perìgeion

un atto di poesia

I Wachowski, la poesia, la serie tv

Riceviamo da Vincenzo Zaccone e pubblichiamo volentieri  questo interessante articolo sul cinema dei fratelli Wachowski e il nuovo imponente progetto per la Tv.

Di Vincenzo Zaccone

wachowski-624-1364402974

The Wachowski Bros.

I fratelli Wachowski, Andy e Lana, sono passati alla storia come creatori e registi della trilogia di Matrix. Un film potentissimo, perché intrigante, perché concettualmente denso di significato, perché fruibile su diversi piani della storia e perché tale fruizione è stata resa possibile dalla modalità del racconto.
Come tutto ciò che ha a che fare con la comunicazione, non conta tanto l’oggetto di cui si tratta, quanto il modo con cui lo si fa. E i Wachowski parlano per parabole, parola che gli scrittori cristiani utilizzarono per indicare quelle narrazioni evengeliche medianti le quali si voleva adombrare una verità o impartire un insegnamento morale, quindi di difficile spiegazione, confrontandolo (parabola deriva dal greco “confrontare”) con un racconto più semplice, più chiaro e comprensibile. Quindi il meccanismo era quello di spiegare qualcosa di concettuale attraverso immagini della vita reale. Fuori dall’ambiente cristiano, questo è il mito: mỳthos in greco significa racconto, che più spesso era quello delle gesta e dei misfatti degli dèi che si comportavano esattamente come gli umani, ma la narrazione dei loro errori e delle loro imprese serviva da insegnamento al popolo o da risposta alle grande domande della vita. In questa ottica, il mito ha una valenza filosofica, non solo di precetto morale atto a imbrigliare in regole la comunità, tanto che già Platone ne parlava come contrapposto alla realtà ma anche come modo per avvicinarsi ad essa, una volta raggiunti i limiti del pensiero razionale. Egli parla dunque dei miti come rappresentazioni intuitive e visive di ciò che in realtà concreto non è. Da qui il valore simbolico del mito, che si connette al suo valore estetico: Platone riteneva che i poeti fossero compositori di miti.
In tale senso, i Wachowski sono poeti perchè Matrix è una vera e propria cosmogonìa atta a rappresentare il mondo delle idee dei due fratelli, che si gioca tutto sul tema della libertà, nella sua accezione più ampia che va dal “conosci te stesso” (scritto in caratteri cubitali sulla porta dell’ Oracolo) alla possibilità pratica di compiere una scelta che sia tale, dunque personale, non indotta dall’esterno, ma che scaturisca dalla consapevolezza di quello che si è e si vuole. Matrix è denso di filosofia, di concetti, di religione anche, intriso di domande e pungoli su cui riflettere. Lana ed Andy creano un mondo fantastico, dettagliato, spettacolare e al suo interno parlano ripetutamente del libero arbitrio, della sua privazione, dello scopo come punto dal quale tutto ha un inizio e nel quale tutto ha una fine; discutono dell’assenza di libertà, la quale viene dissociata dal concetto di scelta, la quale viene definita (per bocca del Merovingio) in maniera lapidaria come “un’illusione creata e posta tra chi ha il potere e chi non ne ha”. Da qui l’affermazione che la vera fonte di potere che l’uomo ha è capire il perché delle cose e il potere di quel “perché” consiste nel poter motivare le sue azioni. Dunque la Libertà risiede in questo, parola dei Wachowski. Che si sia d’accordo o meno, non conta: il punto è che tra un combattimento, una guerra tra macchine e una sparatoria, i due registi stanno parlando anche di qualcosa di più “grande”.
Straordinario sia da un punto di vista formale che contenutistico è il discorso dell’ Architetto in Matrix Reloaded, concepito come dio, cioè come creatore dell’universo, che è il sistema Matrix: parla dell’imperfezione come caratteristica intrinseca dell’ essere umano e torna sul tema della scelta, come percezione di qualcosa che Lui (il sistema) ha inserito consapevolmente nell’essere umano perché il Tutto potesse funzionare, in virtù della sua natura illusoria (come anticipato dal Merovingio). Tutto ciò è molto astratto, costruito su una logica acuta, ma è reso anche molto concreto e assimilabile attraverso immagini, esempi lungo lo svolgimento della storia, nello stile delle migliori parabole, appunto.

Una locandina che fa parte della Storia del cinema.

images

Il primo capitolo è concentrato principalmente sul discorso della libertà, della consapevolezza, della capacità di “scollegarsi dal sistema”, compiere la propria scelta. Il concetto si allarga molto di più nei capitoli successivi, attraverso i discorsi dell’ Architetto, dell’ Oracolo, dell’ Agente Smith (sullo scopo), del Merovingio sul rapporto tra scelta, potere e il “perché” che sottende tutte le cose. Ogni personaggio enuncia, postula, concettualizza domande universali, suggerisce osservazioni sulle quali soffermarsi, su cui riflettere, da far proprie. Punti di partenza a cui approdare e da cui ripartire. In un ciclo di distruzione e di rinascita che lo stesso Architetto addita e di cui fa parte lo stesso Matrix, diventando l’immanente che riproduce il trascendente, facendo riferimento forse ai Kalpa, agli Yuga e ai Manvatara dell’Induismo(?): parla di un tempo non lineare ma ciclico, con un inizio e una fine senza soluzione di continuità in cui parte del vecchio ciclo viene conservato (a Neo viene presentata l’opzione della distruzione totale dell’umanità o la distruzione di Zaion scegliendo alcuni membri maschi e alcune femmine da salvare per il riavviamento del sistema).
Il Sistema è strutturato come un insieme di equazioni matematiche che devono essere bilanciate e la sua complessa struttura finale per funzionare prevede già un’anomalia al suo interno, conditio sine qua non per la ripetitività dei cicli; un sistema che si fonda sull’accettazione dello stesso mediante insinuazione a livello inconscio per la maggior parte degli esseri umani (parole dell’Architetto) della possibilità di scelta, che tuttavia è illlusoria. Alla fine la ripetizione dei cicli si interrompe solo mediante il verificarsi imprevisto di un’ulteriore anomalìa (l’agente Smith). I Wachowski hanno studiato tanto, bene e tanto a lungo da elaborare il tutto, diventare poeti e creare tutto ciò che è stato Matrix: un mito. Perché, ovviamente, non hanno raccontato nulla di nuovo (si sa, è già stato raccontato tutto): al di là di tutta la filosofia di cui la trilogia è impregnata, il tema del libero arbitrio, di una sovrastruttura (governo, media, logge massoniche, etc etc) che induce le nostre decisioni è un tema più che sfruttato, che ha nutrito le teorie dei complottisti nella cultura mondiale, ma anche il cinema e le serie tv, da X-files all’ultimo Wayward Pines. La differenza sta nel fatto che qui non si fa riferimento diretto all’oggetto reale, tutto viene mistificato, inscritto all’interno dell’universo Matrix, dei suoi personaggi. Ogni cosa riesce ad essere spiegata perché intuita attraverso la storia dietro la quale viene nascosta. Questa è la parabola, appunto, che è risultata così efficace, perché concetti così complessi sono stati veicolati attraverso un immaginario di grande forza e vicino al grande pubblico (parliamo del 1999): il linguaggio di programmazione, computers, macchine, il tutto legato da combattimenti rubati ai migliori manga, con tecniche e stili che richiamano le affascinanti arti marziali orientali e immagini 3D da videogiochi futuristici.
Matrix era destinato ad acchiappare! E ottenendo tale esplosivo risultato i due fratelli ci hanno anche fornito le nozioni per scollegarci noi stessi dal Sistema.
Non esisterà più un altro Matrix, non più dai Wachowski, perché un tale impatto si ha quando rapprensenta un punto di rottura con il passato, quando si riesce a intuire il modo per rimaneggiarlo in modo che sia ancora sconvolgente per il presente. I Wachowki hanno fatto la loro rivoluzione, ma soprattutto hanno trovato il loro metodo unico di parlare per immagini e di riuscire a rendere interessante e condivisa un’idea complessa e complicata.
Dopodiché sono successe cose di poco risalto: il film Speed Racer (qualcuno si è accorto che fosse al cinema nel 2008?), dai risultati disastrosi, Cloud Atlas (2012), film non nel genere Wachowski Bros ma molto ben riuscito nell’abile resa di un romanzo dalla trama complessa quale l’omonimo di David Mitchell.
L’anno 2015 è stato la volta di Jupiter – Il destino dell’Universo: qui si rientra nelle corde dei due fratelli, si fa ritorno a mondi fantastici grandiosamente immaginati, al tema del genere umano mietuto inconsapevolmente; la sceneggiatura è interessante ma non avvincente, alcuni buchi la privano anche di fascino… in ogni caso, la potenza creativa dei Wachowski riesce nella realizzazione di un mondo extraterrestre proiettato nel futuro, spettacolare, con immagini dalla bellezza coinvolgente, le scarpe a propulsione antigravitazionale con cui Channing Tatum sembra sciare nel cielo sono una trovata geniale e gli inseguimenti e le battaglie che si intrecciano nel film, danno soddisfazione. Infine, l’inseguimento con cui Jupiter (Mila Kunis) viene messa in salvo dal nemico nei cieli di Chicago da Caine (Channing Tatum) è fenomenale: vale l’intero film.
E ancora, il 2015 è stato comunque l’anno del gran ritorno per i Wachowski, che, dopo anni di preparazione, hanno messo in campo un progetto, come al solito, grandioso, concettualmente ampio, e sono arrivati in tv con una serie prodotta dalla piattaforma Netflix: Sense8.

Una nuova promessa.

Il progetto è immenso: una storia che abbraccia almeno cinque stagioni, i protagonisti sono ben otto, ognuno con la sua storia, ognuno abitante di un punto diverso del pianeta: Nairobi, Seoul, Chicago, San Francisco, Mumbai, Londra, Berlino, Città del Messico.
Il pilot si apre con una scena intrigante: Daryl Hannah stesa in una cattedrale distrutta che si suicida sparandosi un colpo di pistola in bocca. Tutti e otto i protagonisti hanno la visione di quanto successo. Da qui inizia a dipanarsi la trama delle vite di ciascun personaggio…
A raccontare la storia nuda e cruda si finisce presto e lascia anche un senso di “già sentito, già visto”, perché, come si diceva sopra, è già stato detto tutto; ma i Wachowski anche qui trovano il loro come del racconto ed è questo a fare la differenza. La storia è quella di otto ragazzi che sono connessi tra di loro da facoltà sensoriali fuori dal comune e, mediante un’alterazione genetica che dà luogo a un fenomeno di “risonanza limbica”, sono capaci non solo di vedersi e parlarsi a distanza, ma anche di intervenire fisicamente nella vita degli altri pensate, agendo attraverso il loro corpo. La particolarità è che tutti e otto sono nati lo stesso giorno e fanno parte di una “generazione”, di un “cluster”, destinato a “vivere” insieme. Ma anche questo non sconquassa gli animi.
Il “come” sta nella modalità con cui i Wachowski iniziano a parlare attraverso i loro personaggi di emozioni, di moralità, di religione, del senso della vita da una prospettiva sia soggettiva che universale, del senso di libertà personale, del dovere di scoprire e “diventare se stessi”, direbbe Nietzsche. Pian piano si assiste alle vicende che costruiscono, complicano, spiegano il loro quotidiano, ma appare evidente che nel progetto dei Wachowski non c’è solo questo, quanto anche parlare, mostrare, far conoscere la realtà e la cultura delle otto città in cui si svolgono le vicende. Ad esempio, come viene vissuta la religione in India, l’impossibilità di curarsi a Nairobi, dove la distribuzione dei farmaci è appannaggio del contrabbando, la moralità così come viene vissuta nella cultura di Seoul, i problemi di accettazione della proprio sessualità in Messico, la transessualità esperìta a San Francisco tra naturalezza, libertà e l’ottusità dei propri genitori… una miscellanea di tematiche con cui si viene a contatto attraverso questi otto personaggi, che ha un valore al di là della serie tv. Anche qui l’intento è di far riflettere, di ampliare la prospettiva mentale dello spettatore.
Se da una parte la sceneggiatura risente della complessità del progetto, a volte è stancante e il ritmo subisce flessioni continue, dall’altra nel frattempo passano sulle schermo scene e dialoghi ridicoli, divertenti, malinconici, intelligenti, coinvolgenti, patetici, complessi, emotivi, rabbiosi, tristi, drammatici, disperati. Si piange, si ride, si sorride, si alza il sopracciglio, si riflette, ci si incupisce, si corruga la fronte alla ricerca di una risposta. E ancora, si diventa spettatori di concerti di musica sinfonica, di combattimenti, di inseguimenti, scene di sesso etero, omosessuale, orgiastico, come se ci si trovasse lì di fianco; scene in cui il partner infila la mano negli slip dell’altro che è appena arrivato a letto, sesso furtivo nei bagni pubblici, la blasfemìa di paragonare un rapporto orale al ricevere l’eucarestìa. O, per esempio, si entra da visitatori in un museo di Città del Messico ad ammirare dei disegni preparatori di Diego Rivera e uno dei protagonisti rivela un interessante aneddoto sul committente John D. Rockefeller. E ancora rapine, sparatorie, matrimoni, vita carceraria, i fuochi d’artificio per il giorno del ringraziamento americano, omicidi, gambe costrette ad aprirsi per fare uscire liquido amniotìco e sangue; subito dopo l’immagine della vagina che si dilata con difficoltà e fa intravedere la testa del bambino… il tutto incorniciato in immagini dalla fotografia spettacolare, da tramonti malinconici, da affascinanti grotte sul mare d’Islanda, da viste panoramiche di Londra, di San Francisco, di Seoul… fanno da corollario, tra le altre, le musiche dei Sigùr Ros, di Antony Hegarty che reinterpreta Knocking on heaven’s door, o semplicemente la “What’s up” del gruppo anni ’90 “4 Non blondes”, cantata in chiusura di puntata da tutti e otto i protagonisti che all’unisono si domandano “what’s going on?”. Sense8 è la vita che accade. E basta. In tutta la sua complessità, la sua semplice insensatezza e la banalità del bene e del male. Il tutto raccontato in un mistero che pian piano si infittisce con la comparsa di un losco personaggio che dà la caccia a ogni membro del cluster e un sensate doppiogiochista, creando un’atmosfera così intricata che si è disposti ad aspettare altre quattro stagioni.
Ci vuole pazienza per arrivare ad apprezzare tutto questo, bisogna darsi tempo per entrare nel vivo di una serie comunque non facile. Ma quando sarà edito in Italia (Ottobre 2015) si spera che questo magnifico progetto e i loro geniali creatori ottengano il proselitismo che meritano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2015 da in cinema, ospiti, serie televisiva con tag , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: