perìgeion

un atto di poesia

Danil Charms (seconda parte)

charms ultima foto

di Giorgio Galli

Le prose

In nessuna pagina dei diari, almeno di quelli che conosciamo, Charms si lamenta per l’impossibilità di pubblicare i suoi scritti per adulti. Mai un’invettiva contro l’Unione Sovietica. Charms scrive dei momenti di sconforto, di quando dubita del suo valore letterario o delle sue scelte, scrive di quando deve chiedere prestiti e di quando gli stanno finendo i soldi, scrive di quando la povertà lo fa vergognare perché va ai concerti con vestiti lisi, ma non accusa mai nessuno. Ed è stupefacente, perché Charms avrebbe avuto ogni motivo per accusare molte persone. Viene in mente Brodskij, che quando fu espulso dall’URSS disse più o meno: ora bisogna comportarsi come fanno gli uomini liberi, e non incolpare nessuno. La nostra epoca vittimistica ha molto da imparare da questi maestri. Incolpare qualcuno per loro voleva dire sentirsi vittime di qualcuno, quindi essere condizionati da qualcuno. Ma loro non volevano condizioni: eran disposti ad accettare la fame, il misconoscimento, ma non una condizione. Questi passi di diario sono espliciti:

Bisogna essere imperturbabili, vale a dire esser capaci di tacere e non cambiare l’espressione fissa del viso.

E quando la persona che parla con te dice delle cose assurde, sii gentile con lui e dagli ragione.

Prova a conservare l’indifferenza, quando finiscono i soldi.

Avere solo ingegno e talento è troppo poco. Bisogna avere anche energia, interesse reale, purezza di pensiero e senso del dovere.

Una sola volta Charms si lascia andare ad un insulto, ma non sappiamo se sia insulto o ironia. La sua ex moglie lo ha invitato ad una festa, e per tutta la festa lo ignora, lo tratta con fastidio. E’ qualche tempo che la sua ex moglie lo tratta così: gli dà corda ma con fastidio. Charms si congeda amareggiato. Prima di andar via però dice di aver fatto una cosa “molto volgare”: si è voltato e ha detto: “Dio mio, sembri proprio una p…!” Ma sarà successo davvero? Sembra uno dei suoi racconti.

Parrà strano parlare di Charms a partire dai suoi diari, eppure nella sua opera è difficile distinugere l’opera vera e propria dagli appunti, dagli svolazzi. Con Charms, i confini dell’opera, l’idea stessa di opera sono messi in discussione. Nel suo archivio si trovavo i quaderni, ma anche conti della spesa, date, fogli privi di valore letterario. Perché Charms li ha conservati? Non si sa. Una stravaganza personale, forse? O ha qualcosa a che vedere con la provocazione del poeta transmentale Kruchenykh, che, nel 1915, pubblicò il conto della lavanderia di un certo signor Jusinkij sostenendo che fosse superiore, per pathos e stile, alle ottave più struggenti dell’Onegin? La risposta definitiva non la avremo mai, a meno che non sia contenuta nei numerosi quaderni di Charms ancora inediti per l’indisponibilità dei proprietari a pubblicarli. Può essere che sfortunate circostanze impedirono a Charms di metter ordine tra le sue cose. Può essere che conservava quelle note per ricavarne prima o poi qualche opera. Può essere che Charms, scoraggiato di tutto, abbia ammucchiato le cose serie insieme alle cose non serie. Oppure, può darsi che si accingesse a varcare il limite fra letteratura e non letteratura.

Che sia una scelta consapevole o un fatto imputabile alla sorte, l’opera di Charms è fra le più aperte possibli. Si parla di lui come di un precursore di Beckett e Ionesco. Ma Beckett e Ionesco non conoscevano Charms. L’opera di Charms è rimasta sconosciuta per decenni. Rispetto a loro, il lettore d’oggi può trovarla perfino più avanzata. Solo le avanguardie più recenti hanno messo in discussione il rapporto fra l’opera e il fuor d’opera, o hanno ridotto l’opera a poche righe.

Charms è altro dall’assurdo di Beckett e Ionesco anche perché era altro mondo il suo. Il suo assurdo, la sua messa in discussione del senso nascono da altro humus. Da Chlebnikov, di cui Charms fu ammirator -e a cui somigliava anche, di profilo-; dalla lingua transmentale di Kruchenykh, da quell’avanguardia russa che nell’epoca pre-staliniana raggiunse livelli estremi di sperimentazione dissociando la forma dal contenuto, la langue dalla parole, i significanti dai significati, esplorando le possibilità della lingua e i limiti fra la lingua e il puro suono. All’interno dell’avanguardia russa, Charms fu speculare a Chlebnikov: ridurre anziché moltiplicare le possibilità del linguaggio, sostituire la demistificazione all’epica, adottare una musica elegante ma elementare, un ritmo esatto ma ripetitivo, e procedimenti tecnicamente molto semplici, presi dalla letteratura popolare: come la balagurstvo, che distrugge il significato delle parole storpiandone la forma esteriore in Pièce (con l’avvertenza che in questa balagurstvo è presente una finezza: la distruzione del senso passa attraverso la distruzione della parola senso, che viene prima corsivata e poi mutilata):

KOKA BRIANSKJ Oggi mi sposo.

MADRE Cosa?

KOKA BRIANSKJ Oggi mi sposo.

MADRE Cosa?

KOKA BRIANSKJ Dico che oggi mi sposo.

MADRE Che cosa dici?

KOKA BRIANSKJ Og-gi-mi-spo-so!

MADRE Spo? Cosa significa spo?

KOKA BRIANSKJ Spo-sa-li-zio!

MADRE Ziò? Cos’è ziò?

KOKA BRIANSKJ Non ziò, sposalizio.

MADRE Come non ziò?

KOKA BRIANSKJ Così, non ziò e basta.

MADRE Cosa?

KOKA BRIANSKJ Eh, non ziò, capisci? Non ziò!

MADRE Ancora con questo non ziò. Non so cos’è, ziò.

KOKA BRIANSKJ Ma va! Spo e ziò. Ma che roba è! Non lo capisci da sola, che dire solo spo, non ha senso?

MADRE Ma cosa dici?

KOKA BRIANSKJ Spo, dico, non ha senso!

MADRE Enso?

Un altro procedimento è la ripetizione ossessiva, che svuota l’azione, una ripetizione comica e angosciosa, simile a quelle dei matti, in Vecchie che si ribaltano:

Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.

Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che s’era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.

Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta.

Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano.

L’ultimo capoverso non c’entra nulla, è decontestualizzato ed è privo di senso anche in sé; ma quantomeno ci offre la consolazione di introdurre l’elemento soggettivo. In quest’altro frammento, l’elemento soggettivo non c’è, rimane solo la ripetizione allucinata:

Gogol’ (cade in scena da dietro le quinte e se ne resta pacificamente sdraiato).

Puškin (entra, inciampa in Gogol’ e cade): Maledizione! Non sarà mica Gogol!

Gogol’ (tirandosi su): Che schifo, non si può riposare un attimo! (Si allontana, inciampa in Puškin e cade). Non mi sarà mica capitato tra i piedi Puškin!

Puškin (tirandosi su) Non c’è un attimo di pace! (Si allontana, inciampa in Gogol’ e cade). Maledizione! Non sarà mica ancora Gogol’.

Gogol’ (tirandosi su) Ce n’è sempre una! (si allontana, inciampa su Puškin, e cade). Che schifo!

Ancora Puškin!.

Puškin (tirandosi su) Ma questo è teppismo! Vero e proprio teppismo! (si allontana, inciampa in Gogol’ e cade). Maledizione! Ancora Gogol!

Gogol’ (tirandosi su): Ma questa è una presa in giro! (Si allontana, inciampa in Puškin e cade). Ancora Puškin!

Puškin (tirandosi su): Maledizione! É proprio una maledizione! (Si allontana, inciampa in Gogol’ e cade) Gogol’!

Gogol (tirandosi su) Che schifo! (Si allontana, inciampa in Puškin e cade). Puškin!

Puškin (tirandosi su): Maledizione! (Si allontana, inciampa in Gogol’ e cade al di là delle quinte) Gogol’!

Gogol (tirandosi su): Che schifo! (esce di scena).

Da dietro la scena si sente la voce di Gogol’: Puškin!

In altre occasioni, invece, Charms anziché abolire la logica la esaspera, la rende così disumana che il risultato è, ugualmente, assurdo. Qui la catena causale è tanto serrata quanto priva di verosimiglianza:

Ho letto un libro molto interessante su un giovanotto che si è innamorato di una giovane donna, ma questa giovane donna amava un altro giovanotto, ma questo giovanotto amava un’altra giovane donna, ma questa giovane donna amava anche lei un altro giovanotto che non amava lei, ma un’altra giovane donna.

E all’improvviso questa giovane donna inciampa in uno sportello aperto e si incrina la colonna vertebrale. E quando è già quasi del tutto guarita, all’improvviso prende freddo e muore. Allora il giovanotto, che l’amava, la fa finita con una pistolettata. Allora la giovane donna, che amava questo giovanotto, si butta sotto il treno. Allora il giovanotto, che amava questa giovane donna, monta per il dispiacere sul palo del tram e tocca i fili e muore per la corrente. Allora la giovane donna, che amava questo giovanotto, mangia del vetro tritato e muore per le ferite nell’intestino. Allora il giovanotto, che amava questa giovane donna, scappa in America e si mette a bere così tanto che è costretto a vendere il suo ultimo vestito: e, visto che non ha più vestiti, è costretto a stare a letto e gli vengono le piaghe da decubito e per le piaghe da decubito muore.

Il ribaltamento del senso non è dissimile da quello che avviene in certi sketch di Totò e Petrolini, e sembra anche di cogliervi il ritmo delle comiche del muto. La novità è che Charms trasporta questi procedimenti nella grande letteratura, li porta ad un altissimo grado di rarefazione e intellettualizzazione. Per esempio. In quegli anni Propp scopriva che tutte le trame di tutte le fiabe russe erano riducibili a un numero limitato di schemi, e tutti i personaggi erano riducibili a un numero limitato di attanti. La ripetizione di Charms, la disumanizzazione delle sue figure umane, sembra il frutto traumatico di questa scoperta, la resa del narratore che scopre che non può più narrare, perché si finisce per viaggiare sempre sopra gli stessi binari.

Il passo che segue usa lo stesso procedimento, la destrutturazione del significato attraverso la sua esasperazione, ma in questo movimento raccoglie suggestioni di Lewis Carrol e della relatività di Einstein. Se nella storia degli innamorati i nessi logici si liberano delle loro controparti reali (oggetti e persone), qui è la logica del linguaggio che s’infrange contro gli oggetti, per poi svanire, sia la logica che gli oggetti, insieme:

Ho sentito questa espressione: “Cogli l’attimo”. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Per conto mio, è un’espressione priva di senso. Effettivamente, non si può esortare all’impossibile. Dico questo con piena convinzione, perché ho sperimentato la cosa su me stesso. Ho provato a cogliere l’attimo, ma non l’ho preso mi son solo rotto l’orologio. Adesso so che non è possibile. Così come non è possibile “cogliere l’epoca”, perché è come l’attimo solo più grossa. Un’altra cosa, se dicessero: “Rappresenta quello che succede in questo momento”. Questa è tutta un’altra cosa. Ecco, per esempio: un due tre. Non è successo niente. Ecco che ho rappresentato un momento in cui non succede niente. Ho detto questa cosa a Zabolockij, gli è piaciuta molto, è stato seduto tutto il giorno a contare: un due tre. È quello che ha notato, che non succedeva niente.

In entrambi i procedimenti l’umanità risulta spazzata via. Non si può parlare di personaggi in Charms, piuttosto di marionette. Figure che sono fatte per esistere nella carta, per essere di carta ed essere percepite come tali. Questo biancore abbagliante è la sublime astrattezza di Charms. Già Laforgue, tre o quattro decenni prima, aveva presentito che la dissoluzione del senso e l’avvento del nonsenso avrebbero reso irredimibile la parola letteraria, che la parola letteraria non si sarebbe più proiettata al di fuori della pagina, nell’universo associativo del simbolismo, ma si sarebbe autodistrutta in una serie di nessi che nascevano e morivano solo sulla pagina. Charms questo lo ha definitivamente constatato, e ce lo rappresenta senza le sofferenze romantiche di un Laforgue. L’abbandono ai significanti è un fatto compiuto, tutto ciò che è stato tratteggiato può essere cancellato perché non fa danno a nessuno, è solo una linea sulla pagina:

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

La cancellazione avviene senza dolore perché il problema, in Charms, non è mai dentro la scrittura, ma fuori della scrittura, nel fatto che essa nasca in un mondo che non merita di essere detto. I riflessi del mondo reale in Charms sono rari e deformati. Le figure storiche sono sottoposte a una deformazione grandangolare che le rende tanto gigantesche quanto insignificanti, come in queste Scene della vita di Tolstoj:

1. Lev Tolstoj amava molto i bambini, e non gli bastavano mai. Gliene portavano delle stanze piene, che non si poteva neanche camminare, e lui continuava a gridare Ancora! Ancora!

2. Lev Tolstoj amava i bambini, ma i grandi non li poteva sopportare, soprattutto Herzen. Come lo vedeva, gli saltava addosso col bastone, cercava di picchiarlo negli occhi. E quello lì, faceva finta che non se ne accorgeva. Diceva: -Oh Tolstoj, oh!

3. Lev Tolstoj amava suonare la balalaika (anche i bambini, naturalmente). Ma non ne era capace. E’ lì che scrive il romanzo Guerra e pace, e pensa, tra sé e sé: Ten-der-denter-den-ten! Oppure: Bram-pam-dam-daram-pam-pam!

Che razza di nesso è Lev Tolstoj amava suonare la balalaika (anche i bambini, naturalmente)? E’ l’accostamento di due cose che non legano, ma Charms le lega perché sia i bambini che la balalaika sono, in momenti consecutivi, complemento oggetto del verbo amare. L’analisi logica diventa motivo di un corto circuito nella logica dei fatti.

Cambiamo un momento scenario. Si dice che negli anni Trenta ci sia stato negli Usa un lungo black out. Un bambino stava camminando, diede un calcio a un lampione e le luci si spensero. Il bambino pensò che il black out fosse colpa sua. Eccola la logica di Charms. E’ la logica che accosta A e B semplicemente perché avvengono uno dopo l’altro, anche se appartengono a catene causali diverse. Hume aveva detto che i legami di causa-effetto sono solo legami di un prima e di un poi. Charms lo ha trasformato in procedimento letterario. Questa logica illogica procede attraverso l’estrema raffinatezza del pensiero per arrivare ad un risultato di povertà e primitivismo espressivo, anzi di deprivazione espressiva. Per questo Charms era considerato da taluni uno scrittore privo di fantasia e povero di procedimenti letterari. Ma questo tipo di logica, che lega eventi appartenenti a catene causali diverse, è riscontrabile in alcuni stati patologici, come schizofrenia e autismo. La sottile angoscia di Charms nasce da questa sua imperturbabilità di fronte alla follia, dal suo saperne adottare i procedimenti con la tranquillità di un matematico che svolge le sue equazioni.

Il corto circuito tra logica grammaticale e logica dei fatti, nelle frasi su Tolstoj, si ribalta nel frammento Su Puškin in un corto circuito di tipo insiemistico:

È difficile parlare di Puškin a qualcuno che di lui non sa niente. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande, di Puškin. E Bismarck, in confronto con Puškin, non vale niente. E Alessandro primo e secondo, e terzo, in confronto con Puškin sono delle vesciche. Tutti, in confronto con Puškin, sono delle vesciche, solo in confronto con Gogol’, lo stesso Puškin è una vescica.
E allora, anziché scriver di Puškin, è meglio se scrivo di Gogol’.

Anche se Gogol’ è tanto grande, che di lui non si può scrivere niente, pertanto scrivo di Puškin.

Ma dopo Gogol’, scrivere di Puškin vien quasi vergogna. E di Gogol’ scrivere non si può. Allora è meglio se non scrivo niente di nessuno.

Qui tutti i nomi chiamati in causa appartengono all’insieme dei grandi nomi. Ma è chiaro che uno scrittore e un imperatore appartengono a due sottoinsiemi diversi. La logica linguistica è mantenuta, ma non riesce a trovare riscontro né nella logica dei fatti né nella logica pura e semplice, dunque il discorso collassa su se stesso e si chiude con un’esortazione al silenzio. E’ curioso come tutto ciò richiami Wittgenstein -che Charms probabilmente non conosceva. Questi collassi logici sono delle bombe a orologeria realizzate da un orologiaio svizzero. Il disastro sul piano semantico è preparato in modo minuzioso da un artigiano che finalizza ogni dettaglio alla creazione del corto circuito. Ogni dettaglio. Ogni parola. L’attrice che interpretò la protagonista della pièce di Charms Elizaveta Bam racconta di aver interpretato la parte senza capirci un accidente, che le sembravano tutte parole messe a caso, e che, durante le prove, sbagliò una di queste parole. Il dialogo era questo:

ELIZAVETA Ivan Ivanovic, andate in mezza birreria, e portateci una bottiglia di birra e delle noci.

IVAN Ah, delle noci e mezza bottiglia di birra, andare in birreria poi tornare.

ELIZAVETA Non una mezza bottiglia, una bottiglia, e non in birreria, ma nella noce.

L’attrice Anna Semenova si sbagliò e disse, anziché “nella noce”, “nel fagiolo”. Charms le si avvicinò tranquillo e la corresse: “Noce, non fagiolo. E’ fondamentale”.

Nel passo su Tolstoj abbiamo parlato di bambini. I bambini furono la fonte di sostentamento di Charms e la sua fonte d’angoscia. Charms odiava i bambini, eppure aveva successo con loro. In vita sua gli fu concesso solo di pubblicare testi per bambini. Cosa aveva in comune coi bambini? La purezza della visione, la libertà dalla logica, la tranquillità di fronte all’alogico. Ma anche la crudeltà dei bambini. L’imperturbabilità di Charms e l’innocenza del suo sguardo gli permettono di scrivere cose crudeli come Riabilitazione:

Posso dire modestamente che quando Volodja mi ha picchiato in un orecchio e mi ha sputato in fronte io gli ho dato una di quelle strette che non se la dimentica. Subito dopo l’ho picchiato con il fornello da campo, invece con il ferro da stiro l’ho picchiato di sera. Di modo che non è morto proprio subito. Questo non significa che gli ho strappato la gamba di giorno. Allora era ancora vivo. Andrjuša invece l’ho ucciso per inerzia, e di questo non mi sento di farmi una colpa. Perché Andrjuša e Elizaveta Antonovna mi sono capitati tra i piedi? Non avevano nessun motivo di saltar fuori dalla porta. Mi accusano di essere sanguinario, dicono che ho bevuto del sangue, ma questo non è vero, ho leccato le macchie e le pozze di sangue; è il naturale desiderio di una persona di cancellare le tracce del suo, anche se insignificante, delitto. E poi non ho violentato Elizaveta Antonovna. Prima di tutto, non era più vergine, e secondo io ho avuto a che fare con un cadavere, che non si lamentava. E cosa c’entra il fatto che era incinta? L’ho estratto io il bambino. E che non fosse più vivo, non è colpa mia. Non sono io che gli ho strappato la testa, è che aveva il collo sottile. Non era fatto per questa vita. È vero che con gli stivali ho spalmato sul pavimento il loro cane. Ma è un bella dimostrazione di cinismo accusarmi di aver ucciso un cane quando lì vicino, per così dire, erano state distrutte tre vite umane. Il bambino non lo conto. Bè, va bene: in tutto questo (posso essere d’accordo), si può vedere una certa crudeltà da parte mia. Ma considerare un delitto il fatto che io mi sono seduto e ho defecato sulle mie vittime, questo, scusate, è assurdo. Defecare è una necessità naturale e di conseguenza affatto delittuosa. Perciò capisco l’apprensione del mio difensore, ma spero ugualmente in una assoluzione con formula piena.

L’atarassia di Charms fa sì che anche le più laceranti provocazioni lanciate contro il senso e il buon senso siano lanciate con classica compostezza. In una rubrica del suo diario, lo scrittore racconta di aver assistito a dei concerti: Quinta di Mahler e Requiem di Mozart. Il Requiem di Mozart gli è piaciuto, la sinfonia di Mahler no. Anzi, il Requiem di Mozart è fra le sue pagine preferite. Non sorprendono né la predilezione per Mozart né il fastidio per Mahler. Charms doveva amare la classicità, l’equilibrio, e il mistero che portano con sé. Si sa che non amava Tolstoj: lo considerava forse troppo esplicito? In ogni caso, anche i frammenti più oltraggiosi di Charms, come quello appena letto, o l’altro che descrive gli effetti degli odori delle secrezioni vaginali di una modella in un atelier di pittura, anche quando esplora il nonsenso nei suoi lati più rivoltanti, Charms conserva il ritmo, la limpidezza, lo charme che gli sono propri. Un sottile velo di violenza attraversa tutta la sua produzione. Ma Charms pone fra sé ed essauna distanza raffaelliana, non è mai coinvolto. Lascia sempre il dubbio che stia solo giocando. Giustamente commenta Paolo Nori: “Una cosa insomma che mi stupisce, in Charms, è che le cose che scrive non mi dovrebbero piacere e invece mi piacciono”.

E’ comparso finalmente il nome di Nori. Bisogna essere grati allo scrittore emiliano per la passione con cui ha tradotto e studiato Charms. I testi qui utilizzati, sono tutti nella traduzione di Nori. E da Nori traggo molte informazioni sulla vita di Charms e sulle avanguardie russe del tempo.

Sulla vita di Charms, nella postfazione di Nori a Disastri (Marcos y Marcos, 2011) è commovente sia leggere le poche notizie che si conoscono, sia sentire l’empatia con cui Nori le racconta. E’ una vita piena di tenerezza e di orrore, rappresentativa come poche dei costi umani della politica “culturale” sovietica da Stalin in poi.

Danil Charms si chiamava Daniil Ivanovič Juvačëv ed era nato nel 1905. Non si sa bene perché usò il nome d’arte di Charms: qualcuno dice per assonanza col francese charme, qualcun altro per assonanza con un personaggio che amava, Sherlock Holmes. Della sua infanzia sappiamo quasi tutto perché il padre, un pensatore di orientamento conservatore e cristiano-sociale, ammirato anche da Tolstoj, passò la maggior parte della sua vita fuori casa per lavoro, e ogni giorno scriveva lettere alla sua famiglia e annotava sul suo diario notizie relative alla famiglia. Ogni giorno fino alla sua morte, nel 1940. Così, sappiamo tutto dell’infanzia di Charms, ma pochissimo della sua vita adulta. Sappiamo che il suo esordio letterario avvenne intorno al 1925. Che nel 1932 fu sottoposto a cinque interrogatori perché lui e il gruppo di scrittori che freuentava erano sospettati di attività antisovietiche. Nel primo interrogatorio Charms negò tutto, nell’ultmo -non possiamo sapere dopo quali pressioni, e se si trattò solo di pressioni psicologiche- ammise le attività antisovietiche sue e dei suoi amici. Fu condannato a tre anni di confino. Riprese a scrivere su riviste per bambini -le uniche su cui gli era consentito di pubblicare- finché non gli fu proibito di scrivere anche su quelle. Visse nella miseria. Nel 1940 o ’41 scomparve. Si seppe poi che era stato denunciato per propaganda disfattista da una donna che lo avrebbe sentito dire che la Germania avrebbe vinto la guerra. Che era stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico e lì dichiarato schizofrenico. E che vi era morto, forse di fame, nel 1941 o 42. Ancora negli anni Novanta la sua seconda moglie, fuggita in Venezuela, era restia a parlare di lui. Non per disamore, ma per paura. Quando decise di scrivere i suoi ricordi, furono ricordi d’amore. Danil era eccentrico e molti lo trovavano inquietante, ma era un uomo buono e le sue stravaganze non facevano male a nessuno. Ebbe sempre un rapporto reverenziale con il padre, in sua presenza si alzava sempre in piedi e non fumava mai. Anche se non amava i bambini, loro lo adoravano. Improvvisava spettacoli che riscuotevano un successo enorme anche per strada. Aveva sui bambini un effetto magnetico. Gli piaceva molto la magia. Gli piaceva suonare la chitarra. Non scriveva mai a tavola, preferiva scrivere a letto o seduto alla finestra, e poi leggeva tutto alla sua seconda moglie, che trovava sempre tutto divertente. Spesso in casa non c’era da mangiare, e quando non c’era da mangiare, lui e la moglie dormivano.

 

Qui si può leggere la prima parte di quest’intervento di Giorgio Galli su Charms.

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9 commenti su “Danil Charms (seconda parte)

  1. angela palmitesta
    19/11/2015

    Qualcuno consiglia, imperativamente, di leggere Casi anziché Disastri.

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  2. Pingback: Danil Charms (prima parte) | perìgeion

  3. Giorgio Galli
    19/11/2015

    Grazie a tutti, a Perìgeion che mi ospita, a Griffin che apprezza la nota su Erofeev e ad Angela per aver messo l’accento su un punto importante. La contesa Casi/Disastri somiglia a quelle sugli interpreti musicali: chi li preferisce ligi come Toscanini, chi ama le ri-creazioni, per dire, di un Glenn Gould.Io ho risolto la cosa -ma è una soluzione solo mia- accettando entrambi. Disastri è a cura di Nori, e Nori va preso così com’è: è un eccentrico, però ha una prosa musicale e la musicalità paga in Charms. Si è preso delle libertà, ma le ha argomentate. Casi è un libro più aderente, più completo, e soprattutto Giaquinta mette mano al lato tragico dell’opera di Charms con rigore ed empatia. Nori riconosce questo lato, ma non gli appartiene, gli interessa in Charms soprattutto il funambolo; e allora, per dare spazio alla sua dimensione tragica, la prende dalla vita anziché dall’opera e interpola alle prose estratti di lettere e diari. Io sono legato a Disastri per la misucalità di Nori, e perché grazie a Nori ho conosciuto questo autore. E’ un legame anche affettivo il mio. Tutto qui.

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  4. Giorgio Galli
    19/11/2015

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatoree ha commentato:
    La foto che si vede è l’ultima conosciuta di Charms, e risale forse all’inizio del 1942, pochi giorni prima che morisse, forse di fame, in un manicomio sconosciuto e in una data incerta (forse il 2 febbraio). Il contrasto con l’immagine precedente vestito da Sherlock Holmes è una tragedia.

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  5. angela palmitesta
    20/11/2015

    Ciao Giorgio Galli. Siccome Charms non lo conosco e non lo posso leggere in originale, cercavo un cenno di chiarimento che mi hai offerto con estrema sincerità, grazie. Alla fine, vinto da curiosità , leggerò entrambe le traduzioni. La querelle la lascio agli specialisti ma resto con una sensazione strana : è quasi commovente vedere che nel destino di uno scrittore che in vita avevano imbavagliato, nasca poi una passione sul come interpretarlo. E Glenn Gould è scandalosamente bello.

    Liked by 1 persona

  6. anna
    20/11/2015

    Questi articoli suscitano due desideri: leggere Charms e leggere Giorgio Galli.

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  7. marco ercolani
    20/11/2015

    Grazie per poter leggere e rileggere Charms, genio anomalo come Erofeev.

    Segnalo un mio testo su Erofeev:
    http://digilander.libero.it/wolfbruno/ErofeevErc.pdf

    Grazie davvero a Giorgio e a Perigeion.

    Marco E.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/11/2015 da in ospiti, prosa, saggi con tag , , .
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