perìgeion

un atto di poesia

Marco Ercolani, Destini minori, Prima parte

Marco_Ercolani

[leggi anche Destini minori, Seconda parte]

di Marco Ercolani

«Ha senso continuare a scrivere perché scrivendo diventa possibile narrare altre vite» afferma Peter Bichsel. Questi Destini minori sono vite di cui posso narrare solo nell’estrema brevitas: molti dei protagonisti sono frutto di pura invenzione, altri invece si ispirano a personaggi della nostra contemporaneità. Ma la differenza non è sostanziale. Si tratta, in sintesi, di destini eccentrici ed esemplari, di “temi con variazioni” che traversano l’arte, la politica, il genocidio, le passioni, la follia, la poesia, l’uomo. Per “Perigeion” scelgo alcuni esempi da questo libro in costruzione, a cui rifletto e su cui lavoro dai primi anni novanta. M.E.

Pavel Hadeu

“Quanti rom hanno perso la vita nei campi di concentramento? Quanti zingari Hitler ha internato e ucciso dal 1942 al 1945?”.

“Nella mia testa c’è una lavagna nera. Hadeu. Pavel Hadeu. Ho 76 anni e mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Tutti i libri parlano solo delle persecuzioni ebraiche, tutte le fotografie ricordano solo le vittime dei pogrom. Il primo campo di concentramento solo per noi era il lager di Lockenbach, nel Burgland. Non c’è mai stato un archivio che conteggiasse le nostre esistenze. Per raccontare freddo, fame, morte e paura, ci vogliono parole, ci vuole scrittura. Noi zingari non possediamo né le une né le altre”.

“Cosa pensava Hitlter di voi?”.

“Secondo Hitler non siamo mai stati responsabili. Ladri, nomadi, truffatori, assassini, ma non responsabili. Dei poveri malati: le nostre cellule possiedono il Wandertrieb, il gene dell’istinto al nomadismo, da cui un’accurata igiene chirurgica avrebbe potuto liberarci – quella che il dottor Köhler chiamava lobotomia selettiva”.

“C’è niente di scritto sull’eccidio dei rom?”.

“Io ho 76 anni, mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Ripeto il mio nome tre volte al giorno, perché attraverso il mio nome esistono ancora tutti i nomi che sono stati cancellati e tutte le vite che sono state soppresse nel corso di questi ultimi cinquant’anni. Vuoi rendermi giustizia? Pubblica queste mie parole: digitale sul video, scrìvile sui libri, grìdale in televisione. Che brulichino in mezzo alla gente occidentale. Nella notte dei tempi tutti gli uomini erano dei rom. Noi siamo, da sempre, il popolo segreto di cui gli altri – gli stupidi, crudeli gagiò – si vergognano. Alcuni generali delle SS – i peggiori gagiò – ridevano fino alle lacrime della rima fra pogrom e rom. Se potessi ricordare tutto, adesso, non pronuncerei discorsi libertari ma comincerei, fin da ora, con una lunga cantilena, scandendo sillaba dopo sillaba, nome dopo nome, a leggere i nomi di tutto il mio popolo: a ricomporre il mio popolo qui, davanti a me. Ma dentro la mia testa c’è solo una lavagna nera”.

“Lei ricorda i loro nomi?”

“Chi ricorda i nomi di tutti gli zingari del pogrom? Chi ha abbastanza memoria da riempire l’aria con un interminabile elenco di suoni, sapendo che ogni suono è stato un corpo che rideva e piangeva? La soluzione finale per noi fu decretata da Himmler il 16 dicembre 1942 nel settore B2 del Lager di Birkenau”.

“Quante sono state le vittime?”.

“Intervistate gli autori materiali del massacro o disseppellite durante il giorno interminabili campi di ossa di bambini e di adulti. Avrete il numero esatto”.

Hans Fossl

Nel campo di Fuhlsbüttel trecento omosessuali giunsero a pomeriggio inoltrato, una piovosa sera d’inverno, dentro sette vagoni merci, e vennero internati tutti nell’ala sinistra del campo come una categoria particolare di prigionieri.

Heinrich Himmler, il comandante del campo, che fino ad allora non si era reso colpevole di particolari atto di crudeltà, non esitò ad affermare, all’adunanza del mattino seguente, che quei pervertiti erano pericolosissimi per l’«equilibrio della nostra comunità», perché alla minima occasione «si sarebbero gettati l’uno nelle braccia dell’altro» e, anche se fisicamente malconci, «avrebbero perseverato con ostinata lussuria nel loro vizio».

Vedendo quegli sventurati Hans Fossl fu invaso da una folle pietà. Di uno di loro, un ragazzo calvo di ventisei anni, di nome Joseph Szalk, si innamorò perdutamente. Joseph non riuscì a salvarsi dall’ennesima tortura di Himmler.

Fossl sopravvisse ma da allora, in qualsiasi giorno e in qualsiasi anno, non si sente vivo abbastanza. Non abbastanza. Respira perché nella sua memoria ci sono ancora certe figure dolenti che vagano dal lato sinistro del campo. Ricordandoli, ha l’illusione di cambiare i loro occhi, di trasformare i loro volti, di sottrarli al dolore che soffrirono e alla morte che li uccise. Di cambiare ancora il destino di Joseph. Talvolta si sveglia, nel cuore della notte, con la sensazione, potente e felice, che questo possa realmente accadere.

Hans Lichstein

“Mi parli del marchio, colonnello”.

“È accaduto esattamente così. Scrittori, ebrei, zingari, diseredati, li volevo tutti con un marchio preciso in mezzo ai capezzoli. Dovevamo avere un modo per riconoscerli. Quelli si travestono da borghesi, sembrano normali, si accoppiano come tutti gli altri uomini di razza ariana. Ma sono diversi, come sappiamo bene. Ecco la soluzione, semplice e pulita: il marchio. Parola del colonnello Hans Lichstein. La Polizia Speciale avrà un solo scopo: individuare i sospetti e tatuare nei loro corpi il segno. Meglio se fin dalla nascita. Oppure alla prima occasione: servizio militare, controlli sanitari, eccetera. Ovviamente, il marchio non sarà visibile a occhio nudo. C’è chi potrà vivere una vita ineccepibile, al di là di ogni sospetto. Ma, alla prima visita medica, basterà scoprirgli il torace e sfiorargli i capezzoli con un guanto speciale, sul quale abbiamo sparso una certa dose di opportuna polvere bianca, e saremo in grado di individuare il segno. Semplice e definitivo. Nessuno potrà più sfuggirci, anche se si comporterà in modo non sospetto. Noi sapremo sempre chi è diverso da noi. Nessuno potrà più mascherarsi da ariano e ingannarci con la sua finta aria di superiorità. IL MARCHIO: basta con gli equivoci. Parola di colonnello”.

Altri Destini minori saranno pubblicati il 12 settembre.

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5 commenti su “Marco Ercolani, Destini minori, Prima parte

  1. marco ercolani
    10/09/2015

    Grazie, amici, per ospitare in Perigeion frammenti di un libro ancora futuro. Giusto per citare un naturale predecessore, Thomas Bernhard de “L’imitatore di voci”, dove fatti di cronaca assurgono a epifanie della visione: qui ho cercato, invece, di inventare vite plausibili ma sempre stravaganti e dissociate.

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  2. Marco Furia
    10/09/2015

    Un'”estrema brevitas” davvero efficace e coinvolgente: rende partecipi per via di un pensiero che è dell’autore e, assieme, anche di noi lettori.
    Non si tenta di esaurire un argomento, ma di suscitare un “essere con” e “in” ricco d’intelligenza e di passione.
    Vivere con sempre maggiore consapevolezza: è questo il nobile scopo della scrittura di Marco.
    Attendiamo il seguito.

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  3. ninoiacovella
    11/09/2015

    Bellissimi testi Marco. Leggerti è sempre un arricchimento, oltre che un’emozione forte. Grazie.
    Nino

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Questa voce è stata pubblicata il 10/09/2015 da in ospiti, prosa, scritture con tag , , , , .
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