perìgeion

un atto di poesia

Ana Cristina Cesar, Una lettera d’amore, I marginali brasiliani 2

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[leggi anche I marginali brasiliani]
[scarica il pdf di Ana C., Una lettera d’amore]

traduzioni di Luca Elli

 

Sto cercando di scrivere un’introduzione, una presentazione, due parole per Ana C. Non ci riesco. Ana C. non è descrivibile. La sua scrittura è totalmente il suo corpo, l’aria stessa che respira. La vita afferrata nel momento in cui accade.

          Oggi – lo sai questo? Sai di oggi? Sai che quando
          dico oggi, parlo precisamente di questo rude estremo,
          di questo punto che sembra l’ultimo possibile?

Leggerla mi porta sempre, e ancora, a pensare che la poesia non sia un atto letterario. O che lo sia solo in minima parte.

Indiscrezioni biografiche parlano di una bambina di sei, sette anni che salta per la stanza e detta poesie alla madre. Cosa è verità e cosa la costruzione di un mito? Di Ana C. è stato fatto un mito perché l’epoca del pop lo impone. Se la sua poesia non è un atto letterario: che cosa è? Una poetessa maledetta e disadattata che s’è ammazzata a 32 anni?

Prima ancora di saper leggere, A.C. César dettava alla madre le poesia che faceva […]: saltando da un angolo all’altro, sul divano di sala […], componeva i suoi primi versi, facendo pause che indicavano che era il momento di cambiare riga. Non è un problema notare che questo suo modo infantile di scrivere si sarebbe modificato solo in apparenza. La sua scrittura, nell’essenza, si articolò sempre in movimento, in pieno transito, all’aria libera della sua vita e della città. *

Un’amica mi ha detto che non riesco a parlare di Ana C. perché ne sono innamorato. “Sareste stati una bella coppia”, mi ha detto. Forse Ana C. mi avrebbe convinto ad andare in terapia insieme a lei. Ma poi, vedendola saltare giù dalla finestra della casa dei suoi, il 29 ottobre dell’83, che cosa avrei potuto pensare? Che non era, alla fine, psicoterapia la poesia, la sua vita che “precipita sulla pagina”, come ha detto Di Ruscio, e dalla pagina sull’asfalto: che non poteva salvarsi solo per questo. Che la sua non era, per dirla in modo spicciolo, una poesia diaristica perché, appunto, diario non era – ma la vita stessa mentre accade, in simultanea, afferrata, in frammenti, nel suo movimento, nella sua sincronicità fra avvenimenti e sensazioni distanti e diversi fra loro. Come dire: Ana C. è una scrittrice cubista.

E raffinata, colta, maestra del linguaggio. Non si può pensare, leggendola, che sia una “istintiva”. No. Questo per la sua formazione di filologa e traduttrice. Viveva insomma profondamente nel mondo astratto della parola. Il mondo della parola è davvero pericolosamente astratto per chi ci vive dentro ogni giorno, e lo riduce a mestiere. La poesia di Ana C. però non cade in questo di buco nero. Prima di tutto per il linguaggio: attorcigliato, complesso, slang. (Ecco, ho avuto difficoltà immense a tradurla, e solo grazie alla fondamentale collaborazione di Luca Elli, che ringrazio, ci siamo riusciti.) Proprio a causa della vita parlata che precipita sulla pagina.

Armando Freitas Filho, poeta e suo amico intimo, quindi la persona che forse la conosceva meglio al mondo, scrive:

Ana crea un vero gioco di linguaggio: testi corti, poesie frammentate, lettere, pagine di diario. La poesia diventa, in questo modo, un’inquietante riflessione sul proprio fare letterario.

Sì, ma con quanta naturalezza e poca “letterarietà”.

Tempo fa ho letto in uno scritto di Bordini, per caso, questa frase di Amelia Rosselli: “L’enorme secondarietà della letteratura”. Bene, mi sembra che si adatti alla perfezione ad Ana C., per la quale l’atto letterario c’è, è forte, pensato, ma sta alle spalle del vivere a pieni polmoni il nostro giorno e la nostra notte. Non ci trasfigura ma è trasfigurato dalle nostre azioni. Per questo Ana non è una poetessa “maledetta”, in preda al delirio della vita trasfigurata dall’arte. Non è né in preda al delirio né trasfigurata da nulla: è una donna che vive, nuda, di fronte a tutto.

Diverso tempo fa, un’amica sudamericana mi raccontò che tempo addietro aveva scritto a un poeta chiedendogli quali fossero le armi per poter scrivere una poesia almeno decente.

“Non ho avuto figli”, gli scrisse, “e vorrei lasciarmi dietro almeno una poesia che sia vera”.

Il tizio le rispose: “Cara M., io non so cosa sia la vera poesia, come dici tu. Secondo me non esiste. O meglio, esiste per ognuno di noi in modo diverso, come il vero amore – che esiste, declinato in molte forme, ed è una delle poche ragioni di vita. Siccome non mi fido di uno psicologo riguardo il “vero amore”, non vedo perché dovrei far decidere a un critico, a un’antologia o a un gruppo di lettori ciò che potrebbe essere “vera poesia”. Ogni forma d’espressione umana credo sia vera nel momento in cui la persona che la partorisce è nuda verso il mondo. Questo lo si sente e lo si vede, nell’arte. Così come lo si sente e lo si vede nell’amore. Non so se sia importante partorire qualche poesia e se altri ci siano riusciti. È il tempo a decidere questa cosa. Ma a volte nemmeno quello. Anche io non ho avuto figli ed ho inseguito per anni la poesia come un’ossessione. Ma poi ho capito che, almeno per me, cercare di essere il più umano possibile era la sola cosa che potesse permettermi di non uccidermi – ed ho scelto questa strada. Ho scelto di denudarmi, di mostrarmi per quello che sono, di uscire dal mio autismo sentimentale. Della poesia, alla fine, non me ne importa niente. Scrivo solo perché mi è necessario per essere uomo fino in fondo, e per denudarmi. Tutto il resto, non so che sia e non mi interessa”.

Ora, mentre scrivevo questo, mi domandavo perché lo stessi facendo, che attinenza avesse con Ana C., oltre al fatto di “essere nudi” di fronte a tutto. Mi è venuta in mente la parola “dialogo”. Se mi mostro nudo agli altri, in qualche modo sto cercando di dialogare, di aprire un rapporto che non sia solo di circostanza: mi spingo oltre, all’estremo rude consentitomi. E così, ho capito che Ana C. fa anche questo nelle sue poesie, nella sua corrispondenza immaginaria: si mette a parlare con me, che la leggo. Vuole costruire, insieme a me, il testo. Rileggo spesso ogni sua poesia, a più riprese, e intanto ne monto i vari aspetti: costruisco Ana C. Mi sembra un enorme privilegio, quello di una poesia non chiusa, non circolare ma che si lancia verso l’esterno, mi avvolge e, alla fine, mi rende compartecipe. Come riveste anche, credo, un importante aspetto psichico di Ana C. questa sua necessità di comunicazione “sotterranea” tramite le parole. Le parole come una strada, un mezzo. Non un fine.

Non so se abbia ragione la mia amica, e se io sia oppure no innamorato di Ana C., così come non so se queste cose che ho capito del rapporto fra me e lei leggendola siano vere o immaginarie. In fin dei conti, ciò che più mi affascina nella vita è la domanda, non la risposta. Risolvere un mistero produce un vuoto, anche se salva una vita. Oggi apro la finestra e guardo fuori – le case sono risposte a domande fisiche e matematiche, le automobili funzionano per lo stesso motivo. Ma questa vecchietta che torna a casa dal mercato con nel sacchetto un chilo di pomodori – no. Alla fine, non m’interessa sapere perché Ana C. scrive così e non in altro modo. Ho perso tempo fino a qui. Potevo limitarmi a dirne il nome, e farvi direttamente parlare con lei.

*

Olho muito tempo o corpo de um poema
até perder de vista o que não seja corpo
e sentir separado dentre os dentes
um filete de sangue
nas gengivas

 

Guardo molto a lungo il corpo di un poema
fino a perdere di vista ciò che non sia più corpo
e sentire separato fra i denti
un filo di sangue
sulle gengive

*

Psicografia

Também eu saio à revelia
e procuro uma síntese nas demoras
cato obsessões com fria têmpera e digo
do coração: não sou e digo
a palavra: não digo (não posso ainda acreditar
na vida) e demito o verso como quem acena
e vivo como quem despede a raiva de ter visto

Psicografia

Anche io me ne esco a caso
e cerco una sintesi nei ritardi
colgo ossessioni a sangue freddo e dico
dal cuore: non sono e dico
la parola: non dico (non posso ancora credere
alla vita) e licenzio il verso come chi saluta
e vivo come chi congeda la rabbia d’aver visto

 

*

A história está completa: wide sargasso sea, azul azul que não me espanta, e canta como uma sereia de papel.

La storia è completa: wide sargasso sea, azzurro azzurro che non mi spaventa, e canta come una serena di carta.

 

*

Fagulha

Abri curiosa
o céu.
Assim, afastando de leve as cortinas.
Eu queria rir, chorar,
ou pelo menos sorrir
com a mesma leveza com que
os ares me beijavam.
Eu queria entrar,
coração ante coração,
inteiriça,
ou pelo menos mover-me um pouco,
com aquela parcimônia que caracterizava
as agitações me chamando.
Eu queria até mesmo
saber ver,
e num movimento redondo
como as ondas
que me circundavam, invisíveis,
abraçar com as retinas
cada pedacinho de matéria viva.
Eu queria
(só)
perceber o invislumbrável
no levíssimo que sobrevoava.
Eu queria
apanhar uma braçada
do infinito em luz que a mim se misturava.
Eu queria
captar o impercebido
nos momentos mínimos do espaço
nu e cheio.
Eu queria
ao menos manter descerradas as cortinas
na impossibilidade de tangê-las.
Eu não sabia
que virar pelo avesso
era uma experiência mortal.

 

Scintilla

Ho aperto curiosa
il cielo.
Così, scostando leggermente le tende.
Volevo ridere, piangere,
o almeno sorridere
con la stessa leggerezza con cui
mi baciava l’aria.
Volevo entrare,
cuore dopo cuore,
intera,
o almeno muovermi un poco,
con quella parsimonia che caratterizzava
le agitazioni che mi chiamavano.
Addirittura volevo
saper vedere,
e in un movimento rotondo
come le onde
che mi circondavano, invisibili,
abbracciare con le retine
ogni piccolo pezzo di materia viva.
Io volevo
(solo)
percepire l’impercepibile
nel leggerissimo che sorvolava.
Io volevo
prendere una manciata
dell’infinito in luce che a me si mescolava.
Io volevo
captare l’impercepito
negli attimi minimi dello spazio
nudo e pieno.
Io volevo
almeno mantenere aperte le tende
nell’impossibilità di toccarle.
Io non sapevo
che il rovescio della medaglia
era un’esperienza mortale.

*

Houve um poema
que guiava a própria ambulância
e dizia: não lembro
de nenhum céu que me console,
nenhum,
e saía,
sirenes baixas,
recolhendo os restos das conversas,
das senhoras,
“para que nada se perca
ou se esqueça”,
proverbial,
mesmo se ferido,
houve um poema
ambulante,
cruz vermelha
sonâmbula
que escapou-se
e foi-se
inesquecível,
irremediável,
ralo abaixo.

C’era una poesia
che guidava la propria ambulanza
e diceva: non ricordo
nessun cielo che mi consoli,
nessuno,
e usciva,
sirena bassa,
raccattando il resto dei discorsi,
delle signore,
“perché nulla si perda
o si dimentichi”,
proverbiale,
anche se ferita,
c’era una poesia
ambulante,
croce rossa
sonnambula
che scappò
e sparì
indimenticabile,
irrimediabile,
nello scolo.

Ana Cristina Cesar 5

Não, a poesia não pode esperar.
O brigue toca as terras geladas do extremo sul.
Escapo no automóvel aos guinchos.
Hoje – você sabe disso? Sabe de hoje? Sabe que quando
digo hoje, falo precisamente deste extremo ríspido,
deste ponto que parece último possível?

A garganta sai remota,
longe de ti mal creio que te amo,
Corto o trânsito e resvalo
Que lugar ocupa este desejo de frutas?

Esta é a primeira folha aberta.

 

No, la poesia non può aspettare.
Il brigantino tocca le terre gelide dell’estremo sud.
Scappo sull’auto trainata.
Oggi – lo sai questo? Sai di oggi? Sai che quando
dico oggi, parlo precisamente di questo rude estremo,
di questo punto che sembra l’ultimo possibile?

La gola ne esce remota,
lontano da te credo appena di amarti,
Attraverso il traffico e scivolo
che posto occupa questa voglia di frutta?

Questo è il primo foglio aperto.

*

Nada disfarça o apuro do amor.
Um carro em ré. Memória da água em movimento. Beijo.
Gosto particular da tua boca. Último trem subindo ao
céu.
Aguço o ouvido.
Os aparelhos que só fazem som ocupam o lugar
clandestino da felicidade.
Preciso me atar ao velame com as próprias mãos.
Sirgar.
Daqui ao fundo do horto florestal ouço coisas que
nunca ouvi, pássaros que gemem.

 

Nulla nasconde l’urgenza dell’amore.
Un’auto in retro. Memoria di acqua in movimento. Bacio.
Sapore particolare della tua bocca. Ultimo treno che sale in
cielo.
Tendo l’orecchio.
Gli apparecchi che fanno solo suono occupano il
luogo clandestino della felicità.
Devo legarmi alle vele con le stesse
mani.
Ormeggiare.
Da qui al fondo del parco sento cose che
non avevo mai sentito, uccelli che gemono.

*

Contagem regressiva

Acreditei que se amasse de novo
esqueceria outros
pelo menos três a quatro rostos que amei

Num delírio de arquivística
organizei a memória em alfabetos
como quem conta carneiros e amansa
no entanto flanco aberto não esqueço
e amo em ti os outros rostos

 

Conto alla rovescia

Ho creduto che amando di nuovo
avrei scordato almeno
gli altri tre o quattro volti che ho amato

In un delirio di archiviazione
ho organizzato la memoria in alfabeti
come chi conta le pecore e si calma
e intanto col fianco aperto non scordo
e amo in te gli altri volti

*

Quarto do suicida

Vocês devem achar, sem dúvida, que o quarto esteve vazio.
Mas lá havia três cadeiras de encosto firmes.
Uma boa lâmpada para afastar a escuridão.
Uma mesa, sobre a mesa uma carteira, jornais.
Buda sereno, Jesus doloroso,
sete elefantes para boa sorte, e na gaveta – um caderno.
Vocês acham que nele não estavam nossos endereços?

Acham que faltavam livros, quadros ou discos?
Mas da parede sorria Saskia com sua flor cordial,
Alegria, a faísca dos deuses,
a corneta consolatória nas mãos negras.
Na estante, Ulisses repousando
depois dos esforços do Canto Cinco.
Os rnoralistas,
seus nomes em letras douradas
nas lindas lombadas de couro.
Os políticos ao lado, muito retos.

E não era sem saída este quarto,
aos menos pela porta,
nem sem vista, ao menos pela janela.
Binóculos de longo alcance no parapeito.
Uma mosca zumbindo – ou seja, ainda viva.

Acham então que talvez uma carta explicava algo.
Mas se eu disser que não havia carta nenhuma –
éramos tantos, os amigos, e todos coubemos
dentro de um envelope vazio encostado num copo.

 

Stanza del suicida

Voi pensate, senza dubbio, che la stanza fosse vuota.
Ma c’erano tre solide sedie.
Una buona lampada per scacciare l’oscurità.
Un tavolo, sul tavolo un portafogli, giornali.
Budda sereno, Gesù doloroso,
sette elefanti portafortuna, e nel cassetto – un quaderno.
Pensate che lì non ci fossero i nostri indirizzi?

Secondo voi mancavano libri, quadri o dischi?
Ma dalla parete sorrideva Saskia con il suo fiore cordiale,
Allegria, la scintilla degli dei,
la tromba consolatrice nelle mani nere.
Sullo scaffale, Ulisse riposava
dopo gli sforzi del quinto canto.
I moralisti,
i nomi in lettere d’oro
sui bei dorsi di cuoio.
I politici di fianco, molto retti.

E non era senza uscita questa stanza,
almeno dalla porta,
né senza vista, almeno dalla finestra.
Binocoli dal lungo sguardo alla ringhiera.
Una mosca che ronzava – cioè, ancora viva.

Allora pensate che una lettera spiegasse qualcosa.
Ma se dicessi che non c’era nessuna lettera –
eravamo tanti, gli amici, e ci stemmo tutti
dentro uma busta vuota accanto a un bicchiere.

 

CESAR2


E penso
a face fraca do poema/ a metade na página
partida
Mas calo a face dura
flor apagada no sonho

Eu penso
A dor visível do poema/ a luz prévia
Dividida
Mas calo a superfície negra
pânico iminente do nada.

 

E penso
il volto fiacco della poesia / la metà della pagina
in brandelli
Ma taccio il volto duro
fiore spento nel sogno
Io penso
il dolore visibile della poesia / la luce previa
divisa
ma taccio la superficie nera
panico imminente del niente.

*

Imagino como seria te amar
teria o gosto estranho das palavras
que brincamos
e a seriedade de quando esquecemos
quais palavras

imagino como seria te amar:
desisto da idéia numa verbal volúpia
e recomeço a escrever
poemas.


Immagino come sarebbe amarti
avrebbe il gusto strano delle parole
che giochiamo
e la serietà di quando scordiamo
quali parole

immagino come sarebbe amarti:
rinuncio dall’idea in una voluttà verbale
e ricomincio a scrivere
poesie.

*

Tenho uma folha branca
e limpa à minha espera:
mudo convite

tenho uma cama branca
e limpa à minha espera:
mudo convite

tenho uma vida branca
e limpa à minha espera

 

Ho un foglio bianco
e pulito che mi attende:
invito muto

ho un letto bianco
e pulito che mi attende:
invito muto

ho una vita bianca
e pulita che mi attende

*

Protuberância

Este sorriso que muitos chamam de boca
é antes um chafariz, uma coisa louca
sou amativa antes de tudo
embora o mundo me condene
devo falar em nariz (as pontas rimam por dentro)
se nos determos amanhã
pelo menos não haverá necessidades frugais nos
espreitando

Quem me emprestar seu peito na madrugada
e me consolar, talvez tal vez me ensine um assobio
não sei se me querem, escondo-me sem impasses
e repitamos a amadora sou
armadora decerto atrás das portas
não abro para ninguém, e se a pena é lépida, nada me
detém
é sem dúvida inútil o chuvisco de meus olhos
o círculo se abre em circunferências concêntricas que se
fecham sobre si mesmas
no ano 2001 terei (2001-1952=) 49 anos e serei uma
rainha
rainha de quem, quê, não importa
e se eu morrer antes disso
não verei a lua mais de perto
talvez me irrite pisar no impisável
e a morte deve ser muito mais gostosa
recheada com marchemélou
uma lâmpada queimada me contempla
eu dentro do templo chuto o tempo
um palavra me delineia
VORAZ
e em breve a sombra se dilui,
se perde o anjo.

 

Protuberanza

Questo sorriso che molti chiamano bocca
è piuttosto una fontanella, una cosa pazza
prima di tutto sono amorosa
nonostante il mondo mi condanni
devo parlare del naso (le punte rimano all’indentro)
se ci fermiamo domani
almeno non ci saranno necessità frugali a
spiarci

Chi mi prestasse il suo petto all’alba
e mi consolasse, potrebbe magari insegnarmi un fischio
non so se mi vogliono, mi nascondo senza problemi
e ripetiamo sono l’amatrice
armatrice di certo dietro le porte
non apro a nessuno, e se la pena è leggera, niente mi
trattiene
senza dubbio è inutile la pioggerella dei miei occhi
il cerchio si apre in circonferenze concentriche che si
chiudono su se stesse
nel 2001 avrò (2001-1952=) 49 anni e sarò una
regina
regina di chi, cosa, non importa
e se morirò prima
non vedrò la luna da vicino
forse mi irrita calpestare l’incalpestabile
e la morte deve essere molto più saporita
ripiena di marshmallow
una lampada bruciata mi contempla
io dentro il tempo do calci al tempo
una parola mi descrive
VORACE
e in fretta l’ombra si diluisce
l’angelo si perde.

*

Um beijo
que tivesse um blue.
isto é
imitasse feliz
a delicadeza, a sua,
assim como um tropeço
que mergulha surdamente
no reino expresso
do prazer
Espio sem um ai
as evoluções do teu confronto
à minha sombra
desde a escolha
debruçada no menu;
um peixe grelhado
um namorado
uma água
sem gás
de decolagem:
leitor ensurdecido
talvez embevecido
“ao sucesso”
diria meu censor
“à escuta”
diria meu amor
sempre em blue
mas era um blue
feliz
indagando só
“what’s new”
uma questão
matriz
desenhada a giz
entre um beijo
e a renúncia intuída
de outro beijo.

 

Un bacio
che avesse un blue.
Cioè
imitasse felice
la delicatezza, la tua,
così come un ostacolo
che sordamente si immerge
nel regno espresso
del piacere
Spio senza un be’
l’evoluzione del tuo confronto
alla mia ombra
fin dalla scelta
spalancata del menù;
un pesce grigliato
un fidanzato
un’acqua
senza gas
per il decollo:
lettore assordato
forse ubriacato
“al successo”
direbbe il mio censore
“all’ascolto”
direbbe il mio amore
sempre in blue
ma era un blue
felice
indagava solo
“what’s new”
una questione
matrice
disegnata in gesso
tra un bacio
e la rinuncia intuita
di un altro bacio.

*

Travelling

Tarde da noite recoloco a casa toda em seu lugar.
Guardo os papéis todos que sobraram.
Confirmo para mim a solidez dos cadeados.
Nunca mais te disse uma palavra.
Do alto da serra de Petrópolis,
com um chapéu de ponta e um regador,
Elizabeth reconfirmava, “Perder
é mais fácil que se pensa”.
Rasgo os papéis todos que sobraram.
“Os seus olhos pecam, mas seu corpo
não”,
dizia o tradutor preciso, simultâneo,
e suas mãos é que tremiam. “É perigoso”,
ria Carolina perita no papel Kodak.
A câmera em rasante viajava.
A voz em off nas montanhas, inextinguível
fogo domado da paixão, a voz
do espelho dos meus olhos,
negando-se a todas as viagens,
e a voz rascante da velocidade,
de todas três bebi um pouco

 

Travelling

A notte tarda rimetto tutta la casa al suo posto.
Riordino tutte le carte rimaste.
Mi confermo la solidità dei lucchetti.
Non ti ho detto mai una parola.
Dall’alto dei monti di Petrópolis,
con un cappello a punta e un innaffiatoio,
Elizabeth riconfermava, “Perdere
è più facile di quanto si pensi”.
Strappo tutte le carte rimaste.
“I suoi occhi peccano, ma il suo corpo
no”,
diceva il traduttore preciso, simultaneo,
e le sue mani tremavano. “È pericoloso”,
rideva Carolina esperta di carta Kodak.
La cinepresa viaggiava radente.
La voce su off sulle montagne, inestinguibile
fuoco domato della passione, la voce
dello specchio dei miei occhi,
che si nega a tutti i viaggi
e la voce graffiante della velocità,
di tutte e tre ne ho bevuto un poco.

*

Samba-canção

Tantos poemas que perdi
Tantos que ouvi, de graça,
pelo telefone — taí,
eu fiz tudo pra você gostar,
fui mulher vulgar,
meia-bruxa, meia-fera,
risinho modernista
arranhando na garganta,
malandra, bicha,
bem viada, vândala,
talvez maquiavélica,
e um dia emburrei-me,
vali-me de mesuras
(era uma estratégia),
fiz comércio, avara,
embora um pouco burra,
porque inteligente me punha
logo rubra, ou ao contrário, cara
pálida me desconhece
o próprio cor-de-rosa,
e tantas fiz, talvez
querendo a glória, a outra
cena à luz de spots,
talvez apenas teu carinho,
mas tantas, tantas fiz…

 


Samba-canção

Tante poesie ho perduto
e tante che ho ascoltato, gratis,
al telefono – e così
ho fatto tutto per piacerti
sono stata donna volgare,
mezza strega, mezza belva,
risatina modernista
che graffia nella gola,
checca, canaglia,
molto frocia, vandala,
magari macchiavellica,
e un giorno ho messo il muso,
ho fatto reverenze
(era una strategia),
ho commerciato, avara,
anche se un po’ scema,
perché mi passavo per intelligente
subito arrosivo, o al contrario, volto
pallido da non riconoscere
neanche il rosato,
e tante ne ho fatte, forse
volendo la gloria, l’altra
scena alla luce degli spot,
forse solo la tua dolcezza,
ma tante, tante ne ho fatte…

*

é muito claro
amor
bateu
para ficar
nesta varanda descoberta
a anoitecer sobre a cidade
em construção
sobre a pequena constrição
no teu peito
angústia de felicidade
luzes de automóveis
riscando o tempo
canteiros de obras
em repouso
recuo súbito da trama

 

è molto chiaro
l’amore
ha bussato
per restare
su questa veranda scoperta
nell’imbrunire sopra la città
in costruzione
sulla piccola costrizione
nel tuo petto
ansia di felicità
luci di automobili
rigano il tempo
le opere di cantiere
a riposo
arretro immediato della trama

*

Ulysses

E ele e os outros me veem.
Quem escolheu este rosto para mim?

Empate outra vez. Ele teme o pontiagudo
estilete da minha arte tanto quanto
eu temo o dele.

Segredos cansados de sua tirania
tiranos que desejam ser destronados.
Segredos, silenciosos, de pedra,
sentados nos palácios escuros
de nossos dois corações:
segredos cansados de sua tirania:
tiranos que desejam ser destronados.

o mesmo quarto e a mesma hora

toca um tango
uma formiga na pele
da barriga,
rápida e ruiva,

Uma sentinela: ilha de terrível sede.
Conchas humanas

Ulisse

E lui e gli altri mi vedono.
Chi ha scelto questo volto per me?

Pari un’altra volta. Ha paura dello stiletto
appuntito della mia arte tanto quanto
io ho paura del suo.

Segreti stanchi della sua tirannia
tiranni che vorrebbero essere detronizzati.

Segreti, silenziosi, di pietra,
seduti nei palazzi scuri
dei nostri due cuori:
segreti stanchi della sua tirannia:
tiranni che vorrebbero essere detronizzati.

la stessa stanza e la stessa ora

suona un tango
una formica sulla pelle
del ventre,
rapida e rossa,

Una sentinella: isola di terribile sete.
Conchiglie umane

*

O tempo fecha.
Sou fiel aos acontecimentos biográficos.
Mais do que fiel, oh, tão presa! Esses mosquitos
que não largam! Minhas saudades ensurdecidas
por cigarras! O que faço aqui no campo
declamando aos metros versos longos e sentidos?
Ah que estou sentida e portuguesa, e agora não
sou mais, veja, não sou mais severa e ríspida:
agora sou profissional.

Il tempo chiude.
Sono fedele agli avvenimenti biografici.
Più che fedele, oh, catturata! Queste zanzare
che non se ne vanno! Le mia nostalgia assordata
dalle cicale! Che ci faccio qui nel campo
declamando a metri versi lunghi e costernati?
Ah come sono costernata e portoghese, e adesso non
lo sono più, vedi, non sono più severa ed aspra;
adesso sono professionale.

*

Este livro

Meu filho. Não é automatismo. Juro. É jazz do
coração. É prosa que dá prêmio. Um tea for two
total, tilintar de verdade que você seduz, charmeur
volante, pela pista, a toda. Enfie a carapuça.
E cante.
Puro açúcar branco e blue.

Questo libro

Figlio mio. Non è automatismo. Giuro. È jazz del
cuore. È prosa che premia. Un tea for two
totale, tintinnare di verità che ti seduce, charmeur
volante, sulla pista, al massimo. Mettiti alla berlina.
E canta.
Puro zucchero bianco e blu.

*
Como rasurar a paisagem

a fotografia
é um tempo morto
fictício retorno à simetria

secreto desejo do poema
censura impossível
do poeta

Come cancellare il paesaggio

la fotografia
è un tempo morto
fittizio ritorno alla simmetria

segreto desiderio della poesia
censura impossibile
del poeta

*

Quase
(poema escrito aos 16 anos)

uma tarde cremosa.
coração, bates; como quem
está amoroso ou precisando
escrutinar páginas virgens.
há um outono lânguido
tiquetaqueando por entre nuvens
de lentidão; há um
casal de andorinhas se
buscando entre antenas e
para-raios; há um
homembinóculo de camisa
azul, no alto de um terraço,
violentando janela por
janela;
vozes surrealistas de
crianças levantam voo por
detrás de um varal; um
urubu solitário espirala,
talvez à cata de carniça entre
o crepúsculo.

os sonhos que rabiscam
velhos mares não são mais
daquela finidade antiga; e
ser, nesta meia-hora, é
descascar sem muita pressa,
é interpretar nuances de
magia.

que mistério engravida esta cidade?

Quasi
(poesia scritta a 16 anni)

Un pomeriggio cremoso
cuore, batti; come chi
è innamorato o ha bisogno di
scrutinare pagine vergini.
C’è un autunno languido
che ticchetta fra nuvole
di lentezza; c’è una
coppia di rondini che
si cerca fra antenne e
parafulmini; c’è un
uomobinocolo in camicia
blu, in cima a un terrazzo,
che violenta finestra dopo
finestra;
voci surrealiste di
bambini alzano il volo
dietro uno stendino; vol-
teggia un avvoltoio solitario,
forse a caccia di carogne nel
crepuscolo.
i sogni che tratteggiano
vecchi mari non sono più
di quell’antica finitezza; e
essere, in questa mezzora, è
sbucciare senza molta fretta,
è interpretare nuances di
magia.

quale mistero ingravida questa città?

 

 

*

Ana Cristina Cruz Cesar (Rio de Janeiro, 02.06.1952 — Rio de Janeiro, 29.10.1983), poetessa e traduttrice, è considerata uno dei principali nomi della “poesia marginale” degli anni ’70. Si laurea in lettere presso la Pontificia Università di Rio de Janeiro nel 1975. Nel 1979 ottiene un master in comunicazione presso la Scuola di Comunicazione dell’Università Federale di Rio de Janeiro. Nel 1979 si trasferisce in Inghilterra e due anni dopo ottiene un “master of arts” in teoria e pratica della traduzione letteraria all”Università di Essex. Diventa docente universitaria e traduce importanti autori, fra cui Katherine Mansfield e Silvia Plath. Scrive per riviste e giornali alternativi, su cui pubblica i suoi primi testi. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 pubblica, come usava allora, alcuni libriccini stampati manualmente con il ciclostilato e distribuiti ad amici e conoscenti: “Cenas de abril” (Scene di aprile), “Correspondência Completa” (Corrispondenza completa) e “Luvas de pelica” (Guanti di pelle). Nel 1976, Heloisa Buarque de Hollanda la include nell’antologia “26 poeti oggi”. Il suo “primo” libro , nel senso comune del termine, è “A teus pés” (Ai tuoi piedi), del 1982, che riunisce i precedenti tre e un quarto, che dà il nome al volume. Nel 2013, l’editore “Companhia das letras” pubblica il volume “Poética”, che racchiude tutto quanto pubblicato in vita da Ana C. e gli “inediti e dispersi” e la “corrispondenza completa”, ritrovati nella “cartelletta rosa” a casa della madre. Suoi libri sono stati tradotti in Francia, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, Venezuela, Colombia e Argentina. Segnalo un’antologia di sue poesie tradotte in italiano da Manuele Masini, Una nave ancorata nello spazio, pubblicata per le Edizioni ETS nel 2014, importante perché è l’unica nella nostra lingua, per le bellissime traduzioni e anche, non ultima, per l’introduzione di Armando Freitas Filho.

* Dall’introduzione di Armando Freitas Filho all’antologia pubblicata dalle Edizioni ETS.

 

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9 commenti su “Ana Cristina Cesar, Una lettera d’amore, I marginali brasiliani 2

  1. amara
    30/09/2015

    eh.. qui tornerò con il giusto tempo e la giusta tranquillità..

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  2. viomarelli
    30/09/2015

    molto, molto bene

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  3. Evangelia Polymou
    30/09/2015

    L’ha ribloggato su evangeliapolymou.

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  4. francescotomada
    30/09/2015

    Una autrice che non conoscevo, affascinante ma anche dura e tragica.
    E molto molto brava, se questa parola bastasse per definire ciò che è stata capace di scrivere.

    Francesco t.

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  5. furore. nudità. enigma di una mente totalmente libera. forse tutto questo rende inarrivabile la sua poesia. che mi ricorda molto quella, sublime,”un puro errar de loba en el bosque/en la noche de los cuerpos/ para decir la palabra inocente” di un’altra poeta sua contemporanea, l’argentina Alejandra Pizarnik, anche lei suicida a 36 anni.

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  6. ninoiacovella
    01/10/2015

    Questa poesia, questo modo di parlare della poesia, di viverla, e di morirci dentro, perdendosi nella vita propria e altrui, semplicemente mi commuove.
    Grazie Massimiliano.
    Nino

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  7. marco ercolani
    04/10/2015

    Jazz del cuore…
    Poesia che non conoscevo.
    Condivido le parole di Nino: commuove.
    Il testo scritto a sedici anni ha una struttura favolosa…
    Da rileggere.
    Bello che esistano luoghi in cui scoprire cose belle.
    Grazie, Massimiliano.
    Marco

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  8. iole
    07/10/2015

    grazie! di vero cuore!
    quando si legge qualcosa di così assetante/dissetante ci si rende conto di quanto ci manca la poesia. di quando la poesia è vera coriacea carnosa possente invadente dolorosa umana.
    grazie a lei che si è data.

    grazie di averla portata fino a me.
    iole

    Mi piace

  9. Pingback: I marginali brasiliani, Intro | perìgeion

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