perìgeion

un atto di poesia

Fulvio Segato, Poesie

fulvio segato

a cura di Francesco Tomada

A metterli tutti in fila

A metterli tutti in fila i nomi,

specialmente quelli poco usati

quelli spiati dalle finestre

dietro le tende con il sole negli occhi

si va nell’altro secolo,

le pareti sono dipinte a olio

fino a metà altezza, la radio

parla nel vapore delle cucine

e le rondini sono il tempo esatto della primavera.

Per raddrizzarci dovremmo di nuovo

credere nell’acqua, e nel vento che strappa

le bandiere e oggi ha portato una

semenza che ho coperto di terra.

Non ne nascerà nulla

ma continuo a guardarla,

ho la stessa speranza dei bambini

o dei primi uomini che con un grugnito

accarezzavano il viso delle prime donne,

e aspettavano.

Lo stesso sguardo

lo stesso squarcio nel cuore.

***

Le mani che ti frugano, afferrano

serrano con dita e unghie sporche

le tue cose da tempo stipate

dietro le porte, ordinate sulle mensole

che una luce di primavera tiepida

riscalda quando trafila dai rollè,

malsicure mani, che rompono

frantumano buttano all’aria

disfano gli album ordinati,

le polaroid sparse a terra

sempre più gialle

io intanto sono qui,

scrivo per tenere ferma

la riva, per l’abitudine

che ho di declinare verso

l’acqua e la paura di trovare

un letto asciutto, i pesci

incastrati fra i sassi scoperti,

il loro guardare il cielo per

la prima volta,

non potendo dire di quanto

sono belle le nuvole,

così grande è la bellezza

così breve il momento.

***

Non volere niente da me

Non volere niente da me

preferisci lo sguardo buono del cane

l’acquattarsi nel temporale le raffiche

il pestare del ghiaccio sulla lastra.

Preferisci a me chi ti guarda

che apre le braccia per stringere

come fanno le costellazioni come fa

il debole callo di luna quando non dormi.

Segui con fiducia i tuoi equinozii

quelle maree dentro puntuali

che portano notizie da terre lontane.

E più in me confida

negli sguardi

nel fiato

e nelle mani,

non volere i miei silenzi

lascia che risponda solo

alle chiamate nei vicoli scuri e ciechi,

non seguirmi

non ritornare,

quando più passano gli anni,

indietro con me

in gioventù

nell’infanzia

alla foce.

***

Se penso che tutto ridiventa terra

credo che le file dritte di faggi nel fondo

abbiano discorsi infiniti da dire,

racconti di mille uomini e donne

storie allegre e qualche malinconia

altri stanno già spuntando dagli

squarci fecondi, nascono dal passato

dicono e ridicono, come noi

le consuete parole quando i treni

ritardano o aspettiamo qualcuno

ci chiami dalla cucina

il caldo della cena.

***

Era uno spettacolo

guardare gli uomini gettare il bitume,

pasta calda e scura, in agosto.

Non sapevamo se facesse più caldo

a terra o nel tondo del sole.

– Ci sono generazioni illustri lì dentro.-

Parlavi di rettili e conchiglie,

foreste intere, fossili.

-Forse, se questi uomini continuano fino

in cima al viale sarà riunita un’intera famiglia.-

Prima d’andare

con la punta delle scarpe

lasciavamo la nostra impronta

leggera nella melma ancora molle.

Eravamo una compagnia più numerosa

quando prendevamo la via

di casa,

nella cucina ci aspettava

la sorte comune di ogni uomo

un piatto e un bicchiere,

le bucce di un’arancia

esplorate dai moscerini,

le nostre madri

o il loro ricordo.

***

Passerà questo momento.

Ma perché pensi che c’era e

non ci sarà più? Sai l’ odore

di campo, che dimentichi ma

è sempre, o la fuga di stormo

che non vedi ma l’aria ancora

ti batte il viso.

Scaveranno per trovarci

e li aspetteremo con le parole rotte

che cercheremo d’aggiustare,

troveranno i nostri cucchiai

e i caleidoscopi che usiamo

per guardare il mondo pieno di colori.

Penseranno ad una specie estinta

ma saremo vivi,

come lo sono i nostri antenati,

o il germe sotto la crosta

dell’inverno e le uova delle alborelle

fra l’alghe del lago.

Di quel campo non smarrire

la vastità e quanto cielo, sopra,

può circondare.

E verrà un buon silenzio

che terremo fra le mani

che sarà una sfera di pane

e ce lo passeremo come se scottasse.

***

Fulvio Segato è nato nel ’59 a Trieste, dove lavora in una scuola pubblica. Negli anni ottanta ha pubblicato due sillogi di poesie e brevi racconti su riviste. Nel 2013 ha pubblicato “Vocativi in eco”, primo premio Casentino, e “La consuetudine dei frantumi”, premio Fara editore. Nel 2014 i suoi inediti in dialetto hanno vinto il primo premio al Gozzano. “Cadono i cormorani e altri racconti” è una raccolta di racconti edita dalla Editrice Progetto Cultura di Roma. Il suo sito è fulviosegato.altervista.org .

***

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6 commenti su “Fulvio Segato, Poesie

  1. guidoq
    12/06/2015

    Splendida (come le altre, ma ancora di più) “Passerà questo momento”. Complimenti e grazie!

    Guido

    Mi piace

  2. amara
    12/06/2015

    la malinconia leggera che a me entra con facilità nel leggerla, perché è un’amica comune..
    belle..

    Liked by 1 persona

  3. maurizioalberto
    12/06/2015

    L’ha ribloggato su maurizioalbertomolinari.

    Mi piace

  4. ninoiacovella
    13/06/2015

    Davvero belle queste poesie. Mi ritrovo nel commento di Amara.

    Mi piace

  5. almerighi
    15/06/2015

    Poesie vere, che toccano corde emotive a fondo. Ognuna di queste letture arricchisce. Grazie

    Mi piace

  6. Pingback: Fulvio Segato, ‘Sta mia difesa | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 12/06/2015 da in ospiti, poesia, poesia italiana con tag , , .
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