perìgeion

un atto di poesia

José Carbonero, Il buco in una tasca

jgc

 

 

[ringraziamo Mia Lecomte
per questa bellissima segnalazione]

 

Partendo da categorie proprie della letteratura italiana, si potrebbe definire quella di Gregorio Carbonero una poesia crepuscolare, ma come di un crepuscolare “dopo” che già sa che le illusioni sono illusioni e che non c’è nulla (neanche il guizzo dell’ironia) che può essere consolatorio e che può permettere di guardare le cose dall’alto. Un crepuscolare più caricato, più sanguigno e più disperato; poesie colloquiali che, nei momenti migliori (e i momenti alti sono davvero molti, in questa poesia) raggiungono una straordinaria intensità. E poi l’idea del rotto, delle crepature, le screpolature che sono soprattutto mentali, le “oscure foglie”: un identikit dell’autore può forse essere proprio l’inizio della poesia “Lineamenti”: “Nella tua voce ci sono:/ screpolature, baratri segreti,/ altezze che svaniscono/ e oscure foglie”. Un paesaggio interiore desolato, di una desolazione che non può essere sanata dall’ “allegria/ delle cose vive”.

C’è molto spesso qualcosa di figurativo nelle sue poesie (una si intitola “Cortometraggio”), un figurativo della desolazione, “le fauci sgangherate del mio comodino”, un tono secco che ricorda anche a volte alla lontana il primo Montale (ecco appunto il crepuscolare più disperato e sanguigno), e anche un’ironia sardonica, tutta latinoamericana, un’ironia mortuaria che sostituisce e, in un certo senso, copre il dolore, e che è assai diversa, quindi, dalla quieta rassegnazione dell’ironia crepuscolare. Una poesia molto concreta, fisica, fatta di metafore che sono sempre fisiche, non mentali (diventano mentali dopo), un cimitero senza lapidi, il buco in una tasca. Una poesia che ricorda spesso per disperazione e cupo spirito surreale il tono di certi racconti di Cortàzar.

È una poesia sempre molto narrativa, in cui si mischiano spesso ricordo e introspezione, e che si avvale di un linguaggio sorvegliato e senza sbavature, quasi di diario, a tratti, e che, se rischia qualche volta di appiattirsi nel diario, dal diario raggiunge spesso i toni più accesi là dove la fisicità si fa materiale simbolico. È lì l’esito di questa poesia: come ad esempio nella splendida “Nervature”, che intitola la raccolta, in cui la narrazione dà luogo a uno stato mentale allucinato e visionario. L’incipit della poesia è in fondo, credo, una dichiarazione di poetica: “Con calma decantano queste linee/ sulla pagina, ossa di memoria,/ solchi della carta.// Lentezza, eredità nascosta,/ ritrovata solo nei brevi momenti/ in cui smarrita l’attenzione verso/ le effimere concretezze, altra memoria,/ alta, ci distoglie.// Niente mi è familiare a quest’ora/ un soffio d’aria lieve passa attraverso/ lo spiraglio della porta socchiusa”.

Una poesia drammatica, tormentata, dura e diretta, e di livello assai alto, insolitamente alto.

 

Carlo Bordini
[dalla prefazione alla raccolta Nervature, in “Cittadini della poesia”
a cura di Mia Lecomte e Francesco Stella, Roma, Zone, 2006]

 

*

da Nervature, collana Cittadini della poesia
a cura di Mia Lecomte, Zone Editrice, Roma, 2006

 

 

Lineamenti

Nella tua voce ci sono:
screpolature, baratri segreti
altezze che svaniscono
e oscure foglie

e nel tuo viso
nell’equilibrio precario
si cela l’inspiegabile allegria
delle cose vive.

 

*

 

Sul comodino vicino alla sveglia

Fa’ che io oggi stia zitto, che non sappia che dire
o che nel momento preciso
non trovi le parole
o che prima di parlare ci ripensi
e non dica niente.
O se inavvertitamente mi scappa
di aprire bocca, fa’ che la mia voce
sembri estranea, o dimessa
tra i rumori dell’esistere
o delle consuetudini.
Poi alla fine della giornata, fa’ che
mi rimanga un’intima consapevolezza:
oggi non ho molto di cui pentirmi,
oggi non ho perso molto. Se oggi c’era
qualcos’altro nell’aria, per un momento
mi è rimasto tra le mani.
Oggi è uno di quei giorni
in cui sono stato attento.

 

*

 

da Dio gioca ai dadi (truccati), Streetlib Selfpublish, 2015

 

Il custode del teatro

   L’ultimo atto è cruento, per quanto bella sia stata la commedia
in tutto il resto: alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa,
ed è finita per sempre.
Pascal

 

Magro come un pomeriggio piovoso
e tanto povero che sarebbe capace
di barattare una stretta di mano
con un indirizzo sbagliato.

Vivo che di più non si può, tra spezzoni
di un futuro che fu e di un passato
che potrebbe a dispetto di tutto essere certo,
è confuso, preso dalla veemenza e dai rimorsi,
non se ne accorge mai quando entra o esce di scena.

Meglio così pensa, l’incertezza
è il volto riluttante del presente,
spinge alla perseveranza.
E poi lo sa che non è mai riuscito
a tornare sui suoi passi.

Diffidente come un burattino,
buono a nulla, testardo più di un mulo,
un pugno di mosche,
la schiera dei suoi fedelissimi.

Ma è salvo perché sa
che chi spia nei retroscena
non può mentire, e tace
e si rallegra: cosa sarà mai!
il finale è fraudolento,
la messa in scena foschia lieve
pronta a dissiparsi.

 

*

 

Transumanesimo

Sembra che tra non molto
sarà possibile trasferire
tutto in altre orditure,
tutto, intelligenza, timori, pensieri, stupidità,
ed evitare la morte,
o quanto meno si potrà morire un po’ più tranquilli
e senza dover smettere di pensare.

L’ho scampata per un soffio,
forse potrò dire al primo trasferimento
anche al secondo e magari al terzo,
finché la memoria non ceda
e continui ad essere l’intruso,
falso amico, fedele e insidioso che è ora.

Poi immemori di tutto non si avrà
paura più di niente.
Il nostro più caro, mai celato timore,
l’idea di finitezza,
come un impossibile amore,
avremo perduto per sempre.

Chissà che strana confusione ci sopravvivrà,
– la mia, tua, nostra, di altri?
E saremo, a quanto pare,
più vivaci e attivi che mai.

 

*

 

Sull’incertezza

Morire, è l’unica certezza che ci è data?
Sorveglio le mie incertezze
le accolgo con cura
appoggio la mano sul tavolo
non farò niente, non muoverò
un dito nel prossimo istante
nell’attesa sarò solo vivo, e nient’altro
(è già passato
sono rimasto vivo, ne ho la prova)

Nelle mie certezze,
nei miei propositi più fermi ho deposto
i miei più cari fallimenti
invece tu sei discreta
e non hai mai fatto progetti.

Io so di essere stato perseverante
quanti propositi e quante mete!
alcune perfino le ho raggiunte,
e così ho frantumato le mie speranze,
le mie più care speranze con cui ero partito,
e con rimasugli d’informe realtà ho finito
per puntellare la mia vita.

Tu, invece, sei esile come un ramoscello
come posso avere sostegno da te?
dare un passo indietro è in te un’abitudine
e sei pronta a spezzarti per un niente.

Quante infedeltà ci sono volute per reggermi!
ma il cedimento si avvicinava, si faceva ogni volta
più evidente, più necessario, e ora
che a momenti (ma solo a momenti)
lo so inevitabile
duraturo, inesauribile,

Incertezza, attenzione
più scrupolosa e tenace,
ora so di dover ascoltarti.

 

*

 

Epitaffio in serbo

    a un amico ancora non deceduto

 

Questa è la sepoltura di un illuso,
un irresoluto, tenace solo
nel dubitare su tutto
fino alla noia.
Gioie effimere e banali sconfitte furono
per lui una vita colma fino all’orlo.

Che alla fine abbia capito che a tentoni
si compie l’esistenza, e che è questo
l’unico bene che ci è concesso?
è poco probabile.

Non giudicarlo negligente,
né giudicare sprecata,
tra titubanze, la sua vita,
chi lo conosce sa
che si offenderebbe molto.

 

*

 

L’uovo di Schroedinger, o era il gatto di Colombo?

Scrisse uno scienziato eminente
su un gatto randagio, orfano di topo,
che in una gabbia quantistica fu rinchiuso.

Spiegava che essendo tutto vero:
vera la storia, vera la l’esistenza,
vera l’oscura materia, vero
l’universo smisurato, e noi tutti,
nonostante i nostri dubbi, le nostre smentite,
veri anche, poteva essere al contempo
morto del tutto e anche pienamente vivo,
perché non era lineare la realtà
ma ondulatoria: ciondola la vita sulla morte
galleggia la morte sulla vita.

Noi guardando dall’altro lato della ragnatela
esclamammo con non confessato timore
e se fossimo noi gli ingabbiati
potremmo saperlo?
Allora, forse è meglio
non aprire la gabbia?

Ma poi come sempre desiderosi di capire,
Ma poi come sempre desiderosi di fraintendere,
– cosa più sicura, meno angosciosa,
riflettevamo, ecco la spiegazione, ecco perché
tutto mai potrebbe finire, anche se ebbe inizio e
tutto mai ebbe inizio, anche se indubbiamente finirà.

Ecco perché per noi i distratti
a non pensarci tutto sembra andar bene
ma in fondo se ci pensiamo, molto ci inquieta
perché per quanto su tutto,
dubbi, teorie, ipotesi e incertezze,
abbiamo rotto già tutti i gusci,
poi le cose vanno a finire come sappiamo,
secondo l’ordine pre-stabilito, quale?

Discorrevamo, ognuno diceva ciò che gli pareva.
Un direttore d’orchestra: provare è necessario,
il reale fa le prove prima del concerto
ma per la prima non siamo ancora pronti.
Il ministro di grazia e giustizia: sigillate la gabbia
che nessuno esca, e chi si trovasse fuori
sia perseguito e severamente punito.
Un curioso che di lì per caso passava: fate al gatto
la conta delle vite,  non si sa mai,
qui gatta ci cova.
Un altro ansioso di non fare scena muta,
per non essere da meno, con aria severa, tono laconico:
non è tutto inutile, la gabbia
mai è stata chiusa. Oh sì, siamo ancora vivi,
non dubitate, c’è ancora qualcosa da dire,
era un impegnato pensatore, credeva
fosse suo il compito di scrivere il finale
apporre la firma e chiudere la questione.

 

*

 

Tu ed io non c’entriamo per niente

Devo dirti una cosa, ho un segreto
da svelarti: tutte quelle persone che a volte
appaiono in ciò che scrivo
io non le conosco, non so
chi siano, certo me ne accorgo della loro esistenza,
della loro insistenza, bussano
alle mie tempie, si affacciano su ciò che guardo,
senza di loro
non saprei a chi parlare, chi incolpare
ma io non so chi sono.

Però tu, che sei
a metà strada tra te e me,
e che sai che alludo a te quando
dico noi, e che mi guardi
in quei meandri oscuri della memoria
dove a volte con imprudenza mi allontano
e quello che io neanche mi azzardo a dire ascolti
e credi così, di essere una
di quelle indaffarate comparse,
sii cauta, potresti sentirti confusa
presa da difficili compiti o troppo
urgenti, vestita di stracci
indifesa tra ricordi che ormai
avevi già scartato.

Non pensarci, non è niente,
è solo un poco di quello che sono andato
conservando per prudenza, per quando
in controluce mi imbatto per caso in un vetro opaco
e suppongo sia doveroso
riempirlo di ombre, scelgo alcune
le più malandate per paura
che svaniscano, sono caricature
rimasugli di ricordi
di ricordi di esistenze
di esistenze che non arrivarono in tempo.

Sii molto attenta, sono intriganti potrebbero
diventare ostili, insofferenti
intrecciano congetture,
che un’altra vita sarebbe stata possibile
perché ciechi, offuscati
guardano solo all’indietro.

Parlano a vanvera, di tempi precedenti
tempi perseveranti, che ci soffocano
di cerimonie e salamelecchi
come cani fedelissimi.

Quindi forse è meglio non dargli retta
lasciali a cuocersi nel loro brodo
quei bugiardi, certo hanno le loro ragioni
per esistere come te ed io
ma io non so chi sono, e credimi, né tu
né io c’entriamo per niente in tutto questo.

 

*

 

L’astuto, il furfante

Un tale trambusto fecero quei monti
quando il famigerato, inatteso
e non desiderato, topolino partorirono.
Che era tutt’altro che insignificante,
dopo tutto, l’astuto, il furfante.
Si ebbero conseguenze inaspettate.

Lieve cresceva l’erba dappertutto
nelle aiuole soprattutto e accanto
a quelle belle acacie dalle foglie bipennate
e a quegli alti pini, alteri e dagli aghi pungenti.
E nelle fughe, perfino, tra le mattonelle.
Poi al mattino, tra nubi che di lì
non per caso passavano, spuntò il sole
in tutta fretta, quasi con affanno.

Di furti, truffe, malefatte si parlò
in quei giorni nei giornali,
di cattiva amministrazione, cattive
intenzioni e brutte situazioni.
E di morire addirittura gli venne
in mente a qualcuno;
o per malattia, o per accidente,
o per causa naturale.
E la sua dipartita fu o triste,
o un sollievo, o tormentata,
ma per tutti del tutto inaspettata.

Ogni cosa sembrava andar male
anzi di male in peggio,
e  a dir il vero non mancò
il cretino, o il furbastro
o l’immancabile illuso,
che avrebbe voluto saperlo prima
per rifletterci, o difendersi al meglio,
o persino fuggire.

E alla fine sebbene ci fu chi
di niente fece finta, e chi, invece,
disse di aver subito tutto dimenticato,
tutti un grande spavento si presero e, non solo,
rimasero di stucco, esterrefatti.

 

*

 

José Carbonero è nato nel 1953 in Venezuela da genitori italiani emigrati negli anni ‘50. Dopo gli studi di fisica e di musica si è trasferito in Italia, e attualmente vive in provincia di Brescia. Oboista, stabilmente professore d’orchestra per diversi anni, ha preso anche parte a numerosi concerti di musica contemporanea e del ‘900 per orchestra sinfonica e orchestra da camera. Finalista del premio Sandro Penna (2005) e del premio Giuseppe Tirinnanzi (2010), i suoi testi poetici sono usciti sulle riviste «Pagine», «Caffè, per una letteratura multiculturale», «El-Ghibli», «Sagarana», «Kumá»; e sono inclusi nell’antologia Ai confini del verso: poesia della migrazione in italiano (a c. di Mia Lecomte, Le Lettere, 2006). Ha pubblicato la raccolta poetica Nervature (nella collana “Cittadini della poesia”, a cura di Mia Lecomte e Francesco Stella, Editrice Zone, 2006. Prefazione di Carlo Bordini. Finalista Premio “Dedalus” 2007 e menzione speciale della giuria Premio Nazionale di Poesia “In/Civile” 2007) e le sillogi elettroniche: Dio gioca ai dadi (truccati) e Litania e Scarabocchi (Streetlib Selfpublish 2015).

Annunci

3 commenti su “José Carbonero, Il buco in una tasca

  1. Carla Bariffi
    27/11/2015

    belle.
    in particolare mi è piaciuta: L’uovo di Schroedinger, o era il gatto di Colombo?
    il richiamo alla scienza e alla natura dell’uomo mi affascina sempre …

    Mi piace

  2. Lucetta Frisa
    27/11/2015

    poeta notevole.Mi piace la sua discorsività drammatico-realistica. Grazie per questa conoscenza.

    Mi piace

  3. almerighi
    01/12/2015

    Pienamente d’accordo, livello molto alto.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: