perìgeion

un atto di poesia

“La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, Una vita possibile fuori dalle righe della storia

 Di Christian Tito

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(Fotografia di Dino Ignani)




Mentre nell’estate a tratti torrida impazzava l’ennesima discussione sulla morte della poesia nel nostro paese, rinfrescavo mente, spirito e corpo attraverso la terza lettura di un libro che mi fa sorridere e pensare che la poesia invece non è morta (e mai morirà) e, in alcuni casi, gode di ottima salute.
“La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, libro uscito a inizio anno per L’Arcolaio, è, secondo me, un libro che si discosta profondamente dai canoni della poesia italiana contemporanea sia in senso formale che in merito ai contenuti.
Non sono in grado di formulare un’analisi accurata di ciò che rappresenta all’interno di tutta l’opera di Cepollaro perché sono un lettore affamato e onnivoro ma anche molto disordinato e del poeta originario di Napoli avevo letto stralci di libri attraverso la rete mentre questo è il primo che ho gustato sulla carta e per intero. Dunque vorrei fermarmi sulle emozioni e suggestioni che esso, da solo, è stato in grado di fornirmi pur sapendo che è il secondo di una trilogia incominciata con “Le qualità”, edito da La Camera verde, Roma, 2012 e che ha come soggetto narrante il corpo.

Intanto mi appare come un libro profondamente sapienziale; scritto da un uomo moderno e allo stesso tempo antico. Moderno in quanto perfettamente consapevole di cosa accade nel suo tempo e antico poiché sembra avere trascinato in sé e attinto alla fonte di secoli e secoli di storia, pensiero e poesia giunti sino a noi sia da oriente che da occidente. Il poeta non solo da tutto questo fardello non pare per nulla appesantito ma sembra averne distillato tutto il succo, appunto, sapienziale e, tramite questo prezioso nutrimento, trova il modo di attraversare con lucidissima presenza e sorprendente gioia la vita che vive nel momento stesso in cui la vive, anche quando essa non esita a mostrare i suoi tratti più ombrosi e ruvidi.
Nel tradurre tutto ciò in poesia si discosta, dicevo, dalla maggior parte della produzione contemporanea del nostro paese perché il suo è un verso fortemente asciutto, scarno, antilirico e antiretorico e su queste basi costruisce un libro che mi sembra sostanzialmente un unico grande poema; un inno di lode all’esistenza.

“Attraversare il bosco” è il titolo del prologo, titolo che è allegoria chiara e rimanda al cammino, al pellegrinare e allo smarrimento nella “selva oscura” che chi, muovendosi coraggiosamente da luoghi noti a luoghi ignoti, con grande probabilità è destinato ad incontrare. Ma qui il poeta, il viandante, nonostante il titolo, appare già in una condizione successiva allo smarrimento; appare rientrato in sé e rinnovato con tutto ciò che, proprio grazie alla perdita, ha trovato. Egli è nuovo e vuole, con la sua fede nel potere magico della parola quando essa è carica di senso vissuto, lasciare traccia di quello che ha visto e capito.

La prima cosa che egli riporta nel ritorno dal bosco è il concetto del limite e la sua importanza. Ecco allora che le prime parole di questo libro sono proprio legate ai confini:

occorre stabilire i confini del corpo: anche una casa
con le sue camere e le sue funzioni è una guaina
e aderisce ai suoi moti. (…)
(pag.11)

L’ “occorre” indica la necessità ontologica da seguire rigorosamente; ma il poeta non la indica agli altri, in fondo, la indica a se stesso che è corpo tra i corpi. L’universalità delle ricadute di questa sua obbedienza sarà solo una conseguenza.
Una volta che i limiti, i confini, sono stati rivisti, anche ciò che è quotidiano e apparentemente insignificante assume una dimensione differente, come di una possibilità di grandezza insita nelle cose piccole; nei minimi riti e gesti quotidiani di cura.

(…) dormire al riparo dalla pioggia
cucinando i cibi assaporando carni di altri animali
e foglie e frutti. dormire ancora dopo ogni rientro
sistemando lenzuola e coperte lavando con cura
il piatto e il bicchiere affilando il coltello per il pane

(ibidem)

E la necessità di non opporsi all’inevitabile (la notte) quando l’inevitabile notte si presenta; accettandola con fiducia, come movimento interno al vivere pieno; come prova offerta dal destino; come occasione, soprattutto, di correzione.
(…)
occorre lasciar passare da quei confini la notte
(…)
(ibidem)

Questa mi sembra essere poesia che insegna anche se, non ho dubbi, non è stata scritta col fine di insegnare. Il poeta compie una specie di uscita da sé e a sé tenta di richiamare quella voce profonda che non in molti sono in grado di ascoltare per farsi egli stesso guidare con fiducia; per fare luce laddove prima le cose erano nell’oscurità.

occorre stabilire i confini del silenzio non rispondere sempre
non sempre essere informati fare in modo che ogni parola
sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è. (…)
(pag.13)

Correzione, dicevamo, e allora occorre capire la necessità del silenzio poiché, evidentemente, prima non lo si è fatto; occorre non sempre essere informati , non riempirsi di tutto, non controllare tutto, poiché, evidentemente, prima non lo si è fatto. Facendo queste cose non fatte prima, le cose cambiano perché siamo noi a cambiare.
E ancora, il poeta riconosce umilmente dove ha sbagliato e quanto sia difficile, ma necessario, abbandonare l’errore.

il corpo riguarda sé come modo d’essere che va
nuovamente qualificato: rinnovata è la sua
radice e con essa le abitudini che le fanno corona
(…)

(pag.18)

il corpo si muove e procede nonostante gli strattoni
che lo vorrebbero senza equilibro rovinare e contorcersi
invece il passo resta logico anche se affannato
e lo sforzo per restare in piedi è coronato dal bel cielo
che sovrasta la scena e dall’improvvisa dimenticanza
delle cause del male : anche l’odio era di troppo
ed è sparito insieme alla faccia dell’ostacolo e del pericolo

(pag.52)

Cruciale, ma solo conseguente al vivere e riconosciuto come destino da compiere, il rapporto di quest’uomo con la parola, col senso dello scrivere:

(…)
occorre che ogni parola distillata sia essa stessa una guardia
di frontiera che vigili insonne i confini dall’alba al tramonto
con gli occhi rivolti al silenzio sia la sua unica verità corporale

(pag.13)


il corpo per approntare una parola che senta
sua deve senza pietà eliminare ogni traccia
di enfasi dal suo percepire: questo lavoro di secchezza
gli dà la precisione e l’intensità della sua presenza
alle cose: da essa dipende anche solo per pensarsi
e ad esse è diventato devoto nella condizione felice

(pag.65)


il corpo non chiede al verso di mentire e di rendere
importante quello che è solo un gioco di parole chiede
solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così
come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome

(pag.73)

il corpo ripensando all’usura dei tessuti vede la qualità
del tempo trascorso nel prendersi cura delle sue parole
a poco altro ha prestato attenzione come a questa selezione
acuta di nomi per indicare in modi precisi la vita che fugge
e che – non détta- minaccia nella distrazione di sfuggire

(pag.106)

Precisione, intensità, verità e secchezza non possono essere altro se non il frutto di un lavoro spietato su se stessi. C’è qualcosa di alchemico in questo libro. Infatti l’opera di trasformazione , la vera opera in atto, è quella su di sé.


Il corpo scrive il suo poema e lo fa a giornate
questa è la sua scansione accordata al pianeta
e alle stelle che gli coprono il sonno
ogni mattina prova a riprendere dove
di sera aveva lasciato talvolta aspetta
che asciughi talvolta mescola e sovrappone

(pag.17)

Il corpo che appare nelle due lunghe sezioni centrali del libro: “ la luce dell’immanenza” e “ L’alacrità del vuoto” è il depositario di quel sapere a cui l’autore è giunto e che vuole condividere in poesia.


il corpo cresciuto su se stesso per più di cinque
decenni ha visto mutare forme e modi del desiderio
(…)

(pag.21)

E’ il poeta che si prende cura del poeta. E’ corpo come realtà materica ma anche come miracolosa essenza spirituale insediata e circolante in quella materia che è essa stessa miracolo vivente . E’ corpo di chi, essendo nel suo sesto decennio, non è ancora vecchio e non è certamente più giovane e, dal punto in cui è arrivato, la prospettiva temporale del suo giorno si curva, ma in mano gli resta il giubilo di una pienezza penetrante, vivificante e illuminante seppure fragile.

il corpo sente la sua felicità come uno stato assai precario
ma anche miracoloso e vorrebbe dirne e scriverne quasi
che queste operazioni scolpissero nella pietra i segni
del suo giubilo

(pag.24)

E i segni di quella fragilità, di quella perenne mutazione che è in tutte le cose animate e inanimate, sono presenti ovunque nelle tracce del libro:


il corpo non presume di durare ma lo spera: ogni sera
che chiude il giorno è sfogliare il petalo della margherita solo
che non cerca una sentenza o un responso per lui va bene
anche solo durare. sono i suoi occhi aperti e il senso della seta
che gli resta tra le mani dopo l’esperienza: il resto è storia

(pag.89)


il corpo improvvisamente di fronte al mare riprende
a stupirsi della bellezza che illumina il pianeta e l’abbondanza
dell’acqua e la dissipazione della specie in un’evoluzione
senza scopo di colpo gli dicono che è ospite di un giorno
e che farebbe bene in tanta brevità a non distrarsi e starci al cuore

(pag.79)


il corpo prepara per sé una cena frugale: l’essenziale
perché ricostituisca ciò che si è consumato (…)

(pag.50)

il corpo non può prolungare il piacere con intenzione
sarebbe venir meno al senso della nuvola che si trasforma
in pioggia o nel noto venire a galla del vapore dell’acqua
sul fornello: processi non reversibili e felicemente espansivi
solo che la sua durata dice troppo sulla sorte generale
di chi lo vive. c’è un termine insomma che dice
è solo un volo anche se alto: è la storia della rosa e basta

(pag.62)


Le analogie col mondo esterno e i suoi fenomeni chimico-fisici siano essi quelli legati al funzionamento di altro che vive, sia semplicemente al funzionamento delle cose meccaniche, sono anch’essi numerosi:


la grande fontana che esplode i suoi getti secondo le ruote
nascoste e gli ingranaggi sorprende comunque a dispetto
del meccanico che la sostanzia e la fa tutta liquida e nuova
d’altra parte i pensieri hanno radice chimica e anche la
successione dei neuroni segue una logica di connessione
la mente zampilla imprevista e fa bella la scena: dura
finché il gioco delle cellule ancora in silenzio si rinnova

(pag. 110)


La fontana ci sorprende nella sua “vita” nonostante conosciamo gli ingranaggi ed il “meccanico” che dietro essa si cela. Ancora di più ci sorprende, per analogia, la scomposizione dei pensieri fino al limite che la scienza oggi ci permette di comprendere. Immaginare un grande meccanico dietro noi umani e il nostro funzionamento sembra quasi una velata allusione.

E ancora: il modo di funzionare ed anche di non funzionare delle cose è occasione di riflessione per capire gli errori fatti e dunque evitare di ripeterli

il corpo sa che ora l’incastro non ha nulla
di meccanico: non ci sono parti che si tengano
per attrito e dopo leggera pressione o forzatura
l’incastro è ora affare di liquidi e umori
il più e il meno l’umido e il secco tornano
a dire qui e là dove la vita tracciando è passata

(pag.19)


Attrito, pressione, forzatura hanno portato a rottura. L’incastro, oggi, è affare di liquidi e umori , di più e meno, umido e secco. Tutte le coppie di opposti fanno la vita e una vita è monca se questo lo dimentica o non vuole vederlo.
Il poeta oggi non vuole più incorrere nell’errore dell’incastro meccanico; oggi vuole solo scorrere come l’acqua del fiume che, semplicemente, si muove per raggiungere il mare.

L’autore si mostra sempre consapevole che il fuori e il dentro sono entità in stretta comunicazione, scambio, correlazione e tutto è occasione di sorpresa, di scoperta. Egli, nonostante tutto, sembra nutrire fiducia che ogni sapere venga tramandato e trasmesso, sia oralmente sia attraverso la parola scritta; per semplice diffusione nell’inconscio collettivo o inscritto nel codice del DNA di ogni singola cellula.


(…) c’è qualcosa
là fuori che diventa un dentro e questo fuori e dentro viene
anche tramandato. noi siamo qui dice la pianta. siamo in parte
il suo frutto

(pag.77)


il corpo del tempo trascorso ne fa una festa e la luce
che ancora si arrampica sulle gialle facciate delle case
è sempre nuova e senza appigli. ciò che ora più lo stupisce
è che l’umano non ricominci ogni volta daccapo e che abbia
spesso cura di ricordare e questo anche se vive una volta sola

(pag.98)

E poi anche il sonno ( e il sogno ) come pausa viva all’interno della vita mentre il pianeta ruota e vive la sua vita obbedendo alle sue leggi.

(…)
il corpo fa del sonno una pausa intensamente
viva all’interno della vita mentre il pianeta ruota

(pag.20)


Corpi come cellule di un tessuto più grande che insieme costituiscono un organismo ancora più grande all’interno di una scena che tutto contempla e contiene e mescola. Anche la morte in questa prospettiva non genera angoscia, ma pacata accettazione e , anzi, amplifica il valore della vita e del nostro tempo qui.

il corpo ricorda che la prima volta che ha visto la morte
concretarsi in un letto d’ospedale vi era quasi silenzio
sotto la pioggia che con battiti e sussulti ripeteva
la colonna sonora del giorno prima: quest’insistenza
copriva il solenne e mescolava la scena al resto del giorno

(pag.97)

Ma la cosa che personalmente mi impressiona di più é che la presenza grata di chi ha scritto questo libro, il suo essere dentro a una condizione che può dirsi felice, è affiancata da un’altrettanta profonda comprensione delle brutture e delle ingiustizie del mondo in cui vive. Il poeta è arrivato a questa condizione non per un volo pindarico, per distacco dal reale, ma proprio schiantandosi e frantumandosi nel reale e poi risorgendo da quei frantumi.
Da qui la sua rivolta somiglia a quel saltare fuori dalle righe della storia, a quel tramutarsi in nuvola come scrive nei bellissimi versi dedicati al poeta amico Giuliano Mesa.

il corpo fa del tempo una veloce serie di immagini
l’amico che mescola il sorriso al bicchiere di vino
la sua tracotanza nel consumare la vita e il suo corpo
la cosa che resta del suo passaggio non solo l’opera
scritta ma la rivolta espressa con quel saltar fuori
dalle righe della storia fino a diventare una nuvola

(pag.100)

Ed anche quando è colto dal timore o dal sospetto che non ci siano persone che ascoltano il suo canto e la sua voce, egli obbedisce comunque all’impulso di lasciare le sue tracce che, pur essendo sue, sono per tutti.


il corpo dice come se davvero ci fosse qualcuno
ad ascoltarlo anche se sente questo dire
cellula senza tessuto, il suo dire allora
è fatto di riproduzione è creazione minimale
che non riscatta né riassume ma solo agisce

(pag.34)


Egli trova la forza di andare realmente controcorrente e lo fa cercando gli altri, ma in una dimensione di pura tensione ideale, sembra quasi cercare una comunità ideale; spingere i limiti etici e strutturali di tale comunità per renderla più vasta e contenere uomini più grandi. L’autore sente questa spinta ad agire come se l’avesse inscritto in una memoria interna al sangue e ai codici cellulari più che nella mente. Egli sa che senza un concetto di comunità, di senso e gioia condivisa , non c’e’ vita. E’ quella memoria, è la fede in quella memoria che gli dà la forza per fare astrazione dalla collettiva mitologia ( possiamo ben immaginare a cosa alluda se guardiamo alla società occidentale attuale) e non esserne condizionato.

il corpo conduce la sua vita facendo astrazione dalla collettiva
mitologia che unica attraversa il globo condizionando immagini
e azioni: è come se in memoria avesse un altro tempo quando
i corpi nel loro insieme si pensavano come storia e come progetto
quando la speranza non era di sopravvivere ma di vivere insieme

(pag.25)

Certo si potrebbe pensare al poeta che ha scritto un tale libro come una specie di guru che vive come un monaco trappista, in un eremo, ritirato dal mondo e invece ciò che più sorprende è che il frutto di tutta la sua ricerca , sia arrivato attraverso un ordinarissimo inserimento all’interno di una delle grandi metropoli d’Italia. E’ da lì che quest’uomo ha voluto organizzare la sua ricerca e affinare la sua visione, proprio nel mezzo di un luogo che egli stesso ha definito una specie di deserto simbolico (     link qui) nonostante il bombardamento massivo a cui in un tale luogo siamo tutti sottoposti.

il corpo si riconosce metropolitano come creatura che può
sciogliersi nel sonno immaginando almeno un milione di teste
che cercano sollievo sui cuscini nel fondo più cupo del buio
altrimenti un vuoto non umano premerebbe ai suoi confini
anche se montagne e fiumi o semplici pali elettrici un poco
smossi anche se suono del vento che mette a dura prova infissi

(pag.85)


Sebbene Biagio sappia che gli uomini sono diventati perlopiù dei vasi non comunicanti, quando poggia la sua testa sul cuscino ha bisogno di pensare che anche un altro milione di teste stiano facendo lo stesso e stanno conducendo ciascuno la propria personale “buona battaglia” per vincere l’oscurità. Ha bisogno di farlo altrimenti un vuoto non umano premerebbe ai suoi confini. Perché quello che in sostanza questo libro sembra dirci è che la vita è appunto un miracolo e, se è umana, è sì fragile ma è anche un dono meraviglioso e irripetibile.

Chiudo con alcuni versi della quarta sezione dal titolo “ post scriptum”

i giorni e i risvegli così il sole alto nel cielo e le notti
risucchiati dai finestrini la curva veloce delle tangenziali
il corpo al cuore della sua consumazione nello svolgersi
parallelo delle vite : dalla cellula che corregge il suo codice
alla lingua che si fa nella sua spoliazione sempre più esatta
e spietata felice è quest’attimo. felice è volerlo di nuovo

(pag.111)

Felice è stata questa lettura. Felice sarà farla di nuovo.

BIAGIO CEPOLLARO –  LA CURVA DEL GIORNO – ARCOLAIO , Forlì 2015- PAGINE 125 – 11 EURO – COLLEZIONE DI POESIA – N. 1

29-sett-2014-prototipo-copertina

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4 commenti su ““La curva del giorno” di Biagio Cepollaro, Una vita possibile fuori dalle righe della storia

  1. Carla Bariffi
    16/09/2015

    il corpo del tempo …
    è sempre interessante leggere Biagio e tutto ciò che ruota intorno al suo verbo
    grazie 🙂

    Liked by 1 persona

  2. poesiadafare
    16/09/2015

    L’ha ribloggato su poesiadafare.

    Mi piace

  3. amara
    16/09/2015

    ritrovo quelle enclave di silenzio dove la percezione del corpo si fa rarefatta divenendo un tutt’uno col pensiero in modo consapevole, non scontato, dove si fatica a doverne portare il peso (soprattutto nell’invecchiare e perdere) eppure lo si ama di bellezza..

    Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag .
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