perìgeion

un atto di poesia

Albe e magie naturali: su di un poemetto inedito di Lucetta Frisa

 

 

genova all'alba

 

 

di Antonio Devicienti

Lucetta Frisa è letteralmente terrorizzata dall’eventualità di non riuscire più a scrivere, di divenire preda di un’afasia che, a suo modo di vedere, impoverirebbe la sua esistenza la quale ha nella scrittura uno dei propri cardini. Invece non solo torna alla scrittura, ma ne dona generosamente una realizzazione per molti versi ancora in fieri a Perìgeion, cosa di cui tutti noi non sappiamo adeguatamente ringraziarla e, sulla Dimora del Tempo sospeso, propone, assieme a Marco Ercolani, un libro a quattro mani assai stimolante e suggestivo per chi lo leggerà.
Non è allora un caso che il titolo del poemetto da noi pubblicato ieri suoni Ho tante albe da nascere, un bellissimo uso transitivo di un verbo normalmente intransitivo e che esprime un augurio (e un auto-augurio) che trova nell’esistere-in-poesia e nella poesia-per-esistere le proprie ragioni.
Si tratta di una laica genesi che chiama subito in causa non solo il vivere, ma anche il fare della letteratura, oscillando tra sogno e veglia, tra desiderio e realtà fattuale, tra visionarietà e urto con le cose e con gli accadimenti:

Un po’ di luce fioccava qua e là
da dove veniva se non si conosceva la parola alba
nessuna parola per dare forma
alla forma che rimaneva liscia e dorata
come il futuro mare a quell’ora.
Non si sapeva di toccare pelle
sabbia erba o cielo che da sé si nomina
come aria alta e appare
di colore azzurro a volte anche rosa.
Ancora non si era alzato il sipario:
Shakespeare e Molière attesero
mille e mille anni prima di scrivere
la loro Scena Prima.

Dopo decenni di scrittura, Lucetta si interroga ancora (ma già lo aveva fatto in quel capolavoro che s’intitola L’emozione dell’aria) sull’origine e sulla nascita del linguaggio, fermandosi a riflettere che proprio il linguaggio viene comunque dopo l’origine biologica di tutti gli esseri, compreso l’uomo, e che quindi esso si trova nella situazione ambigua di essere lontano da quell’origine, ma di voler dire quella medesima origine, forse irrecuperabile, ma attraente e fonte irradiante di messaggi e di vita, stando a Hölderlin. E noi, che veniamo molto dopo quella genesi, la immaginiamo e la pensiamo in forma d’interrogazione, rendendoci consapevoli dell’emozione che ogni nuova alba-genesi genera in noi:

Cosa provò la prima volpe che pose una zampa sulla neve
la prima rondine che si levò in volo l’occhio che si dischiuse
piano come una vagina dopo il buio freddo del sigillo,
il taglio, il singhiozzo al buio e quel bambino
che vide per la prima volta il mare! Nella schiuma
mise tremando il suo alluce e rise.
E colui che con un colpo di tamburo
spalancò l’universo!

Soffermiamoci, lettori felici, sulla potenza di una tale immagine, sul colpo di tamburo (sciamanico, verrebbe da pensare) che spalanca l’universo e che viene rincalzata dall’affermazione successiva:

Io muoio per quello che non mi sorprende più
che inerte si ripete senza emozionarmi.

Avendone più volte parlato con Lucetta, so che proprio questo ella teme e combatte, una sorta di annoiante torpore derivato dall’assenza di sorpresa; e per un’artista come lei la fine sta proprio in questo ritrarsi del mondo da ogni possibilità di sorprendere, entusiasmare, creare aspettanze e aspettative.

(…)
Guardandomi in giro
mura altissime senza insegna di strada
mura fitte nessuna fessura
e parole parole ansimanti.
Forse un cane abbaiava da lontano.
Cominciai a battermi la fronte con le nocche delle dita
sentii quella dura parete d’osso.
Mi svegliai).

Mura holaniane, kavafiane abbiamo già conosciuto e qui di nuovo mura, ciò che limita, preclude, annulla lo sguardo. Ma il poemetto ribadisce e trova coincidenza tra parola ed esistenza, con bellissimo slancio immaginifico e concettuale Lucetta scrive:

Le consonanti i mattoni,
le vocali aria e saliva:
insieme impastano le belle sillabe
le architravi sonore del discorso
le lingue i linguaggi.
Se ci parliamo
i muri diventeranno porte.

All’alba
canta l’uccello note
ancora smemorate
all’aria consegna la sua luce
tenuta stretta in gola nella notte.

Riconquistando il proprio canto chiaro e ritmato in ondate successive d’entusiasmo, Lucetta Frisa insiste sullo stupore necessario al vivere e allo scrivere, bambini, volpi e uccelli sono le creature privilegiate nella loro istintiva sapienza di rinascere ad ogni alba e ogni alba vivere con l’intensità stupefatta del primo sguardo, del primo respiro:

L’alba delle parole
è la A dello stupore
che balbetta e canta
nella gola
aperta
dei bambini
accoglie
come aria e latte
ogni cosa del mondo.

La volpe posò l’altra zampa un’altra volta e inaugurò una strada nella neve
altre volpi posero le loro sulle sue impronte, l’uccello proseguì
il suo disegno nell’aria, il bambino si tuffò in acqua e scoppiò ancora a ridere
e tu, se scura è la notte, fissa il punto chiaro là in fondo che non è più casa
ma dovrai andare andare chiuso nella tua paura
il cuore rivoltato il sandalo slacciato il ginocchio tagliato
e poi sarai stanco affaticato di tutta quella lunga lunga notte
verso un qualcosa, forse un’alba piccola e stordita
senza brezza né rugiada e imparerai
che tutto quanto precipita dal cielo
si schianta o devìa
che tutto quanto dalla terra nasce e si leva
deve inaridirsi
mutare pelle.
Anche le tue parole devi tenerle ferme
che subito non volino via.

Attitudine al movimento e allo slancio (ce lo ha insegnato Char), energia vitale e intellettuale, continua metamorfosi, giusto equilibrio tra moto e stasi, tutto questo viene detto in una tessitura verbale e ritmica che sembra spingere il lettore sempre avanti nella lettura, coinvolgendolo nella gioia del dire e della parola ritrovata, costringendolo a meditare e a dialogare con i versi di Lucetta, portandolo sulla soglia del silenzio, rendendolo edotto proprio di questa decisiva dialettica tra suono e silenzio, tra dire e tacere, tra creazione poetica e afasia:

Né vaporosa né fossile
cellula aliena nello spazio
chiamata paradiso e noi
i suoi atomi, come in certi affreschi
i santini intorno al trono del creatore
immobili in perfetto incantamento.
Un tempo che non si muove, morto
prima e dopo.
Che lingua si parlerebbe lassù? o il tacere
della lontananza sa raccontare l’indicibile? oppure
mai lo dirà per preservarlo intatto dentro la notte?
(Nell’universo ci sono tante porte).

Se esistono mondi a specchio
ci terremo stretti i sogni e i pugni
tutte le care ignoranze che non scivolino
dalle mani come quei pesci che vogliono tornare in acqua.

E rifacendosi alla magia naturale di matrice bruniana, Lucetta Frisa guarda con occhi rinnovati il mondo, non regredisce secondo stilemi pascoliani verso l’infanzia, ma proprio al modo di Giordano Bruno concepisce l’infanzia come la capacità permanente di guardare in maniera vergine il cosmo:

Pensa alla magia naturale dei bambini.
e agli animali
al loro grande mondo nelle pupille.
Davvero l’alba ha un segreto
che si perderà sulla strada allontanandolo
con le parole
Ma ovunque resta il suo seme
dolente e silenzioso
– invisibile.
Pensa a Giordano Bruno
incenerito per la visione di un mondo
al di là

visto solo da lui che l’ha toccato
con occhi carnali.
Chi apre troppo in fretta i nascondigli
brucia di febbre inumanae in giro va appiccando roghi

di follia e meraviglie.

“Aprire i nascondigli” è allora l’espressione perfetta di questa indagine conoscitiva e amorosa (d’heroico furore) del mondo, nei confronti del mondo. Il fuoco, che pure avrebbe annientato l’esistenza mondana del Nolano, è materializzazione di quell’energia inestinguibile che accende la vita e il pensiero.

Non si sapeva
che al taglio seguiva altro taglio
al congedo altro congedo
se tutto
è un rosso fiotto di sangue una catena
ininterrotta
poi sciolta in grigia pena orizzontale
nebbiosa neve sporca mentre il tempo
adesso sta passando fermo
e ha nevicato nevica nevicherà
da un momento all’altro.
Il presente
è dunque questo sangue rosso
impastato di neve
che né si tocca né si vede
fino al punto estremo in cui le cose
si rovesciano di colpo e il fangoso confuso sangue
latte si farà
si dice
succhieremo felici quel cibo dolce e capovolto.

Sento il tempo come un’emorragia.

Plath e Celan e Ortese sovvengono a sostenere la scrittura di Lucetta che ha sempre poetato anche riferendosi ai Maestri (non solo di poesia), cercando in loro ragioni e slanci per la propria creazione artistica, umilmente consapevole di doversi porre in solchi già tracciati, luminosi e fecondi e persuasa di doverlo fare con un vero e proprio senso del dovere, obbedendo all’imperativo categorico di scrivere conoscendo e misurando la parola di chi è venuto prima di lei e di continuarne il magistero, magistero sempre aperto al futuro e capace di parlare a tutte le generazioni future; è in questa catena di esperienze artistiche ed esistenziali che Lucetta pone il suo poema:

Che il latte dell’alba adesso non sia nero
per tutti gli oppressi dell’universo che aprono gli occhi
alla mattina per tornare presto a morire
senza nutrimento di futuro
schiacciati a terra dentro le proprie ossa.

E allora, così come il silenzio forma una coppia dialettica con il suono del dire, anche la morte appartiene con la vita ad una coppia dialettica, da sempre la morte è una presenza nella poesia di Lucetta Frisa.

Oggi non mi parlo mi dico solo
è l’alba:
è quando non si parla né si pensa.
L’alba, si, l’alba.
C’è un bambino che mi chiede l’alba
che cos’è?
Io gli dico guarda adesso e respira adesso
ti piace?
saprai l’alba cos’è
domani
quando sarai nel buio.

Appare significativo il fatto che la poetessa scelga un bambino come interlocutore e che l’alba possa essere conosciuta per antitesi, “domani”, “nel buio”. E con la volpe, con l’uccello, con il bambino, adesso l’albero sottentra, in una sorta di musicale variazione, ad esprimere quest’attesa e quest’esperienza sempre rinnovata dell’alba:

Palpitava il sipario e l’aria
sacra divenne, un brusìo di musica, e parlottando
si ingannò l’attesa e il cuore si scuoteva e si scuoteva
il mondo. Poi, lento, quel velluto rosso
lento tra i colpi di tamburo
sulla Prima Scena.

L’albero molto antico ha radici così fonde che le foglie
non le ricordano: nascono muoiono lontane da lui.
Patria e padre così lo chiama
chi non segue il soffio dello spirito e vuole
fermarsi all’infanzia e non andare oltre.
E quando più non ci saranno le stagioni?
Nessuna patria né inizio o fine
nessuna preghiera. Perché accadrà.
Quando, perduto il nome, un altro spirito
ci agiterà l’involucro svuotato di radici
pronto a colmarsi d’altro
o a non colmarsi più.
La grande Alba dell’albero si allarga allunga
cammina sottoterra cancellando il vuoto.
Per lui mai ci sarà tramonto.

Forse l’albero è anche l’immagine del tronco della poesia e dell’arte sul quale s’innestano via via, nel corso del tempo, i rami, compreso questo poemetto di Lucetta che diventa ancor più originale e sorprendente proprio in virtù di questo pensiero:

Fu Jacopo da Lentini il primo
a scrivere poesie in italiano?
mentre io parlo o scrivo non ricordo
i suoi versi ma non cammino cieca
sono nella luce delle parole
che di ogni cosa prendono il posto
del tempo e del respiro,
se certe cose certe scritture
lasciano scie lucenti e solide dietro di noi
porte spalancate
come sogni
grandi
da ereditare
se si vuole.

Fili di luce sulla coperta
di nuovo giù le lenzuola i piedi
nelle pantofole e l’ultimo sogno
ha il peso di un sasso.
Caffè, poi si ragiona:
per far finta di esserci in questa casa insonora.

Comincio a mordermi le mani.

Ora riconosciamo il motivo autobiografico e la figura fondamentale della madre, già venuta alla luce in molti testi di Lucetta:

(Io non ridevo mai e mia madre
un giorno afferrò due coperchi
passò e ripassò sotto i miei occhi
battendoli con furia
cantando a squarciagola.
E risi finalmente risi
aprii qualcosa in me
divenni umana.
Dicono che se non si parla
non si sorride ai neonati
loro pian piano rimpiccioliscono
ingrigiscono
spariscono).

C’è anche una “religione naturale” in questo poemetto e una contestazione puntigliosa di quel giogo che è lo stare eretti:

Davanti all’alba io m’inginocchio
e prego:
tu non guardarmi,
ancora non ci sono
ho tante albe
da nascere
infinita luce
mi attende
corpi
da sentire
appena scendo giù da questo letto
già sono verticale
come tutti gli umani che si alzano
e subito eretti, legati alla catena.
Stare sdraiata è per me più naturale.

Dovrei curarmi la malinconia
svegliandomi all’alba
correre a vederla nascere
in tutti i luoghi del mondo
spalmarmi i suoi raggi sulla pelle
e attenderla
fino al giorno dopo
con gli occhi socchiusi.

Ed ecco, bellissima, una scena inattesa, potentemente semplice e semplicemente potente:

(Una cucina immersa nella luce
io vado dritta verso la credenza e apro
l’anta dov’è giusto il posto per me
rannicchiata. Buio. Torno nel grembo e sono
felice non ho paura forse sono un gatto
ma il sogno non lo dice. Piano
apro l’anta eccomi dico mi abbaglia
quella luce e la voce
di mia madre che ride).

Spiaggia mattutina
alba di scena prima
a chi nasce il vento
va bisbigliando:
tu ed io
siamo
un solo soffio.

La madre, ancora, la cucina (uno dei luoghi consacrati della madre), la spiaggia: chi abbia letto L’altra e Ritorno alla spiaggia sa di che cosa Lucetta sta parlando, chi non l’avesse fatto, capisce però bene che le albe da nascere sono anche quelle dell’uscita dal grembo materno e del simbolico rientrarvi ogni giorno per ogni giorno da esso rinascere in un rinnovamento incessante che va incontro all’entusiasmo del vivere; la poetessa-bambina-gatta rannicchiandosi nella credenza (il luogo buio e asciutto dove si conservano i cibi) torna nell’utero e, nello stesso tempo, gioca a nascondino, pronta a riuscire alla luce, una sorta di Proserpina che appartiene alla luce e al buio, al nascere e al morire e la luce (anche biograficamente genovese e siciliana, mediterranea insomma), la luce che sta nel nome di Lucetta, che s’apparenta all’alba (albus vale bianco, cioè luminoso) sa mostrare la doppia valenza del bianco e penso, ad esempio, al cipresso bianco citato nelle lamine orfiche della Magna Grecia, l’albero che segna l’ingresso nel regno dei morti; ecco come conclude Lucetta il proprio poemetto:

(Cielo bianco
piccole case calcinate senza porta
un albero secco forse un melo
un sentiero fermato in lontananza

e un lungo cane:
bianco con occhi bianchi
che non abbaia.)

Indubbiamente il sonno/sogno è apparentato, anche nella tradizione lirica occidentale, alla morte, ma non dimentichiamo l’ambiguità dello stato di sonno, tematizzata nell’intero poemetto, in quanto, se dormire sembra avvicinare alla morte e dormire all’alba significa non vivere quell’alba, d’altro canto il sonno è il luogo privilegiato del sogno e il desiderio della poetessa consiste proprio in tutte le albe ancora “da nascere”, in una dilatazione davvero interessante del concetto di alba, che va, come in precedenza si notava, dall’alba dell’origine all’alba-nascita dell’individuo, dall’alba della lingua e della poesia all’alba sognata, quella che significa affondare nell’inconscio, tornare allo stato fetale che, a sua volta, è concomitante al nulla. In tal modo l’alba di questo poemetto è l’accensione, pur rapidissima, del pensiero, della parola, del desiderio, della magia insita nella vita e per tal motivo “naturale”.

_______________________________________________________

Riferimenti bibliografici relativi ai libri di Lucetta Frisa citati nell’articolo:

L’altra, Piero Manni Editore, S. Cesario di Lecce, 2001

Ritorno alla spiaggia, La Vita felice, Milano, 2009

L’emozione dell’aria, Edizioni CFR, Piateda, 2012

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5 commenti su “Albe e magie naturali: su di un poemetto inedito di Lucetta Frisa

  1. Lucetta Frisa
    01/12/2015

    ammirata per la tua sensibilità critica, la tua sensibilità intelligente ed empatica. Come ringraziarti di questa gran bella sorpresa ? Forse è meglio non dire nulla e lasciar parlare il silenzio che è colorato di gioia e riconoscenza…lucetta

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  2. Riconosco in questi versi l’ “immaginazione alchemica” dei precedenti libri (in particolare in “Ritorno alla spiaggia”, ma anche nelle bellissime novelle esotiche della “Torre della luna nera” e nella maestria dei “Sonetti dolenti”). Poesia onirica, vestita di levità, dove la sapienza tecnica del ritmo si fa trasparente come un ordito invisibile. Versi che hanno radici nei quattro elementi (nell’aria in particolare, vissuta dalla poetessa come elemento privilegiato, in una sorta di profondità capovolta) e che riescono, proprio per questo, a disarmare la disperazione. Alessandra Paganardi.

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    • Lucetta Frisa
      15/12/2015

      Alessandra cara, sei una commentatrice,una critica che ha pochi rivali( e non solo quando ti piace quello che scrivo) GRAZIE!

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  3. ninoiacovella
    09/12/2015

    Grazie a Lucetta per questo dono molto apprezzato. La recensione di Antonio è come sempre preziosa. Una bella sinergia.

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  4. Lucetta Frisa
    15/12/2015

    Sono d’accordo con te, caro Nino. Perigeion è un crogiolo di belle e sinergiche amicizie e poesia. Cosa desiderare di più? GRAZIE!

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