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un atto di poesia

Turi Mangano Orchestra, Un’intervista

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di Francesco Tomada

Fra le numerose nuove proposte musicali del panorama italiano, alcune spiccano per originalità: è il caso dei Turi Mangano Orchestra, in cui a colpire non è soltanto la particolarità del nome, ma anche quella della storia personale dei componenti, che arrivano da esperienze decisamente diversificate. Un simile amalgama non poteva che tradursi in una musica sicuramente intrigante, come conferma il primo lavoro della band, l’ep Naturale, che è possibile ascoltare e acquistare qui in formato digitale.

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare Rosa Mangano e Marco Annicchiarico, che hanno risposto con grande gentilezza alle nostre domande, e di questo li ringraziamo.

Per altre notizie, informazioni, curiosità è possibile consultare il sito dei T.M.O., dalla cui galleria fotografica è tratta anche la fotografia che apre questo articolo.

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La prima domanda è probabilmente scontata, ma al tempo stesso inevitabile per iniziare a conoscervi: come è nato il gruppo? Lo chiedo anche perché mi sembra che la storia personale dei componenti sia decisamente diversificata, e dunque le esperienze che ciascuno di voi porta siano differenti da quelle degli altri. E poi, ovviamente, da dove arriva il nome del gruppo, decisamente particolare?

Rosa: I T.M.O. sono nati un po’ per caso e un po’ per esigenza. Avevo smesso di cantare da diversi anni, anche se ogni tanto entravo in studio con il produttore Massimo Spinosa per registrare un brano nuovo. La molla è scattata dopo l’incontro con Marco; avevo letto alcune poesie con cui aveva vinto il Premio Penna e così gli ho chiesto di scrivere i testi delle mie canzoni. Dopo diversi mesi, ci siamo incontrati per lavorare insieme a un brano, scoprendo un’ottima affinità che ci ha portato a proseguire la collaborazione. Marco ha la capacità di scrivere quello che voglio dire in musica, trovando il giusto significato e dando maggiore risalto alla musicalità delle parole. Quando ci siamo accorti di avere una dozzina di canzoni pronte, abbiamo contattato dei musicisti della zona. Ho scelto di proposito dei ragazzi giovani perché credo nella loro curiosità e nella voglia che hanno di sperimentare. Nel gruppo ognuno ha esperienze diverse; i ragazzi, ad esempio, studiano jazz al Conservatorio ma suonano anche in altri progetti indie. Una cosa abbastanza divertente è stata scoprire che il padre di Ennio, il batterista, negli anni settanta ha suonato con me. Invece, per quanto riguarda il nome, è un omaggio a mio nonno; i primi brani sono nati nel casolare in cui viveva e l’idea è venuta spontanea. Poi abbiamo aggiunto Orchestra perché, col tempo, ci piacerebbe allargare il progetto; in questo senso, col nuovo anno ci saranno delle novità.

Per quanto “Naturale” sia il vostro esordio, lo stile musicale appare decisamente definito. So che non si dovrebbe lavorare per paragoni (e la vostra proposta è decisamente personale, meglio dirlo subito) ma almeno per dare un’idea a chi non vi conosce può essere utile: con la sezione ritmica in primo piano e le chitarre dilatate sullo sfondo, spesso in procinto di esplodere, in qualche modo la vostra musica sembra richiamarsi ad alcuni gruppi come Sigur Ros, o molto più indietro nel tempo ad alcune cose della new wave inglese, come la seconda fase dei Talk Talk. Ti sembra azzardato?

Rosa: In effetti, paragonare un progetto a un altro è inevitabile. Diversi critici ci hanno accostato a Sigur Ros, Talk Talk, Mogwai, Nada e Cristina Donà, ma a dire il vero non abbiamo un vero e proprio punto di riferimento. Quando porto una canzone in studio, ognuno di noi tira fuori delle idee per l’arrangiamento finale e poi si sceglie la soluzione più adatta al nostro stile. Si può dire che la nostra musica nasce dall’insieme di tutto quello che abbiamo ascoltato negli anni, riproposto attraverso la nostra sensibilità e il nostro gusto. Non nego che i vari accostamenti ci facciano piacere, ma credo che i T.M.O. debbano ancora raggiungere una propria maturità.

A livello di ascolti, e visto che – come sottolineavo prima – avete provenienze differenti, quali sono gli ascolti e i contributi che ciascuno di voi porta al lavoro comune?

Rosa: Il fatto che nella band ci siano tre generazioni diverse a confronto credo aiuti molto. Ascoltiamo davvero di tutto, dalla musica classica a quella elettronica. Tra i nostri ascolti recenti, oltre ai gruppi che abbiamo nominato prima, ci sono anche Marco Parente, Tame Impala, Santo Barbaro, Saint Vincent, Pfm, Area, Banco, Patrick Watson, Iacampo, Alessandro Fiori e Colapesce. Grazie a Marco veniamo a conoscenza dei nuovi artisti italiani, anche perché fino a poco tempo fa scriveva recensioni e ascolta sempre tutto quello che gli passa sotto mano; musicalmente ha una curiosità fuori dal comune.

Perigeion si occupa soprattutto di scrittura, e questo con voi va benissimo, perché i testi sono decisamente particolari. Se non sbaglio se ne occupa Marco, che ha un passato e un presente da poeta; non a caso sono testi decisamente più impegnativi e “significativi” rispetto alle normali produzioni musicali. Quali stimoli e quali difficoltà derivano dall’uso di questi testi, pensando anche che l’italiano non è sempre una lingua facilissima da coniugare con la musica?

Rosa: Per quanto mi riguarda, ci sono molti stimoli e poche difficoltà. Si parte sempre da un’idea poetica ma poi il testo vira in altra direzione, andando a prediligere il suono delle parole, come dicevo prima.

Marco: Per me, invece, gli stimoli e le difficoltà sono allo stesso livello. Nel senso che, spesso, mi trovo a scegliere non la frase più bella o significativa ma quella che ha un suono migliore. In alcuni casi è quasi una sofferenza. Non so se siano testi impegnativi; di sicuro, però, non sono le classiche tormentate storie d’amore e non ci sono facili ritornelli da ripetere come un mantra.

Ancora a proposito di testi: più che descrivere o raccontare, sono parole che spalancano piccoli universi fra le cose (penso a “I pesci”, “Il geco” ma anche alla stessa “Irene”), che allargano le prospettive dilatando le fessure in finestre. È un lavoro consapevole, intenzionale, o guidato dall’evocazione della musica?

Marco: Di solito seguo tutta l’evoluzione del brano, dalle prime note alla stesura definitiva. Rosa accenna un’idea per il testo e poi crea la melodia, sempre in “finto inglese”, creando strofe con pochissime sillabe. Se l’idea che suggerisce per il testo mi piace, lavoro in quella direzione. Per caso, le canzoni che hai citato hanno tre modi diversi di lavorare. Pesci, infatti, era una poesia che ho scartato e che Rosa ha recuperato, sulla quale ho apportato diverse modifiche. Il geco, invece, è nata un giorno in cui stavamo lavorando e mi sono accorto che, sul soffitto, c’era un via vai di gechi; così, ho iniziato a studiarli, pensando a un testo che parlasse di loro. Mentre Irene è nata su input di Rosa, che voleva dedicare una canzone a sua nipote.

Fa eccezione il testo di Lou Reed: a questo proposito sarebbe bello se raccontaste come e perché è nato così.

Rosa: Ho molto amato la musica di Lou Reed, soprattutto negli anni settanta, e quando ho saputo che era morto mi sono messa al piano a suonare una sua canzone. Dopo pochi minuti, in modo molto naturale, ho continuato con una melodia inedita e ho detto a Marco che mi sarebbe piaciuto scrivere una canzone che parlasse di lui.

Marco: Io mi sono subito rifiutato, anche perché il rischio di cadere nella banalità era molto alto. Dopo qualche giorno, invece, le ho proposto di creare il testo con la tecnica del cut-up, tagliando e incollando -con apparente casualità- alcuni titoli delle sue canzoni.

Rosa: L’idea mi è piaciuta subito ed ero molto curiosa di quello che poteva essere il risultato. Alla fine il testo racconta una storia di disperazione e riscatto e credo che sarebbe piaciuto anche allo stesso Reed.

Un altro aspetto evidente e distintivo della vostra musica è l’uso della voce, che è una voce caratteristica e affascinante, che spesso oltre a delineare lo sviluppo melodico tende a diventare un elemento evocativo, quasi ipnotico: verrebbe da dire che è protagonista cercando di sfuggire ad un protagonismo esibito…

Rosa: Il mio modo di cantare nasce dal modo di sentire le melodie. Non ho mai amato enfatizzare o usare troppi acuti, perché mi piacciono le tonalità basse; danno più calore e colore alle cose che canto. C’è anche da dire che, in questi anni, penso all’utilizzo della voce come a un elemento aggiuntivo che non deve essere la protagonista principale. Non è un caso, infatti, che il cantato sia presente il minimo indispensabile, soprattutto nei brani che faranno parte del nuovo disco.

Se non sbaglio la vostra scelta è stata quella di rinunciare sia ad un produttore in fase di registrazione, sia ad un ufficio stampa. Non so sia stata un’esigenza economica o il frutto di una decisione ben precisa (o forse entrambe le cose); in ogni caso vorrei chiedervi quali vantaggi e svantaggi vi ha comportato.

Rosa: Diciamo che è stato un caso. Quando abbiamo registrato il disco pensavamo di realizzare solo una demo da far girare nei locali, in cerca di serate. L’idea era di registrare, più avanti, il disco ufficiale. Poi, quando è uscito dal gruppo Emanuele (il primo chitarrista), abbiamo deciso di lasciare tutto così com’era e di far uscire l’album come Ep. Non lo consideriamo a tutti gli effetti un disco ufficiale e, avendo registrato senza un produttore, abbiamo deciso di lasciare le cose così com’erano. Per il nuovo album, invece, vorremmo trovare qualcuno capace di non snaturare il nostro progetto e il nostro mondo, ma che ci accompagni in un percorso di crescita.

Marco: Sul discorso ufficio stampa, ci sembrava stupido spendere dei soldi per un album che non consideriamo un lavoro ufficiale. Così, abbiamo deciso di occuparcene io e Rosa. Il vantaggio è stato di aver instaurato dei rapporti diretti con alcuni addetti ai lavori; lo svantaggio è che, trattandosi di un album autoprodotto, molti giornalisti non ci hanno preso in considerazione. Per fortuna, abbiamo incontrato molti addetti ai lavori che sanno ancora essere curiosi.

Vista da lontano, la Sicilia dal punto di vista musicale appare oggi in pieno fermento. Un po’ come accadeva all’inizio degli anni Novanta, non pare insensato parlare di una vera e propria scena siciliana, anche se essa viene declinata in forme molto diverse. Allora chiedo a voi se è un’interpretazione corretta, se esiste una scena oppure si tratta di molti percorsi autonomi, e se in qualche modo ne fate parte.

Rosa: Sicuramente, rispetto al periodo di cui parli, manca una figura di riferimento come quella di Francesco Virlinzi che, con la sua Cyclope Records, lanciò Carmen Consoli, Moltheni, la carriera solista di Mario Venuti e i Flor, per citarne alcuni. Oggi ci sono molte piccole realtà, indipendenti l’una dall’altra, che spesso non hanno un genere che le accomuna fino in fondo. Di sicuro c’è un bel movimento artistico che riguarda diverse città: penso a Siracusa con Colapesce e Alì o a Palermo con Di Martino, Simona Norato e Nicolò Carnesi. O ancora a Catania con Cesare Basile e alla stessa Barcellona dove, oltre a noi, ci sono altre belle realtà come i Maloto, i Timboscica, i laGrandine, Carlo Mercadante e Toti Poeta. A volte penso che ci sia solo molta voglia di fare, per questioni di riscatto o di semplice esigenza personale.

Marco: In effetti, solo nell’ultimo mese, in Sicilia ci sono stati ben nove Festival musicali, di cui cinque piuttosto importanti che hanno portato nomi di tutto rispetto come Franz Ferdinand, Notwist, Temples, Be Forest, Colapesce, Dimartino e Nicolò Fabi. Ed è un po’ strano pensare che questi eventi nascano in una terra così difficile, dove le istituzioni, quando lo fanno, aiutano a modo loro. La cosa che mi piace sottolineare di questa scena siciliana è che, in varie forme, si sta lottando contro il monopolio della Siae. Per dire, lo scorso anno i T.M.O. sono stati il primo gruppo siciliano che ha iniziato a suonare dal vivo con licenza Soundreef al posto di quella Siae, mentre lo stesso Basile ha creato La Fionda distribuendo i propri album senza intermediari.

Leggo che state lavorando su un vero e proprio cd d’esordio (“Naturale” è un corposo ep di sette pezzi): potete anticipare in quale direzione potrebbe muoversi la vostra musica, quali saranno gli sviluppi rispetto a “Naturale”?

Rosa: Intanto posso dirti che ci saranno più di dieci canzoni e che stiamo cercando di inserire alcune collaborazioni artistiche. Il gruppo ha raggiunto un ottimo livello di affiatamento e, a distanza di così poco tempo, non credo che il nuovo album si discosterà molto da “Naturale Ep”. Di sicuro, però, metteremo più attenzione a diversi aspetti che vorremmo migliorare, come il suono e gli arrangiamenti. Sarebbe bello riuscire a farlo con un produttore, ma è una cosa che valuteremo con calma il prossimo anno.

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2 commenti su “Turi Mangano Orchestra, Un’intervista

  1. ninoiacovella
    11/09/2015

    In Italia c’è un fermento indie (o alternative) notevole. I T.M.O., all’interno di questo fermento, sono una felice scoperta. Molti dei riferimenti musicali citati in questa intervista mi sono particolarmente cari. Addirittura i Talk Talk della “seconda fase” di cui posseggo orgogliosamente i vinili (Spirit of eden e Laughing stock). E poi Colapesce, Moltheni, Sigur Ross. Con Francesco scopro di condividere anche buona parte dei suoi gusti musicali.
    Nino

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  2. rosamangano
    21/09/2015

    Ciao Nino. Come prima cosa ringrazio Francesco per la bella intervista e te per il commento. Anche se facciamo parte di quel fermento indie, come altri da te citati, ne siamo un po’ ai margini, in quanto la nostra musica non segue le “mode” del momento. È piacevole trovare persone come voi che hanno curiosità musicale e sanno apprezzare proposte “alternative”. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 08/09/2015 da in interviste, musica con tag , , , .
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