perìgeion

un atto di poesia

Previsioni e lapsus di Luciano Mazziotta, Note di lettura atipiche

di Roberto Batisti

mazziotta

1. “Lo stile scorrevole, orrore”, annotava Baudelaire a un anno dalla morte1, snocciolando al suo tutore patrimoniale (quello a cui doveva supplicare anche i soldi per comprarsi un paio di pantaloni) la lista completa degli orrori del secolo, dalla “gentaglia moderna” al “progresso”. Il gran ierofante Calasso2 si compiace, a buon titolo, di questa particolare deplorazione, e oggi certo non depenneremmo la scrittura scorrevole dall’enueg, ma aggiungiamoci, per amor di Dio, la scrittura gratuitamente intricata del recensore di poesia.

2. La recensione di poesia che conta alcuni fra i topoi e i tic linguistici più fastidiosi che siano in circolazione. Li rischieremo tutti, senza ritegno, non ne schiveremo neanche uno, e l’autore ci toglierà il saluto; ci soccorra e ci benedica, se può, il patriarca Fozio, santo patrono dei recensori (che peraltro nella sua Biblioteca, IX sec. d.C., recensiva pure gli atti dei concili ecumenici, ma niente poeti).

3. Perciò su Previsioni e lapsus mi piace effettuare osservazioni affatto tangenziali rispetto alla sostanza vera del libro; adesso ricorrerò a un flusso di coscienza anacolutico degno di Paolo Nori per dire che, insomma, fin dal titolo c’è un taglio così psicanalitico in questo libro che un po’ mi spavento ed entro in soggezione, perché io poi la psicanalisi (ecco Nori) ho sempre un po’ pensato fosse la malattia che crede di curare. Se il gioco è d’altronde scoperto fin dal titolo, è lecito forse parlar d’altro, svagatamente, attenersi a notazioni superficiali e stravaganti, confidando che qualcosa di vero su queste pagine in realtà lo dicano.

4. Il ritmo anfibrachico, o ternario che dir si voglia, di pascoliana e poi palazzeschiana memoria, domina questa silloge, anche – e ciò è notevole – nelle prose di Maturità berlinese che ne costituiscono il nocciolo, il centro di gravità. Ritmo della monotonia, della cantilena vagamente disumanizzante, ci suggerisce l’ansia sottile e diluita, il martellare ossessivo d’una quotidianità che non conosce, se non occasionalmente, il canto squillante e impostato dell’endecasillabo. Monotono non è però il risultato, giacché il poeta sa usare, per costruire una trama nervosa e ragionante ai suoi testi, accorti enjambements (che poi si chiamerebbero inarcature, in italiano), assonanze e rime spesso ironiche (“Vado a Milano ad Aprile. / Volevo andarci da anni / mi ospita Gianni”), qualche paronomasia pure ironica ed esibita (“Scendo, mi scusi, mi scindo!”), e altre finezze. Resta il senso d’un disagio (perché altrimenti voler tanto insistitamente “diventare cosa / suppellettile”?), e della profonda consapevolezza del medesimo, la quale forse dà, ma chi lo sa, qualche mezzo per contenerlo, per prendergli le misure. Non è rara, nei libri d’esordio (o quasi: è, questo, il secondo) di poeti della mia generazione, un’atmosfera di perlustrazione, di ricognizione, in cui Intelligenza e Mondo si guatano in cagnesco prima di tentare un goffo abbraccio che potrebbe essere una presa da lotta greco-romana o un malcerto gesto d’intesa. Non siamo affatto degli sprovveduti, ma insomma non siamo una razza prometeica. Questo animus diffuso, nel libro di Luciano, lo trovo tematizzato, e bene, meglio forse che altrove, dove resta più implicito dietro la ripetizione d’onesti, sbiaditi stilemi tardonovecenteschi.

5. Berlino, gli studi filologici, la maturità. E così mi viene in mente che “gli studiosi italiani che dal ‘70 all’80 circa si recavano in Germania, lasciavano un paese dove gli studî erano tenuti in pochissimo conto, gli studiosi remunerati poco o nulla, le biblioteche sprovviste, le facoltà universitarie incomplete o addirittura informi. E in Germania trovavano invece una organizzazione perfetta, cattedre per qualsiasi ramo dello scibile, scuole di magistero, biblioteche ricchissime, ordinatissime, larghissime nei prestiti, bene illuminate e ben riscaldate.”3 Disperare se avrà oggi, un’intera leva d’umanisti italiani, di che pagarsi i pantaloni senza ricorrere alle micragnose largizioni del notaio Ancelle, simile alla versione di massa del Nietzsche di Benn in Torino, che “cammina con le scarpe rotte” e “non può comprarsi i libri, li legge nelle librerie.”4 Intanto Mazziotta ha messo da parte, oltre che le coordinate d’una Berlino quantomai luogo geometrico
della vicenda psichica individuale, solidi ferri del mestiere, come ad esempio una dimestichezza col metodo ippocratico; quantomai utile se si tratta di stilare il proprio Prognostico, “tra i denti della diagnosi”, sebbene nell’attesa “paziente / che cause dei sintomi / ed effetti supposti / coincidano” la conclusione non possa che essere, ancora una volta, dubitativa (“Sto morendo / forse”).

6. Mi sembra insomma di poter dire: autoconsapevolezza, senza autocompiacimento, senza vera consolazione (neanche quella, perversa, d’un nichilismo sulfureo e trionfante, pienamente convinto dell’irredimibilità del mondo). Abilmente orchestrata, tramite una scrittura tutta scatti, scarti, falsi allarmi.

7. “Il professore italiano, si chiamasse pure Giosuè Carducci o Francesco De Sanctis, era in Italia un povero diavolo, che abitava al quarto piano, in un quartiere fuori mano, magari operaio, dentro una casuccia meschina, sguernita, spesso fragrante di cucina e sonora di querele e di risse puerili. Ed Herr Professor, fosse pure uno impermeabile zuccone, abitava un villino suo, sopra un declivio aprico, con un giardino a roseti e viali di ghiaia, dove scherzavano bimbi rosei, biondi, paffuti, nettissimi.”5

8. In Comparsa, a p. 39, Mazziotta vuole “mostrarti la giacca / nuova presa alla Rinascente / coi saldi del trenta percento”, ma opta (trenta versi e tre sogni dopo) per la felpa, riconosce la sfida persa e dismette la divisa del “solito intellettuale, banale / con gli occhiali neri e la giacca marrone”. Il compianto Simone Cattaneo6, poeta dell’eccesso vitalistico e della disperazione, abbordava “una ragazza sudamericana molto sensibile” grazie al “giubbotto canarino” lascito del compagno di scuola morto, sussurrando che “per i particolari non bado mai a spese”.

9. Il prof. Henry W. Jones, Jr. ci terrebbe invece a vendervi queste belle giacche di pelle, anche se gli state puntando un mitra addosso, con discutibile senso dell’ospitalità (vd. foto).

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Indiana Jones and the Fate of Atlantis, LucasArts 1992.

10. Infine mi piace pensare che l’asterisco premesso ad alcuni dei testi in prosa indichi che questi sono delle forme non attestate, pronunciate evidentemente fra i kurgan delle steppe indoeuropee cinque millenni fa, e ricostruite da Mazziotta tramite chissà quale comparazione; come suggerisce Richard Hell, “lo stratagemma preferito di Paul, quando si trattava di godersi un reading di poesie, consisteva nell’immaginare che il lettore fosse morto molto tempo prima.”7

Previsioni e lapsus di Luciano Mazziotta (Zona, Arezzo 2014).

1 Lettera a N. Ancelle del 18 febbraio 1866, in Correspondance, a c. di C. Pichois e J. Ziegler, Gallimard, Paris 1973, vol. II, p. 611.
2 Roberto Calasso, La folie Baudelaire, Adelphi, Milano 2008,
p. 94.

3 Ettore Romagnoli, Minerva e lo scimmione, Zanichelli, Bologna 1917, p. 65.
4 Gottfried Benn, Poesie statiche, a c. di G. Baioni, Einaudi, Torino 1972, p. 107.
5 Romagnoli, ibid.
6 ‘La madre di un mio compagno delle scuole medie…’, in Peace and love, Il ponte del sale, Rovigo 2012, p. 49.
Indiana Jones and the Fate of Atlantis, LucasArts 1992.
7 Richard Hell, Come dio, Coniglio, Roma 2007, p. 11.

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4 commenti su “Previsioni e lapsus di Luciano Mazziotta, Note di lettura atipiche

  1. Roberto Batisti
    19/09/2015

    buon pomeriggio a tutti! nel ringraziarvi per la pubblicazione di questa mia bizzarra noterella, chiedo: ha un problema il mio browser (com’è ben possibile) o sono sparite le note?

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  2. ninoiacovella
    20/09/2015

    Roberto, a volte, la bestia di wordpress mi appare indomabile. Tuttavia, non so nemmeno come, ho risolto.
    Nino

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  3. Roberto Batisti
    20/09/2015

    ho visto, grazie Nino!
    r.

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  4. francescotomada
    22/09/2015

    Sarà anche una noterella bizzarra, però è decisamente centrata nel cogliere i nodi del libro e della scrittura di Luciano. Grazie.

    Francesco t.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/09/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , .
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