perìgeion

un atto di poesia

Eau argentée

 

eau_argentée

 

di Giorgio Galli

 

Simav è una ragazza curda che vive nella città assediata di Homs. Il suo nome, in lingua curda, vuol dire Acqua argentata. Simav non ha nulla: la casa in cui abitava è stata bombardata, i suoi genitori sono morti nel bombardamento. Quante case sono state bombardate durante l’assedio di Homs? Forse il numero esatto non è conoscibile. Ma le immagini ce lo dicono con forza: sono troppe. E le case bombardate in tutta la Siria? Il 12 marzo la coalizione Withsyria rendeva noto che, stando alle immagini satellitari, l’83 per cento delle luci in Siria si è spento dal 2011 ad oggi.
Le luci si sino spente su tutta la Siria. Ma Simav le riaccende. Simav, Acqua argentata, ha perso tutto ma le è rimasta una telecamera. Una piccola telecamera amatoriale con cui filma ogni cosa: anche il momento in cui la sua casa viene bombardata, anche la morte dei suoi genitori. Filma se stessa ferita da una pallottola vagante. Filma e manda le immagini al suo amico lontano.
L’amico lontano è il titolo di un vecchio libro, che raccoglieva il carteggio fra Emil Cioran, il filosofo rumeno emigrato a Parigi, e Constantin Noica, il filosofo rumeno rimasto in Romania sotto il regime. Noica non è per il regime. Ma ha deciso di restare, mentre Cioran ha deciso di partire. Noica e Cioran si scrivono della loro terra e della direzione in cui sta andando il mondo. Anche Acqua argentata parla della sua terra al suo amico lontano.
L’Amico lontano è il regista Ossama Mohammed, regista, con la stessa Acqua argentata (Wiam Simav Berdixan), di Eau argentée – autoritratto siriano. L’Amico lontano è fuggito a Parigi come Cioran. Si sente in colpa per aver lasciato il suo Paese. I suoi compatrioti muoiono, e lui soffre il rimorso del sopravvissuto. Non ha il coraggio dell’amica. Ma ha il coraggio di usare il cinema per mostrare la verità. ha il coraggio di montare insieme le riprese dell’amica e quelle realizzate dalle telecamere e dai cellulari dei tanti Siriani che, nel silenzio o nell’assenza di giornalisti, si facevano essi stessi cronisti delle loro vicende (i cosiddetti citizen journalists) documentando le loro proteste e la pazzesca repressione del governo. L’Amico lontano rompe con tutte le regole estetiche – almeno dell’estetica narrativa e glitterata propria dei film canonici – per sbattere in faccia al mondo la verità. Immagini sporche, mosse, confuse, sfuocate, sgranate. Audio che va e viene. Ma l’essenziale si vede e sente bene. L’essenziale è il prigioniero torturato dai soldati governativi – che nel loro delirio filmano e mettono in rete i loro orrori – che gli impongono i loro stivali sul capo e gli domandano: “Chi è il tuo dio?” “Bashar!” risponde disperato il prigioniero. Ancora: “Chi è il tuo dio?” “Bashar!” grida il prigioniero mentre gli stivali gli premono più forte sulla testa. L’Amico lontano non ha rispetto di noi spettatori. Ci costringe a rovinarci gli occhi su immagini imperfette. Ci sbatte dinanzi agli occhi le immagini sgranate, ma intelligibilissime, di un ragazzo seviziato con un fallo finto. Se ne frega del nostro buon gusto, del nostro orrore e nel crescendo di questo film ripete queste immagini. Ma non si tratta della morbosa esibizione della violenza propria di tanta fiction. Questa è verità. Verità gridata perché è a disposizione di tutti, ma tutti non la vogliono vedere. È il dolore, gridato con nitida essenzialità, con dignità combattiva, con compostezza. L’orrore è nei fatti, non nello sguardo. L’occhio dell’Amico lontano, come quello di Acqua argentata, è carico di quest’orrore più del nostro, è innocente di fronte a quest’orrore. È come l’occhio del bambino ripreso da Acqua argentata mentre, camminando per Homs, dice “Là c’è un cecchino, là ce n’è un altro” con la stessa naturalezza con cui direbbe “Là c’è un negozio di giocattoli”. E’ a noi che tutto questo giunge nuovo, violento e inaudito. Non lo è per l’Amico lontano e per Acqua argentata.
Quanto irrealistica sia la nostra idea della Siria lo dimostra un esempio. Il nome di Tadmur, a un siriano, ricorda lo spavento delle carceri in cui, dopo le insurrezioni dei primi anni Ottanta, vennero rinchiusi rivoltosi e sospetti tali. Voi conoscete il nome italiano di Tadmur? Ebbene, è Palmira. E nella differenza tra la Tadmur siriana e la nostra Palmira, che sono la stessa città, ma non sono lo stesso luogo per l’immaginario collettivo, sta la metafora della nostra ignoranza di un Paese che sembra ci interessi solo dopo che i criminali del sedicente Stato islamico sono arrivati a Parigi.
Noi vediamo un prigioniero seviziato. Sono oltre trenta i metodi di tortura documentati in Siria fin dai tempi di Assad padre. Più di 85.000 persone in Siria sono scomparse dal marzo 2011 – non morte, ma scomparse: sono state rapite o catturate e non si sa in quale prigione si trovino, né di quale reato siano accusate – e decine di migliaia sono morte in carcere, presumibilmente – ma in alcuni casi dimostrabilmente – a causa delle torture.
L’odierna Siria, nell’Impero ottomano, si chiamava Bilad ash-Sham, “le terre del Settentrione”. Era una fucina di cultura e, soprattutto, di convivenza etnica e religiosa. La tradizione della convivenza etnoreligiosa si è mantenuta fino a tempi recentissimi. Come si è arrivati al conflitto odierno?
Allontaniamoci per un po’ da Acqua argentata e dal suo Amico lontano. Nella prima guerra mondiale, Francesi e Inglesi combattono l’Impero ottomano utilizzando anche milizie arabe. Il famoso Thomas Edward Lawrence è l’ufficiale di collegamento che ha il compito di guidare le milizie arabe promettendo loro l’indipendenza. Ma a Lawrence succede qualcosa che non dovrebbe mai succedere agli uomini come lui: si innamora della terra in cui sta combattendo. Per lealtà verso l’Inghilterra continua a combattere anche quando ha scoperto che Francesi e Inglesi hanno già stabilito di spartirsi le terre che promettono di liberare. E matura un rimorso che lo spinge a passare gli ultimi anni mortificandosi in lavori umilianti, in una vita randagia e nascosta. La Siria come Stato autonomo nasce il 17 aprile 1946.
Siria non è parola araba. E’ il greco Syrìa. Gli intellettuali arabi – arabi e non islamici – scelsero questo nome per tutto il Bilad ash-Sham – un territorio più vasto dell’odierna Siria – ad indicare la loro volontà di costruire uno Stato non occidentale, ma laico, ma aperto, nella tradizione multiculturale e multietnica del Bilad ash-Sham. Lo Stato che sorse dalle ceneri delle due guerre mondiali e dallo smantellamento dei protettorati postcoloniali era più piccolo, ma ancora laico e aperto. Per un breve periodo fu associato all’Egitto nella Repubblica araba unita. Visse una lunga stagione di rovesciamenti di potere e di colpi di Stato, fino a quando nel 1963 prese il potere il partito Baath. Lotte intestine fra l’ala militare e quella civile del partito si susseguirono fino al 1970, quando arrivò al potere colui che meno sembrava idoneo a detenerlo: Hafez Assad. Costui proveniva dalla minoranza alawita, una minoranza malvista perché aveva collaborato coi Francesi durante il mandato coloniale, e attraverso un’accorta politica di repressione, ma anche di matrimoni combinati e di distribuzione capillare di poteri, micro-poteri e privilegi, riuscì a ottenere la pace sociale. Una pace non priva di scosse, se già alla fine degli anni Settanta si insorgeva contro di lui. Ma la risposta di Hafez alle proteste era la più dura repressione – una repressione di cui a noi è giunta solo la punta più estrema, l’episodio di Hama del 1982. In realtà, lo stato d’emergenza in vigore dal 1963 permetteva al governo d’infierire su tutti i presunti oppositori e in particolare sugli appartenenti o presunti appartenenti al gruppo islamista dei Fratelli musulmani, autori dell’insurrezione di Hama: infierire significa incarcerare, tenere in isolamento, torturare. Ma si veniva incarcerati, isolati e torturati anche per reati come “indebolimento del sentimento nazionale” e “diffusione di notizie false all’estero”: non esattamente i reati di una democrazia.
Noi non stiamo a difendere i Fratelli musulmani e la loro ideologia: ci limitiamo a constatare come – analogamente a quanto accade nei Paesi ex comunisti – la repressione del sentire religioso porti per naturale processo storico alla risorgenza più forte di esso; e ci limitiamo a dire che ogni persona, anche di idee aberranti, è portatrice naturale di diritti, e non può essere privata della libertà o dell’integrità fisica. Nel 2008, membri dei Fratelli musulmani in regime di carcere duro nella prigione militare di Sadnaya hanno tentato una rivolta per il pane. Il risultato è che di 49 di essi, dall’agosto 2008, non si sa più nulla. Sono spariti.
Nel 2000 Bashar Assad, figlio cadetto di Hafez, tornò dal Regno Unito, dove era oftalmologo, per prendere il posto del defunto padre. Salutato da tutti come un riformatore, Assad figlio non cambiò di molto la politica del padre, se non con gesti dimostrativi.
Nel film, l’Amico lontano racconta come è iniziata la protesta nel 2011. A febbraio, un gruppo di adolescenti di Der’aa, galvanizzati dalle “primavere” di Tunisia ed Egitto, scrisse sui muri che il regime di Assad doveva cadere. Furono arrestati e torturati. I genitori e i nonni andarono a chiederli indietro. Gli fu risposto: “Non rivedrete mai più i vostri figli. Fatene degli altri”. La protesta nacque a Der’aa. E verso Der’aa marciavano i primi manifestanti, pacificamente, cantando. L’Amico lontano li mostra nel suo film. Un fiume di popolo che invade tratturi e autostrade, un fiume di popolo che ricorda l’Ungheria del 1956, composto anche da insegnanti che chiedevano un aumento di stipendio, composto da ordinari cittadini che chiedevano riforme, gridavano libertà, correvano in soccorso ai compatrioti di Der’aa. Sono le scene più epiche del film, quelle in cui la primavera araba rotola sulla Siria e la accende, e sembra una forza della natura intenta a fendere la terra. Le immagini, girate in mezzo alla folla, ci aggrediscono, ci costringono a vivere quella folla. Ma la primavera si è tramutata in un lurido inverno. La repressione è stata brutale e velocissima. Carri armati passavano per le città schiacciando chiunque si trovasse per strada. Cecchini sparavano sulla folla dei manifestanti o perfino sui cortei funebri di manifestanti e di semplici passanti. Migliaia di presunti oppositori sono stati arrestati. Bastava un semplice legame di parentela o d’amicizia con un sospetto oppositore del governo per essere arrestati, spesso in isolamento, spesso torturati, spesso fino alla morte, spesso senza che le famiglie sapessero – e spesso non lo sanno tuttora – dove si trovassero i loro congiunti e se fossero vivi. Shady Hamadi, ne La felicità araba, ha raccontato del cadavere di un ragazzino che avanzava alla testa dei manifestanti cantando. Venne restituito alla famiglia orrendamente sfigurato, buttato nel cortile di casa da un camion militare al grido di: “Fatene carne per i vostri panini”. Dal corpo del ragazzo era stata strappata la gola, la gola colla quale cantava. E’ impressionante la simbologia che sta dietro agli atti del governo. La religione musulmana crede, al pari della cristiana, nella resurrezione della carne, e annette grande importanza alla sepoltura del corpo. Restituendo i cadaveri così, il governo comunica alle famiglie che il suo potere è superiore anche a quello di Dio stesso. I ripetuti bombardamenti sulle persone in fila per il pane rientrano nella stessa simbologia: il pane, nella cultura araba, è emblema di vita, pace e speranza. Bombardare una fila per il pane significa bombardare questi sentimenti.
Le forze di sicurezza e i gruppi armati parastatali hanno fatto irruzione negli ospedali, arrestando e torturando i feriti provenienti dalle manifestazioni. Medici e infermieri sono stati costretti a torturare i pazienti provenienti dalle manifestazioni e i medici che avevano curato (o erano sospettati d’aver curato) tali pazienti sono stati torturati o uccisi a loro volta. I Siriani sono stati costretti a curarsi in case private di medici coraggiosi, o in ospedali da campo improvvisati – possiamo immaginare con quale strumentazione.
Sul finire del 2011 è nata un’opposizione armata, formata dall’esercito Siria Libera e da una miriade di altri gruppi, spesso indipendenti l’uno dall’altro. S’è trattato all’inizio di un fenomeno minoritario, ma con l’inasprirsi della repressione governativa, e con l’inizio dei bombardamenti dell’esercito sui quartieri residenziali, l’opposizione armata ha finito col raccogliere maggiori consensi fra la popolazione. Dopo la strage di Houla del maggio 2012, la popolazione si è sentita sempre meno tutelata dall’opposizione pacifica e sempre più ha sentito la necessità di una quella armata. Dai territori di cui avevano preso il controllo, i gruppi dei ribelli hanno lanciato attacchi contro le forze governative. Queste hanno reagito con artiglieria pesante e carri armati, rastrellando interi quartieri e bombardandoli anche in maniera indiscriminata, con armi quali le bombe a grappolo. Anche i ribelli armati si sono macchiati di crimini gravissimi: rapimenti, uccisioni sommarie di membri di forze governative o di presunti membri o di presunti simpatizzanti governativi. Anche loro si sono accaniti sui familiari di costoro.
Questa guerra è diventata protagonista delle cronache solo ad agosto 2013, quando è stata diramata la notizia dell’impiego di gas nervini nella zona di Ghouta. Dopo un breve dibattito internazionale, la Siria ha acconsentito a disfarsi del suo arsenale chimico. E certamente l’uso di armi chimiche costituisce una linea rossa del diritto internazionale. C’è da chiedersi però quando la comunità internazionale vorrà prendere in considerazione gli abusi che la popolazione civile subisce da anni anche con armi convenzionali o con rudimentali mezzi di tortura.
Poi è entrato in scena l’attore più temibile: lo Stato islamico.
Questo gruppo, che afferma di applicare rigidamente la shari’a, punisce i trasgressori – anche bambini – con frustate, scariche elettriche e l’obbligo di rimanere immobili in posizioni dolorose. I reati che punisce vanno dal furto, al fumare sigarette, all’avere consumato rapporti sessuali extramatrimoniali, all’aver messo in discussione l’autorità dello Stato islamico, all’essere appartenuti a gruppi armati nemici. È un gruppo che pratica sequestri ed esecuzioni sommarie. Il giudice si presenta con una cintura imbottita di esplosivo e presiede processi di pochi minuti, che culminano in condanne a morte o in interminabili sessioni di frustate. Ai promotori della rivoluzione, quelli che l’Amico lontano ci ha mostrato marciare cantando, è stata strappata la pelle per fargli confessare presunti crimini. Ma di tutto questo ci siamo accorti perlopiù quando un giornalista occidentale è finito nelle mani dello Stato islamico – come Domenico Quirico o James Foley.
Oggi, su 22 milioni di Siriani, 8 milioni sono profughi interni (cioè vagano senza casa entro i confini del Pese); 4 milioni hanno trovato riparo in Libano, Giordania e Turchia, e centinaia di migliaia rischiano la vita per arrivare in Europa – dove trovano muri o trovano la morte in mare o rimangono bloccati in centri d’accoglienza per “migranti” – pur se migranti non sono, perché sono rifugiati politici. Rifugiati politici vuol dire che non si possono respingere. Che respingere un Siriano in Siria, oggi, equivale a respingere un Ebreo in Germania nel 1941.
La guerra civile ormai contrappone il clan Assad a una miriade di gruppi armati e le condizioni di vita nelle aree sotto assedio sono spaventose anche perché nessuno dei gruppi armati consente alle agenzie umanitarie di passare, né agli operatori sanitari di fornire cibo acqua e aiuti medici alla popolazione. Anzi, tutte le forze in campo hanno tagliato ai residenti acqua, luce e gas, mentre le forze governative continuano ad attaccare con barili bomba e granate di artiglieria e gli altri gruppi a rispondere con tutte le armi in loro possesso.
L’assedio di Homs è finito, per fortuna, a metà del 2014. Ma non è finito il conflitto. Sotto assedio sono ancora Yarmouk, Ghouta est, Aleppo, per dirne alcuni.
Su tutto questo, il mondo ha solo pontificato. Si sono fatti Ginevra I, Ginevra II, poi Vienna; si è detto e smentito di tutto, si è ipotizzato ogni scenario improbabile, immaginando che dietro le prime rivolte non ci fosse il desiderio di libertà di un popolo ma potenze straniere, servizi segreti e gruppi islamisti. E così facendo si è permesso al dittatore Assad di dichiarare guerra al suo popolo, dando la stura a un conflitto dentro cui si sono infilati tutti, anche i terroristi, per poi accreditarsi egli stesso, Assad, come unico baluardo dello Stato contro il terrore. Certo, oggi la situazione è di caos. Ma all’inizio era chiara. L’Amico lontano, nel film, mostra la testimonianza di un soldato che era stato mandato a sparare contro dei terroristi; che al posto dei terroristi ha trovato manifestanti pacifici; e s’è rifiutato di sparare. Colla sua inerzia, la comunità internazionale ha permesso al caos di scoppiare e ad autocrati come Assad di sostenere che le dittature sono l’unica alternativa al terrore e che solo essi possono riaffermare lo Stato contro lo Stato islamico.
E’ per questo che l’Amico lontano non ha rispetto di noi e ci sbatte in faccia la verità: perché noi la faccia l’abbiamo voltata. Ha scritto Shady Hamadi ne La felicità araba: un giorno ho chiesto a un siriano “Dov’è Dio in tutto ciò?” E lui ha risposto: “Chiediti piuttosto dove sono tutti gli abitanti del pianeta”. Dove sono? Sono a pontificare.
Torniamo al film. Chiamarlo documentario è riduttivo. È costruito secondo una forma musicale, con alcuni elementi che tornano ciclicamente, identici come le immagini del prigioniero seviziato o in un diminuendo che va dalla forza epica del popolo ribelle alle mute prospettive delle città bombardate. La sua esteriore destrutturazione nasconde in realtà un ordine preciso: un’introduzione, con l’Amico lontano che si confessa colpevole di non essersi unito alle proteste e alza un lamento per la sua terra martoriata e poi le testimonianze vive proprio della protesta e della sua terra martoriata. Acqua argentata gli fornisce gran parte di queste testimonianze. E a legar tutto è proprio il dialogo a distanza tra Acqua argentata e l’Amico lontano: dialogo a volte ridondante, più spesso poetico, con domande ineludibili come “Ha ancora senso la Parola?” Un dialogo di coraggio e di paura, ma anche di scambi sui libri, sul cinema, sulla vita ordinaria. I sentimenti transitano dall’uno all’altro: Acqua argentata riprende la sua ombra mentre, in una stanza buia, intona lamenti su se stessa e della sua terra; riprende il buio di un armadio entro cui si nasconde e dal quale confessa: “Ho paura”. Il dolore del popolo si estende agli animali. In una delle scene più toccanti Acqua argentata si avvicina a un gatto mezzo bruciato, che miagola disperato sulle rovine di una casa bombardata. Non è un documentario questo. È poesia. È un vivere oltre la vita, come quando Acqua argentata mette su una scuola per i bambini di Homs e, su consiglio dell’Amico lontano, proietta per loro City Lights di Chaplin: e i bambini ridono, ridono nascosti fra le macerie. Poi arriva un genitore, un genitore con la barba, porta via il bambino e fa chiudere la scuola. Non è un governativo. Anzi è un simpatizzante dei ribelli. Acqua argentata chiede all’Amico lontano: “Adesso devo aver paura anche dei ribelli?” In una frase, c’è il cambiamento di atmosfera che molti Siriani hanno registrato come qualcosa che li riguardava, ma è avvenuto a loro insaputa. La paura e il desiderio di vita transitano dai dialoghi alle immagini, da Acqua argentata al suo Amico lontano, come temi di un pezzo musicale.
Speriamo che Acqua argentata sia ancora viva.

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Fonti:

Amnesty International, Rapporti annuali 2011-2014 più rapporti e comunicati stampa
Shady Hamadi, La felicità araba, Add, 2013
Lorenzo Trombetta, Siria nel nuovo Medio Oriente, Editori riuniti, 2004


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5 commenti su “Eau argentée

  1. ninoiacovella
    01/01/2016

    C’è davvero poco da dire. Un articolo del genere, un documentario del genere, sono un bagaglio necessario per comprendere in profondità l’origine e la natura del dramma siriano.
    Grazie Giorgio.
    Nino

    Liked by 1 persona

  2. Giorgio Galli
    03/01/2016

    Grazie a tutti voi. Giorgio

    Liked by 2 people

    • christiantito
      15/02/2016

      Giorgio, grazie a te per i tuoi preziosissimi contributi!
      Christian

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  3. Ghafour
    06/01/2016

    La mia opinione personale..questo è uno dei più bei film della storia.

    Liked by 1 persona

  4. Giorgio Galli
    02/06/2016

    L’ha ribloggato su La lanterna del pescatore.

    Mi piace

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