perìgeion

un atto di poesia

Danil Charms (prima parte)

charms dandy

di Giorgio Galli

Biografia

Nato a San Pietroburgo il 30 dicembre 1903, Daniil Ivanovič Juvačëv, questo il vero nome di Charms, è stato forse il genio più sfortunato del Novecento. Era figlio di Ivan Juvačëv, membro del gruppo rivoluzionario Narodnaja Volja (Libera volontà del popolo) che, finito in carcere per atti sovversivi, si era in seguito trasformato in un fervente sostenitore del regime e nell’autore di libri di apologetica religiosa ispirati a un cristianesimo sociale.

Espulso nel 1924 dal Leningrad Electrotechnicum “per scarsa predisposizione alle attività sociali”, si dedicò interamente alla letteratura. Si unì al circolo di Sergej Sergeevic Tufanov, poeta seguace di Chlebnikov, e nel 1925 fece domanda di ammissione all’Unione panrussa dei poeti allegando due quaderni di poesie. La domanda fu accolta.

Nel 1928 fondò l’Accademia degli scrittori di sinistra, nome mutato poi in Accademia dell’arte reale, nota col nomignolo di Oberiu e considerata dalla critica ufficiale come un movimento di stravaganti, di estrazione vagamente dadaista. Quasi nulla della produzione di Oberiu ebbe gli onori della pubblicazione. Charms venne riciclato in riviste per bambini poiché gli editori pensarono che parte del genio comico potesse mimetizzarsi nel classico surrealismo infantile, ma delle sue opere per adulti non pubblicò in vita che tre poesie.

Dalla fine degli anni Ventii suoi versi e le sue pièce teatrali anti-razionalistici, i suoi comportamenti da dandy lo facevano apparire -anche agli occhi degli altri artisti- una specie di pazzo.

Arrestato una prima volta il 10 dicembre 1931, condannato a tre anni di lavori forzati commutati poi nell’esilio a Kursk, dal 1937 non poté più pubblicare nemmeno sulle riviste per bambini e passò il resto dei suoi giorni in assoluta povertà. Venne nuovamente arrestato ad agosto del 1941, in pieno assedio nazista di Leningrado, a seguito di una delazione secondo cui avrebbe predetto la vittoria in guerra dei tedeschi. Internato in un ospedale psichiatrico e dichiarato schizofrenico, morì, forse di fame, intorno a febbraio del 1942. Di lui non si seppe nulla per decenni. Riabilitato da Krushev nel 1956 (ma anche la riabilitazione fu un errore, perché non c’era mai stato processo), le prime testimonianze su di lui cominciarono a emergere solo negli anni Settanta e poi negli anni Novanta, con la pubblicazione delle memorie della sua seconda moglie (nel frattempo emigrata in Venezuela).

*****

Le poesie

La poesia più famosa di Charms parla di qualcuno che scompare:

Un uomo è uscito di casa
Con un bastone e un tascapane
E per un lungo viaggio
E per un lungo viaggio
E’ partito, solo come un cane.

Andava sempre dritto e avanti
E sempre avanti lui guardava.
Non dormiva, non beveva,
Non beveva, non dormiva.
Non dormiva, non beveva, non mangiava.

Poi una buona volta all’alba,
E’ entrato in un gran bosco folto
E da quel momento
E da quel momento
E da quel momento si è dissolto.

Ma se per qualche caso strano
Vi succedesse di vederlo
Allora presto ditelo
Allora presto ditelo
Abbiam bisogno di saperlo.

Pubblicata nel 1937 sulla rivista per bambini Ciz, questa poesia fu l’inizio della rovina di Charms. Le autorità vi videro un accenno alle persone che numerose sparivano, a causa della repressione staliniana, che uscivano di casa e non tornavano, che venivano prelevate di notte. A partire da quegli anni il compositore russo Dmitri Shostakovich dormì sempre vestito e con una valigetta sotto il letto, per farsi pronto nel caso in cui fossero venuti a prenderlo per portarlo nel Gulag. Sia da questi episodi, sia dai ricordi di chi lo ha conosciuto, Charms emerge come un uomo bizzarro ed ingenuo, ingegnoso ma, prima ancora che coraggioso e concentrato sulla propria opera, incredibilmente all’oscuro del contesto, incredibilmente indifferente alle condizioni in cui si trova. Non sembra che Charms abbia calcolato il prevedibile rischio di pubblicare questa poesia e che abbia deciso di affrontarlo: sembra, dai suoi diari, che non lo abbia proprio immaginato, e che quando, a seguito di questa poesia, gli fu vietato di pubblicare anche sulle riviste per bambini, abbia continuato a chiedersi il perché. E’ un altro esempio dell’atarassia di Charms riscontrabile anche analizzando le sue prose.

Ma la sparizione di qualcuno o qualcosa è un tema ricorrente nella poesia charmsiana. Del resto, il frammento del Quaderno azzurro n. 10 sull’uomo dai capelli rossi, nella produzione in prosa, non solo adombra la scomparsa di un uomo, ma la costruisce, ci fa apparire qualcuno davanti per poi cancellarlo. In questa poesia dai toni palazzeschiani, Charms fa sparire progressivamente -come in quei giochi di prestigio in cui era molto abile- tutta la terra di Russia. Ma questa sparizione -come un vero gioco di prestigio- segue una struttura precisa: in ogni terzina i primi due versi “fanno sparire” un particolare oggetto di un insieme, e l’ultimo fa sparire tutto l’insieme al quale appartengono. Si vede bene come Charms sia tutt’altro che ingenuo e primitivo, come taluni critici gli hanno rimproverato: Charms è una bomba che distrugge il senso per mostrare la falsità del senso, le sue sovrastrutture ideologiche, ed usa un numero limitato di procedimenti perché affina le sue armi in modo da renderle sempre più precise. Ciò comincia ad esser chiaro già in questa poesia:

Tutti tutti tutti gli alberi pif
Tutti tutti tutti i sassi paf
Tutta tutta tutta la natura puf.

Tutte tutte tutte le fanciulle pif
Tutti tutti tutti gli uomini paf
Tutte tutte tutte le nozze puf.

Tutti tutti tutti gli slavi pif
Tutti tutti tutti gli ebrei paf
Tutta tutta la Russia puf.

Ma la chiarezza della visione di Charms risalta appieno in quest’altra poesia, non a caso intitolata Distruzione. Val la pena ricordare le circostanze storiche in cui è nata. Ci affidiamo al racconto di Laura Piccolo, che è anche la traduttrice di tutte le poesie citate tranne la prima, riportata nella versione di Paolo Nori. Scrive la Piccolo1 che “Il primo piano quinquennale è accompagnato da persistenti richiami a una trasformazione radicale della vita quotidiana per la ‘ricostruzione socialista della vita’ a partire […] dall’organizzazione del tempo e del calendario. Viene avanzata la proposta di ridurre la settimana da sette a sei giorni eliminando la domenica […] con l’obiettivo di estirpare, almeno in parte, il significato dei giorni festivi. Questa proposta tuttavia viene considerata ‘non sufficientemente rivoluzionaria’. Si pensa così a una settimana senza giorni di riposo, in modo tale da rendere ancora più competitiva l’economia sovietica: la settimana […] diventa di cinque giorni. […] La settimana, nata come unità […] indivisibile, subisce una distruzione […] quella che oggi può sembrare una stravaganza o una nota di colore, agli occhi dei contemporanei assunse un significato catastrofico, escatologico […] La poesia [di Charms] si conclude con l’amara e lungimirante constatazione che la distruzione della settimana non è che l’inizio, la prima di molte altre distruzioni”.

Settimana – in breve viaggio dello spirito
Settimana – in biffa, segno del sette
Settimana – di un colosso il marameo
Settimana – in lettere indivisibile
così l’indivisibile settimana
divide i dì in dosi di dovere
nei giorni feriali i doveri di una volontà selvaggia
il nostro corpo nel letto si trascina

La nostra settimana dura a lungo
noi usciamo il lunedì
noi fatichiamo fino al sabato
terminando i doveri nei giorni feriali

ma riducendo la settimana
accresciamo la nostra quiete
a distanza di intervalli uguali
uno scrigno di quattro giorni
vedi un giorno di liberi scherzi
in un anno raggiungendo l’obiettivo
Vedi la nuova settimana
è diventata divisibile dalla ragione
come il palmo di cinque dita
il tempo ha preso a scorrere implacabile.

Là costruiamo il conto del tempo
secondo la legge dei nostri corpi.
Da capo scorre il tempo
per la comodità dei nostri doveri.
Settimana – è diventata da noi divisibile
settimana – segnetto di cinque giorni
settimana – di un colosso marameo
settimana – come pallottola vola.
Urrà, settimana corta
tu hai perso tutto!
E adesso si può passare alla prossima distruzione.

È TUTTO

Si può notare che la struttura della poesia è circolare, ma non perfettamente circolare, che la ripresa dei versi iniziali non è del tutto speculare, e che il finale sia una rottura di quest’ordine architettonico,una rottura che però non va verso un concludere aperto o in dissolvenza, ma al contrario sia fatto di affermazioni categoriche, brevi -con l’ultima addirittura in maiuscolo- di forma trionfale e contenuto funesto. La tecnica già vista nelle prose, di dissociare la forma dal contenuto, qui viene usata non per produrre una distruzione del senso, ma per rappresentare una distruzione già avvenuta sul piano della realtà. Se ne deduce che la poesia, per Charms, è il luogo dell’espressione della sua visione più personale: non è un mondo che si esaurisce nel suo puro dire, come le sue prose popolate da macchine umane e dove si attua una sistematica desemantizzazione del senso. La poesia è il luogo in cui Charms rivela il contesto, lo stato d’animo, il mondo entro cui si dà la desemantizzazione del senso. Se le sue prose rimandano solo a se stesse, e alla loro angosciosa comicità, le poesie aprono alle ragioni più storiche di quell’angosciosa perdita di senso. E’ come se Charms operasse in senso contrario a quello tradizionale dei poeti, ed usasse la prosa per un’espressione astorica e chiusa, e la poesia in funzione più critica e razionale. Ma questa funzione è assolta pur sempre “alla Charms”, e quindi con una forte dose di humor, e con una proliferazione d’immagini che rimanda alle sue poesie giovanili, come L’aviazione delle trasformazioni:

Il volo senz’ali è uno svago crudele
Prova e cadrai rovesciandoti impacciato
Tortura diversa lei non elesse
La colpirono con la gomena sul capo.
Ah, come cascò sopra la mota!
Rovesciate le gonnelle! I marmocchi gradirono
Lei invece gridava in subbuglio al pilota.
Ma al pilota i baffi si spezzarono.
Lui i giovani vede
rulla e sorride
fermo il ronzio delle mosche
scende lento sopra il muschio.
Lei: me ne sto qui in ambascia.
Lui: signora sono il vostro conforto.
Lei: Io muoio, Dammi un biscotto.
Insieme: moriamo per l’ascia…

Ne La vendetta, dialogo poetico che riprende in grottesco il Faust goethiano (curiosa l’analogia colla ripresa di un soggetto simile, e con simile deformazione grottesca, attuata in quegli anni da Stravinsky nell’Histoire du soldat) un potere malefico, incarnato in Faust, cerca i ridurre al silenzio gli Scrittori, ma questi non vengono ridotti al silenzio: solo entrano nello stato confusionale di un dire da cui il senso scappa via, mentre gli Apostoli accompagnano la scena con fonemi sempre più desemantizzati, e Dio è ridotto a un babbeo che si esprime per lallazioni ed ecolalie. E’ la visione del mondo di Charms, la spiegazione, in poesia, della sua poetica:

[…]

FAUST Ed ecco anche me

SCRITTORI Senza indugi noi arretriamo
arretriamo. Con le dame
arretriamo. E noi stessi arretriamo
senza sapere dove.

[…]

FAUST Dall’alto il potere mi è dato
io il prode di forze celesti
e voi scrittori Abracadabra ora!
Scomparite!

SCRITTORI Noi temiamo e tremiamo
noi tremiamo e corriamo
Noi corriamo e tremiamo
e d’un tratto ci sbagliamo.

FAUST Io scorgendovi aggrottai la fronte
e voi fiutaste il mio sangue bollente
guardate carogne di scrittori
vi capitò mai di danzar
su un fornello rovente?

SCRITTORI Noi or or or or or or
or ora tutto capiamo
come mai è così furioso
e perché maleodoriamo?

FAUST Cosa?
ma come osate prendermi per uno che fiuta?
andate via. Morite.
e rimarrò qui a sognare
solo di Margherita.

SCRITTORI Noi andiamo noi andiemi
noi andiume noi andiomi
noi antimo noi antiemi
ma a te barbuto stregone molto danno arrecheremo

[…]

APOSTOLI Più su i Celesti Poteri
Più su le Celesti Forze
Più su i soli Domini
il volto celiamo principe
ché forme leccano i Poteri
ché Gog di moto le Forze.
Ché della saggezza i Domini
<nei buchi del cielo sguscian via>
rallegratevi uomini
di lingua ortodossa
happy daremo la quercia al Potere
happy la pietra doneremo alla Forza
happy ai Domini offriremo il tempo
e un tenero albero al caro tuo

DIO Cuf cuf cuf
Trono di Elionia
Cherubo cielo e terra
Serafo della tua gloria

[…]

Non bisogna però commettere l’errore di banalizzare Charms identificando il Potere con il potere sovietico imperante ai suoi giorni. Il Potere di Charms è un potere kafkiano. Lo aveva già notato Rossana Giaquinta commentando la pièce teatrale Elisaveta Bam. Scrive Nori infatti che secondo la Giaquinta “sotto il profilo tematico e contenutistico Elisaveta Bam con un vantaggio di due o tre decenni sull’Occidente, su Camus, su Ionesco e Beckett, scaglia nello stagno della coscienza contemporanea la prima pesante pietra di una consapevole letteratura dell’assurdo. La giovane Elizaveta è perseguitata, assediata, minacciata di arresto per un delitto che non ha commesso e che non può essere stato commesso, uno dei due uomini che vogliono arrestarla è colui che lei avrebbe ucciso, ma che sarà ugualmente la causa della sua rovina: nel finale è condotta via dai suoi persecutori. In questa situazione, che singolarmente coincide con la situazione di partenza del Processo di Kafka (che Charms certo non conosce), non c’è delitto ma c’è castigo, dice la Giaquinta”.2

Difatti, nella poesia citata anche Faust finirà per soccombere. L’unica vincitrice è Margherita, che chiede di essere protetta da tutti i mali all’interno di un armadio (che per gli Oberiu, il gruppo letterario al quale Charms apparteneva, era simbolo di libertà e creazione artistica):

FAUST io sono
lontano e vicino
la fronte nel fuoco
il ventre nel limo
d’estate grasso
d’inverno freddo
e le alzavole a mezzodì
cur chir char
scorre il tempo
donne aronne
urlano i fratelli
da tre sponde
via l’amore
brusco fugge
la ciglia rema
il labbro trema
[…]
cur chir char
sono caduto
tra le scienze
[…]
ma dateci
la corteccia cerebrale
[…]
di Margherita
è percettibile la corsa
di armoniose montagne
di agili fiumi

Poco più avanti, un Faust sconfitto si complimenta con gli scrittori -che si erano appena definiti “umili e miti”- per i loro versi e loro gli rispondono: “Sono ammassi di parole irrazionali”. La vendetta della scrittura contro il Potere kafkiano non poteva compiersi con maggiore esattezza. Quell’ “ammasso di parole irrazionali” che è l’opera di Charms è un’arma acuminata che non sbaglia un colpo.

Che la poesia sia espressione di poetica e luogo di nascita delle sperimentazioni presenti anche in prosa, lo possiamo vedere anche da Il bugiardo, dialogo in versi dove osserviamo i procedimenti già osservati della balagurstvo, della ripetizione, del crollo a catena:

Voi sapete?
Voi sapete?
Voi sapete?

Ma certo, sapete!
E’ chiaro che sapete!

[…]

E voi sapete che PA?
E voi sapete che PA’?
E voi sapete che HA?
Che mio papà
Ha quaranta figli.
Ha quaranta fustacchiotti
E non venti,
E non trenta,
Quaranta figli esatti.
Su! Su! Su! Su!
Menti! Menti! Menti! Menti!
Ancora venti,
Ancora trenta,
Su ancora qua e là,
Però quaranta,
Quaranta esatti,
E’ una semplice assurdità!

E voi sapete che I?
E voi sapete che CA?
E voi sapete che NI?
Che i cani-abbaioni
Hanno imparato a volare?
Hanno imparato, son proprio uccelli,
(né come fiere,
né come pesci)
proprio falchi a volare!
Su! Su! Su! Su!
Menti! Menti! Menti! Menti!

Dichiarazioni di poetica Charms le ha lasciate sparse anche nei suoi taccuini:

Un uomo che osserva una massa di oggetti privi di tutti e quattro i significati funzionali cessa di essere osservatore esterno, trasformandosi in un oggetto da se stesso creato. A se stesso egli attribuisce il quinto significato della propria esistenza.

Bisogna scrivere dei versi tali che a gettare una poesia contro una finestra il vetro si deve rompere.3

La “registrazione del mondo” quale esso è, libero da sovrastrutture di pensiero, è la qualità dell’uomo liberato dalla catena ingombrate del discorso quotidiano. “Poiché in seguito ci toccherà armeggiare con questa qualità, la chiameremo arma”, scrive Charms, marcando la differenza fra la sua poetica e la lingua transmentale di Chlebnikov e Kruchenykh ed affermando la sua maggiore aderenza alla realtà oggettuale. Le immagini liberatorie del volo, che ricorrono nella sua prosa e poesia, non stanno a significare una liberazione dal concreto e una fuga nel puro suono (o nell’analisi matematica del puro suono e delle radici pure della lingua), ma sono funzionali a una ricostruzione della realtà, una ricostruzione che passi attraverso una liberazione dello sguardo e del pensiero dalle concatenazioni artificiose dei significati e delle associazioni, un proposito che, straordinariamente, coincide con le moderne acquisizioni della fisica e delle neuroscienze.

In questa poesia del 1931 Charms dismette i panni di giullare per rivestire quelli di maestro, che, scrive Laura Piccolo, “vuole insegnare all’uomo a esplorare i balconi del cielo e svelare i misteri della vita e della morte”:

Io so perché le strade
staccandosi da terra
giocano con gli uccelli.
Mi è ben noto
dove muore il soldato
gridata l’ultima parola.
i bottoni di stagno del suo pastrano
son divenuti segno
del nuovo giunto in cielo.
Un sottile rametto di vento
soffia sulla tomba
il soldato con ampi battiti di costole
cattura le ruote aeree
che girano il sangue per la prosecuzione della vita.
Non è affatto difficile calcolare
quante volte al minuto batte il cuore del nemico e del combattente.
Ancora vorrei spiegarvi il modo
di esplorare i balconi del cielo
in essi il pendolo del sesto tempo
dispone profondi inchini.
voglio indicarvi la via della salvezza.

Un Charms diversissimo, serissimo, che fa la parodia dei profeti o si erge a profeta? Tutt’e due, probabilmente. C’è un chiarore metafisico in Charms che qua e là incontra -sia pur in enigma- la trascendenza religiosa. Qualcosa di simile avverrà in uno scrittore che gli deve molto, Erofeev. E’ tutto vero: il giullare e il profeta, l’assurdo metafisico e l’osservazione angosciata dell’assurdo reale. La grandezza di Charms è nel non essersi dato regole, nel non essersi posto limiti. Tutte le avanguardie si pongono dei limiti, obbediscono a dei divieti: non usare la rima (in poesia), non usare le luci (al cinema), non usare una nota prima di averle fatte risuonare tutte e dodici (in musica). Charms ha seguito una strada tutta sua, senza divieti, senza paura di scivolare in nessun difetto del mondo: tanto, lui del mondo era spettatore acuto e imperturbabile, che agiva in silenzio, presenza-assenza dalle conseguenze incalcolabili, tutto scardinava e da nulla si lasciava intaccare. Almeno fino a quando le cose si misero per lui troppo male. Le ultime poesie di Charms sono lontane dall’apoteosi dei funambolismi semantici e lessicali, sono lontane dalle prismatiche sciarade della moltiplicazione delle immagini o dei crolli a catena, sono lontane anche dagli atteggiamenti profetici e liberatori. Vi traspare la disperazione a cui la censura del regime lo ha condotto, la perdita del senso dello scrivere. Ed è uno sberleffo della Storia che quest’uomo per la cui poetica il concetto di scomparsa fu fondamentale, finì i suoi giorni proprio così: da scomparso.

Sì, io poeta dimenticato dal cielo
Dimenticato dal cielo da tempi lontani.
Ci furon giorni quando con Febo
Risonavamo insieme un dolce coro.
Ci furon giorni quando con Ebe
Correvamo sui nembi sopra l’acqua.
E la luce dei cieli volava dietro Ebe
E il tuono giovane rideva
E il tuono risonava volando dietro Ebe
E la luce dorata fluiva.

_________________________________________

 

1. Laura Piccolo, Danil Charms. Il volo e la vertigine, eSamizdat 2007

2. Paolo Nori, postfazione a Charms, Disastri, Marcos y Marcos, 2011

3. Charms, Casi, traduzione di R.A. Giaquinta, Adelphi, 1990

 

Qui si può leggere la seconda parte di questo studio che Giorgio Galli ha dedicato a Danil Charms.

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4 commenti su “Danil Charms (prima parte)

  1. francescotomada
    18/11/2015

    Un articolo bellissimo. Grazie.

    Francesco

    Mi piace

  2. Giorgio Galli
    18/11/2015

    Vi ringrazio tutti.
    Giorgio

    Mi piace

  3. Giorgio Galli
    18/11/2015

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatoree ha commentato:
    Un genio e una vittima del Novecento.

    Mi piace

  4. Pingback: Danil Charms (seconda parte) | perìgeion

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Questa voce è stata pubblicata il 18/11/2015 da in ospiti, poesia, saggi con tag , , , .
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