perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 6

 

pata12

di Pericle Camuffo

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United Business of Benetton 1.

 

Nel 1991 la famiglia Benetton, tramite Edizione Holding, con un investimento di circa 50 milioni di dollari diventa proprietaria della Compañìa de Tierras Sud Argentino entrando in possesso di circa 900.000 ettari di terra divisa in otto lotti: sette sul versante argentino della Patagonia ed uno su quello cileno. Le terre della Compañìa si estendono dalla cordigliera delle Ande alla costa occidentale dello Stato, dalla provincia di Buenos Aires Chico a quella di Neuquén, da Rio Negro al Chubut fino a quella più meridionale di Santa Cruz, e comprendono sei estancias: Condor, Coronel, Santa Marta, Leleque, El Maitén e Pilcaneu. Su queste enormi superfici pascolano 16 mila bovini da macellazione e circa 300 mila pecore che gli consentono di produrre 1 milione e 300 mila chili di lana ogni anno, circa il 10% del fabbisogno del Gruppo Benetton.

Questa operazione finanziaria consente a Carlo Benetton (attuale presidente della Companìa) di realizzare il suo sogno: poter godere senza sosta di “una terra di forti contrasti, con cime innevate, pianure deserte, ghiacciai, laghi argentati, tramonti di fuoco”, di gustare nuovamente l’emozione del suo primo incontro con queste terre, quell’amore a prima vista che gli aveva aperto l’anima negli anni Settanta. Ma permette soprattutto ai Benetton di diventare i più grandi latifondisti dell’Argentina.

Da quanto si legge in una Nota informativa del Gruppo, sembra che l’acquisizione della Compañìa de Tierras da parte di Benetton sia stato un affare non solo per la Patagonia ma per l’intera Argentina, più che per l’azienda veneta, che gli abitanti di quelle terre abbiano ricevuto una specie di benedizione vedendosi arrivare in casa i magliai di Ponzano e che siano ben contenti di ciò che stanno facendo sulle loro terre e per le loro famiglie: sviluppo, lavoro, ricchezza, prosperità, migliori condizioni di vita, migliori strutture sanitarie e comunitarie.

In verità, la Nota è compilata nel pieno rispetto delle strategie di marketing e di immagine proprie del Gruppo e, in sostanza, di tutte le multinazionali: dire cose vere e di sicuro impatto pubblicitario e propagandistico in senso positivo, e nascondere altrettante cose vere che contraddicono le precedenti e che metterebbero in crisi la facciata buonista e responsabile dell’azienda: mostrare la mano pulita e nascondere quella sporca.

Le terre patagoniche della Compañìa, sulle cui bellezze Carlo Benetton lascia correre il suo sguardo, non erano però disabitate. Il “senso di primordiale libertà” che avvolge il futuro presidente della Compañìa al primo contatto con la Patagonia è costruito su un’assenza, quella degli indigeni Mapuche che su quelle terre camminano e vivono e muoiono da secoli.

L’unico spazio che viene loro riservato è sugli scaffali e nelle vetrine illuminate del Museo Leleque, che sorge a 20 chilometri dal comune di El Maìten, sulle terre dalla Compañìa. E’ l’ultimo loro rifugio, l’unica casa disponibile in cui possono trovare ospitalità. Nato dalla volontà e dalla passione di Pablo Korchenewski e di Carlo Benetton, sostenuto dalla famiglia Benetton con investimenti che si aggirano attorno ai 900 mila dollari, è stato inaugurato il 12 maggio 2000. Vale la pena ricordare, però, che l’istituzione di musei ha accompagnato in maniera significativa la pratica coloniale. La museificazione dell’altro, la sua riduzione ad oggetto da museo è “un modo per farlo sparire dalla nostra vita: il museo serve a produrre e garantire l’invisibilità dell’altro. Rinchiudere una società, una cultura, un popolo in un museo, renderlo oggetto incapace di parlare con voce propria, significa decretarne la morte.

I Mapuche però non ci stanno. Il giorno dell’inaugurazione, in 40 era si riuniscono di fronte al museo per denunciare lo stato argentino e la sua politica colonialista e repressiva nei confronti del loro popolo che consente ai grossi gruppi imprenditoriali di impadronirsi dei loro territori ancestrali.

I Mapuche dicono che stanno subendo ora la terza invasione: la prima è stato il tentativo fallito da parte degli spagnoli di occupare i loro territori; la seconda è stata la guerra sporca degli Stati cileno e argentino alla fine dell’Ottocento; la terza è quella che stanno portando avanti, con successo, le multinazionali e i capitali stranieri. Uno dei protagonisti di questa terza invasione è appunto Benetton che è arrivato in Patagonia portando con sé, al di là delle dichiarazioni di facciata, un modello di sviluppo del tutto insostenibile sia dalle popolazioni mapuche, sia dall’ambiente naturale in cui vivono.

Nell’enorme estensione delle proprietà della Compañìa ci sono fiumi, laghi, montagne, vallate e strade che il popolo Mapuche ha sempre utilizzato per spostarsi da una comunità all’altra, terreni che fornivano acqua, piante mediche, pascolo per gli animali e campi da coltivare. Oggi tutto questo è recintato con filo spinato, puntellato da cartelli che proclamano il limite invalicabile di una proprietà privata, bloccato con cancelli e lucchetti e sorvegliato da personale di guardia privato: è questo lo scenario in cui, da tempo, Benetton ha messo al lavoro con metodo e crudeltà la mano sporca del suo capitalismo.

Il 25 febbraio 1997 sulle pagine del quotidiano argentino “El Clarìn” compare la notizia dell’apertura di un’indagine federale sulla deviazione del Rio Chubut, un fiume che dalla cordigliera scorre fino all’Atlantico, nel tratto che attraversa le proprietà di Benetton. L’azienda italiana sarebbe responsabile di aver artificialmente modificato il corso del fiume per aumentare l’approvvigionamento idrico sulle sue terre al fine di migliorare il terreno di pascolo per le pecore.

Nel 2005 la Ong patagonica “Amutuy Quimey”, di fronte a numerosi casi di intossicazione di cui erano stati vittime abitanti delle zone circostanti la estancia Benetton “El Maitèn”. Dalle indagini, che la Ong ha dovuto svolgere in gran parte privatamente vista la sordità delle autorità preposte, è risultato che Benetton riversava, nel tratto di fiume deviato all’interno della sua proprietà, ma che poi rifluivano nel corso principale, acque contaminate.

Oltre che inquinati, i fiumi vengono anche recintati per impedirne l’utilizzo da parte delle popolazioni locali. La zona chiusa ai pescatori nei pressi di Leleque è un altro motivo di scontro tra gli imprenditori italiani e le comunità indigene. Per accedere al Rio Chubut, che attraversa il latifondo, occorre attraversare circa 40 chilometri della terra dei Benetton.

L’usurpazione Benetton, però, non è limitata ad un solo latifondo. Gli emissari della Compañìa, con la complicità del governo, hanno preso possesso dei territori da sempre abitati dalla comunità indigena “Vuelta del Rìo”, in località Colonia Cushamen, i cui componenti sono stati deportati e costretti a vivere in una striscia di terra chiamata “Reserva de la Compañia Benetton”. Molti di loro vengono utilizzati dalla Benetton come manodopera a basso costo. Anche l’accesso alle acque del Rio Lepa, che rappresenta l’unica risorsa di vita quando d’estate la siccità prosciuga gli altri corsi d’acqua, è impedito dalla Benetton con recinzioni e filo spinato. Carlos Maestro, governatore della provincia di Chubut, interviene sulla questione:

La Patagonia, che occupa un terzo del territorio nazionale, è oggetto di una riscoperta da parte degli stranieri. Cosa comprano gli stranieri? Comprano le terre migliori, senza limiti né ostacoli. Comprano le terre più belle, le più fertili, senza alcun problema. Quando i Benetton comprano un milione di ettari in Patagonia, comprano tutto. Nelle loro terre, ‘proprietà privata’, hanno fiumi, ruscelli, laghi, lagune, ricchezze forestali, minerarie, tutti i tipi di opzioni produttive. Mi immagino Benetton che racconta ai suoi amici italiani che qui si può comprare un milione di ettari senza nessun problema. Oggi i Benetton utilizzano negli allevamenti la metà del personale utilizzato dai precedenti padroni. Proclamano di aver piantato alberi per 3000 ettari, però dimenticano di aggiungere un particolare: lo hanno fatto col denaro elargito dalla provincia di Chubut, nel quadro della politica di riforestazione. Così, noi argentini restiamo privi dello scenario in cui dovremmo essere protagonisti di un futuro migliore.

Da uno studio realizzato nel 2006, risulta che 45 milioni e mezzo di ettari corrispondenti alle migliori terre coltivabili del Paese sono state vendute o stavano per esserlo a investitori stranieri, e di questo totale, quasi 24 milioni di ettari sono stati ceduti a gruppi multinazionali. La maggior parte dei terreni acquisiti sono in zone denominate “di sicurezza”, ossia in posti chiave del Paese, sia per il loro potenziale economico che per le loro risorse naturali, acqua dolce compresa. La liquidazione è stata effettuata soprattutto durante la presidenza del discusso ex presidente Carlos Menem, che fece autorizzare vendite pari a 1.773.000 ettari, 272 mila dei quali ai Benetton che resta il maggior terrateniente dell’Argentina.

Di tutto questo, poco o niente si sapeva in Italia. Erano argomenti e notizie riservate agli addetti ai lavori e troppo lontane per suscitare perplessità ed interrogativi sulla condotta dell’azienda di Ponzano. Per la maggior parte di noi, la Benetton rappresentava un esempio del capitalismo dal volto umano, un simbolo della responsabilità sociale. Le fotografie di Oliviero Toscani, che dal 1989 hanno riempito i muri delle nostre città e le pagine di tutti i giornali, hanno contribuito in maniera determinate alla creazione dell’immagine di un’azienda attenta non solo al profitto ma impegnata fino in fondo in un’operazione di denuncia sociale.

 

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United Business of Benetton 2.

 

L’episodio che ha portato al massimo grado di attenzione mediatica la noncuranza della Benetton nei confronti dei diritti umani e ambientali quando si tratta di fare affari e di difendere i propri interessi è stato, nell’ottobre 2002, lo sgombero di Atilio Curinanco e Rosa Nahuelquir, denunciati dalla Compañia de Tierras per aver occupato un terreno di sua proprietà e per averlo fatto “in modo violento e occulto, abbattendo il recinto e approfittando dell’oscurità”. Questa presa di posizione dell’azienda veneta ha fatto scattare una levata di scudi in difesa dei due indigeni sgomberati, ha attirato l’attenzione della stampa internazionale e fatto sì che Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980, si esponesse personalmente e prendesse le parti dei due mapuche e, per estensione, di tutto un popolo maltrattato e discriminato.

Come molti altri mapuche, Rosa e Atilio abbandonano le terre dove sono nati e si trasferiscono ini città per iniziare una vita nuova, non certo ricca, ma dignitosa. Nel 1986, Rosa inizia a lavorare in una delle fabbriche tessili più grandi della città di Esquel. Poco dopo, Atilio viene assunto in una fabbrica di frigoriferi. La loro vita, umile ma tranquilla, simile a quella di migliaia di operai del sud dell’Argentina, si complica quando, nel febbraio del 2002, l’impresa tessile in cui Rosa lavora, chiude improvvisamente. C’era ancora il lavoro di Atilio nella fabbrica di frigoriferi, ma i 300 pesos che guadagnava non bastavano più a mantenere tutta la famiglia. Atilio e Rosa, a questo punto, decidono di tornare a lavorare la terra.

Dopo essersi informati ed aver presentato regolare richiesta agli uffici preposti di Esquel, verso la fine di agosto occupano un podere di 525 ettari chiamato “Santa Rosa” con l’intenzione di realizzare una piccoli presa agricola familiare. Iniziato ad arare, a seminare ortaggi e frutta, ad allevare animali e migliorare il terreno, creano un sistema di irrigazione e raccolgono il materiale per costruire una casa di pietra. Il sogno di tornare alla terra si stava realizzando. Il 30 agosto, però, la Compañia deposita una denuncia al Commissariato di El Maitén sostenendo che persone sconosciute sono entrate nel podere tagliando la recinzione esistente ed innalzando a loro volta uno steccato. Il giorno dopo la denuncia, il giudice istruttore unico di Esquel, José Oscar Colabelli, apre le indagini. A metà settembre, l’avvocato della Compañia chiede la restituzione del podere. Due settimane dopo, il giudice Colabelli (che sarà in seguito sospeso dall’incarico dal Tribunale Superiore di giustizia della provincia del Chubut per “desconocimiento del derecho”) emana l’ordinanza di sgombero, eseguito, il 2 ottobre, da quindici poliziotti armati che distruggono la casa e sequestrano tutti gli attrezzi, inclusi due buoi con i quali Atilio e Rosa avevano cominciato ad arare.

Il processo inizia il 14 aprile del 2004. Alla fine di maggio arrivano le sentenze di primo grado: i Curinanco, in seguito anche alla ritrattazione di due testimoni, vengono assolti dall’accusa di usurpazione, ma sono costretti a restituire la terra occupata perché il giudice ha ritenuto autentici i documenti presentati dalla Compañia che attestavano la proprietà del lotto.

Dopo la sentenza che obbligava la coppia di indigeni a restituire la terra di Santa Rosa, Mauro Millan, leader mapuche, ha detto: “Per noi, la democrazia non è ancora arrivata”. L’amarezza e l’indignazione che la sentenza ha suscitato, non solo tra i mapuche e non solo in Argentina, ha determinato l’entrata in campo di Pérez Esquivel che il 14 giugno invia una lettera aperta a Luciano Benetton che viene prontamente pubblicata dalla stampa italiana. Nella lettera, Esquivel afferma il proprio “stupore e il dolore di sapere che un imprenditore di fama internazionale, si è avvalso del denaro e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere la terra ai fratelli Mapuche”, ricorda a Benetton che “quando si toglie la terra ai popoli nativi li si condanna a morte, li si riduce alla miseria e all’oblio”, lo accusa di essersi comportato “con la stessa mentalità dei conquistatori” usando il denaro al posto delle armi e lo avverte che i Mapuche “continueranno a reclamare i loro diritti sulle terre perché sono i legittimi proprietari, di generazione in generazione, sebbene non siano in possesso dei documenti necessari”.

Dopo lunghe trattative ed incontri, avvenuti anche in Italia, che non sbloccano però la situazione a favore dei Mapuche e nei quali l’azienda italiana insiste nel sottolineare i propri principi di responsabilità sociale e di sviluppo sostenibile, il 14 febbraio 2007, la resistenza mapuche si trasforma in azione: il lotto Santa Rosa viene rioccupato. Tale recuperation diventa il simbolo della lotta di tutti i Mapuche per il recupero del loro territorio ancestrale e dell’identità che sentono violata dalla storia e dalle multinazionali.

Nonostante altri tentativi di sgombero da parte della Compañia e le forti limitazioni in cui sono costretti a vivere, a Santa Rosa i Mapuche continuano a resistere.

Questa vicenda, che ha incontrato non poca resistenza nei media italiani che spesso hanno taciuto per non perdere i contratti pubblicitari che hanno con Benetton, ha innescato, non solo in Argentina ed in Italia, ma in varie parti del mondo, un meccanismo di interrogazione sulla politica del Gruppo veneto. Si è iniziato a chiedersi come mai chi possiede quasi un milione di ettari è disposto a perdere il proprio tempo e il proprio denaro nell’intentare una causa a due poveri indigeni allo scopo di farli sloggiare da un appezzamento di terra che è poco più di un campo incolto e che rappresenta solo lo 0,144% delle sua proprietà. Non sarebbe stato più semplice ed indolore per tutti se da subito Benetton avesse lasciato la terra ai Curinanco? Se l’avesse fatto, avrebbe avuto il riconoscimento della comunità mapuche della zona, con cui avrebbe potuto iniziare un dialogo pacifico e costruttivo, avrebbe segnato un passo fondamentale nel processo di riconoscimento dei diritti indigeni sulle loro terre ancestrali allineandosi, così, sia alle normative nazionali che a quelle internazionali che regolano tali questioni, avrebbe dato maggiore credito alla sua politica di responsabilità sociale, accresciuto di molto il peso e la credibilità del suo “capitalismo dal volto umano” nello scenario globale delle multinazionali guadagnandosi una posizione di favore nelle considerazioni dell’associazionismo umanitario e sociale internazionale. Il fatto che le cose non siano andate così, mette in evidenza che i colori di Benetton non sono uniti contro i mali del mondo ed in favore dell’ecologia, della sostenibilità, della responsabilità, della trasparenza, dei diritti dei più deboli, ma orientati invece verso la ricerca del profitto, l’avidità imprenditoriale e tutto ciò che caratterizza le moderne multinazionali: sfruttamento, ricatto, discriminazioni, imbrogli, menzogne. Il “capitalismo più creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati del mondo” e la “globalizzazione dolce” inneggiate da Luciano Benetton non sono altro che un’esigenza di marketing. La politica di sviluppo del Gruppo veneto consiste in questo: piantare croci da una parte e sventolare bandiere della pace dall’altra occultando, con il clamore mediatico di quest’ultime, il silenzio e la desolazione delle prime.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24/06/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
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