perìgeion

un atto di poesia

Giorgio Mobili, Waterloo riconquistata

waterloo

di Alessandra Paganardi

Un Montale e un Hegel antifrastici, assimilati come carne e sangue e anche rigettati quel tanto che si deve: sono questi gli alimenti culturali che nutrono la scrittura di Giorgio Mobili, poeta lombardo classe 1973, che ha messo radici nel continente americano ma ospita nel proprio immaginario genealogie poliedriche, mescolate in una scrittura lucida e originale. Waterloo riconquistata è una raccolta che dice nel suo insieme (e la sezione penultima, Undici nostalgie, ne è quasi il delicato eponimo etimologico) il dolore del ritorno. Persino quello del non-ritorno, forse: di ciò che, ben lo si sa, non potrà mai più tornare. Gioca anche qui una dialettica rivisitata, e per più di una ragione: prima di tutto perché la poesia di Mobili è poesia di pensiero (raro trovarla in un poeta italiano, per di più giovane, senza sfociare in un freddo intellettualismo di maniera, o peggio di sudditanza). Poi perché la spirale hegeliana, interpretata dal senso poetico, non smette mai di passare il suo testimone più vero: la consapevolezza che nulla ridiviene come prima, né il serio né il futile – la storia, la biografia, perfino e anzitutto la bellezza.  Tornano invece le domande, quelle fondamentali, quelle che – per dirla con Nanni Cagnone – avvertono che si scrive proprio perché la vita non basta: «E se la vita è ciò che insiste/ oltre il saldo della terra/ che sarà mai/ il suolo che calchiamo?» (p. 61). Domande che nascono da una mancanza fondamentale, il paradosso della gioia che sfugge proprio nel darsi: «In fondo dove il sole è muto/ e dove dicono si aggrappi/ al nodo primordiale delle brame/il bang delle temperature/ che schiude il nocciolo vero di noi/ non trovo nulla: una nobile menzogna?» (p.62). «Quale incanto ci curerà/di queste voglie cannibali? Quale manto ci restituirà/ l’umanità?» (p.83). Un libro materiato di tante domande, spesso inespresse, sempre avvolte da una nube d’ironia sottile che sarebbe riduttivo chiamare disincanto: perché il disincanto, anche quello più fertile di benjaminiana memoria, elude la festa sensoriale di cui la poesia, al contrario, si fa sontuosa orchestra. La domanda diventa allora martello estetico, tenace nota a margine posta a firma di una sensibilità speciale: dolente, certo, ma fedele a se stessa fino all’impossibile ricerca di una sintesi fra “pesantezza e grazia” (come direbbe Simone Weil). «Il dovere ha un odore, il desiderio un altro/ se ancora vita attende/ non si potrà che in questi termini?» (p.68). Eppure è questa, proprio questa vita che ci attende e resta: non la fuga, ma la responsabilità di scegliersi sempre è la libertà che ci è data, soprattutto in un tempo che non smette di essere assassino. Non abbiamo ancora detto che Mobili, oltre ad essere poeta di pensiero, è anche poeta di storia, civile e non d’occasione – Marina Cvaeteva chiamerebbe un poeta di questo genere «contemporaneo e inattuale». Scegliere la scrittura è anche questo: fare come il tarlo, o il picchio che insiste di sbieco, come volesse «dire qualcos’altro», e in realtà continua a rodere il legno spolpato del sentire volgare, dato che «oggi basta gridare/ alla gente da un balcone/ e ti seguiranno in tutto» (p. 69). La poesia, soprattutto quando sta dietro le quinte per meglio osservare il mondo, deve lavorare di fino e a volte d’astuzia, mimetizzandosi con la materia: «l’ingrediente/ segreto è una lama nel tacco/ che sa solo raschiare/ il cemento» (p. 71). Qui forse (e siamo ancora a Montale) gioca una reminiscenza a più livelli degli “amuleti” di Dora Markus: ognuno a proprio modo, e il poeta in modo speciale, è un perseguitato che ha imparato a difendersi con le affilatissime armi improprie del linguaggio, dell’anima e della mente. Scrivere è un compito faticoso che va ben oltre il privilegio, Mobili ne è ben consapevole: non c’è alcuna morale edificante o felice, questo è il prezzo della lucidità. Il peccato capitale, forse, da non riscattare mai, se non con una costanza che infine si fa orgogliosa dignità: «lasciateci lì a dissanguare/ nel tempo, in pace/ nel tempo morto/ finalmente». (p.81)

Puntoacapo editrice 2014. Prefazione di Rossano Pestarino

                                                            

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Questa voce è stata pubblicata il 22/09/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , .
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