perìgeion

un atto di poesia

Su due “vecchi” libri di Lelio Scanavini

 

Lelio_Scanavini

 

Note di Francesco Scaramozzino

Le due brevi note di lettura presentate in questo articolo riguardano due libri scritti e pubblicati da Lelio Scanavini – fondatore e redattore della storica rivista milanese “Il Segnale” – circa mezzo secolo fa con la casa editrice “I dispari”: più precisamente, si tratta di “Quattro <<M>> per voce sola”  del maggio 1969, e del successivo “Litosfera” del dicembre 1978. Le due note qui pubblicate sono invece state scritte solo di recente da un altro milanese, Francesco Scaramozzino, classe 1962, che in quegli anni così vivi e tragici per il nostro paese assisteva ad avvenimenti vari, all’apparenza inconciliabili, che vanno dalla strage di Piazza Fontana alla finale mondiale di Mexico settanta all’uccisione di Pasolini  fino al rapimento di Moro e ai primi bagliori del punk irriverente e intransigente dei Sex Pistols, per giungere alla strage della stazione di Bologna, capolinea di quegli anni e avvio del decennio, a modo suo altrettanto tragico, tristemente detto della “Milano da bere”. In quegli anni Scanavini pensava, scriveva e insegnava, Scaramozzino studiava al liceo e giocava a calcio, forse iniziava a strimpellare qualche verso con la sua Olivetti.

È quindi in questo contesto, nella cornice tracciata da due generazioni distanti eppure accomunate dalla sorte di aver vissuto da angoli visuali diversi, ma con una medesima sensibilità, gli stessi avvenimenti, che si collocano le due Note di commento che vi proponiamo e che si presentano in sé come vere e proprie schede di lettura, quasi che quei libri fossero immediatamente fruibili e drammaticamente presenti nella loro fisicità: la prima nota, più “tecnica”, incentrata sulle scelte stilistiche operate dell’autore in quegli anni di rivoluzione anche del linguaggio; la seconda necessariamente rivolta ai contenuti e tesa a registrare l’amarezza e il disinganno di un’intera generazione. E proprio in questo contesto le due Note assumono un particolare significato e aiutano a rileggere, dopo quasi mezzo secolo, nel divenire di un periodo fra i più importanti della nostra storia, insieme alle radici di un’inquietudine sempre attuale, la poesia di un intellettuale attento e rigoroso, che già allora, di questa inquietudine, di questo nostro smarrimento, sapeva avvertire i sintomi e additare le cause, con una capacità di analisi critica davvero sorprendente, e con un uso della parola in grado di esprimerne tutte le potenzialità proprio nell’attimo in cui il poeta la sa costringere nelle maglie di una sobrietà, ai limiti della ritrosia se non della reticenza, che è consapevole rinuncia e insieme porsi sublime, poiein, essenzialità che si fa essenza.

 

 

quattro m per voce sola

 

 

“QUATTRO <<M!>> PER VOCE SOLA”  (I Dispari, Milano, 1969)

Quello che maggiormente colpisce in questa breve silloge di Lelio Scanavini, pubblicata nel 1969 dalla editrice “I dispari” di Milano, e quindi a quasi mezzo secolo dalla sua uscita, è senz’altro la capacità di conciliare una scelta poetica di fondo, dichiaratamente volta a un dire “poco e raro” e a un discorso “rarefatto, povero e piano” – che già il titolo introduce e fa propria – con l’estrema densità semantica dei testi, che qui si realizza attraverso un gorgoglìo appena percettibile in superficie, tracce vocali e accenti disseminati accuratamente nel declinarsi dei singoli versi.

Così è, solo per esemplificare, nella serie “scialli – oasi – circolare – esiliato – onore – astratta – inorgoglisce – addizionatrici”, e poi ancora “rovesciano pianeti” che riprende e allittera l’incipit “Paraventi e scialli” della poesia eponima; o in quella “simplicitas – eccitati – conturbante – soprassalti – barene – nebbia – barche – inedia” di “Immacolata simplicitas”, dove, sull’asse marino di un testo che pare affondare ad ogni sequenza, baluginano, richiamandosi, i lampi dell’”alluminio” e dell’”argento”, immagine subito tradotta negli “psichedelici pozzi” di “Elegia delle tempeste”, che segue immediatamente e che risulta a sua volta costruita per differenze sul basso continuo di un’altra serie di desinenze, quella di “vita – morte – mare – (ancora) mare – computers”.

Lo sviluppo dei testi si compone quindi attraverso “ripetizioni di serie poco variate”, un riandare per onde lente e brevi, un logos “socratico” e brachilogico capace di tornare per questa via all’origine stessa della parola quale suono e, come tale, “udita per la prima volta”: una parola che, “scavando, spogliando, rompendo i nessi della sintassi” sia in grado di “ridare o dare una novità, nuove figure col medesimo alfabeto”; una parola che, così ritraendosi, ritrovi una forza espressiva altrimenti inaccessibile, una densità semantica, appunto, originata dalla privazione e dal silenzio, capace di “disegnare linee”, tracciare immagini di una quiete quasi mistica, psicotropa, “atto di pura conoscenza” ossimoricamente realizzato “nell’immobile delirio dei colori lunari”, quindi attraverso altri due perfetti ancorché obliqui, ma densissimi ossimori posti a chiusa del testo di “Prototipo I/A”.

Si tratta, perciò, anche di una densità semantica che la parola sembra possedere in quanto atto naturale, a prescindere dalla parola stessa intesa nella sua valenza più strettamente “semiotica”, dalla quale l’autore si stacca attraverso il duro lavoro di destrutturazione di nessi grammaticali e sintattici consapevolmente condotto in “<<M!>> 2° – ipotesi di lavoro e prototipi”, per raggiungere e affinare invece una parola che, negandosi alle forme tradizionali dello sviluppo logico e sequenziale che la caratterizzano nella sua “solennità”, recuperi il valore di (di)segno in grado di conciliare in pochi, rarefatti tratti luce e ombra, luna e sole, traiettorie naturali dell’infinitamente piccolo (il girasole) e dell’infinitamente grande (il pianeta), l’idea del volo e quella della caduta, dell’innalzamento superbo (Icaro) e della rovina (l’arcano della torre), discorso piano ed erudito e sottilissimi riferimenti etimologici (“vagante” e “pianeta”): “parola – colore” già così abilmente tratteggiata all’inizio della raccolta sulla tavolozza dei cinque versi di “Iside fosca”, solo all’apparenza innocui, in realtà potentissimi nella scelta che li cura e li assevera, e dove la densità semantica del testo, che è il grande valore di questa scrittura, raggiunge a mio avviso il suo vertice.

Quella a cui perviene l’autore, attraverso l’esperienza di un “lungo dubbio”, di “minute analisi”, della rinuncia e del lutto, di “agonie feconde” che aprono alla scoperta, disvelano, “illuminano le cripte” (“Schema”) – “umile lavoro da servo del mondo” che permette di “raccogliere fra le scorie tutta la luce nascosta” – è quindi una “parola madre”, in cui “ogni morte è un’impronta e ogni impronta matrice di un sole” , che supera lo sviluppo seriale e trattenuto, anche nelle sue valenze omologanti e rassicuranti, e apre alle “situazioni possibili” dell’ultima sezione del libro, perché permette ora, così duttile, di orientarsi nelle “direzioni x di un’esperienza moderna” dove compaiono “arabeschi e corrispondenze, quattro soli, incontri musicali, inesattezze divine, motel, Eros Center e Femmine Babele”: una parola che, per così dire, distende il pugno in palmo e consente di accogliere e assemblare, disporre e far convivere grazie alla ritrovata capacità di smorzare i contrari in semplici differenze, e con ciò stesso accostare quello che altrimenti verrebbe negato e superato, conservandone la ricchezza in un’”immagine-testo” a lungo meditata, ma scritta alla fine con la setola sobria e finissima di un semplice ideogramma.

*

Iside fosca

kore vagante del pianeta 282

ed Icaro l’inutile

avis rapax

salgono la torre dei girasole

*

Si tratta di dire poco

e raro

Rarefatto discorso

povero e piano

come un’aria per liuto

o un ricercare sui tuoni

*

Un disegnarsi di linee

e profili

nella pianura bianca

della mente protesa

Era uno stato di quiete

di viva attenzione

al traslare del tempo

Atto di pura conoscenza

nell’immobile delirio

dei colori lunari

*

Paraventi e scialli

Circa un’oasi

Luminosità circolare

al manichino esiliato

Nel salone d’onore

la macchina astratta

di Gianni C. inorgoglisce

Leve addizionatrici

rovesciano pianeti

 

 

lelio-scanavini-litosfera

 

 

“LITOSFERA” (I Dispari, Milano, 1978)

Quali sono le ragioni di questo mondo”terrificante” (nel senso stretto del termine), che in Litosfera, libro scritto circa quarant’anni fa, Scanavini descrive con il bisturi affilato della sua parola, sempre misurata, asciutta, a volte spietata, crosta riarsa di uno scenario dai tratti distruttivi e postatomici,dove “i ragazzi son già in ordine sulla scacchiera” e dove forse non ci saranno “infanzie o giochi o sogni o solo cifre memorizzate nel groviglio onnisciente dei circuiti stampati”? Da dove ha tratto origine questo mondo orribile e inospitale (ma a noi tanto familiare) dove “il bambino blu non sa ancora chi lo ucciderà (…) eppure tutto è già pronto: lo spago e il bavaglio, la droga e la cella…”. Quali le cause di questo mondo dove fermentano “coproculture”, dove “tutto è carbonio ed ossido fornace”, “assalto a ciò che di marino insiste nell’acqua”, splendida metafora per descrivere l’assalto stesso alla vita e a quanto di più umano e vitale ci appartiene?. Ma, soprattutto, quale battaglia decisiva, fra le tante combattute, abbiamo in fine perduto, quale la sconfitta che ci condanna a “scheletri di viadotti pensili su desolate brughiere”, ad essere “testimoni impietriti del ramificarsi notturno di un’orrenda cancrena”, a un mondo senza speranza “diretto forse verso un orizzonte dissolto”?

“Litosfera”, scritto dunque nel bel mezzo di quegli “anni di piombo”, fra i più duri della nostra storia recente, è esso stesso, come vuole il titolo, un libro duro, esplicito, severo che, con caparbia lucidità, attesta una enorme capacità di lettura del contesto – delle sue radici e delle sue probabili derive – ai limiti di una visionarietà apocalittica, in cui riecheggiano i cupi paesaggi di una posterità superstite a se stessa, popolata da “naufraghi azzurri” e “bande di azzurri eremiti”, reliquie di quella luce, la stessa che un tempo accendeva le cucine rischiarando mani inermi “nelle stanze gelate dal video”.

Se, infatti, la seconda parte del libro è una descrizione disincantata di questa riarsa crosta su cui “senza parole passano le pietre” e dove è possibile essere “felici ogni giorno all’ora fissata”, la prima parte ne è invece l’anamnesi, amara rivelazione di una malattia nell’attimo stesso del suo farsi sintomo, pagine volutamente scarne, ma per questo estremamente dense, in cui la parola è proiettile, “porfido”, “fenolo”, per dire con più forza e al massimo volume dell’espressione, a voce alta, senza compromessi formali, senza concessioni di stile, per dire come andava detto (emblematica, in questo senso, la citazione di Alberto Savinio posta in epigrafe al libro) che “la speranza era rossa e la cenere è grigia”, e ancor più che i nemici “congelano le falci sepolti i martelli di guerra”, e che “il nemico è più forte la sua violenza più dura”. Presa d’atto di una sconfitta in cui l’impegno civile dell’autore non può esimere da un’assunzione di responsabilità altrettanto esplicita e severa, come impone la constatazione che “muoiono le speranze e non erano illusioni”, teorema che porta Scanavini dritto al verso più duro dell’intera raccolta, forse il più sofferto per chi ha una storia personale di impegno consapevole come la sua: “l’abbiamo voluto compagni il giorno che abbiamo accettato le regole del gioco”. Così, all’inizio di un libro che va letto a ritroso, come a ritroso vanno ricercate le ragioni del dissesto morale, culturale, sociale e di conseguenza economico che ormai ci attanaglia e opprime; all’inizio del libro, dunque, si ripetono ossessivamente i rimandi ora espliciti ora meno a una “forma – finestra” dietro la quale “ogni cosa si decompone”, strumento d’omologazione che ora è ”antenna tv”, ora “cucina azzurra”, “nuova Babilonia”, “stanze gelate dal video” dove “le mani pendono azzurre”, “luce avida da ghetto splendente”, e dove l’autore, prigioniero fra i prigionieri in cerca di salvezza, è costretto a ricordare a se stesso, ad appuntarsi – sarcastico promemoria – che bisogna stare più attenti “agli improvvisi bagliori che talora inattesi si accendono”.

Quello che si è perduto, dunque, quello che resta dopo lo scontro di piazza decisivo, consumato in quegli anni bui notiziario dopo notiziario, evento dopo evento di una quotidianità avvolgente nelle spire del suo benessere tossico e assuefante; in breve, quello che ha originato la sconfitta irreversibile è un senso di comunità sfumato in piatta, invalidante omologazione, contro la quale ogni tentativo di lotta era, come ancora è, destinato a fallire. Fallimento magistralmente espresso dall’autore attraverso lo sviluppo interno di una metafora che si articola in tre splendidi testi (le poesie di pagina 59, 61 e 70), centrati sulle sequenze di termini “goccia/granulo/chicco” e “acqua/fuoco/sabbia/grandine”, e in cui il movimento, ogni movimento, ogni cambiamento radicale, ogni possibile rivoluzione rimangono fini a se stessi, soffocati nel gorgo di un’entropia autoreferenziale, penetrata di soppiatto e divenuta ormai costitutiva dell’intero sistema: in mezzo, “deserti delle sughere”,”conifere rade”, “mascheroni di cera”, “campi minati”, “caverne”, “selve d’antenne e croci”… Queste, allora, le ragioni della sconfitta, tratteggiate con la lucidità di cui si è detto, perché “le gocce d’acqua cadono una alla volta nel fuoco e il fuoco ha la meglio”, e questa massima diaspora delle intenzioni ci condanna alla metamorfosi dell’acqua in sabbia e della goccia in granulo, del porfido un tempo lanciato con rabbia ed ora diventato innocuo chicco di grandine, impotente, “su questa palude finita” dove si allunga l’ombra di una improbabile ultima speranza, quella della vita che si rinnova “in moto perenne (…) L’ultima forse delle creazioni, misteriosa fermenta”.

*

Lentamente

Inesorabilmente

muoiono le speranze

e non erano illusioni

Il nemico è più forte

la sua violenza più dura

e noi maledetti compagni

siam pochi e forse buffi

*

Il nero delle fogne

si risolleva di nuovo

riprende a urlare nei corridoi

alza la mano sporca

nelle assemblee mutilate

e questo era previsto

l’abbiamo voluto compagni

il giorno che abbiamo accettato

le regole del gioco

*

Il bambino blu

alla ricerca di briciole

nella tasca dei jeans

non sa ancora chi lo ucciderà

eppure tutto è già pronto:

lo spago e il bavaglio

la droga be la cella…

ma tutto sarà lieve

dolce come un tramonto

*

Sono ancora miliardi

i corpuscoli minerali

in moto perenne

sulla litosfera

L’ultima forse

delle creazioni

misteriosa fermenta

Melzo, maggio 2015

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Un commento su “Su due “vecchi” libri di Lelio Scanavini

  1. gianni montieri
    06/07/2015

    belle cose

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 06/07/2015 da in ospiti, poesia, saggi con tag , .
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