perìgeion

un atto di poesia

Sei cozze dal piatto di Roberto Corsi.

A cura di Christian Tito

 

 

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La mia provenienza non poteva lasciarmi indifferente di fronte a un titolo di un libro di poesia come “ Cinquantaseicozze”.  Essendo originario di una città del sud dove il mitile che fuori  si mostra  brutto, duro  e nero, ma nasconde al suo interno uno tra i frutti di mare più saporiti e utilizzati nella cucina locale,  mi ha disposto nei confronti del libro di Roberto Corsi con un misto di grande curiosità e di alte aspettative che non sono andate per nulla disattese. Anzi, ho scoperto in Corsi un poeta sopraffino che usa la lingua con derivazioni di matrice  Gaddiana tra momenti aulici e improvvise virate basso colloquiali. Con questi strumenti riversa nei suoi testi contenuti di taglio esistenziale, ma di un’ esistenza che, attraverso il suo rapporto col mondo-ambiente in cui si muove, finisce per   allargarsi facendosi metafora di qualcosa di molto più vasto. C’è poi l’ironia, la preziosa ironia di un poeta estremamente generoso che, pur facendo le cose con estrema serietà, non si prende troppo sul serio e anche quando , esagerando nel non farlo,  si butta un po’ giù, non si esime mai dall’abbandonare la sua vocazione di scrivere nonostante le ordinarie piccole grandi miserie quotidiane che,  in fondo, appartengono un po’ a tutti. Una lettura che ho gustato davvero come fosse un buon piatto e che consiglio vivamente a chi, oltre alla buona cucina, ama la buona poesia. Del resto sono entrambe due splendide forme d’arte.

 

I

 

Tra una poesia e l’altra il vero scarto è quanto vuoi nasconderti

e l’imminenza dello schianto rende allergici alle maschere di gioventù.

Mi scuserà dunque la Societas scriptorum in cerca di lemmi desueti

( tanto , colpatuacolpamia, non m’hai mai filato manco di striscio)

mentre forse saranno rinfrancati visitatori occasionali,

quelli del parla chiaro o non capisco. Non ho più voglia di piatti elaborati, da pottaiòne,

d’immagini alte che poi son già state scritte o comunque verranno

rubate pari pari da qualcuno con più follower; la retrovia, l’humus,

l’impepata di cozze mi va bene, la mettono cara ma ugualmente

spira forte il senso del rustico, quell’ignobile cui non si sfugge;

esce il senso del brutto ma buono, del resto l’avvenenza non fu data

e il dorso delle mani si screpola, invecchi e non sarai mai premier;

addio al sospirato incontro con la bellezza fulminante

cui non si può reggere se non per episodi come insegna il grande poeta;

addio alla ricerca sulla parola, retaggio di tempi

in cui Ebe t’illude che qualcuno si sforzi d’ascoltare.

Chi poi ti torturava è fuggito nella grande amnistia della vecchiaia.

Tanto vale affondare il pennino in sughi prosaici: la mente s’inebria

del carico d’aglio che pialla le altezze, si sente libera

dall’onorabilità laccio al collo del dire;

prorompono cose importanti à la recherche della scaturigine,

dalla frattura dell’autostima, epistrofeo d’ogni voglia di vivere.

Al primo assaggio tutto sembra squisito e, se il mondo lo devi consumare in fretta,

qui hai il diritto di ruminare a lungo, paghi alla fine, nessuno ti corre dietro.

 

 

 

XXI

 

Meno frequentemente  puoi trovare un grongo

vicino a riva, intrappolato dai banchi sabbiosi

oppure esausto, finito il ciclo della vita con la pirotecnica riproduzione,

scarico come le piccole aguglie che in ultimo si fanno avvicinare,

trattengono al tuo tocco lo scatto di freccia marina.

Forme eleganti, oblunghe, si lasciano morire con rallentate

sinusoidi, non vale respingerle verso la corrente: ogni volta ritornano e

noti attenuarsi la frequenza dei guizzi finché il momento giunge-

magari lì, sul ritrarsi dell’onda, a favore di qualche gabbiano. Imparare

l’occhio placido dell’animale che spira: non ha scritto poesie

né fondato un’azienda… Eppure come tiene la scena,

senz’alcuna fibrilla di rimpianto!

 

 

 

XXXI

 

Quando rifletto sulla lontananza dal mondo, dai sensi,

da ogni cura verso me stesso, mi penso come quel SuperTele laggiù , un pallone

da spiaggia finito in un soffio di brezza di terra, in un’avversa corrente:

qualcosa che l’onda inaspettatamente non riporta, dilaniando il sodalizio

tra il bambino e il suo gioco, lasciandogli l’ultimo spettacolo di un ritenuto addio.

Oltre l’orizzonte, oltre il pianto  ( sarà compensato , domani, da abbondanti regali)

sta la solitudine di plastica, lo sgonfiamento , il mesto nascosto venir adagiati

a riva, molti bagni più in là, carcassa monouso, come disporrà il mare.

…Inaspettatamente dicevo? no, spesso si scordano i propri difetti

di fabbrica, quel vizio nella valvola a pressione, la paura, che nell’eloquente

omertà delle cose ti tagliava  già fuori dal mercato, devi a un mucchio d’inutili

carte e alla tua bella apparenza questo stallo di foglia cadente,

sostanza non miscibile con mosse o aspettative dell’umano,

e la stessa tremante distrazione che non eleva queste cozze a poesia.

 

 

 

XLVI

 

Pure, già in decubito, vedersi piovere addosso scintille:

ancora quel moto rovinoso dei sensi e degli affetti –

il fascino conosciuto troppo tardi, la naturalezza del magnete

amoroso al suo nascere. Succede alla fermata dell’autobus

quando una donna – elegante e slanciata , di quelle che suscitano bluastra

serenità – mi chiede quale linea prendere per il centro

poi se ne sta salda a una spanna da me – tra tutti

ha scelto proprio il perdente. Succede, è successo a molte altre

prima di apprendermi. Gestisco male, tamburello

il silenzioso ordigno di questa bella stasi, ma Andromaca non se ne cura: mi mollerà

solo con una nube arancio di sorriso giunto il “suo” D, diretto

in piazza Pitti. Perché non sia stato anche il mio,

perché io abbia preferito languire attendendo il C3 per Piazza Beccaria,

perdere la mattina alla scrivania con gente a saltellarmi sulla testa

dietro retribuzione, anziché sorseggiare minimo dieci minuti di dignità,

davvero non so spiegarlo se non in termini autoptici, carezzando ogni buccia

scevra ormai di qualunque trasparenza.

 

 

 

LIII

 

Rincasando dall’ufficio allungo un poco il tragitto per vivere in annacquati

giochi di sguardi con una commessa sposata che non avrò mai. Mi basta vederla,

fingerla così provocante per me solo, vaticinarne  un forse vero vorrei

ma non posso e infilarmi come fungo o calzascarpe negli interstizi

stilnovisti di quell’Ewigweibliche che sempre sfugge. Questa la frutta secca

di solitudine: il nutrimento della marcia bassa, di quel che è , di quel che non sarà,

quel caldo eternamente verso altri. Dei poeti ottuagenari, soli al mondo,

con la stanza devastata da polvere e macchie di passato caffè imbevibile,

che si danno ragione d’alzarsi alla mattina soltanto strapagando suadenti

millantatori, ormai non distinguo fino in fondo ingenuità da supina

accettazione del doversi comprare anni di vita. Me ne vado, alzo le mani.

 

 

 

LVI

 

La cinquantaseiesima cozza se l’era già fatta fuori mia madre, 

bulimica e molto ridanciana compagna di forti inerzie.

E poco prima mio padre, dopo oltre quindici anni di gelo,

uscendo per un giorno dalla caramellata prigione dell’ego,

aveva porto d’improvviso l’ombrello del suo affetto a pararmi dalle intemperie.

Questi pensieri scordati li dedico a loro, sottopesati attori dei miei scritti:

meritavano un figlio migliore, un prodotto socialmente a norma,

non certo un vetro rotto che si tiene insieme col brutto nastro dell’arte retorica,

diviso tra il macigno del non vivere e la certezza dello scorno

quelle volte – sempre meno – in cui mette la testolina fuori dalla finestra.

In fondo alla scodella rimane solo il sugo in cui immergere i crostini:

ho dato quanto ho potuto, benevolendo, sperando che questa scarpetta,

quest’estate di San Martino fatta di fervore batterico e cose tormentate,

sia lenta e saporita, perchè subito dopo arriva il conto.

 

Roberto R. Corsi, Cinquantaseicozze, italic, Ancona 2015

 

 

Roberto R. Corsi, nato a Ferrara nel 1970, vive a Firenze dal 1982. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesie L’indegnità a succedere (Esuvia) e nel 2010 l’ebook All’orza (LaRecherche). La sua ultima raccolta è Cinquantaseicozze (Italic, 2015). Sue poesie, narrazioni e recensioni sono apparse in varie antologie e riviste. Finalista del premio Poesia di strada edizione 2014, menzione d’onore al Lorenzo Montano 2011, eliminato al primo turno in tutti gli altri. Molte sue poesie, note di lettura e riflessioni compaiono sul suo blog: http://robertocorsi.wordpress.com

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15 commenti su “Sei cozze dal piatto di Roberto Corsi.

  1. Rossella Tempesta
    12/12/2015

    Dov’eri nascosto gran poeta che non sei altro?! Adesso dovrò leggerti operaomnia, mite mitile dalla penna lieve e feroce. Che bello, ci sono ancora i Poeti. Grazie Christian Tito

    Liked by 1 persona

    • christiantito
      12/12/2015

      Rossella, grazie a te! Concordo totalmente sul mite mitile. Un caro saluto

      Mi piace

    • Roberto R. Corsi
      13/12/2015

      🙂 Lieto del tuo apprezzamento gentile Tempesta! (è partito un delizioso ossimoro). Se ti va fammi sapere se il prosieguo della lettura ti ha confermato o deluso, ogni parere di ogni segno mi aiuta a progredire.
      (in puro spirito “try before you buy”, tutte le cozze sono sul mio sito, al tag apposito: difatti le pubblicai “a puntate” ogni lunedì mattina fino al 2013)

      Mi piace

  2. Roberto R. Corsi
    12/12/2015

    grazie Christian per questo generoso e oculato assaggio… dal 2016 andremo di acciughe fritte! (scherzo?) un grande abbraccio

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    • christiantito
      12/12/2015

      Grazie a te Roberto, ha ragione la Tempesta 😉
      Le alici fritte le mangiamo insieme nel 2016.
      Chris

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  3. Roberto R. Corsi
    13/12/2015

    L’ha ribloggato su Roberto R. Corsie ha commentato:
    questa domenica v’inoltro con molto piacere l’articolo di Christian Tito che traccia su Perigeion un percorso “in impepata” scegliendo 6 delle 56. Grazie al “Farmartista” Christian; onorato di essere oggetto dell’attenzione di un portale di poesia nato da non molto ma già seguitissimo e capace (con questa unica scivolata, smile) di selezionare e proporre testi di alta qualità. Buona lettura.

    Liked by 2 people

  4. francesco sassetto
    16/12/2015

    Perfettamente d’accordo con Rossella! Magnifiche poesie, amarezza (tanta) e ironia (quanto basta), le sento vicinissime, graffi sulla pelle. E adesso sì, l’opera omnia da leggere. Grazie a te a a Christian, grazie davvero

    Liked by 2 people

    • Roberto R. Corsi
      16/12/2015

      Un ringraziamento da parte mia, Francesco. Lieto che tu abbia colto il lato amaro in un libro che mischia grottesco e tragico. Buona lettura e felice, se vorrai, di avere le tue sensazioni, positive o negative non importa, sull’opera completa! Saluto anche il Farmartista ovviamente 😉

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    • christiantito
      17/12/2015

      Grazie a te del passaggio Francesco. La poesia di Roberto merita tutta l’attenzione possibile. Molto felici di contribuire alla sua diffusione. Un saluto, Christian

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  5. maredinotte
    16/12/2015

    Incredibile: dopo oltre trent’anni di vita, oggi per la prima volta mi vien voglia di assaggiare una cozza. Ne pescherò una dal piatto di mia madre alla vigilia, in onore tuo!

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  6. ninoiacovella
    17/12/2015

    Di questo articolo si può proprio dire che sia un “assaggio” di un libro che mi sto apprestando a leggere con grande curiosità. La prima cozza proposta in questo articolo, un tributo ai Limoni di Montale in salsa impepata, mi scardina più di un sorriso, lasciandomi quel retrogusto di sorpresa (confermata nei successivi testi) che non mi accade troppo stesso. Scrivere poesia bilanciando ironia e amarezza, comunicatività e arguzia, è fenomeno abbastanza raro. Difficile sfuggire all’ammiccamento di certe trattorie a base di frutti di mare.
    Nino

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  7. francescotomada
    17/12/2015

    Davvero una scrittura originale non per il gusto di esserlo, ma perché trova la propria strada per dire ciò che ha da dire. Ed è una dote di pochi.

    Francesco t.

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    • Roberto R. Corsi
      17/12/2015

      Grazie davvero Francesco! Ricevere i complimenti da una voce poetica, la tua, così originale e nitida nel nostro panorama è serotoninergico!

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  8. almerighi
    21/12/2015

    non male davvero il verso finale di tutto, quel “sia lenta e saporita, perchè subito dopo arriva il conto.” è uno spadone sulla testa il senso definitivo della lettura

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    • Roberto R. Corsi
      21/12/2015

      …e quello spadone in effetti ha ampiamente sciabolato nei miei anni a seguire… ma questa è un’altra storia e spero di raccontarla prima o poi. Intanto grazie di cuore per la tua lettura.

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Questa voce è stata pubblicata il 12/12/2015 da in ospiti, poesia, poesia italiana con tag , .
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