perìgeion

un atto di poesia

L’autorità si espia

gennaio_1936_primo_numero

di Giuseppe Zuccarino

Nel 1939, Georges Bataille pubblica l’ultimo numero della rivista «Acéphale», numero che ha redatto interamente da solo, ancorché in forma anonima. I tre precedenti fascicoli, apparsi qualche anno prima, erano invece il risultato di un lavoro collettivo: includevano articoli, oltre che di Bataille, anche di altri suoi sodali (tra cui Pierre Klossowski, Roger Caillois e Jean Wahl), oltre a pregevoli illustrazioni realizzate da André Masson. L’ultimo fascicolo è di formato più piccolo rispetto ai precedenti e non reca immagini, tranne, in apertura, il disegno massoniano con l’immagine dell’acefalo che già figurava sulla copertina degli altri tre1. Un’analisi di questo periodico (che è senz’altro uno dei più originali e significativi fra quelli prodotti nella prima metà del Novecento) e una ricostruzione delle attività della «società segreta» ugualmente denominata Acéphale ci porterebbero troppo lontano2. Basti ricordare qui che il principale ispiratore delle tesi di Bataille negli anni Trenta (ma forse in tutto in tutto il suo percorso intellettuale) è Friedrich Nietzsche.

L’ultimo numero della rivista si apre appunto con un articolo che intende celebrare il filosofo tedesco, anzi, più precisamente, l’anniversario del suo impazzimento. Il brano batailliano è preceduto infatti da una specie di epigrafe solenne, disposta a centro pagina, nella quale si legge: «Il 3 gennaio 1889, cinquant’anni fa, Nietzsche soccombeva alla follia: in piazza Carlo Alberto, a Torino, singhiozzando si gettò al collo di un cavallo percosso, poi crollò; risvegliatosi, credeva di essere dioniso o il crocifisso. Questo evento dev’essere commemorato come una tragedia. Zarathustra aveva detto: “Quando ciò che è vivente comanda a se stesso, bisogna che espii la propria autorità e sia giudice, vendicatore e vittima delle proprie leggi”»3. Il passo nietzschiano a cui Bataille sta facendo riferimento si legge nel capitolo Della vittoria su se stessi di Così parlò Zarathustra: «Un tentativo ardito mi è apparso in ogni comandare; e, sempre, quando comanda, l’essere vivente mette se stesso a repentaglio. Anzi, anche se comanda a se stesso: anche in questo caso deve espiare il suo comandare. Deve diventare il vendicatore, la vittima della sua stessa legge»4. Come si vede, la frase secondo cui chi detiene il comando «deve espiare il suo comandare» si trasforma, sotto la penna di Bataille, in «bisogna che espii la propria autorità», ossia in qualcosa di ancor più vasto, poiché l’autorità non implica necessariamente un potere concreto, ma può esercitarsi anche solo sul piano morale, culturale o psicologico.

Che tipo di autorità, infatti, si può attribuire a Nietzsche? Non certo quella di essere stato un individuo dotato di potere esteriore. Piuttosto, secondo Bataille, quella di essere divenuto, in quanto pensatore capace di negare audacemente le credenze religiose, un’incarnazione dell’umanità stessa. Dunque la follia che lo ha colpito va vista, nel contempo, come un castigo e come un segno di elezione, e fa di lui una vittima espiatoria: «Se l’insieme degli uomini – o più semplicemente la loro esistenza integrale – s’incarnasse in un solo essere […] la testa dell’incarnato sarebbe il luogo di una lotta implacabile – e così violenta che presto o tardi volerebbe in pezzi. Poiché è difficile rendersi conto fino a quale grado di tempesta o di scatenamento arriverebbero le visioni di quest’incarnato, il quale dovrebbe vedere Dio ma nello stesso istante ucciderlo, poi divenire Dio egli stesso ma solo per precipitarsi subito in un nulla […]. Un Proverbi○ di Blake dice che se altri non fossero stati folli, dovremmo esserlo noi. La follia non può essere respinta fuori dall’integralità umana, che sarebbe incompleta senza il folle. Nietzsche, diventando folle – al nostro posto – rendeva così possibile questa integralità»5.

Tuttavia il filosofo tedesco, con la sua esperienza grandiosa e tragica, ha semplificato solo in parte le cose agli altri uomini. Infatti, chiunque di loro volesse davvero assumere fino in fondo la stessa responsabilità, dovrebbe mostrarsi pronto a compiere un percorso analogo: «Se è vero che egli deve diventare la vittima delle proprie leggi, se è vero che il compimento del suo destino richiede la sua perdita – e di conseguenza, se la follia o la morte hanno ai suoi occhi lo splendore di una festa – l’amore stesso della vita e del destino vuole che egli commetta innanzitutto su di sé quel crimine di autorità che dovrà espiare»6.

Con la strana espressione «crimine di autorità», Bataille intende forse rinviare al tema del sacrificio, che costituisce uno dei nuclei essenziali della sua riflessione teorica. Il sacrificio religioso (che ha come vittima un animale o un essere umano) implica la violazione di un interdetto, quello di uccidere; conferisce autorità a chi lo compie, ma al pari di ogni altro gesto trasgressivo prevede una punizione espiatoria. Ciò vale a maggior ragione per gli uomini che, grazie a Nietzsche, sono ormai divenuti coscienti del loro ruolo di uccisori di Dio: «Questo sacrificio che noi consumiamo si distingue dagli altri in ciò: il sacrificatore stesso viene raggiunto dal colpo che infligge, soccombe e si perde assieme alla sua vittima»7. Ma tale situazione tende in realtà a verificarsi, secondo Bataille, in ogni tipo di rito sacrificale: «Il sacrificio mette in gioco attrattive molto potenti: è effetto di un violento bisogno di perdere. E come tale, minaccia in primo luogo il sacrificatore. Posseduto dal bisogno di perdere, un sacerdote che incarna il dio potrebbe, come questo stesso dio, trasformarsi da sacrificatore in vittima»8. Non si tratta solo di riflessioni astratte, visto che uno degli scopi della «società segreta» Acéphale è quello di istituire una nuova religione, con vari rituali. Bataille pensa anche alla possibilità di praticare il sacrificio umano di una vittima consenziente, ma questo progetto, alquanto folle, rimane inattuato. Del resto, proprio nel 1939 la setta si dissolve. A distanza di tempo, il suo ideatore giudicherà in modo assai critico il tentativo di fondare una religione: «Fu un errore mostruoso»9.

Tra i fattori che determinano in lui l’imporsi di un diverso orientamento di pensiero c’è la conoscenza con un altro scrittore. In una nota autobiografica redatta in terza persona, dice infatti di sé: «Fin dalla fine del 1940, egli incontra Maurice Blanchot, a cui lo legano da subito l’ammirazione e l’accordo»10. La data, e l’importanza del rapporto dialogico, vengono confermate anche dall’altro interlocutore: «Ho avuto il privilegio, a partire dal 1940 (più precisamente dalla fine di quel sinistro anno), di frequentare quasi giornalmente Georges Bataille e di discutere con lui su ogni tipo di argomento»11. A presentarli è stato Pierre Prévost: «Io li ho fatti conoscere; in seguito, l’uno e l’altro hanno scritto sull’amicizia che li ha strettamente legati, poiché si sono scoperti fratelli nel pensiero»12.

Non possiamo ricostruire qui l’insieme delle vicende biografiche dei due autori e il fitto scambio di riferimenti incrociati presenti nei loro scritti13. Ci limiteremo a seguire il tema già accennato, ossia quello relativo al rapporto fra autorità ed espiazione. Si tratta, come abbiamo visto, di un’idea che Bataille ha desunto da Nietzsche per poi rielaborarla, ma curiosamente, a partire dal 1940, egli la attribuisce soprattutto a Blanchot14. Sull’argomento i due devono essersi confrontati più volte, specie nel periodo in cui Bataille era impegnato nella redazione di una delle sue opere principali, L’expérience intérieure. Infatti, a partire dall’autunno 1941, egli aveva organizzato una serie di incontri nel corso dei quali leggeva agli amici brani del proprio manoscritto in corso di stesura e ne discuteva con loro; i testimoni sono concordi nell’affermare che il suo principale interlocutore era proprio Blanchot15. Tali incontri si protraggono fino al 1943, che è anche l’anno della pubblicazione di L’expérience intérieure.

In questo libro, le tracce dei dialoghi con Blanchot sono ben presenti. Occorre chiarire innanzitutto cosa designa la formula che fa da titolo al volume: «Con esperienza interiore intendo ciò che abitualmente si chiama esperienza mistica: gli stati di estasi, di rapimento, o almeno di emozione meditata. Ma penso meno all’esperienza confessionale, cui ci si è dovuti attenere finora, che a un’esperienza nuda, libera da legami, anche di origine, con qualsiasi confessione. Ecco perché non mi piace la parola mistica»16. Certo, in linea di principio nulla impedisce a qualcuno che si considera non credente di sperimentare, in rare occasioni, condizioni di tipo estatico, e di cercare poi di renderne conto in un libro. Tuttavia si capisce subito che la sua posizione si prospetta come disagevole. Per lui si tratta infatti di comunicare non una conoscenza o una certezza acquisite, ma all’opposto un non-sapere. Anche se l’esperienza interiore non è necessariamente ineffabile, tuttavia «non rivela nulla, e non può fondare la credenza né partire da essa»17. Bataille avverte con lucidità questo problema, ma a toglierlo dalla situazione di grave imbarazzo interviene l’amico: «Conversazione con Blanchot. Io gli dico: l’esperienza interiore non ha né scopo né autorità che la giustifichino. Se faccio saltare, scoppiare, la preoccupazione di uno scopo, di un’autorità, sussiste quanto meno un vuoto. Blanchot mi ricorda che scopo e autorità sono esigenze del pensiero discorsivo; io insisto, descrivendo l’esperienza sotto la forma che ha assunto in ultimo luogo e chiedendogli come pensa che ciò sia possibile senza autorità né altro. Mi dice che l’esperienza stessa è l’autorità. Ma aggiunge, a proposito di tale autorità, che essa deve essere espiata»18.

Blanchot ricorda dunque a Bataille qualcosa che quest’ultimo, in fondo, già sapeva e aveva scritto. Tuttavia l’effetto benefico esercitato dalle sue parole resta intatto: «Fin da subito, questa risposta mi calmò, lasciandomi appena (come la cicatrice, lenta a rimarginarsi, di una ferita) un residuo di angoscia. Ne ho misurato la portata il giorno in cui ho elaborato il progetto di un’introduzione. Allora mi sono accorto che essa metteva fine a tutto il dibattito dell’esistenza religiosa, che aveva persino la portata galileiana di un rovesciamento nell’esercizio del pensiero»19. Bataille aggiunge che il principio relativo ad autorità ed espiazione entra in sistema con altri due, sempre comunicatigli a voce dall’amico. Infatti, in un altro punto del libro, dopo aver citato dei passi da un romanzo di Blanchot, prosegue così: «In modo del tutto indipendente dal suo libro, oralmente, in modo tuttavia da non aver mancato in nulla al senso di discrezione che vuole che presso di lui io abbia sete di silenzio, ho sentito l’autore porre il fondamento di ogni vita “spirituale”, la quale deve necessariamente: – avere principio e fine nell’assenza di salvezza, nella rinuncia a ogni speranza, – affermare dell’esperienza interiore che è l’autorità (ma ogni autorità si espia), – essere contestazione di se stessa e non-sapere»20.

Si tratta di idee drastiche e audaci, nelle quali però Bataille può riconoscersi pienamente. Blanchot, a sua volta, è fra i primi a scrivere su L’expérience intérieure e a sottolinearne l’importanza21. Non però in questo articolo, per quanto significativo, egli espone con chiarezza l’idea del nesso autorità-espiazione, bensì in altri due, pubblicati negli stessi anni. Poiché si tratta di pezzi inerenti alla letteratura, è a quell’ambito che egli la applica. Lo fa, ad esempio, parlando di una figura mitologica che gli è cara, quella di Orfeo, da lui visto come emblema del poeta: «Orfeo è l’uomo che ha fatto penetrare il linguaggio agli Inferi, che non si è dichiarato sconfitto di fronte all’inesprimibile, che ha sottomesso ai propri esorcismi ritmati l’angoscia della morte. Vittoria in se stessa tragica. Non è possibile esercitare l’autorità suprema della parola senza espiarla. Il poeta, che ha dato un nome alle cose proibite, che ha sostituito al silenzio il vocabolo silenzio e ha calmato con la virtù magica della parola la profonda inquietudine dell’uomo, alla fine deve necessariamente essere straziato da mille passioni nate dalla parola»22. Il poeta, capace di dar voce anche ai sentimenti o agli oggetti che più si sottraggono all’espressione, sembra aver acquisito in tal modo il potere di acquietare, attraverso la sua padronanza sulle parole, l’angoscia propria ed altrui. Ma si tratta solo di un’illusione momentanea, perché egli dovrà espiare la propria maestria e finir vittima delle parole stesse, che come Menadi infuriate si vendicheranno facendolo a pezzi.

Ancor più infelice, essendo priva persino della grandezza di un esito tragico, è la condizione del critico, perlomeno se egli svolge la propria attività con beata inconsapevolezza: «Il critico abituale è un sovrano che sfugge all’immolazione, che pretende di esercitare l’autorità senza espiarla e si vuole padrone di un regno di cui dispone senza rischio. Così, non c’è quasi sovrano più miserabile di lui e, per non aver rifiutato di essere qualcosa, più vicino a non essere nulla»23. Diagnosi molto severa, rivolta però contro quei critici (fossero pure la maggioranza) inclini a considerare il proprio come un mestiere di tutto riposo, che consente di descrivere dall’esterno i pericoli in cui incorrono gli autori senza mai doverli subire in prima persona, cioè senza mai fare realmente esperienza della scrittura.

Come si vede, Blanchot è persuaso, e lo dichiara nei suoi testi, che la letteratura conferisca agli scrittori un certo prestigio spirituale, ma comporti anche delle conseguenze che non tutti sono disposti ad accettare. Ciò dipende dal carattere estremo di tale pratica: «La letteratura è forse essenzialmente (non dico unicamente né palesemente) potere di contestazione: contestazione del potere stabilito, contestazione di ciò che è (e del fatto di essere), contestazione del linguaggio e delle forme del linguaggio letterario, infine contestazione di se stessa come potere»24. E tutto questo diventa ancora più chiaro quando Blanchot parla non più di letteratura bensì di scrittura: «Scrivere è la forza più grande, perché infrange inevitabilmente la Legge, tutte le leggi, compresa la propria. Scrivere, è qualcosa di fondamentalmente pericoloso»25. Un altro modo, dunque, per ribadire lo stesso concetto, ossia che l’autorità – anche quella, spesso poco visibile, dello scrittore – si espia.

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1 Cfr. la ristampa anastatica Acéphale. Religion – Sociologie – Philosophie. 1936-1939, Paris, Jean-Michel Place, 1980 (tr. it. «Acéphale»: la rivista, in G. Bataille, La congiura sacra, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, pp. 1-125).

2 Per i dati biografici, cfr. Michel Surya, Georges Bataille. La mort à l’œuvre, Paris, Gallimard, 1992. Per i testi, oltre a quelli raccolti nel primo volume di G. Bataille, Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1970-1988 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C.), si veda un altro libro dell’autore: L’apprenti sorcier. Textes, lettres et documents (1932-1939), Paris, Éditions de la Différence, 1999 (tr. it. parziale in La congiura sacra, cit.).

3 La folie de Nietzsche (1939), in Œ. C., I, p. 545 (tr. it. La follia di Nietzsche, in La congiura sacra, cit., p. 109; si avverte che le traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso citate con modifiche).

4 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, in Opere, volume VI, tomo I, tr. it. Milano, Adelphi, 1968; 1979, p. 138.

5 La folie de Nietzsche, cit., pp. 547-548 (tr. it. pp. 111-112). Cfr. William Blake, Proverbi dell’Inferno, in Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno, in Opere, tr. it. Milano, Guanda, 1984, p. 177.

6 La folie de Nietzsche, cit., p. 549 (tr. it. p. 113).

7 L’expérience intérieure (1943), in Œ. C., V, p. 176 (tr. it. L’esperienza interiore, tr. it. Bari, Dedalo, 1978, p. 236).

8 La limite de l’utile (1939-1945), in Œ. C., VII, p. 257 (tr. it. Il limite dell’utile, Milano, Adelphi, 2000, pp. 125-126).

9 Plans pour la Somme athéologique (1950-1961), in Œ. C., VI, p. 373.

10 Frammento autobiografico citato in Œ. C., VI, p. 486.

11 M. Blanchot, Les intellectuels en question (1984), in La Condition critique. Articles, 1945-1998, Paris, Gallimard, 2010, p. 407 (tr. it. La questione degli intellettuali, Milano-Udine, Mimesis, 2011, p. 53)

12 P. Prévost, Pierre Prévost rencontre Georges Bataille, Paris, Jean-Michel Place, 1987, p. 86.

13 Cfr. in proposito, oltre al citato libro di Surya, anche Christophe Bident, Maurice Blanchot, partenaire invisible. Essai biographique, Seyssel, Champ Vallon, 1998, e Jean-François Louette, Bataille-Blanchot: repérages pour un aller et retour, in «L’Herne», 107, 2014, pp. 116-123.

14 Il quale peraltro conosce l’articolo batailliano La folie de Nietzsche e lo cita in Du côté de Nietzsche (1945-1946), poi in La part du feu, Paris, Gallimard, 1949; 1984, pp. 285-286.

15 Cfr. al riguardo i volumi di Surya (pp. 385-387) e Prévost (pp. 87-96), nonché il testo Collège socratique (1943), in Œ. C., VI, pp. 279-291.

16 L’expérience intérieure, cit., p. 15 (tr. it. p. 29).

17 Ibid., p. 16 (tr. it. p. 30).

18 Ibid., p. 67 (tr. it. p. 96-97).

19 Ibid., pp. 19-20 (tr. it. p. 35).

20 Ibid., p. 120 (tr. it. p. 164). Il romanzo di Blanchot a cui Bataille si riferisce è Thomas l’obscur, Paris, Gallimard, 1941.

21 M. Blanchot, L’expérience intérieure (1943), in Faux pas, Paris, Gallimard, 1943; 1987, pp. 47-52 (tr. it. L’esperienza interiore, in Passi falsi, Milano, Garzanti, 1976, pp. 45-50).

22 M. Blanchot, Œuvres poétiques (1942), in Chroniques littéraires du «Journal des débats», Paris, Gallimard, 2007, p. 268. Dell’autore cfr. anche Le regard d’Orphée (1953), in L’espace littéraire, Paris, Gallimard, 1955, pp. 179-184 (tr. it. Lo sguardo d’Orfeo, in Lo spazio letterario, Torino, Einaudi, 1967, pp. 147-151).

23 Le mystère de la critique (1944), in Chroniques littéraires du «Journal des débats», cit., p. 536. Per osservazioni simili, cfr. Hölderlin (1950), in La Condition critique, cit., pp. 182-183.

24 M. Blanchot, Les grands réducteurs (1965), in L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, p. 80 (tr. it. I grandi riduttori, in L’amicizia, Genova-Milano, Marietti, 2010, pp. 92-93).

25 M. Blanchot, Lettre à Ilija Bojovic (1968), in Écrits politiques 1953-1993, Paris, Gallimard, 2008, p. 178.

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