perìgeion

un atto di poesia

Marco Ercolani, Destini minori, Seconda parte

alfred-kubin

[leggi anche Destini minori, Prima parte]

di Marco Ercolani

Enrico Levi

Il 13 ottobre 1944 il professor Levi si decise a traslocare: tutti i mobili della sua casa, dal letto alla scrivania, dalle biblioteche agli armadi, furono stipati con fatica nei vagoni ferroviari. Controllò che non mancasse nulla: fino all’ultimo istante impartì ordini agli operai che caricavano. Era ansioso, trafelato, impaziente: non voleva perdere nulla. Là c’era un libro decisivo per il suo passato, là un orologio che gli ricordava un pomeriggio felice.

Il treno partì da Napoli alle otto e trenta di sera.

Durante il viaggio, all’incirca verso mezzanotte, sentì che il treno si fermava, ma in assenza di qualsiasi stazione. Avvertì qualche scricchiolìo, che attribuì a dei rami secchi gettati sulle rotaie dai partigiani. Il convoglio si fermò per circa nove minuti. Nel cielo apparvero lampi. Là, a nord, si stava combattendo ancora.

Arrivato a destinazione, scese dal treno e si voltò. Una strana meraviglia lo invase, più acuta del dolore che provò un secondo dopo. Tutti i vagoni erano stati staccati, escluso quello in cui aveva viaggiato, e il macchinista era fuggito. Mobili, letto, libri, specchi, bauli – non era rimasto nulla. La sua casa era scomparsa dai binari. “Pazienza” bisbigliò trattenendo una risata irrefrenabile, e tornò senza rimpianti nel suo scompartimento.

Aldo Gandiglio

I lampi delle ultime bombe avevano rischiarato a giorno il cielo notturno. Aldo Gandiglio aveva diciannove anni, allora, e rideva con gli amici di trincea, fumando e ricordando una maldestra avventura galante. Anche loro ridevano senza ritegno, le facce sporche di fango. Qualcuno aveva le lacrime agli occhi. Altri si stringevano i pugni sulle ginocchia, sussultando. Un ordine, via telegrafo, lo raggiunse: il comandante della guarnigione voleva vederlo subito. Obbedì. Si lasciò alle spalle la trincea, percorse uno stretto condotto di fango, sfiorò baionette arrugginite, corpi addormentati in piedi; percepì respiri rauchi. Sentì anche un lontanissimo, sordo boato. Alla fine, era nella tenda del comandante. Lui gli disse qualcosa che adesso, dopo ventisei anni, mentre gioca con la figlia e non smette di fumare, stenta a ricordare. Salutò sull’attenti, girò la schiena all’ufficiale, ripercorse a passi veloci lo stretto condotto fangoso. Tornò. La dove c’era stata la trincea, dove dieci minuti prima aveva riso e scherzato con i suoi amici di diciassette, diciotto, diciannove anni, c’era un immenso buco nero. Nessuna traccia dei sacchi di terra, del fango, delle provviste, dei corpi. Neppure un osso visibile. Polvere mescolata a polvere. Abbassò gli occhi. Si accese una sigaretta e ricordò che fra un mese e tre giorni avrebbe compiuto diciannove anni. Lui, Aldo Gandiglio. “Per tutto il tempo della mia vita futura, Gianna, anche se mi sono sposato, anche se ho avuto te, non ho mai dimenticato quel buco dove, in mezzo a corpi esplosi e irriconoscibili, doveva esserci anche il mio”.

Arturo Miceli

Non sapevano come riferirglielo; non sapevano, letteralmente, come comunicarle la notizia. Per quel surreale, impensabile evento, quali parole usare? Come dire a una giovane donna che il suo fidanzato, Arturo Miceli, ufficiale di ventisei anni in congedo, affacciandosi alla finestra durante il bombardamento, ha avuto la testa staccata di netto dal violentissimo spostamento d’aria provocato dal volo radente di un aeroplano? Come dire, a una donna di diciotto anni, di nome Nora Cassini, che un semplice colpo d’aria ha decapitato l’uomo di cui soltanto ieri aveva baciato la bocca viva? Come riferirle che nessun evento preciso e cruento è stato responsabile di quella morte? Come spiegarle che è volata via così, da un secondo all’altro, quella testa umana, proprio quella che amava, e il resto del corpo è ancora lì, afflosciato sul balcone, in attesa che arrivi la polizia a constatare il decesso? Come simulare una impossibile parola di conforto? Come non essere presi dalla voglia, almeno per un attimo, in segreto, di ridere di quella storia irripetibile e grottesca, di quella storia a cui nessuno crederebbe come non si crede al vaneggiamento di un idiota?

Ivan Orten

Monica Klej rilegge ogni settimana la lettera del fidanzato Ivan Orten dalla città di Bihac:

“Ti scrivo, Monica cara, da questa sfortunata e straordinaria città, che attende il suo destino. Siamo centottantamila, ma viviamo giorno per giorno, come un gruppo sparuto di profughi, e ci accontentiamo di piccole cose. La normalità è un ricordo lontano. Qui a Bihac nessuno può entrare né uscire: siamo completamente isolati. Dal fronte arriva, ogni pomeriggio, un gran numero di feriti e non abbiamo neppure gli antibiotici per curare i bambini più gravi. L’ospedale, come sai, è privo di rifugi sotterranei. Aspettiamo gli ordini di Milosevic e le granate di Mladic. Ieri, presso il fiume Una, hanno colpito in pieno un giovane e la sua testa è rotolata nell’acqua. I bambini giocano per strada con indifferenza e non temono le esplosioni: sanno distinguere, dal suono, il rumore di una granata dal tonfo di una bocca di cannone, e discutono seriamente la differenza.

Ci riferiscono che i nostri soldati mangiano zucchero per non impazzire, che si stringono le mani di notte, e divorano funghi e lumache. Lungo le strade per il monte Igman, a Tuzla e Sebrenica, ci sono teste infisse sui pali e corpi decapitati piazzati nelle posizioni più ridicole.

Ogni tanto ridiamo: ci basta un nonnulla. Ieri, guardando una donna che trasportava il marito invalido in carriola, siamo scoppiati a ridere fino alle lacrime. Da noi sono molti i musicisti, soprattutto gli insegnanti di chitarra e di pianoforte. La musica, in queste lunghe notti, ci permette di essere normali e di sognare. Danko Stubac, un serbo che ha scelto di vivere con noi, compone filastrocche per i bambini, e ha appena terminato un libro di canzoni…

Viviamo così. Io, Ivan Orten, sto dimenticando la forma del tuo viso. Vedo un susseguirsi di scene, tutte diverse e tutte uguali, da cui la morte non scompare. Ma, ogni giorno in più, imparo a nascere, molto lentamente. Anche un respiro, uno scricchiolìo, una briciola di pane, diventano le rivoluzioni di una galassia, in questo momento storico in cui l’uomo ha smesso di appartenere alla storia e vive alla macchia come vivo io, rannicchiato nell’angolo lontano di qualche città assediata, abile a diventare invisibile quando lo esigerà la deflagrazione di una bomba”.

Nota: l’immagine che illustra i testi di Marco Ercolani è di Alfred Kubin.

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7 commenti su “Marco Ercolani, Destini minori, Seconda parte

  1. marco ercolani
    12/09/2015

    Grazie, amici, dell’attenzione. Una precisazione: i racconti che voi leggete sono l’inizio del libro, che consiste in un centinaio di racconti. Gli ultimi sono dedicati al mio tema preferito: la follia.

    Liked by 2 people

  2. francescotomada
    12/09/2015

    Aspettiamo di leggere gli altri, con grande curiosità.

    Francesco t.

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  3. christiantito
    12/09/2015

    Mi associo alla curiosità di Francesco. Curiosità che si amplifica per il tema degli ultimi anche a me tanto caro 😉

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  4. marco ercolani
    12/09/2015

    Sono felice dei vostri riscontri. Mediterò una ulteriore antologia per Perigeion.

    Liked by 2 people

  5. tramedipensieri
    12/09/2015

    Ho letto con attenzione e interesse…alcuni di questi avrei voluto che continuassero…
    Complimenti per la scrittura…

    Aspetto gli altri con molto piacere e ti ringrazio per pubblicarli

    Ciao
    .marta

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Questa voce è stata pubblicata il 12/09/2015 da in ospiti, prosa, scritture con tag , , , , .
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