perìgeion

un atto di poesia

Corrado Bagnoli, Casa di vetro

 

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 di Nino Iacovella

 

 

Incipit, dal Quadro uno

E’ un francobollo incollato al lenzuolo,
una macchia raggrinzita, un gomitolo
di carne che si sta asciugando dentro
il mondo bianco che è il suo mondo;
solo gli occhi acqua, trasparenza liquida
che ci navigano dentro gli anni che non sa
più nemmeno. Solo lui che la gira di lato,
sollevandola come una cosa che gli si può
rompere in mano, come una carta secca
di tempo e di niente, solo lui le scorge
giù in fondo, nel poco colore scuro rimasto
dentro q uellago di dimenticanza, di vivere
respirando soltanto, le parole che non sa dire,
la faccia che aveva quando era nel campo,
il gramo odore d’estate e l’umido inverno
che le aveva cominciato a strappare le fibre,
a farla già piccola quando doveva crescere
ancora, ma non le aveva tolto nemmeno
un filo della sua bellezza, della sua voglia
di andarsene via, di qualcuno che la venisse
a rubare tra i pioppi ed il grano, che la portasse
a conoscere cos’era davvero quella parola
-lontano – che aveva sempre ascoltato la sera
e che pensava con un odore più buono.
Adesso è lui che va via, il corridoio come
una strada di anni che si porta incollati
alla schiena, negli occhi, attaccati alle mani
che la sentono ancora nel suo venire
meno, eppure nel suo essere ancora.

Casa di Vetro di Corrado Bagnoli è un libro di poesia che per molti versi può definirsi raro. Raro in quanto fuori del canone “lirico” predominante. Infatti, qui, non vi troviamo il tipico sviluppo poematico di singoli testi legati da un filo tematico. Troviamo piuttosto il ricorso ad una “desuetudine”, alla forma del poema in versi, per “narrare”, poeticamente, le vicende di vita dell’amico pittore  Pierantonio Verga. L’effetto, a mio avviso, è di una riuscita forma di scrittura che si fa poesia attraverso lo spessore umano dei contenuti e la sfumatura lirica. Contrariamente ad alcuni autori contemporanei che prediligono la scrittura in prosa poetica (Agota Kristoff, Herta Muller, Anne Michaels, o l’italiano Giorgio Vasta de “Il Tempo materiale”), Bagnoli sceglie e giustifica la forma del poema in versi per la marginalità della componente dialogica nel testo. La vicenda umana del pittore Pierantonio Verga è una sorta d’identificazione commossa del poeta verso un vissuto che si incarna, “testorianamente”, tra la materia dolente della povera gente, l’amicizia, la solidarietà cristiana, l’arte. Così viene alla luce la coerenza e l’ineluttabile vocazione pittorica di Verga, che attinge proprio da queste fonti la propria virtù artistica. E qui il maestro Lucio Fontana ai suoi allievi:

Ma quando fai un quadro a cosa pensi?
Fontana ogni tanto parlava con loro, sapeva
del corridoio, dei colori, delle prigioni
di Pierantonio. Quando fai un quadro, l’ultimo
pensiero dev’ essere il quadro. Il primo, invece,
dev’ essere il mondo. Siete preoccupati
di imparare a dipingere? Preoccupatevi
del mondo, di guardarlo dritto negli occhi.
Il pittore è uno che fa il quadro, prende
i colori, i pennelli e fa il quadro. L’artista
invece li adopera, li fa diventare una lingua.
Bisogna smetterla di parlare di materia:
o c’ è una lingua, o si scrive e riscrive il mondo,
oppure non c’ è niente. La noia del quadro.
Non lo so cos’è l’arte, ma quando non c’è,
non c’è cosa più noiosa di un quadro:
nessun batticuore, né bene, né male.
Guardare il mondo, guardare in alto bisogna
Stare sulla soglia e vedere cosa succede
se Dio non si interessa più degli uomini
e del mondo. Tutti i pittori cercano di aggiungere
qualcosa, di arrivare, attaccando qualcosa,
a fare il quadro; l’artista mette subito quello
che viene dopo, è dalla fine che comincia
il quadro, nasce da un momento risolutivo,
dalla convocazione delle cose del mondo
dentro uno sguardo finale e fatale.

In realtà, la lezione di Fontana,viene proposta da Bagnoli, allegoricamente, per il mondo artistico che più gli appartiene: la poesia. Perché proprio dove la pittura deve guardare oltre, tagliare il limite della superficie del quadro per “guardare veramente il mondo”, anche la poesia deve seguire quel taglio ed inoltrarsi oltre l’aspetto formalistico della scrittura, oltre la retorica letteraria, e puntare in fondo al vissuto umano. Qui il gioco dei rimandi simbolici riguarda anche la particolare struttura del libro, che è definito dall’autore “poema in tre quadri”, nel quale ognuno rappresenta un singolo capitolo. Nella carne viva del racconto affiorano tagli di colore (una bicicletta gialla) tra la nebbia e gli odori ferrosi delle botteghe di una Milano operosa e umile; la linea di demarcazione della porta di un campo di calcio dove un bambino traccerà per sempre la sua linea di resistenza al dolore; un’adolescenza tranciata dal senso di responsabilità per una famiglia in uno stato di necessità. Pierantonio Verga vede in questo libro la traccia poetica del suo percorso d’iniziazione e formazione alla vita, un percorso contraddistinto dall’incontro di persone straordinarie per il loro profilo morale ed umano. E Bagnoli, con questa dedica all’amico, conferma la sua natura di poeta che affronta sempre con coraggio la materia viva e sensibile della natura umana.

 

Casa di vetro, La Vita Felice 2012

 

dal Quadro uno

La bicicletta gialla gliela aveva regalata
suo padre, ci andava a scuola e nel campo
a giocare. Gli altri avevano in mente Rivera,
si tiravano giù i calzettoni e si lasciavano
andare a qualche dribbling di troppo; lui,
che non aveva nemmeno il fisico giusto,
si portava dei guanti e tirava col piede
una riga tra i due pali di legno, una specie
di tic che aveva imparato da quelli più grandi,
una magia per dire che non si passava,
forse qualcosa di più, una solitudine segnata
in terra, dentro il groviglio di gambe
che avevano solo l’idea di tirare la palla
oltre quella linea che lui custodiva,
una specie di confine del mondo, muro
che si alzava di mani e di scatti, di ginocchia
spellate la sera che sua madre, già piegata
della secca parola che l’asciugava dentro,
si piegava a lavare via, a guardare come
si guarda un sacrilegio: «Come, te che c’hai
le gambe buone te le massacri apposta?».
Poi gli chiedeva se aveva vinto, se almeno
quel sangue lì era servito a qualcosa,
se aveva portato la bicicletta nel portico,
se doveva fare ancora quel compito, che la scuola
non era mica meno del pallone. E di andare
a salutare suo padre, gli diceva, che stava
sui conti dei ricchi, che li faceva tornare.
Quella sera lì, però, lei non si era piegata
davanti alle sue gambe, che lui quasi, adesso,
ne provava anche vergogna, che era grande
e non era il caso che lei continuasse così.
Quella sera lì suo padre non c’era. Dov’era?
Lei sembrava ancora più piccola, la voce
non le usciva neanche. Lo prese lì, tenendo
le mani di polvere e sangue nelle sue, secche,
dure e ancora più nodose di sempre.
Non voleva, aveva pensato tutto il giorno
a come non tirargli quel tiro maligno
tra i pali, a come non lasciarsi andare
davanti al suo bambino che aveva ancora
bisogno di tutto, a come non buttargli
addosso una croce che era già troppo
pesante per lei. Ma gli occhi non obbedivano
mica, viaggiavano tra le parole allagati:
«L’ospedale, chissà se ritorna». Lui
rimase lì, tra quelle mani che si scioglievano
per la prima volta, sopra quel dolore
che la faceva ancora più piccola. Non aveva
vergogna, piangeva; non sapeva nemmeno
cosa avesse suo padre, piangeva con lei,
gli sembrava che questo bastasse

 

Corrado Bagnoli è laureato in Filosofia ed è attualmente insegnante di Lettere nella scuola media. Dal 2004 è curatore della collana di libri d’arte “Fiori di Torchio” editi dal Circolo Culturale “Seregn de la Memoria” per il quale ha scritto e curato i libri fotografici della collana Pomm Granà Inventario quotidiano, 2005; Brianza, un paese in viaggio, 2006; Brianza, un paese in piazza. Tra memoria e desiderio, 2007. È redattore della rivista «La Mosca di Milano» e della collana di poesia, saggi e traduzioni “Sguardi” delle edizioni La Vita Felice. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo il romanzo Uichendtuttoattaccato, Edizioni Joker, 2003; le raccolte poetiche Terra bianca, Book Editore, 2000 (premio Caput Gauri 2001); Nel vero delle cose, Book Editore, 2003 (finalista premio S. Domenichino 2003, finalista premio Contini Bonacossi 2003); La scatola dei chiodi, La Vita Felice, 2008 (selezionato premio Pascoli 2009); In tasca e dentro gli occhi, Raffaelli Editore (premio Clandestino 2009). Sue poesie e suoi saggi compaiono in numerose riviste e in varie opere antologiche tra cui ricordiamo qui La poesia e la carne a cura di Mario Fresa e Tiziano Salari, La Vita Felice, 2009.

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Questa voce è stata pubblicata il 10/10/2015 da in poesia, poesia italiana, recensioni con tag , , .
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