perìgeion

un atto di poesia

Andato in Patagonia, 7

pata13 

di Pericle Camuffo

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*

7 febbraio. San Carlos de Bariloche.

 

Di nuovo all’ “Hostarìa Posada del sol”, per chiudere il cerchio. La stanza non è la stessa di un mese fa, ma la sento comunque mia, sa di casa. Sono seduto sul pavimento, con il sole che taglia in due il cielo chiaro del mattino. Faccio pulizia. Preparo lo zaino. Tolgo polvere e chilometri dai vestiti e dalle scarpe. Mi libero, pian piano, di questo viaggio. Lentamente me lo tolgo di dosso, come si fa con un cappotto quando l’inverno comincia a balbettare nelle giornate che si allungano e puoi finalmente guardarti attorno con calma, nell’aria che si fa più tiepida e trasparente. Voglio iniziare a guardarlo in faccia questo viaggio, e lasciarlo parlare, ora che si sta calmando, ora che inizia a fare silenzio. Ma so che per ascoltarlo fino in fondo mi ci vorrà ancora del tempo, dovrò aspettare che la polvere si depositi e ridiventi terra e strada. Fuori dalla finestra, un casino di macchine e di gente riempiono il paese, ma è solo il sottile strato di terra che ricopre la vera anima di questa Patagonia. Quella vera, quella dei piccoli paesini sbocciati a stento dal deserto, come le rose di Atacama di Sepulveda, abbandonati nel nulla di sterrati interminabili e chilometri di cielo terra e vento, quella Patagonia esiste solo sotto la superficie di posti come Bariloche.

Domani riconsegno la macchina e sarà già ritorno. Ma domani, al di là di questa notte che non scende mai, sarà anche di nuovo Cile, sarà, ancora per un giorno, di nuovo viaggio.

 

Puerto Montt

La città è una discarica a cielo aperto. Le case scivolano su se stesse nel marciume del legno su cui la vernice si è arricciata in croste aggressive che sembrano bocche spalancate di piccoli animali. Qui, l’abbandono e la fatiscenza che caratterizzano la Patagonia diventano realtà vissuta e urlante. Ma i cileni sembrano non farci caso e continuano a girare come niente fosse calpestando cumuli di sporcizia e annaspando tra l’odore di pesce che viene venduto a tranci ai lati della strade, tagliato con mannaie d’acciaio e rivoli di sangue ed interiora sull’asfalto spaccato dalle radici di alberi che non ci sono più. Sotto i tetti di legno e metallo del mercato del pesce di Angelmo, inferni di odori stantii che scollano di dosso la pelle e bruciano nel naso come insetti irrequieti fritti dal sole. All’uscita del mercato, verso il mare, c’è un container che viene usato come un enorme cassonetto e riempito con lo schifo del mondo che qui rotola lento nella risacca delle onde che brillano sulla battigia scura. C’è un asse che fa da rampa, che da terra arriva fino alla sommità del container e che un uomo senza età percorre esausto con la carriola piena di immondizia, aspettano che arrivino la notte e la pace. Dei cani e dei bambini si dividono lo spazio lì attorno, più sporchi dei rifiuti, con occhi neri di demoni osservano turisti sfiniti sciamare a migliaia sulle strade di questa cittadina avvilita che cerca di darsi un’aria di festa. Ne sono sbarcati quasi 7000 dalla Queen Mary 2, dall’ Europa e dall’Albatros, le tre navi ancorate nella baia. Non si riesce a camminare nella bolgia di calore e gente e polizia a cavallo. La banda della Marina, con il suo rigore di ritmi ed uniformi, cerca di dare un ordine innaturale al frastuono di voci e grida che rimbalzano sui frutti di mare affumicati ed esposti al sole. E camion che tagliano le strette stradine del centro trasportando enormi cumuli di reti da pesca che lasciano nell’aria una lunga scia di marciume. Passano sotto la finestra della mia stanza. Stamattina ne ho contati tre in mezz’ora, mentre fumavo e rifiutavo l’invito di un paio di grasse puttane malmesse che mi chiamavano, sedute davanti a quello che all’inizio del secolo scorso probabilmente era un elegante bordello ma che ora è solo un tunnel buio e pieno di fumo e vetri oscurati.

Disperati, poveracci e zingari di un est sconosciuto occupano tutto il lungomare. Hanno piantato tende e cantano e bevono da grosse bottiglie avvolte in buste di plastica. Sputano ai loro cani e a me che passo in fretta senza guardare le loro facce che sono pagine di una storia di cui io non saprò mai nulla, mentre lo scafo della Queen Mary troneggia nel porto, immobile, e riduce, con la sua immensità, ogni cosa ad una lieve sfumatura di colore.

Famiglie con bambini e nonni siedono sul molo di cemento osservando inebetiti quell’ombra urlante di sirene e getti di schiuma che salutano la nave mas grande del mundo. L’accompagnano con gli occhi muti mentre lascia il porto sfilando nell’aria una lunga scia di fumo ed arando l’acqua marrone. Ora che lo spazio della baia via via ridiventa libero, la gente si sente di nuovo abbandonata, sola di fronte all’apertura delle loro vite. Privati di quello schermo di luce e metallo che in qualche modo li proteggeva, hanno paura. Qualcuno filma un sogno che si fa solo di aria e di notte mentre tutt’attorno cadono, come se qualcosa li avesse improvvisamente colpiti, giovani e vecchi ubriachi che si gettano per terra dove capita, dove non ce la fanno più, tra i cespugli o nelle aiuole, sulla strada, a braccia aperte, riversi, sembrano cadaveri. La zona del porto ne è piena. Nessuno dice niente, fa niente, tutti passano, guardano e proseguono. Io faccio lo stesso. Se in Argentina ogni momento è quello adatto per un mate, qui ogni momento è adatto per bere.

Ma Puerto Montt ha anche un fascino sordo, denso, qualcosa che ti sale tra le fibre dei muscoli e ti rode la mente. Puerto Montt ha il fascino di ogni inferno del mondo, non puoi starci molto, ma puoi starci bene se solo rinunci al possesso pieno di te stesso e ridiventi carne nella carne del mondo.

Ceno alla “Nave”, come rito d’omaggio al viaggio che qui è iniziato e qui si conclude. Si ritorna da dove si è partiti, sempre. E’ il giro della vita. Cenere alla cenere. Al tavolo vicino al mio ci sono due ragazze italiane. Parlano a voce alta, vogliono fare in modo che riconosca la loro provenienza, in qualche modo, forse, hanno capito la mia. Ma non parlo con loro, le osservo da una distanza troppo fonda per avvicinarmi, e sto bene da solo, avvolto in una malinconia che riscalda, che accarezza. Ma anch’io, come loro, canto sottovoce “Io camminerò” di Umberto Tozzi, che la radio disperde nella stanza soffocata dall’odore pesante del curanto.

 

pata13bis

 

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Questa voce è stata pubblicata il 09/07/2015 da in feuilleton, ospiti, prosa, scritture con tag , , , .
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