perìgeion

un atto di poesia

Apologia dei solitari

Pascal_Quignard

 

di Giuseppe Zuccarino

In un libriccino recente, Pascal Quignard torna su un tema che gli è caro, ossia quello della solitudine. Più precisamente ad essere in causa è l’idea, a prima vista paradossale, di una comunità di solitari1. Il volume riunisce due testi inizialmente destinati ad essere letti in pubblico dall’autore. La conferenza Les Ruines de Port-Royal ha avuto luogo a tarda sera, quasi al buio, nel suggestivo scenario della cattedrale di Coutances. La lettura delle varie parti dello scritto era intervallata da brani musicali del Seicento e Settecento, eseguiti all’organo o al clavicembalo da Jean-François Détrée (ma in un caso a suonare era lo stesso Quignard). Nel testo, lo scrittore fornisce qualche informazione sui vari pezzi musicali, rapportandoli ai propri libri e sostenendo che, talvolta, ne hanno accompagnato l’origine; così, ad esempio, egli dichiara che «è sulla linea melodica di O Solitude [di Henry Purcell] che ho composto l’abbozzo di Villa Amalia»
Ogni breve sezione della conferenza reca un titoletto, che spesso coincide col nome di un personaggio. Vediamo, per rapidissimi accenni, di chi si tratta. Un grande pittore morto nel 1652 non ha avuto alcun contatto con l’abbazia giansenista di Port-Royal des Champs, ma ciò appare a Quignard come un’ingiustizia: «Il fatto che Georges de La Tour non abbia conosciuto il mondo a lui congeniale costituisce per me un dolore. Avrei davvero voluto che questi due mondi così “taoisti”, poveri, modesti, rudimentali, elementari, si incontrassero»3. Gilberte Pascal, sorella del filosofo, ha narrato come l’altra sorella, Jacqueline, dopo aver assistito con grande zelo il padre malato, una volta deceduto quest’ultimo abbia deciso di farsi suora nel monastero di Port-Royal. Il compositore Johann Jacob Froberger, che era stato testimone della caduta accidentale e del conseguente decesso di un amico, il suonatore di liuto Charles de Fleury signore di Blanrocher, gli ha dedicato una composizione musicale. François Couperin suggeriva di suonare «languidamente» il proprio brano per clavicembalo Les Ombres errantes, lo stesso che ha fornito il titolo al primo tomo della serie quignardiana Dernier royaume4. Non può mancare, tra i personaggi evocati, Monsieur de Sainte Colombe, protagonista di uno dei più celebri romanzi dell’autore, Tous les matins du monde5. Al pari del citato Froberger, anche Sainte Colombe, ideatore ed esecutore di brani per viola, aveva rifiutato di pubblicare le proprie opere, e deve gran parte della fama acquisita negli ultimi decenni proprio alla reinvenzione della sua vita attuata da Quignard, che lo ha immaginato come un amico dei solitari di Port-Royal. Uno di questi era Monsieur de Pontchâteau, che, oltre ad occuparsi del giardino dell’abbazia, aveva una grande passione per la lettura.
Nel finale della conferenza, lo scrittore chiarisce meglio ciò che lo affascina in quel singolare spazio di studio e di preghiera instaurato dai giansenisti francesi nella valle della Chevreuse, a sud-ovest di Parigi: «La specificità di Port-Royal, per me, è l’invenzione appassionante – anche se difficile da concepire per l’intelletto – di una comunità di solitari. […] L’espressione “solitari” designava uomini della società civile, aristocratici o ricchi borghesi, che optavano per gli usi conventuali (le astinenze, i silenzi, le austerità, le veglie, le incombenze, le letture), ma che rifiutavano di legarsi a tali usi tramite dei voti. […] Non seguivano regole esteriori, non obbedivano a nessuno, gelosi soltanto del loro ritiro dal mondo»6. Tuttavia il fatto di condurre una vita appartata non li ha sottratti alla vendetta da parte del potere politico e religioso, che scorgeva nelle loro idee, e nel loro stesso contegno, una pericolosa forma di dissidenza. Da qui, la spietata ritorsione di cui essi sono divenuti oggetto ad opera del monarca, a sua volta sobillato dai gesuiti: «Nel 1678 gli ultimi solitari furono costretti a lasciare la fattoria delle Granges sotto la minaccia del carcere o del rogo. Nel 1711 Port-Royal fu raso al suolo su ordine del re Luigi XIV, in modo che “non vi rimanesse pietra su pietra”»7. Neppure i morti sono sfuggiti a una punizione esemplare: «Alla fine dell’autunno, quando il freddo era intenso e il terreno era coperto di neve, le tombe vennero aperte. I cani affamati, i corvi, le cornacchie, i topolini dei campi divoravano ciò che restava di carne sulle ossa dei santi che erano defunti. Divorarono Racine. Divorarono Monsieur Hamon, che era stato il suo maestro. Le ossa nude furono trasportate su una carretta in una fossa comune al cimitero della vicina parrocchia di Saint-Lambert»8.
Lo scrittore conclude il proprio discorso ricordando come nel 1997, dopo aver avuto gravi problemi di salute, egli fosse stato colto dall’urgenza di scrivere qualcosa di diverso dal consueto, ossia di dare avvio all’ambizioso progetto contrassegnato dal titolo Dernier royaume. Di esso sono stati a tutt’oggi pubblicati nove volumi, ma Quignard precisa che altri cinque dovrebbero aggiungersi per completare il ciclo. «Questi numerosi tomi, queste quattordici piccole lastre di pagine che si sovrappongono e si incastrano, sono le vestigia dei cabinets de curiosités, costituiti dagli uomini del Rinascimento con l’aiuto dei resti del mondo antico, che essi cercavano di esumare con la punta della pala e di far rinascere traducendoli»9. Infatti Dernier royaume non consiste in una serie di romanzi o di saggi, ma si configura piuttosto come un specie di Wunderkammer in cui l’autore raccoglie un po’ di tutto: brevi racconti, ricordi personali, divagazioni erudite, etimologie commentate, richiami a figure più o meno note del passato storico o artistico, riflessioni sulle proprie opere, notazioni (spesso polemiche) riguardo all’attualità.
A loro volta, le conferenze di Quignard non trattano linearmente un solo argomento ma procedono per excursus, dunque in certo modo si avvicinano a questo genere miscellaneo. Lo conferma la seconda relazione inclusa in Sur l’idée d’une communauté de solitaires. Anche in questo caso si tratta di un testo che è stato letto con intermezzi musicali (brani eseguiti al clavicembalo da Élisabeth Joyé) e che fin dal titolo, Compléments aux ruines, si propone come un’integrazione di Les Ruines de Port-Royal. Lo scrittore spiega di aver scoperto i giansenisti grazie al libro di un celebre critico ottocentesco: «Gli aneddoti concernenti i Solitari di Port-Royal des Champs riuniti da Sainte-Beuve sono una meravigliosa raccolta di parabole cinesi, selvagge e quasi taoiste. Si scava nel rigetto del secolo, nella fuga dai castelli, dalle mura, dai fossati, dalle Corti. Vi si incontra la modestia delle virtù e la passione per la natura. Eraclito che si ritira. Shiva che si ritira. Zhuang-zi che si ritira. Abelardo che si ritira» 10. Quignard procede appunto così, per associazioni di idee e di personaggi, stabilendo o rivelando parentele inattese, talvolta da intendere proprio in senso letterale: «Monsieur de Sévigné […] salì sul suo cavallo e si recò a Port-Royal des Champs, dove si fece solitario […]. Monsieur de Sévigné era il patrigno di Madame de La Fayette. Madame de la Fayette, quando stava per morire, fu assistita da Marguerite Périer. Marguerite Périer era la celebre bambina miracolata dalla Santa Spina nel 1656, la figlia di Gilberte Pascal (la nipote di Jacqueline Pascal e di Blaise Pascal)» 11.
Il rifiuto della vita mondana implica anche un deciso distacco dalla politica. Quignard riprende in proposito una delle sue storie cinesi12. L’imperatore Ti Yao mandò un’ambasceria a Hiu-yeou per chiedergli di assumere la guida dell’impero. Il destinatario della proposta, colto dalla nausea, rifiutò di rispondere. Fuggì e andò a rifugiarsi in un luogo deserto, ai piedi del monte Tsi-chan. Lì, per prima cosa, si avvicinò a un ruscello e si lavò le orecchie, per cancellare persino la traccia sonora dell’offerta imperiale. Il senso della storia parrebbe già chiaro ma, a prolungarla, si aggiunge un epilogo iperbolico. Nella stessa zona viveva un eremita, Tch’ao-fou, che ogni giorno portava il proprio bue ad abbeverarsi nelle acque del ruscello. Scorgendo Hiu-yeou nell’atto di sciacquarsi, gli chiese il motivo del suo gesto e, sentita la risposta, «tirò il suo vecchio bue per la cavezza. Non gli permise più di bere nel fiume in cui Hiu-yeou aveva lavato le orecchie che avevano ricevuto una simile proposta»13.
Quignard passa poi a trattare di due altri eremiti, che nel Seicento si erano rivolti all’abate Rancé per chiedere di essere accolti nella Trappa, ottenendo il suo consenso a condizione che si insediassero in capanne lontane l’una dall’altra. Il primo trascorse gli anni che gli restavano in totale isolamento nella foresta; al secondo, stabilitosi presso una stagno, era stato concesso dall’abate il permesso di assistere ogni giorno alla messa comune, ma non quello di rivolgere la parola agli altri. Si torna poi al tema delle rovine, che stavolta sono quelle di Le Havre, città distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Quignard aveva condotto lì gli studi liceali, in un baraccamento di legno che fungeva da edificio scolastico di fortuna. Ma le rovine sono anche quelle di Port-Royal, visto che, degli edifici nei quali un tempo abitavano i solitari, rimane oggi ben poco: «Solo un pozzo fra i rovi, per nessuno. In disparte, per un’inspiegabile casualità, restano fra l’erba, sotto le piccole margherite selvatiche, otto lunghi gradini che non conducono più a nulla»14.
Allo scrittore appare enigmatico il fatto che, «all’interno di tutti i gruppi umani esista da sempre un desiderio di fuggire che nessun gruppo assume»15. La ricerca di una via di fuga prende forme diverse, individuali o (moderatamente) collettive. Quignard ricorda ad esempio che «Spinoza, alla fine dell’Ethica, sogna una comunità di rari, di difficili, di segreti, di atei, di disingannati, di luminosi, di luminescenti, di Aufklärer»16. A ben vedere, anche gli individui che amano la lettura entrano a far parte di una specie di società segreta, poiché «sono soli nel mondo con il loro esemplare unico. Formano la comunità misteriosa dei lettori. È una compagnia di solitari, come lo si dice dei cinghiali nell’ombra fitta degli alberi»17. Gli animali qui evocati non lo sono non per caso, visto che da tempo costituiscono un simbolo per Quignard. Ciò dipende, in primo luogo, dall’etimologia: «La parola francese sanglier (cinghiale) vuol dire singolare, individuale. Singularis porcus, singlier, sanglier. Tale è il maiale che diventa singolare, cioè solitario […], che abbandona i suoi, che abbandona il gruppo, che raggiunge il cuore della foresta»18. Già in Vie secrète veniva ricordata la derivazione della parola, mentre fra le illustrazioni di un libro di interviste a Quignard compariva la foto di un oggetto personale dello scrittore, ossia un «piccolo cinghiale di plastica comprato in Cina, a Zhengzhou»19. Il poco socievole animale rappresenta dunque, agli occhi dell’autore, l’incarnazione di una tendenza che alcuni esseri umani avvertono, ossia il rifiuto della gregarietà, dell’adeguazione alla norma statisticamente intesa, alla quale essi sanno contrapporre l’affermazione del «singolare desiderio di essere singolare, di essere solo, di essere solitario»20.

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1 P. Quignard, Sur l’idée d’une communauté de solitaires, Paris, Arléa, 2015.

2 Ibid., p. 10. Cfr. P. Quignard, Villa Amalia, Paris, Gallimard, 2006. Al romanzo si ispira l’omonimo film di Benoît Jacquot del 2008.

3 Sur l’idée d’une communauté de solitaires, cit., p. 12. Sul pittore si veda P. Quignard, Georges de La Tour, Paris, Flohic, 1991; Paris, Galilée, 2005 (tr. it. Georges de La Tour, Aprica, Pagine d’arte, 2006).

4 P. Quignard, Les Ombres errantes. Dernier royaume I, Paris, Grasset, 2002; Paris, Gallimard, 2004.

5 P. Quignard, Tous les matins du monde, Paris, Gallimard, 1991 (tr. it. Tutte le mattine del mondo, Milano, Frassinelli, 1992), da cui, lo stesso anno, è stato tratto il film di Alain Corneau.

6 Sur l’idée d’une communauté de solitaires, cit., pp. 28-29.

7 Ibid., pp. 29-30.

8 Ibid., p. 30.

9 Ibid., p. 34.

10 Ibid., p. 41.

11 Ibid., p. 46.

12 L’aveva già narrata, quasi con le stesse parole, in La haine de la musique, Paris, Calmann-Lévy, 1996, pp. 81-83.

13 Sur l’idée d’une communauté de solitaires, cit., p. 52.

14 Ibid., p. 64.

15 Ibid., p. 65.

16 Ibid., pp. 66-67.

17 Ibid., p. 70.

18 Ibid., pp. 74-75.

19 Cfr. P. Quignard, Vie secrète, Paris, Gallimard, 1998, p. 219 (tr. it. La vita segreta, Milano, Frassinelli, 2001, pp. 160-161) e Pascal Quignard le solitaire. Rencontre avec Chantal Lapeyre-Desmaison, Paris, Flohic, 2001, p. 9.

20 Sur l’idée d’une communauté de solitaires, cit., p. 75.

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4 commenti su “Apologia dei solitari

  1. Pingback: Apologia dei solitari | maurizioalbertomolinari

  2. marco ercolani
    21/06/2015

    Vorrei che questo testo di Zuccarino fosse letto, e riletto, per ricordarci quello che oggi, sull’esempio di Quignard, dovrebbe prediligere uno scrittore: il suo sovversivo ritiro dal mondo. Se mai uno scrittore è appartenuto al suo mondo, ora quel “mai” risuona come una musica più forte. E non si tratta di “non sentire” quello che accade: si tratta di sentirlo con tale intensità che sparire sembra l’unico modo per dialogare con la verità delle cose.

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  3. Stefano Drusi
    01/09/2016

    Nel gennaio del 2016 il bellissimo libro di Quignard «Sur l’idée d’une communauté de solitaires» è uscito in traduzione italiana presso l’editore Analogon.

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    • Antonio Devicienti
      01/09/2016

      La ringraziamo per la segnalazione, signor Drusi; da parte nostra siamo orgogliosi di avere ospitato per tempo l’articolo del professor Zuccarino, massimo e sensibilissimo esperto dell’opera di Pascal Quignard in Italia.

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