui non riuscirò mai a venirne fuori e che solo mi fanno incazzare. Cerco di rifiutarli, ma lui insiste con un sorriso di sfida ma tutto sommato bonario, innocente. Accetto i giochini e mi guardo un po’ in giro facendo finta di lavorarci sopra, di riuscire a risolverne almeno uno. Le alte pareti del locale sono asfissiate da ogni tipo di oggetto: targhe di metallo, attrezzi agricoli, tubi, porte di legno o un mare di altre cazzate, alcune appese anche al soffitto. Il cibo non è male e il vino rosso della casa frizza nella testa.

Quando ritorna al mio tavolo, Don Chiquino non può far altro che constatare il mio fallimento e mi risolve in un attimo i giochini, ed io non posso fare altro che dire “Ah, però!?”. Poi inizia a raccontare la sua storia, come sempre accade in questa Patagonia narrata e di narrazioni.

Lui e la sua famiglia sono a Esquel da 16 anni, da quando hanno lasciato Buenos Aires. Gli chiedo degli oggetti appesi alle pareti, se hanno un senso od una storia, e mi dice che è la gente del paese che glieli porta, qualcuno l’ha trovato lui o suo figlio, ma che non hanno un significato particolare per lui, ma sicuramente sono stati parte della storia della vita di qualcuno.

Il suo bisnonno è emigrato in Argentina nel 1936 da un paese vicino Pavia. Si era allontanato ormai dalla famiglia, aveva quasi dimenticato la sua terra d’origine, non scriveva né faceva avere sue notizie. Ma la moglie non lo aveva dimenticato, non voleva dimenticarlo, e si è decisa ad andare a riprenderselo laggiù in quel paese sconosciuto. Gli ha scritto che o le mandava i soldi per il viaggio in Argentina, o si sarebbe sposata con un altro in Italia. I soldi sono arrivati. Lei e suo figlio, suo nonno, sono arrivati qui a ricomporre la famiglia. Suo nonno aveva 13 anni quando, nel 1943, è sbarcato a Buenos Aires. Inizialmente lavorava nell’edilizia, ma suonava il sax tenore, era bravo, e dopo qualche anno ha messo su un gruppo, gli “American jazz”, e mi fa vedere una foto appesa alla parete che lo ritrae a quel tempo con gli altri musicisti del gruppo. Anche lui lavorava nell’edilizia, mani da muratore e gambe robuste per reggere il peso dei mattoni e dei sacchi di cemento, ma poi si è stancato di quella vita, non rendeva più come un tempo, è venuto ad Esquel e ha aperto un ristorante. Adesso è contento, vedo la gioia riempire i solchi della sua faccia come acqua fresca e calma che si distende sulla terra seccata dal sole, ridandole vita. Rispetto quella gioia conquistata con fatica battendo le strade del mondo, gioia che sa di polvere e di coraggio, nulla di regalato, gioia che ha visto il buio e la luce dell’esistenza dell’intera sua famiglia e che gli ha consegnato occhi chiari e sinceri e la capacità di riconoscere chi attende con le mani protese in avanti per bucare la sofferenza e la morte. Mi presenta suo figlio, ha 22 anni, anche lui è contento. Pensa di andare in Europa, in Spagna, dove ha dei parenti, e poi farsi un bel giro per imparare e capire il ricordo che gli ha passato suo padre.

Fuori, il sole tappato dalle nuvole riempie d’argento la strada e rimbalza sui tetti delle macchine parcheggiate in uno sfavillio tenue e muto. Saluto padre e figlio che mi stringono la mano a lungo, quasi volessero trattenermi.

 

La “Trochita”

I vagoni sembrano non reggere gli strappi del vecchio locomotore Baldwin quando spinge sulle rotaie a scartamento ridotto per uscire dalla stazione di Esquel. Le vibrazioni del ferro e del legno salgono dai piedi, entrano nel corpo e fanno rimbalzare le ossa su se stesse. Turisti appiccicati ai vetri sporchi dei finestrini che incastrano le macchine fotografiche in ogni piccolo buco di cielo e di luce. Ma non serve a niente far passare lo sguardo attraverso un obiettivo perché devi avercelo dentro questo vecchio espresso patagonico, devi trovare al tuo interno il suo lungo binario che racconta di viaggi sconosciuti, fatti di silenzio e lacrime e paura, viaggi rigati dagli anni che consumano ricordi ed induriscono la pelle, che segano le mani di calli e di terra. Devi riuscire a fare silenzio all’interno del frastuono che cresce su se stesso; devi riuscire ad ascoltare il tuo viaggio, a fare in modo che diventi non qualcosa che stai cercando, o verso la quale stai andando, ma qualcosa che hai già, qualcosa che sei. In qualche modo, in qualche tempo e spazio, devi esserci già salito su questo treno, per riuscire a ritrovarlo sotto l’adesivo della pubblicità che lo annuncia come “Un paseo por el paisaje y el tiempo”. Per attraversare lo spazio ed il tempo devi fare in modo che tempo e spazio di attraversino.

Le poche case attorno alla stazione sfumano tra gli alberi, si fanno più rade e diventano foglie d’erba che si aprono nello spazio muto macchiato solo dalle facce di bambini sporchi che salutano il treno, ombre di polvere e di fumo.

Seduto sul pianale di legno del vagone, all’aria e al sole, come Jack & Neal a tagliare l’America, soffocato dal fumo grigio e denso di questo espiritu del sur. Le Ande, quasi a portata di mano, a chiudere l’orizzonte. I fiori vicino ai binari da toccare con i piedi e una ragazzina dalla faccia d’oro e di luce, con una corta gonna bianca stile country che il vento leggero solleva con delicatezza scorrendo sulla pelle tesa delle sue cosce, regalandomi centimetri di sogno.

 

Eduardo

Mi riceve con gioia e stile quasi nobile. Si muove lentamente e mi fa accomodare. Mi offre della Quilmes calda che beviamo in bicchieri sporchi che tira fuori dalla lavastoviglie. La casa è grande ma umile. Tovaglia di plastica e caldo asfissiante.

Eduardo ha fatto della ricerca storica sull’immigrazione italiana in Argentina, quasi una missione. Secondo lui in Italia si sa poco o niente di come è andata, e forse ha ragione. Mi dice con fierezza che l’Argentina è la più grande colonia italiana del mondo dove si parla spagnolo. Solo i piemontesi sono il 9,6% della popolazione. Gli italiani raggiungono complessivamente il 57%.

Ti sei mai chiesto, di dice, il perché gli italiani che sono andati negli Stati Uniti sono diventati criminali, hanno organizzato il crimine mafioso e quelli che sono venuti qui, nello stesso periodo, si sono messi a lavorare e hanno fatto studiare i loro figli? Be’, io l’ho fatto, ho chiesto agli amici che sono venuti qui dal sud, e loro mi hanno detto che in America non avevano scelta, dovevano combattere la mafia irlandese. Ma in Argentina non c’era la mafia da combattere e la storia è andata diversamente. La terza generazione di immigrati italiani sono tutti laureati, dottori, avvocati. Mio figlio è avvocato, mia figlia farmacista. Nelle prime generazioni c’era la volontà di crescere culturalmente e socialmente, ma con onestà. Mio nonno diceva che se in famiglia entrano due monete, una serve per magiare, e l’altra per comperare un libro.

A me non hanno chiesto se volevo studiare, mi hanno obbligato. Le generazioni precedenti alla mia erano riuscite a mettere da parte i soldi per farci studiare. La stessa cosa hanno fatto qui i meridionali. Niente mafia. Solo lavoro e studio.

Mia zia è meridionale, ha sposato il fratello di mio padre. Non c’è qui conflitto tra chi proviene da zone diverse dell’Italia. L’Argentina l’hanno costruita gli italiani. Prova a fare un’indagine, una ricerca, e vedrai che in tutti i campi, tra chi occupa le posizioni di più alto livello, ci troverai sempre qualcuno di origine italiana. In Italia si sa tutto questo?

Io ho deciso di ricostruire le radici della mia famiglia, la sua storia. Ci sto lavorando da 9 anni.

Quando la mia famiglia è arrivata qui a El Bolson, nel 1935, c’erano non più di 5 case. Mio nonno era analfabeta, ma veniva dalla scuola orafa di Valenza Po, faceva i disegni anche per i gioielli della corona britannica. Poi si è ammalato agli occhi e non ha più potuto fare il suo lavoro, però faceva dei bei quadri. Poi te ne mostro qualcuno, li ho di là in salotto. Ha lasciato Buenos Aires ed è venuto qui. Ha messo su lui il primo albergo di El Bolson, mio nonno. Quattro camere e un lungo tavolo in cucina dove si sedeva un sacco di gente. In questo albergo è passata anche mia madre, allora giovane maestrina di 19 anni, da Buenos Aires, ma originaria di San Secondo, e ha conosciuto mio padre. Il nonno ha costruito poi un altro albergo, dove sono nato io, veramente bello, si trova ancora di fronte alla piazza, ancora funzionante. Ha dovuto fare tutto da solo, ha portato qui i piemontesi, li ha chiamati qui a lavorare alla costruzione dell’albergo, e le loro famiglie vivono ancora a Bahia Blanca. Ogni tanto vado a trovarli ed è sempre una festa. Gli sono ancora grati per avere offerto loro una nuova possibilità di vita, un nuovo inizio. Poi c’è stato il terzo albergo, che si trova nella strada principale. In questo albergo ho conosciuto un sacco di persone importanti, politici ed artisti, venivano tutti qui in vacanza in Patagonia in quegli anni.

Devi sapere che mio padre a Buenos Aires, prima di venire qui, studiava pianoforte. Nell’albergo, il terzo, mio padre ogni sera, dopo la cena, cominciava a suonare il piano e mia nonna cantava, in italiano, era molto brava. Ancora oggi, ti posso assicurare, che se vai in giro per la Patagonia e parli di mia nonna, tutti l’hanno conosciuta. Loro, o i loro parenti, hanno conosciuto Margherita Bonicelli. Cantava di tutto, “Mamma son tanto felice”, “Piemontesina bella”, “Stasera sarà grande festa”, me le ricordo ancora come fosse ieri. Nel 1936 mio padre ha composto una splendida canzone che raccontava un po’ la sua vita, di quando aveva lasciato Buenos Aires a 20 anni. Il primo pianoforte che arrivò qui a El Bolson è stato il suo. Tutta la gente del paese veniva in hotel a guardarlo, ad ammirarlo: era arrivata la musica. Da quel giorno, ogni fine settimana si facevano grandi feste e rappresentazioni teatrali. Iniziò a fare teatro con la gente di qui, non attori, ma gente comune, presa per strada e per le case di amici. I piemontesi hanno praticamente creato dal nulla questa cittadina. Ecco il perché dell’esistenza del Circolo Piemontese qui, nel cuore della Patagonia. Io sono il presidente.

Nel 1999 sono stato in Italia ad ampliare la ricerca. Ho trovato 450 persone derivanti della mia linea famigliare. Molti sono negli Stati Uniti. Sono andato a trovare dei miei cugini in California e mi sono accorto che a loro è stato fatto un lavaggio del cervello dal punto di vista culturale. Tutta la loro italianità era stata spazzata via. I loro figli non sapevano nulla dell’Italia, non gliene fregava nulla delle loro origini. Erano americani e basta. Una cosa molto triste. Ma i loro genitori vengono qui ogni tanto, sono stati qui per due settimane l’anno scorso. Vengono qui a ritrovare la loro italianità, a riviverla. Non vanno in Italia perché qui abbiamo conservato delle tradizioni che in Italia non ci sono più, che c’erano ai loro tempi ma non ci sono più, per cui è qui che ritrovano la loro Italia.

Ogni domenica, qui dietro, in Piazza Piemonte, l’abbiamo costruita noi, alziamo la bandiera italiana. C’è più italianità qui che in Italia, te l’assicuro. Il 2 giugno per noi è sacro, facciamo festa. Io sento la mia italianità ogni giorno, mentre sento la Patagonia solo quando sono lontano da qui. Se vai su al nord, a Cordoba, San Francisco, Rafaela, il 90% della gente è italiana. Molti marchigiani vivono nel basso Rio Negro.

Insomma, sto raccogliendo tutto questo materiale perché sto scrivendo un libro sulla mia famiglia, si intitolerà “Piemonte andino”.

Eduardo non smette di parlare, di raccontare, anche se alcune delle sue storie mi sembrano costruite ad effetto, ma vedo che lui ci crede e vuole che ci creda anch’io. Gli faccio questo favore, visto che sono già le due del mattino e mi si chiudono gli occhi.

 

Marcos e suo padre

Marcos, anche lui di origine piemontese, è un tipo a posto, jeans e camicia a quadri. Faccia onesta, forse un po’ smarrita. E’ stato lui a presentarmi Eduardo. Stamattina incontrerò suo padre che mi racconterà la sua storia. Sto aspettando che venga a prendermi per portarmi da lui, in una casa tra i boschi e la solitudine.

Il padre di Marcos mi accoglie con dignità, senza molte parole. Alto, magro, con la faccia di uno che la vita l’ha presa per il verso giusto, che non si è lasciato travolgere. Parla un italiano quasi perfetto. Mi fa accomodare Mi fa accomodare nella sua casa di mobili vecchi, lo spargher con il tubo in ghisa dipinto di bianco, il lavandino di ceramica, come la vasca che avevo in giardino da piccolo dove mia madre faceva il bucato. Tutto, anche l’odore, mi riporta ad un tempo che io non ho vissuto ma che ho conosciuto di rimbalzo perché era rimasto attaccato ai vestiti, alle ossa dei miei genitori, dei miei nonni. Maria, la figlia quindicenne di Marcos, prepara il mate, ed è splendida fasciata dai jeans. Nel suo volto pallido sfavillano gli occhi chiari del padre.

Augusto è nato in Argentina, da genitori argentini. E’ rimasto orfano a tre anni ed è stato adottato da una famiglia di immigrati italiani che poi, è rientrata in Italia. In Italia ha frequentato le scuole, si è sposato e si sente più italiano che argentino. Nel 1947, visto le brutte condizioni di vita che c’erano in Italia dopo la guerra, è ritornato qui con tutta la sua famiglia, non qui in Patagonia, ma a Buenos Aires, nei sobborghi della città, con moglie e 8 figli. L’ultimo è nato qui in Argentina. Nel 1968 è ritornato in Italia perché sua moglie voleva riunirsi con la famiglia. E’ stato lì 5 anni. Ha resistito finché ha potuto, ma dopo 5 anni è ritornato a casa. Non trovava un lavoro decente. Ha fatto un po’ di tutto, anche lavorato nei campi. Ma al di là di questo, era la società che non gli piaceva. Si sentiva fuori posto, una sorta di non appartenenza. Tutto era cambiato troppo in fretta e troppo male. Il denaro era l’unico pensiero della gente, fare soldi, sempre di più, e poi mostrarli, farsi vedere. Ha incontrato gli amici di un tempo, ma non erano più gli stessi, neanche loro, soffocati dalla società dei consumi e del vuoto interiore. Lo ha colpito il fatto che un parente di sua moglie che lavorava nell’ufficio di una fabbrica a Torino, ha dovuto cambiare macchina, ce l’aveva appena da uno o due anni, solo perché un suo subalterno aveva comperato l’auto nuova. Un’assurdità. Insomma, in Italia non ha trovato quello che cercava. Anche in Argentina le cose sono cambiate, la società è peggiorata, soldi e apparenza, ma qui, in Patagonia, è diverso. Sta bene qui, dove è tutto più lento, dove ogni cosa ha mantenuto un ritmo più basso, il suo vero ritmo. Ha conosciuto la Patagonia negli anni Sessanta venendo qui in vacanza, in campeggio, e si è detto che quando sarebbe andato in pensione si sarebbe trasferito qui. L’ha fatto prima della pensione, e pensa di aver fatto la cosa giusta. Visto che sono italiano e del nordest, mi chiede se sono al corrente che Benetton è il più grande proprietario terriero dell’Argentina e dei problemi che il suo capitalismo di rapina sta causando alle popolazioni indigene della Patagonia. Mento, dicendo che ho sentito qualcosa e che mi informerò con più attenzione.

Finiamo il mate. Usciamo. Maria rimane in casa a sistemare la cucina. Mi saluta nella dolcezza disarmata dei suoi pochi anni. Il sole si è infilato tre i rami pesanti di foglie. Si è fatto silenzio. Il bosco, tutt’attorno, ci riaccompagna sulla strada di casa.

 

pata10

 

*

Annunci

Un commento su “Andato in Patagonia, 5

  1. angela palmitesta
    13/06/2015

    Mi sta piacendo talmente tanto, che mi metterei a scrivere una mia Patagonia.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 09/06/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: