perìgeion

un atto di poesia

“Installazioni”" di Carla Paolini

 

Installazioni di Carla Paolini - Copertina

di Marco Furia

Aeree topografie

“incalzate dal cenno

accettano il sopruso”

si legge a pagina 10 dell’intensa raccolta “Installazioni” di Carla Paolini.
Intensa, certo, poiché l’evidente riferimento al linguaggio quale àmbito non meramente comunicativo, ma anche esistenziale, è proposto al lettore con partecipe assiduità.
In che cosa consiste il “sopruso”?
Non è dato rispondere in maniera univoca al suddetto quesito: questi due versi, nella loro sobria precisione, rimandano a un quid specifico e, nello stesso tempo, indefinito.
Simile sopruso non è tale in senso stretto, ma consiste nell’alterarsi di uno stato precedente all’altrui “cenno”.
La parola, come il semplice gesto, è perturbante: questo, a mio avviso, è ciò che la poetessa intende esprimere con le sue raffinate e risolute cadenze.
Siamo di fronte a un’autrice che, avvertendo in modo particolarmente intenso la natura problematica della comunicazione, decide di parlarne per via di controllati, eppure spontanei, versi.
Non si tratta, nel suo caso, di angoscia, bensì di sorpresa.
Sorpresa per fenomeni, quali quelli linguistici, del tutto comuni?
Sì, perché ogni pur minimo “cenno” provoca una modifica nella relazione con l’altro e, perciò, con il mondo (che, ora, non è più soltanto il mio mondo).
La parola “sopruso”, senza dubbio, ha valenza negativa, tuttavia, in questo caso, ritengo esprima un lucido sbalordimento.
Si legge a pagina 23:

“le varianti disegnate a topografie d’aria

galoppano da un pilone all’altro”.

Ci troviamo qui al cospetto di una precisa incertezza: quella delle “topografie d’aria” è un’immagine in cui segni dalla natura per nulla ambigua sono accostati all’indefinitezza del gas disperso.
Non si tratta, però, di una facile concessione al gioco dell’ossimoro, bensì di una vera e propria espressione poetica capace di dire suggerendo con pregnante fascino.
Non è forse anche questo il nostro modo di vivere?
Certo, abbiamo elaborato modelli idiomatici rigidi e meccanici , ma ciò non significa che non siamo sensibili a diversi aspetti espressivi.
D’altronde se

“ una visibile contiguità
correva lungo gli slarghi periferici”

non deve suscitare meraviglia l’accorgerci del fatto che siffatta “contiguità” riguardi territori esistenziali non soltanto “periferici”, poiché ciò che si trova in periferia può trovarsi dappertutto.
L’aggettivo “periferico”, intendo dire, ha qui valore di specificazione aperta, descrittiva e non esaustiva.
Attitudine a descrivere che ritroviamo, a pagina 67, nella pronuncia:

“ intorno agli impacci
corrono circostanze di congruenza impropria”.

Gli “impacci” (non estranei al “sopruso” di cui parlavo all’inizio) sono accostati, come si vede, a una “congruenza” definita, consapevolmente, “impropria”.
Siamo sospesi tra un dire rigido e protocollare e una creatività linguistica di cui avvertiamo il fascino?
Questa contrapposizione non è certo ignorata: Carla, tuttavia, sembra costantemente rivolgersi a una dimensione originaria che tutto è in grado di comprendere.
Il suddetto contrasto, per lei, si verifica in un dopo che non è separato dal prima, poiché tale prima non è precedente ma sempre attuale.
Una scrittura poetica che tende a superare il comune concetto di tempo?
Anche, sì.

***

Da Installazioni di Carla Paolini


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Questa voce è stata pubblicata il 16/10/2015 da in poesia, recensioni, scritture con tag , , , .
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